A Larciano con Annastaccatolisa per la prima panchina rosa con un richiamo di azzurro

Il 30 marzo 2019, a Prato, l’associazione Annastaccatolisa Onlus insieme al Comune, rappresentato dal primo cittadino Matteo Biffoni, hanno inaugurato la “panchina rosa”.

Installata presso la pista ciclabile Gino Bartali, in viale Galilei angolo via Negri, è un simbolo importante e al contempo un arredo urbano pensato con l’intento di creare attenzione e cultura verso la prevenzione del cancro al seno.

Appresa la notizia scrissi al direttivo dell’associazione per proporre loro di intervenire sulla panchina appena installata, e su quelle che in futuro sarebbero state inaugurate dai vari comuni, colorando di azzurro una doga per rappresentare quella piccola ma significativa percentuale di uomini che ogni anno contrae un carcinoma mammario; 500 uomini che si ammalano di cancro al seno, nella totale incredulità, nel silenzio e nel disagio fisico e psicologico. Spesso questi uomini giungono ad una diagnosi in fase avanzata del cancro proprio perché il fenomeno viene ignorato o sottostimato sia da parte degli stessi pazienti, per lo più inconsapevoli che questo fenomeno possa manifestarsi anche nel loro corpo, sia da parte degli stessi medici, che spesso minimizzano il problema rimandando gli accertamenti o non ritenendoli necessari.

Dal direttivo dell’associazione Annastaccatolisa ho ricevuto subito un’unanime approvazione alla mia richiesta.

Ecco che sabato 8 giugno 2019, a Larciano in provincia di Pistoia, alla presenza delle autorità locali, di Roberta e Daniela, rispettivamente presidentessa e vicepresidentessa dell’associazione Annastaccatolisa, delle volontarie dell’associazione e davanti ad un nutrito pubblico, si è tenuta l’inaugurazione della prima panchina rosa col richiamo di azzurro. Sono stato invitato a partecipare a questa inaugurazione e come ho avuto modo di dire durante il mio intervento di ringraziamento, questa è stata una vera conquista.

È stato un primo importante momento che deve essere ricordato come l’inizio di un percorso verso “un’uguaglianza di genere” che la prevenzione del cancro al seno deve raggiungere; pur considerando le dovute proporzioni in termini di frequenza del problema tra donne e uomini.

Guardando in positivo non posso che essere contento di ciò che è avvenuto a Larciano e ringrazio il Comune e l’associazione Annastaccatolisa per aver accolto la mia richiesta e per avermi invitato.

Resta un po’ “mezzo vuoto il bicchiere” perché avrei apprezzato che fosse colorata una doga o un angolo della panchina piuttosto che utilizzare l’azzurro solo come colore per scrivere la frase “La prevenzione è il primo gesto d’amore che dobbiamo a noi stessi”. Questo perché dopo l’inaugurazione, quando “i riflettori” si spengono, i palloncini rosa e azzurri si sgonfiano e tutti tornano a casa, resta una bella panchina rosa con una scritta importante, evocativa ma, chi “non sa”, chi non era all’inaugurazione e chi passerà da quella piazza e magari si siederà su quella panchina, difficilmente capirà che quel tratto azzurro si rivolge e rappresenta quegli uomini a cui deve arrivare l’informazione della prevenzione del cancro al seno. Qui parla il grafico… 

Comunque. ripeto, considero questa panchina rosa, con un tocco di azzurro, un primo grande importante passo avanti. Ora non resta che “aggiustare il tiro” e puntare ad avere la doga azzurra e far sì che le prossime panchine le abbiano “di serie”.

Invito il sindaco Matteo Biffoni a considerare il mio invito e ad adoperarsi in tal senso, insieme all’associazione Annastaccatolisa, per porre “rimedio” alla panchina rosa pratese. Lo invito personalmente a colorare una doga di azzurro, magari lo facciamo insieme, ad ottobre, in occasione del mese rosa; riconosciuto a livello mondiale come il mese dedicato alla prevenzione del cancro al seno.

Grazie a nome mio e di tutti gli uomini.

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Cancro al seno maschile. Una carezza può salvarti.

Se ne parliamo impariamo a conoscerlo. Se lo conosciamo lo possiamo prevenire. Se lo ignoriamo può sopraffarci.

In questo post parlo di cancro al seno.

Ho deciso di iniziare citando una frase tratta dal film Spider-man del 2002 di Sam Raimi.: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”.

I poteri a cui si riferisce lo zio Ben non afferiscono a quelli acquisiti da Peter Parker dopo essere stato morso da un ragno ma a quelli che tutti noi abbiamo. Parlava più in generale dei poteri che spesso ci dimentichiamo di avere. La vita stessa è già di per sé un grande potere al cui interno sono contenuti altri poteri che maturano nel corso della nostra esistenza.

In questi giorni pensavo a ciò che mi è capitato e a quello che ho scritto in merito al cancro al seno, all’intervento a cui sono stato sottoposto, alla chemio, a tutto quello che è accaduto nell’arco di pochi mesi. Pensavo a ciò che si è innescato in me ma anche a quello che di riflesso è avvenuto nelle persone che hanno condiviso con me questa esperienza. E’ stato, ed è tutt’ora, un evento che ha avuto la forza di generare “cose”.

