Coronavirus. Niente sarà più come prima.

C’è chi sentenzia sventolando la bandiera del “Niente sarà più come prima“, quasi fosse una sorta di anatema o di avvertimento.

Vi ricordate la scena del celebre film “Non ci resta che piangere” dove il frate arriva sotto il davanzale dal quale si affaccia Massimo Troisi?

Al sentire “Niente sarà più come prima” mi verrebbe di rispondere “Mo’ me lo segno”, a cui potrebbero seguire tutta una serie di gesti scaramantici.

Preferisco pensare in termini più costruttivi, rispetto a quelli disfattisti evocati da coloro che cercano di riempire pagine dei giornali o i palinsesti televisivi con frasi ad alto contenuto negativo. Vorrei pensare al concetto di opportunità e anche di risorse piuttosto che ad un contesto post bellico o distopico che ultimamente pare andare per la maggiore.

“Niente sarà più come prima” pare un monito, un avvertimento o addirittura una minaccia. Una sorta di mantra negativo che deve essere continuamente ripetuto per creare ulteriore disagio, sconforto e paura; come se il Coronavirus di per sé non fosse già un problema importante a cui pensare. Almeno parrebbe così stando a ciò che spesso segue dopo “Niente sarà più come prima”. Sentiamo solo parlare di mascherine che devono costare 50 Centesimi ma che non si trovano a questa cifra; di come e quando portarle ma poi ogni Regione decide per conto proprio; di distanziamento sociale; di sistema sanitario nazionale che negli ultimi decenni ha subito tagli al bilancio a cui sono seguiti i problemi, evidenti a tutti, nell’ambito della situazione emergenziale legata al Coronavirus; di segno negativo del PIL con cifre che ogni giorno vengono ritoccate al ribasso; di un’Europa che non c’è o che non risponde come dovrebbe e che quando si fa sentire lo fa per batter cassa o imporre restrizioni; di nazioni, come la Germania, che legiferano a loro favore – come mi parrebbe giusto che sia – anche a dispetto delle norme europee – questo mi parrebbe un po’ meno giusto se tali decisioni si riflettono negativamente sulla sorte delle altre nazioni europee – . Sentiamo che alla Caritas sono aumentati i poveri, addirittura raddoppiati; che molti negozi, attività commerciali, aziende e professionisti non riapriranno più; che il Governo vuole regolarizzare chi lavora a nero e gli extracomunitari ma intanto non arriva la cassa integrazione ai regolari; che il debito pubblico italiano è insostenibile e che il rischio di default non è uno scenario impossibile. Potrei continuare ma il mio scopo non è abbrutirvi oltre misura e amplificare l’aura di negatività ma offrire degli strumenti di analisi per comprendere una certa comunicazione che si insinua e pervade le nostre menti e che necessita di una sorta di “antiacido” per essere digerita.

Oramai il COVID-19 è un macro argomento all’interno del quale risiedono temi vari sui quali prevale l’onnipresente catastrofismo legato alla salute caratterizzato dalla conta dei morti, dall’esposizione delle bare e dal susseguirsi di teorie e pratiche mediche che paiono miracolose per sconfiggere il Coronavirus per poi essere subito smentite o considerate addirittura perfette cialtronerie dai soliti indefessi e sovraesposti esperti che continuano, sempre e comunque, a parlare dell’efficacia del vaccino che non c’è. Con la “Fase 2” si aggiunge il catastrofismo legato all’economia, a quella ripresa che non si riprende e che parte da quel “restiamo tutti a casa” arrivando al “torniamo a lavorare ma non tutti”, comportando, come gli esperti dovrebbero sapere, un gap nella ridistribuzione dei proventi dovuto alla mancanza di alcune categorie produttive che non lavorando non si inseriscono nel circuito economico. L’esempio più lampante è il ristorante che non aprendo non compra vino, pesce, carne, verdure e quindi non dà lavoro alle aziende vitivinicole, agli allevamenti, alle aziende agricole, etc.

C’è un altro modo di vedere il “niente sarà più come prima” ed è il modo dell’atteggiamento pronto al cambiamento.