Ho ritrovato tanti amici che mi hanno manifestando il loro affetto. Mi hanno scritto persone che non conoscevo, ringraziandomi per ciò che ho scritto e mostrato attraverso il post: La mia storia parla di cancro al seno maschile. Ho compreso che stavo generando qualcosa di importante, scaturito da “grandi poteri”:

  • la conoscenza o consapevolezza di un male che mi ha toccato, che mi ha colpito personalmente e dal quale ho tratto un’esperienza e…
  • la necessità di raccontare o di comunicare questa esperienza attraverso il mio blog.

La comunicazione è uno dei poteri più grandi che l’uomo possiede.

Ci viene facile raccontare la nostra esperienza dopo aver visto un film, essere stati in un ristorante, aver fatto una vacanza, etc. Ci entusiasmiamo nel raccontare ciò che ci è capitato, anche se non è stato il massimo. Anzi, se l’esperienza è stata negativa facciamo del nostro meglio, o del nostro peggio, per dissuadere il nostro interlocutore dal fare la nostra stessa scelta: “pessimo ristorante”, oppure “un film così brutto non lo avevo mai visto, non andare a vederlo”…

Il male è brutto, certo, ma è anche un’esperienza importante che se metabolizzata e condivisa può essere motivo di accrescimento umano e culturale. Offre la possibilità di conoscere qualcosa che può essere evitato o curato, può dare conforto a chi vive già un’esperienza simile, può sensibilizzare l’opinione pubblica su un argomento di cui si parla poco, come in questo caso, può mitigare paure e far crollare dei tabù. Quindi, perché non condividerla?

Ecco il perché ho deciso di parlare del cancro al seno.

Avere “grandi poteri, implica grandi responsabilità” e come uomo ho deciso di mettere la mia esperienza, “i miei poteri”, a disposizione degli altri. Credo che sia giusto far sapere che “il cancro al seno non è solo roba da femmine” ma è un problema che può manifestarsi anche nell’uomo, anche se con minor frequenza rispetto alle donne.

Desidero fortemente che si faccia informazione su questo argomento; che se ne parli attraverso ogni mezzo. Mi piacerebbe che questa “campagna sul cancro al seno” potesse diventare motivo di coesione e condivisione di un problema che evidentemente non fa distinzione dei sessi (se non per differenza di percentuali). Sarebbe molto più bello non doverne parlare affatto ma poiché esiste ritengo sia corretto e sensato cominciare a parlarne in modo trasversale.

Vorrei parlare di prevenzione iniziando proprio da quelle meravigliose, forti e allo stesso tempo sensibili donne che di frequente sono costrette a fare i conti con questo problema. Da quelle donne che fin dall’età dello sviluppo imparano ad effettuare l’autopalpazione, spesso attraverso l’insegnamento ricevuto dalle mamme o dalle nonne. Mi rivolgo a voi donne che avete acquisito consapevolezza, alimentata da una comunicazione sul tema sempre più diffusa e attraverso programmi di prevenzione specifici promossi dal Sistema Sanitario Nazionale. Prendete la mano dei vostri uomini e insegnategli ad effettuare l’autopalpazione oppure adoperatevi, come ha fatto la mia meravigliosa moglie, nell’accarezzare i pettorali del vostro partner, anche con l’intento di fare prevenzione.

Le carezze sono una cosa meravigliosa, sono uno dei gesti più semplici ma anche tra i più belli che possiamo scambiarci per manifestare il nostro affetto. Spesso accarezziamo di più un cane o un gatto rispetto ad un marito o ad una moglie. “Va bene tutto” ma, forse, donare qualche carezza in più al proprio partner, fatta con consapevolezza, con attenzione, col voler trasmettere amore attraverso un gesto, volto anche alla prevenzione, credo sia FONDAMENTALE e NECESSARIO!

Stessa cosa per chi è single. Il gesto dell’autopalpazione è di per sé una carezza che esprime amore per se stessi e quindi anche per le persone care che ci circondano. Se ci vogliamo bene, vogliamo bene anche agli altri.

Quanto è diffuso il cancro al seno maschile?

I dati che ho trovato in rete non sono molto aggiornati. Il dato più recente e ufficiale che sono riuscito a reperire si riferisce ai casi di decesso per cancro al seno nella popolazione maschile registrati nel 2014 . Il documento è redatto da AIOM Associazione Italiana di Oncologia Medica e da AIRTUM Associazione Italiana Registro Tumori, edito da Il pensiero Scientifico Editore. Nel volume I NUMERI DEL CANCRO IN ITALIA 2017, a pagina 25, è riportata la “TABELLA 8. Numero di decessi per causa e per sesso osservati in Italia durante l’anno 2014. ISTAT 2014.”. Il dato fa riflettere, in generale, perché si parla cause di mortalità legate al cancro e, solo per cancro al seno, riferite a 129 uomini e 12.201 donne.

Non si tratta di fare una gara sui numeri, non ci sono premi, si parla di vite.

Non guardiamo solo il numero riportato in tabella ma riflettiamo sul fatto che dietro ad ogni singola unità corrisponde la morte di una persona. La mia riflessione non vuole distogliere l’attenzione sul problema del cancro al seno femminile o delle malattie neoplastiche più in generale ma ritengo si debba parlare di più del cancro al seno e del fatto che è una malattia che può manifestarsi anche nell’uomo; tutto qui. Non mi pare trascurabile il fatto che 129 uomini siano morti nel 2014 di cancro al seno. Perchè? Conoscevano questo problema? Lo hanno saputo troppo tardi? Credo nel siano tutte domande legittime e comunque resta il fatto che, come me, tanti altri uomini non sono a conoscenza di questo fatto.

Quali sono i fattori di rischio?

Senza salire in cattedra o pretendere di indossare immeritatamente il camice bianco, riporto alcune informazioni dalla rete e quelle ottenute attraverso la mia breve ma significativa esperienza che mi ha visto confrontare con medici ed esperti del settore. Sintetizzo dei concetti per darvi modo di avere dei punti di partenza da approfondire col vostro medico:

  • età: dopo i 60 anni aumenta il rischio, anche se l’età sembra abbassarsi (io sono un sempio)
  • peso: sovrappeso e obesità aumentano il rischio
  • fumo e alcool (si parla di abuso di entrambe le assunzioni) sono indubbiamente fattori di rischio
  • ereditarietà: fattore genetico. Nei casi di cancro al seno maschile una gran parte di questi è di origine genetica. Sono da ricercare le mutazioni nei geni BRCA2 e BRCA1. Quindi se avete avuto nonne o mamme a cui è stato diagnosticato un tumore al seno, soprattutto in giovane età, può essere consigliabile e utile effettuare un test genetico. Basta un prelievo del sangue e tanta pazienza per attendere l’esito dell’esame.
  • fattori ambientali: non mi soffermo su questi. Ci vorrebbe un post a parte. Interessano tutte le malattie oncologiche, non solo il cancro al seno.
  • trattamenti medici: radioterapia

A tal proposito riporto un link al sito dell’AIRC Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, in cui si parla del cancro al seno nell’uomo.

Cosa cercare per prevenire

Sicuramente l’autopalpazione, a prescindere, è il metodo più semplice e immediato per monitorare il proprio pettorale, e non solo, per rilevare eventuali anomalie. Qui voglio esortare gli uomini a non fare “come facciamo di solito”… Non soprassediamo, non freghiamoci di eventuali evidenze che a nostro dire riteniamo del tutto trascurabili. Lasciate che sia un medico a valutare se lo sono o meno.

Dall’autopalpazione si passa ad una semplice ecografia, da effettuare come controllo di routine ma a maggior ragione se attraverso la palpazione del pettorale emergono noduli o zone più dense, in particolar modo se presenti nell’area intorno al capezzolo. A questo punto il medico indicherà il percorso più opportuno da seguire. Nel mio caso, dall’ecografia sono passato all’ago aspirato per prelevare materiale biologico da esaminare. Questo perché è evidente che c’era già qualcosa da prelevare.

Altro segnale di possibile rischio è la ginecomastia (seno pronunciato, assimilabile, per forma a quello delle donne). Di solito è frequente vederlo negli uomini anziani per via dell’aumento del peso e del processo di aromatasi che si manifesta col passare degli anni. Riscontrarlo in età giovanile può essere un indicatore di rischio da tenere sotto controllo anche se la ginecomastia è associabile a manifestazioni neoplastiche benigne. Comunque, vale la pena farsi controllare.

A questo, come parlano le immagini e per promuovere la prevenzione ho deciso nuovamente di espormi in prima persona; questa volta insieme alla mia stupenda moglie Antonella. Ringrazio Francesco Bolognini, Studio Fotografico Bolognini di Prato, per aver cristallizzato in uno scatto questo momento che riassume ciò che è accaduto ad agosto 2017 quando Antonella, con la sua carezza, scoprì il nodulo che poi si è rivelato essere un carcinoma duttale infiltrante alla mammella. Con questa immagine desidero promuovere la palpazione o all’autopalpazione a scopo preventivo:

Permettetemi di ringraziare la redazione de IL TIRRENO e in particolar modo la giornalista Maria Lardara che si è occupata del mio caso, con estrema delicatezza e professionalità, rilanciando la mia testimonianza a beneficio dei lettori del noto quotidiano.

Grazie anche a te che mi hai letto fin qui.

W la vita!

La mia storia parla di cancro al seno maschile

Voglio raccontarvi una storia con l’intento di offrirvi elementi validi su cui riflettere e, se possibile, aiutare qualcuno di voi.

La mia storia parla di cancro al seno. Sono un uomo di 48 anni, sono stato operato di cancro al seno e adesso sto facendo chemioterapia.

Prima di addentrarmi nelle pieghe di questa vicenda ho deciso di iniziare il mio racconto mitigando subito il tenore generale dell’argomento. Per farlo, prendo in prestito un frammento da una scena tratta dal celebre film con Roberto Benigni: “Berlinguer ti voglio bene”.

Si parla, GIUSTAMENTE, di cancro al seno femminile, di prevenzione, di diagnosi precoce ma, sinceramente, avevate mai sentito parlare di cancro al seno maschile? Fatta eccezione per chi come me lo ha subito?