L’atteggiamento di quella “resilienza fattibile” e non di quella più sterile, continuamente evocata solo perché piace come parola e alla quale non seguono consigli o esempi a cui ispirarsi. Essere resilienti non è facile ma è una caratteristica che ognuno di noi possiede e che può attivare, consciamente o inconsciamente, lavorandoci o semplicemente ascoltandosi. E’ latente e si attiva nel momento in cui arrivano le difficoltà. Ognuno di noi, lungo il proprio cammino di vita, si trova puntualmente ed inevitabilmente ad impattare con situazioni brutte, alle quali apparentemente non trova risposta e via di uscita. La vita è una strada che si caratterizza anche per la presenza di pendenze impervie, scivolose che possono essere affrontate solo attraverso il coraggio e la determinazione. La resilienza è la sorella, di opposto carattere, della disperazione. La prima ti permette di rialzarti più forte e determinato di prima. La seconda è quella che porta alla depressione e poi, se “prende residenza nella mente”, ai gesti più estremi; non è un caso che in questo periodo siano aumentati i suicidi.

Continuare a parlare di male, di crisi, di tragedie, di negatività in generale non fa altro che aumentare la possibilità che la disperazione prevalga sulla resilienza.

Pare un gioco perverso che esiste da sempre ma che in occasione di eventi drammatici tende a rinnovarsi col preciso intento di aumentare la performance dell’aura di negatività diffusa e persistente che tutti avvertiamo. Pare che le notizie cattive facciano vendere di più e catalizzino maggiormente l’attenzione delle persone, almeno rispetto alle buone notizie. Viviamo in una società basata su modelli creati dall’uomo, radicati nella cultura di tutti e che prendiamo come assiomi. Sappiamo che nasciamo, che dobbiamo andare a scuola, poi a lavorare, poi ci sposiamo, compriamo la casa, ci indebitiamo e quindi occorre lavorare ancora di più ma con il desiderio e l’obiettivo di arrivare all’estate per andare al mare e poi a dicembre facciamo l’albero di Natale e poi si invecchia, si va in pensione – forse – e poi si muore. A parte il primo e l’ultimo step, comuni a tutti, questo è ciò che accade; almeno in occidente, con tutte le variazioni sul tema, a seconda delle religioni e delle zone in cui uno vive.

Ma siamo sicuri che questo sia il modello ideale?

Da quando l’uomo calpesta questo pianeta esistono le disparità tra chi sta sopra e chi sta sotto: economicamente, intellettivamente, intellettualmente, militarmente, muscolarmente, geograficamente… Esistono guerre, malattie, carestie, tragedie, anche naturali e non solo create dall’incuria o dalla presunzione dell’uomo, lo sappiamo.

Cosa ci fa percepire il “COVID-19 e dintorni” come una condizione particolarmente tragica, eccezionale e grave?

Sono tre i fattori fondamentali:

  1. ci tocca, lo stiamo vivendo. Quindi il primo è il fattore tempo, siamo coevi a questo casino
  2. l’amplificazione che viene data a questo momento, grazie alla capacità e alla diffusione dei mezzi di comunicazione di cui oggi disponiamo
  3. l’interesse “di chi sta sopra” nel mantenere una condizione di emergenza e di disagio sociale attraverso la quale poter governare, decidere, vendere, comprare, creare ed eliminare…

Allora…

Pensate che la diffusione delle notizie in rete, quelle vere, quelle edulcorate, quelle enfatizzate o le cosiddette fake news, possa portare sulle vostre tavole una qualche differenza? Credete che se oggi la BCE legiferasse a favore dell’Italia o se la Germania “abbassasse la cresta” o se Trump twittasse di meno, o lo facesse evitando di minacciare qualcuno, questo possa cambiare la condizione della vostra salute o del vostro conto in banca? Pensate che la politica dica cose fondamentali, utili e risolutive per l’andamento dell’economia, per la tutela della salute o per lo sviluppo culturale, sociale, demografico, etc.? Sono anni che si continua a tagliare la sanità. Sono anni che sentiamo politici rassicurarci, spendere parole a favore della nostra economia e delle imprese. Sono anni che sentiamo parlare degli F-35 e delle spese militari. Sono anni che ci raccontano che verranno tagliati gli stipendi ai politici e ai dirigenti pubblici. Sono anni che sentiamo parlare anche di alcune tragedie delle quali poi, nella sostanza, non se ne è più occupato nessuno; vedi, più recentemente, l’incendio che si è propagato nei boschi intorno a Chernobyl in pieno Coronavirus, e che ha sollevato una nube radioattiva verso l’Italia. Ne hai sentito parlare?