“O ì maschio?”

Questa battuta, in estrema sintesi e con meravigliosa ironia, riassume la domanda fondamentale che mi accompagna da mesi: perché a me? Perché a un uomo che ha sempre curato la propria alimentazione, che è sempre stato attento al proprio peso corporeo, che frequenta palestre da oltre 35 anni, che è stato istruttore di bodybuilding e fitness che ha una vita sana, senza vizi: mai fumato, non beve alcool, etc… gli è stato diagnosticato un carcinoma duttale infiltrante alla mammella?

Beh… i perché arriveranno. Intanto vi racconto la mia storia.

La scoperta:

Agosto 2017. Siamo alla vigilia della partenza per le nostre vacanze al mare. La sera prima, in cucina, davanti alla tv, poco dopo aver finito di cenare, mia moglie Antonella si avvicina e come spesso accade mi accarezza, mi abbraccia e mi massaggia stando in piedi alle mie spalle. Durante questo tenero e affettuoso momento la mano di mia moglie si sofferma a lungo nella zona inferiore dell’areola del mio capezzolo sinistro. Poco dopo mi fa presente che stava sentendo qualcosa che non le piaceva. Prende la mia mano e mi indica con la sua il punto dove toccarmi. Sento un piccolo rigonfiamento, abbastanza consistente. Non ci avevo mai fatto caso. “Per me non è nulla”, le dico subito in modo piuttosto diretto e forse anche un po’ brusco. Lei insiste: “A me non piace e domani vai a farti un’ecografia”. Con l’immagine del mare negli occhi le dico: “Sieee! Domattina si va a Follonica, casomai quando si torna dal mare mi farò fare l’ecografia”. Lei in modo perentorio mi dice: “NO! Domattina ci vai e di corsa!”.

Il percorso di accertamento:

Beh… a parte il siparietto di coppia alla “Sandra e Raimondo”, il risultato è stato che prima di andare a Follonica sono passato da un centro medico diagnostico per farmi fare l’ecografia.

Per darvi elementi utili per prevenire e giocare d’anticipo nei confronti di un problema come questo, voglio riportarvi integralmente il referto del 17.08.2017 eseguito a Prato:

“La tumefazione a sede mammaria sinistra è sostenuta da una nodularità solida e disomogenea di 15x12x8mm con margini netti e priva di significativa vascolarizzazione. Il reperto non univoca interpretazione ecografica necessita di approfondimento con agobiopsia: cisti sebacea? Lesione benigna? Altro? Niente di rilevo a destra. Non linfoadenopatie ascellari bilaterali”.

In pratica, qualcosa c’era: non era ben definito cosa fosse e occorreva approfondire l’indagine attraverso agobiopsia (detta anche: ago aspirato).

Va beh… ora pensiamo al mare e al rientro andremo dal nostro medico curante per parlare con lui di questa cosa.

I primi di settembre ci siamo recati dal nostro medico curante, persona meravigliosa, medico ineccepibile. Preso atto dell’esito dell’ecografia mi indica di rivolgermi al Centro di Prevenzione Oncologica Eliana Martini di Prato per sottopormi ad ulteriori accertamenti.

Fissato l’appuntamento vengo ricevuto dal chirurgo senologo, altro medico a cui devo molto. Nel suo ambulatorio mi sottopone ad ago aspirato e il campione prelevato viene inviato al laboratorio per effettuare le analisi.

Dopo circa un mese e mezzo vengo nuovamente convocato presso per presentarmi l’esito degli esami.

Questo è il risultato:

“C4 sospetto. Cellule duttali con anisocariosi sullo sfondo di sangue. Si consigliano ulteriori indagini. (AE1/AE3+,CD45-).”

Ciò che deve risaltare all’occhio è la parte in grassetto che si riferisce ad una scala di classificazione internazionale alla quale i patologi fanno riferimento:

  • C1 quadro citologico non sufficiente per definire la diagnosi
  • C2 quadro citologico normale
  • C3 quadro citologico dubbio, verosimilmente benigno
  • C4 quadro citologico dubbio, verosimilmente maligno
  • C5 quadro citologico sicuramente maligno.

Di fatto, come mi spiegò perfettamente il medico, con questo tipo di risultato è estremamente indicato l’approccio chirurgico, quindi la rimozione del nodulo e la relativa analisi istologica più approfondita.

So che in questo momento ti stai chiedendo come mai dall’esame con ago aspirato non sia emersa una diagnosi più precisa. La risposta che posso darti è che il campione prelevato, tramite questa tecnica, non è sufficiente a stabilire con certezza “con chi abbiamo a che fare”. Per dare “un nome, un’identità precisa” a questo elemento oscuro, l’unico modo per farlo è rimuoverlo chirurgicamente e analizzarlo in toto. L’esame con ago aspirato ci propone la classificazione di cui sopra che di per sé configura o meno un certo approccio da seguire per approfondire l’analisi.

Beh… a questo punto, cominciano le prime preoccupazioni.