“Il mondo esiste da sempre” e fino ad oggi lo ha fatto senza troppi problemi. Questi, semmai, li creano gli uomini, come il fatto che ci venga imposto un concetto, peraltro di per sé molto astratto, riassumibile nella frase “Niente sarà più come prima”.

Ma perché? E soprattutto, dico, menomale!

Eh sì, menomale. Tutto cambia, non possiamo pensare che il modello sociale che vi ho descritto sia quello perfetto, definitivo e immutabile. Da cacciatori raccoglitori siamo diventati “divanati ipocondriaci“, bipedi sedentari, fobici per ogni cosa che ci circonda. Non viviamo più se non per difenderci da qualcosa. Dalle malattie, dalla politica, dai ladri, dagli extracomunitari, dai Rom, dai cinesi, dai concorrenti, dai virus informatici, dai virus biologici, dal vicino di casa, dal commerciante, dalle frodi telematiche, dagli hacker, dal sole, dai vegani, dalla musica trap, dai comunisti e …isti di vario genere. Stiamo attenti a tutto, a troppo, arrivando a vivere una condizione di non vita, di perenne allerta. Vigiliamo su tutto e quando si richiede attenzione per qualcosa, di fondamentale, non lo facciamo affatto perché richiede troppa attenzione e rischia di rompere gli schemi (leggi routine o zona di conforto).

Essere resilienti in modo realistico è fattibile, partendo dal dispensare positività, di quella sana, non mielosa fatta di finto buonismo come certe pubblicità in epoca Covid-19 hanno enfatizzato, in cui tutti sono belli, sono bravi, sono impegnati in qualcosa di apparentemente molto utile, tutti hanno la mascherina, insieme ce la faremo, colori caldi, dissolvenza, musica emozionante e poi logo finale del brand in questione. No, parlo di quella positività più testosteronica, fatta di un vero e sano patriottismo dove non occorre nemmeno pensare lontanamente di dover ribadire il concetto che quest’anno faremo le vacanze a casa nostra (chi potrà) perché lo faremo e basta, con orgoglio e soprattutto con piacere; dove non dovremmo nemmeno minimamente pensare di acquistare prodotti alimentari stranieri ma privilegiare, anzi, incentivare i nostri distributori, e prima ancora i nostri produttori, a fornirci prodotti italiani e noi ad acquistarli con altrettanto orgoglio e piacere.

Abbiamo bisogno di più orgoglio nazional popolare condito con una dose di effetto “Gladiatore”, grazie al quale evocare un sano e liberatorio: “Al mio segnale scatenare l’inferno”. Quell’inferno che deve essere pura energia positiva, voglia di fare e di lottare per i propri ideali. Ecco cos’è la resilienza, è la trasformazione di quella “loffiaggine” diffusa che si è amplificata con questa quarantena in una chiamata all’azione collettiva, tesa ad aiutare il più debole e a rinforzare le proprie linee difensive. Parliamo di un’Italia che si è sempre distinta per ingegno e per tenacia. Voglio pensare ad una Nazione e non ad un paese. Voglio pensare alle persone e non alle greggi, alle pecorelle e a tutti questi concetti di transumanza cognitiva in cui la persona viene sostituita all’agnello – che si sa poi che fine fa -. Voglio pensare all’eccellenza individuale che deve emergere e non affondare in un mondo sempre più globalizzato, impegnato in un processo di appiattimento sociale e culturale teso ad omologare tutto e tutti. Siamo individui e vogliamo continuare ad esserlo in un mondo che in realtà è fatto di diversità e dove ognuna è fondamentale per garantirci la bellezza della vita stessa. Che senso avrebbe se tutto fosse uguale da per tutto.