Il dottore mi spiegò le fasi dell’intervento:

  1. rimozione chirurgica del nodulo
  2. esame di laboratorio intraoperatorio

Da qui si dividono le strade a seconda dell’esito ottenuto:

  1. non è maligno, quindi l’intervento si conclude e si procede alla fase di dimissione ospedaliera nell’ambito della stessa giornata.
  2. è maligno, quindi si procede all’asportazione del capezzolo (quindi ciò che nell’uomo resta della ghiandola mammaria) e alla rimozione del “linfonodo sentinella“.

In breve, dopo quell’incontro col medico specialista, se pur caratterizzato dalla completa disponibilità, pazienza e competenza del professionista, ne uscii piuttosto provato e preoccupato, oltre ad essere, de facto, già inserito in un protocollo di preospedalizzazione che mi avrebbe portato ad affrontare l’intervento chirurgico.

L’intervento:

5 dicembre 2017, dopo aver svolto, nei giorni precedenti, l’iter di preospedalizzazione che prevede le analisi del sangue e la linfoscintigrafia per la ricerca del linfonodo sentinella, la mattina alle 7:00 vengo convocato presso l’ospedale Santo Stefano di Prato per sottopormi ad intervento chirurgico.

Intorno alle 10.30 vengo condotto in sala operatoria. Non ricordo i volti delle persone che ho incrociato tra medici e paramedici; non avevo gli occhiali e senza non vedo nulla. In pratica mi affidavo alle voci e a qualche sagoma sfocata che si inseriva nel mio campo visivo.

Tra queste presenze che si alternavano intorno a me ho incrociato quella dell’anestesista, che con toni molto pacati e rassicuranti mi propose di affrontare la questione nel seguente modo:

Effettuare un’anestesia locale, anziché totale, rimuovere il nodulo e procedere ad immediato esame istologico intraoperatorio. In caso di esito negativo, grazie alla sola anestesia locale e a pochi punti, sarei potuto tornare a casa dopo poche ore. Nel caso in cui l’esito fosse stato positivo, avrebbe successivamente effettuato l’anestesia totale per consentire al chirurgo di proseguire l’intervento…

Come mio solito, nonostante non beva alcolici, mi gioco l’opzione del “bicchiere mezzo pieno” e decido per l’approccio indicato dall’anestesista, confidando in un esito favorevole (non posso dire positivo perché nel caso specifico avrebbe configurato una situazione sfavorevole).

Beh… non entro in ulteriori dettagli sull’intervento chirurgico, almeno in questo post. Vi basti sapere che mi sono svegliato dopo qualche ora con il drenaggio e qualche parte di me è finita in un qualche laboratorio di analisi. Sono uscito dall’ospedale di Prato dopo due giorni di ricovero.

Oramai era chiaro: cancro al seno… Francamente ignoravo, fino ad oggi, che potesse capitare anche agli uomini.

La consapevolezza:

Nelle settimane successive all’intervento ho incontrato più volte il chirurgo senologo per sottopormi alle medicazioni post operatorie. Durante i momenti di attesa nella sala d’aspetto del Centro Eliana Martini, ho visto tante pazienti, donne che erano lì per il mio stesso problema. Donne che avevano già fatto un intervento o che stavano per affrontare per la prima volta il loro calvario. Qualcuna di loro anche per la seconda volta. Ascolti, sei lì, in attesa, senti i commenti e le confidenze che queste donne si scambiano. In qualcuna avverti rassegnazione, in altre la più completa serenità intesa come “accettazione del problema”. In altre preoccupazione mista a paura.

Francamente io ancora non riuscivo a capire perché mi trovavo lì. Perché stava accadendo a me e che ci facevo in mezzo a tutte quelle donne.

Col passare dei giorni, durante le sessioni di medicazione, oltre ad incrociare lo sguardo con molte “compagne di viaggio”, ho visto due ragazzi. Uno piuttosto giovane, credo che non avesse più di 25 anni. L’altro poco più grande. Due uomini… tre con me. Non potevano essere lì per altri motivi se non per un problema del tutto simile al mio.

In uno di quegli appuntamenti approfittai per girare al dottore la domanda che mi assillava da tempo. Quella riassunta in modo ironico nel video che ho inserito in apertura all’interno di questo post. Ovviamente non nel medesimo modo con cui si rivolge l’attore al pubblico in sala e agli ospiti che assistono al famigerato dibattito del film “Berlinguer ti voglio bene”. Fui piuttosto chiaro e diretto: “Dottore… perché è capitato a me, uomo?” La risposta fu altrettanto diretta: “Saldarelli, ogni anno a Prato operiamo 400 pazienti di cui circa il 2% sono uomini. Questa percentuale corrisponde, grossomodo, a 7 pazienti di sesso maschile. Saldarelli, le quest’anno è il settimo!”. La mia risposta del tutto spontanea non tardò ad arrivare, anche se avevo raggiunto una buona dose di consapevolezza, presa di coscienza e una certa dose di rassegnazione. Non riuscii a trattenermi e mi permisi di esclamare al medico: “Che culo… ho rispettato tutte le statistiche!”.

E’ vero anche che i dati in possesso, fino a quel momento, ci dicevano solo che avevamo avuto a che fare con un cancro al seno, che era maligno e che andava tolto, come era stato fatto. L’esame istologico completo, derivante dall’analisi del campione biologico prelevato in fase intraoperatoria, non era ancora disponibile.

Di più, al momento, non era possibile sapere.

Dopo la rimozione delle bende cercai di cominciare a prendere confidenza con quella parte del mio corpo. Se pur mutata in modo meno radicale come spesso, purtroppo, capita a donne operate di cancro al seno, era comunque diversa. Restava il fatto che dovevo prendere coscienza di questa nuova situazione: niente capezzolo sinistro e al suo posto avevo una bella cicatrice ma soprattutto: ero stato operato di cancro al seno.

Continuavo a pormi i perché, a cercare risposte in rete, a capire se stesse accadendo veramente o se fosse una sorta di visione di un clone di me stesso proveniente da una vita parallela. Insomma… mi mancavano diversi punti di appoggio, dei riferimenti a cui aggrapparmi per accettare questa “anomalia” che era avvenuta nel mio corpo.

Possibili cause

Inizi a pensare che il lavoro possa essere una delle cause a cui aggrapparti. Svolgo l’attività di grafico e da circa 30 anni lavoro a stretto contatto con modem, poi router, poi router wifi, diversi computer, telefoni cellulari, tablet, monitor di grosse dimensioni, prima a tubo catodico e poi a lcd, led, etc… Diciamo che le fonti elettromagnetiche non mi mancano.

Poi cominci a pensare all’alimentazione. Sono stato un bodybuilder natural e nei tempi in cui gareggiavo consumavo secchi e secchi di proteine in polvere, di aminoacidi, di integratori alimentari e nei periodi di gara mangiavo anche 3kg di petto di pollo al giorno. All’epoca non si parlava nemmeno di allevamenti intensivi e di animali che sopravvivono in promiscuità solo grazie all’uso di antibiotici. Si faceva e basta.

Pensi che nella zona dove abiti, a pochi chilometri in linea d’aria da casa tua, si trovava l’Inceneritore di Baciacavallo (c’è ancora ma non è più in uso, vedi anche questo link) e che anni addietro è stato oggetto di animate discussioni in quanto additato come possibile responsabile di inquinamento e in particolare di emissioni di diossine nell’aria.

Pensi ai deodoranti. Anche questo argomento fino a qualche anno fa era del tutto trascurato. Oggi un buon prodotto deodorante si distingue anche dalla dicitura riportata sulla confezione: “Senza alcool e senza alluminio”. Vai a sapere tu, spruzzando o cospargendo con gli stick sulle ascelle cosa è stato causato negli anni, cosa ha assorbito il corpo.

Pensi anche allei possibili cause genetiche; dopotutto né i genitori né il DNA possono essere scelti prima della nascita. Pare che una buona percentuale di tumori al seno nell’uomo possa essere di origine ereditaria. Nella mia famiglia ci sono stati casi di tumori.

Pensi… pensi… qualsiasi risposta ti venga in mente non sarà mai la risposta giusta.

Mentre ti fai mentalmente del male, cominci a capire che “capita”. Leggi in rete che il cancro al seno nell’uomo è sì raro ma si verifica e i dati che ho letto mostrano una casistica in aumento e un abbassamento dell’età in cui si manifesta.

Il cancro, in generale, può venire e purtroppo, volenti o nolenti, quando si manifesta dobbiamo affrontarlo. Non c’è da vergognarsi di nulla anche se capita ad un uomo a cui viene alla mammella. Non c’è da sentirsi “eroi coraggiosi” nell’affrontarlo. Si metabolizza “la cosa” e si affronta; ognuno a proprio modo e ognuno con i propri tempi ma una strada si trova e si inizia a percorrerla.

Le risposte dell’esame istologico:

Dopo circa un mese e mezzo dall’intervento chirurgico, arriva il tanto atteso esame istologico con la relativa relazione del GOM (Gruppo Oncologico Multidisciplinare). Sono dati tecnici ma in parte comprensibili ai più e comunque utili a chi è più preparato in ambito medico:

“Referto istologico E/225/2017 del 5/12/2017 relativo ad esame estemporaneo del nodulo: carcinoma duttale infiltrante scarsamente differenziato nella sezione esaminata. Referto istologico I/21625/2017 del 10/1/2018: Carcinoma duttale infiltrante (N.O.S= della mammella sinistra scarsamente differenziato (diametro massimo: 1.7cm) (G3 Bloom-Richardson). Non si evidenziano emboli neoplastici negli spazi linfovascolari peritumorali. Micrometastasi in 1/3 linfonodi sentinella esaminati con metodica Osna (620 copie CK19). Nessuna documentabile proliferazione neoplastica nel parenchima contiguo, nella cute e nel capezzolo. pT1c (1.7cm); G3; pN1ml-sn; Mx; LV0. ER 90%; PgR 40%; ki67 35%, c-erB-2 equivoco, score 2. Dish in corso. Discussione multidisciplinare del 10/1/2018: indicazione chemioterapia adiuvante +/- Trastuzuab in base all’esito della dish seguito da ormonoterapia (…) Da inviare a valutazione genetica.”