Lo stiamo assistendo da decenni, basta guardare le nostre città. Sono sempre più uguali le une alle altre. Stesse catene di negozi, stessi colori, stesse musiche, stesso cibo. Le piazze principali sono sfregiate dalla presenza di manifesti pubblicitari che rivestono intere pareti di edifici, le vetrine dei negozi hanno le stesse cose, ovunque; compri un souvenir delle nostre città e monumenti e poi vedi che è “made in China”…

Come ritrovare la strada e uscire dalla difficoltà? Il concetto è:

  • diversificare, non pensare al lavoro come ad una cosa stabile e unica ma come ad un insieme di azioni quotidiane che vengono compiute per produrre un reddito.
  • innovazione e tradizione, dare spazio alla creatività, alla manualità, all’unicità del prodotto, all’idea, all’esecuzione attraverso le piattaforme digitali. Non occorre tirare su siti web costosi per farsi conoscere ma occorre farsi conoscere attraverso piattaforme web esistenti.
  • non copiare ma ispirarsi proprio per mantenere unica ogni scintilla creativa dalla quale genera l’idea successiva, un’evoluzione di idee, di menti che devono pensare al bello, al buono e al nuovo, valorizzando le tradizioni e tutelando l’unicità e l’originalità.

In concreto? Beh, non ho la ricetta universale e sicura al 100% ma ho delle indicazioni che possono aiutare e adattarsi un po’ a tutti. Ovvio che poi ognuno deve elaborarle e farle diventare delle “linee guida personali”.

  • Dedica mezz’ora al giorno ad ascoltare le persone. A S C O L T A R E ! ! !
  • Dedica mezz’ora al giorno ad aiutare qualcuno, anche solo infondendogli forza e coraggio; la resilienza è contagiosa, se infondi positività anche gli altri si risollevano. Se hai figli comincia da loro.
  • Non dedicare più di mezz’ora al giorno all’informazione, alle news in generale e soprattutto non farlo dopo le diciotto perché la mente deve cominciare a settarsi per la sera e deve lasciarsi alle spalle le negatività per poi dormire bene e senza interruzioni.
  • Dedica mezz’ora al giorno alla meditazione o alla preghiera. La meditazione serve per rivolgersi all’io e la preghiera per rivolgersi a Dio; se siamo veramente fatti a sua immagine e somiglianza credo che le due cose siano compatibili, complementari, intercambiabili e probabilmente interconnesse.
  • Ricorda che il lavoro ti deve permettere di vivere bene e non è che vivendo per il lavoro potrai stare bene. L’impegno nelle cose è fondamentale ma immolarsi per il lavoro, anche no.
  • Dedica un’ora al giorno alla formazione per imparare cose nuove o per migliorare quelle che sai fare o diventa tu maestro e insegna ai più giovani a fare ciò che hai imparato negli anni.
  • Dedica un’ora al tuo corpo per tenerlo in forma ed efficiente per garantirti una vecchiaia in salute.
  • Il resto della giornata dedicalo alle attività che ti permettono di guadagnare. Non un’attività ma più di una. Non occorre essere tuttologi o tuttofare ma occorre essere lungimiranti e capire cosa richiede il mercato. Se temi la concorrenza, fai cose che la concorrenza non può fare o non lo farebbe nel modo in cui lo faresti tu.
  • Se puoi evita di accendere prestiti. Il credito al consumo ha permesso di acquistare tante cose ma ha creato un indebitamento ad oltranza, facilitato anche dalle metodiche di accesso al credito stesso, sempre più performanti e alla portata di chiunque.
  • Dispensa sorrisi, anche con la mascherina. Se sono sorrisi veri si vedranno dai tuoi occhi. Lavora sul cambiamento di te stesso e sii portatore di positività.
  • Non dimenticare di trovare un po’ di tempo per ammirare la natura. Tu fai parte della natura e se non ti riconcili con essa il tuo corpo e la tua mente non potranno stare bene.
  • Leggi e ascolta musica.
  • Nei fine settimana riposa ma trova il modo di scoprire posti, persone e cose nuove.