In sostanza, il mio cancro aveva un nome e un cognome, una dimensione, un profilo e soprattutto, da quello che mi veniva presentato, sarei dovuto ricorrere al trattamento chemioterapico a scopo preventivo. Il cancro era stato rimosso ma se pur remota vi era la possibilità che alcune cellule cancerogene potessero migrare altrove. Ecco perché ricorrere al trattamento chemioterapico.

La chemio:

Non volevo accettare questa cosa. Non ne volevo assolutamente sapere. Dopotutto mi sentivo bene, stavo bene e volevo continuare a star bene.

Nella mia mente avevo un’immagine: quella dei malati oncologici sotto trattamento chemioterapico. Persone provate, bianche, senza capelli. Fisici mortificati dalla chimica che ciecamente pervade tutto l’organismo in “cerca” delle cellule tumorali, con l’obiettivo di fermarle, regredirle o annientarle. In tutto questo processo mentale mi vedevo completamente debilitato, abbrutito, già minato nella mia virilità in quanto affetto da tumore al seno… non si può nemmeno classificare “tumore al pettorale”, per conferirgli quantomeno una connotazione più maschile… “Seno”… altra parola che echeggia nella mia mente preceduta da “carcinoma duttale infiltrante al…”. Frase che mi accompagnava tutte le sere prima di addormentarmi e che trovavo ad attendermi tutte le mattine al mio risveglio.

Ora avevo a che fare anche col termine: “chemioterapia”; ecco il nuovo tormentone mentale.

Ricevuta questa ennesima doccia gelata decisi di “guardarmi attorno”, di confrontarmi con altri medici ma anche di consultarmi con parenti e conoscenti. Ognuno, purtroppo, in quasi tutte le famiglie, ha una storia di tumori da raccontare. Pare la piaga di questa società, una silente epidemia che si è diffusa ovunque. Nel confrontarmi con le persone salta fuori la solita frase: “anche io… oppure: ho un amico/parente/conoscente che è stato operato e che ha dovuto fare la chemioterapia”….

Ti trovi in un attimo ad essere protagonista e spettatore di una situazione drammatica, dilagante e diffusa.

Mi presi qualche giorno di tempo per riflettere anche se il tempo che avevo a disposizione per decidere non era molto. Non puoi rimandare ad oltranza una scelta del genere. Il trattamento chemioterapico deve cominciare entro un paio di mesi dall’intervento chirurgico. Mi trovavo già alla fine di gennaio. Il 5 febbraio sarebbero trascorsi i due mesi dall’intervento. Avvertivo la pressione ed ero nel pieno della fase di elaborazione di un pensiero preciso ma ancora non lo avevo maturato. Da una parte ero scettico sull’efficacia del trattamento e certo, a mio giudizio, degli effetti collaterali che avrei subito. Dall’altra pensavo al poco tempo che mi restava per prendere la decisione e ai rischi possibili a cui mi sarei esposto nel caso in cui avessi deciso di non fare la chemio. Dall’altra ancora “ascoltavo il mio corpo” che di fatto stava bene.

Perché avrei dovuto fare ‘sta roba?

Il mio corpo come un tempio

I giorni passavano. Mi sentivo alle strette. Mi continuavo a confrontare con varie persone, anche medici ovviamente, nel tentativo di approfondire l’argomento, per capire. Ho sempre considerato il mio corpo come un tempio inviolabile. Ne ho sempre avuto cura.

Fino a qualche anno fa soffrivo di forti riniti allergiche stagionali; evitavo di prendere cortisone limitandomi, solo in casi estremi, ad assumere antistaminici. Se non ho febbre alta non prendo mai farmaci e in tal caso si parla al massimo di una Tachipirina. Non uso nulla al di fuori di integratori alimentari naturali e una sana alimentazione. In effetti, circa sette anni fa, solo modificando l’alimentazione ho risolto problemi di allergie stagionali e altri problemi di natura allergica che si presentavano dopo l’assunzione di alcuni alimenti.

Insomma, “non prendo nemmeno le Zigulì” e qui mi si propone di bombardarmi con farmaci chemioterapici? Oltretutto, approfondendo la questione, compresi che insieme al farmaco chemioterapico avrei dovuto assumere: cortisone, un secondo farmaco, detto “intelligente”, e poi proseguire con la terapia ormonale per 5 anni!

Già, nel sentir parlare di “farmaco intelligente” mi venivano in mente le immagini televisive della Guerra del Golfo e i bombardamenti su Baghdad con missili Tomahawk. Missili definiti intelligenti e che contribuirono ad uccidere civili inermi. L’associazione del farmaco con “intelligente” mi suonava come “bellicosa” e un ossimoro del tipo “intelligentemente stupido”.

Insomma… No! No s’ha da fare.

La decisione

Durante questo pellegrinaggio di consultazioni varie e a vario titolo, passando da tutte le possibili scuole di pensiero e i protocolli ufficiali, mi imbattei nel proverbiale incontro con l’oncologa di riferimento che mi avrebbe poi seguito durante tutto il trattamento chemioterapico. Fu un incontro programmato, tra quelli inseriti nel protocollo del GOM per accompagnarmi verso la terapia. Un lungo incontro, quasi due ore, “durante il quale penso di averle fatto perdere qualche anno di vita”. Le ho rivoltato addosso “il sacco” di domande e di dubbi che avevo in serbo. Ero un fiume in piena, coadiuvato dalla onnipresente meravigliosa moglie che mi ha seguito in tutte le fasi, fin dalla prima sua “intuizione” che oggi posso tranquillamente definire: “salva vita”.