Coronavirus o altri problemi, ci sarà sempre modo e occasione per dare la colpa a qualcuno, per sentirti male, a disagio, per non vivere la vita. Se continuiamo ad alimentarci di nefandezze, il nostro corpo, ma ancor prima la nostra mente, ci daranno segnali altrettanto negativi. Allora, nell’affrontare la “Fase 2” o la “3” o addirittura la “33”, ciò che fa o farà la differenza sei e sarai tu. Ecco perché menomale “niente sarà più come prima”.

Non puoi fermare il mondo e riavviarlo, tanto vale è farci più giri possibile cercando di volersi più bene per voler più bene agli altri, godendo di ciò che la vita può offrirci. E’ fondamentale godere di ciò che ci viene offerto dalla vita e non di ciò che siamo costretti a comprare.

 


 

Crediti:

  • Un frammento video tratto dal film “Non ci resta che piangere“, del 1984 – Regia Massimo Troisi, Roberto Benigni – dal canale YouTube di Giuseppe Di Giovanna
  • Mascherine a 50 centesimi introvabili: un “pasticcio di Stato” che danneggia tutti – da QuiFinanza
  • Coronavirus, le stime dell’Ue: ‘In Italia forte recessione, il pil 2020 crollerà del 9,5% – da ANSA.it Europa
  • L’Italia e l’Europa. Le imprese sono la soluzione, non il problema – da LaGazzettadelMezzogiorno.it
  • Germania, sul QE sgambetto alla BCE: è la fine dell’Unione Europea? – da QuiFinanza
  • Emergenza. Caritas: “Raddoppiati i nuovi poveri”. Il virus cambia i servizi diocesani – da Avvenire.it
  • La strage delle imprese che non riapriranno – da AGI, Agenzia Italia
  • Governo, scontro su regolarizzazione lavoro nero. M5S frena, Bellanova minaccia dimissioni – da Sky TG24
  • Cig in deroga, Regioni contro l’Inps: “I ritardi non dipendono da noi” – da Repubblica.it, Economia & Finanza
  • Il debito pubblico dell’Italia è sostenibile? – da Globalist Syndacation
  • Coronavirus, l’incertezza fa una strage: è impennata di suicidi. I numeri del dramma in Italia – da Liberoquotidiano.it
  • Caccia F-35, come prima, peggio di prima – da Il Manifesto
  • Incendio Chernobyl, nube radioattiva arrivata sull’Italia – da Quotidiano.net
  • Foto soldato/gladiatore: spartan-3696073_1280 da Pixabay

2 commenti

  • Belissimo articolo.
    La cosa buffa è che il 99% delle persone intende il fatidico “Niente sarà più come prima“ come la didascalia di un’epoca in cui le persone, rese consapevoli della fragilità della vita, daranno il via a una trasformazione della società in nome della maggiore condivisione, consapevolezza e compassione verso gli altri.
    Anch’io sono assolutamente certo che “Niente sarà più come prima“. Nel senso però che ci dovremo scannare molto di più di prima per accaparrarci quelle risorse (prima fra tutte il lavoro, i clienti, i fornitori, i finanziamenti) che quello stronzo di virus ha in buona parte spazzato via dal tavolo di gioco.
    Lasciamo che finisca il lockdown, e poi vedremo quanti minuti durerà il “volemose bene”…

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    • Grazie per il tuo commento.
      Il “volemose bene” ha vita breve se non seguono azioni concrete tese a dimostrare un effettivo altruismo. In tempi di difficoltà economiche/sociali prevale l’istinto di sopravvivenza ma emergono anche leader ed eroi. La storia insegna. In tempo di pace regna l’omeostasi, è con le difficoltà che si esprimono le migliori o peggiori qualità di ognuno. Per questo esorto alla riflessione e alla ricerca di un proprio equilibrio.

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