Insomma, uscito dall’incontro con l’oncologa avevo dissipato quasi tutti i dubbi. Diciamo che ero moderatamente soddisfatto anche se in parte ero anche turbato per via dei farmaci che mi erano stati consegnati, a titolo preventivo, per contrastare gli eventuali effetti collaterali dovuti alla chemioterapia.

Farmaci che mi sono stati consegnati qualche giorno prima di cominciare la chemioterapia. Utili per contrastare l’insorgenza di eventuali effetti collaterali

La notte porta consiglio… o molti dubbi…

La mattina alle 4 mi svegliai, scosso dai pensieri. I dubbi erano tornati a dominare la mia mente. Il mio fisico.. la palestra… non potrò fare questo, quello… i capelli… come faccio col lavoro… i clienti.. insomma, ero punto e a capo e non volevo saperne di fare la chemio.

“Starò alla sorte”, dicevo tra me.

Dopo essermi più volte girato nel letto decisi di alzarmi per scrivere una email alla mia dottoressa oncologa la quale, molto disponibile, mi aveva lasciato il suo indirizzo email insieme al suo numero di cellulare. Ovviamente alle 5 del mattino non potevo chiamarla altrimenti mi avrebbe mandato alla neuro, altro che a fare la chemio. Le scrissi una lunga mail. Ci misi dentro tutto… Verso le 8.30 le mandai un SMS per avvertirla che gliela avevo inviata. Nel primo pomeriggio mi contattò telefonicamente.

Più di mezz’ora di telefonata durante la quale sentii la forte presenza del medico oncologo professionista ma avvertii anche e soprattutto una forte componente umana, quella che riuscì a far cadere le ultime barriere di riluttanza nei confronti della chemio.

Eravamo già a martedì pomeriggio; il venerdì avrei iniziato la prima chemio.

Oggi sono alla quinta chemioterapia. Il ciclo ne prevede 12 in tutto. Per adesso non ho dovuto usare farmaci per contrastare effetti collaterali poiché non ho avuto alcun problema di sorta se non limitatamente a qualche giornata pessima dal punto di vista della stanchezza e della concentrazione.

Mi era stato annunciato che avrei perso i capelli. Per evitare di assistere impotente a questo repentino evento ho deciso di radermi barba e capelli. Ho notato, per adesso, che la crescita in generale della peluria è rallentata ma non ho riscontrato una vera e propria perdita di capelli, almeno fino ad ora. Come “vantaggio” mi faccio la barba meno frequentemente.

Stefano Saldarelli, foto di Francesco Bolognini, Prato

Avrò modo, in post successivi, di entrare in dettagli su ciò che è l’esperienza chemioterapica, per me.

Sto attendendo anche l’esito del test genetico che attualmente è in corso e che dovrebbe offrire dati ulteriori per stabilire le possibili cause. La risposta non arriva in tempi rapidi: si parla di 3/4 mesi dal prelievo del sangue e pertanto, prima di maggio/giugno non saprò nulla.

Desidero raccontarvi questa esperienza affinché tutte queste parole possano servire a qualcuno per prendere una decisione, per entrare nella sfera della consapevolezza e soprattutto della prevenzione. E’ chiaro che l’uomo può avere il cancro al seno non capita solo a Stefano Saldarelli (e qui potete trascendere a gesti tribali, ancestrali).

Se non era per mia moglie, col cavolo che me ne sarei accorto e chissà adesso che sorte mi sarebbe toccata.

Invito tutti gli uomini a dare inizio ad un’autopalpazione, “un po’ diversa da quella a cui siamo abituati: un po’ più su”.

E’ arrivato il momento di toccarsi i PETTORALI in cerca di noduli, protuberanze, di qualsiasi elemento anomalo. Fatelo da voi o fatevelo fare dalle vostre partner, sicuramente più avvezze a questo genere di tecnica preventiva. Fatevelo reciprocamente. Potrebbe essere un bel gioco che potrebbe salvare la vita ad entrambi.

Ho deciso di avviare una campagna di sensibilizzazione sul problema del cancro al seno maschile. Se fino a qualche mese fa non pensavo nemmeno che potesse verificarsi su un uomo, al pari del cancro alla prostata per una donna, oggi ne sono pienamente consapevole e mio malgrado anche paziente.

Come grafico creativo e persona direttamente coinvolta in questo “episodio della vita”, grazie alla preziosa collaborazione del mio amico e grande professionista Francesco Bolognini www.fotobolognini.it ho deciso di espormi e di mettermi “a nudo” attraverso questa immagine che apre di fatto la mia campagna di sensibilizzazione su questo tema.

Spero solo che possa porre l’attenzione su un problema che di fatto “NON E’ SOLO ROBA DA FEMMINE… FAI PREVENZIONE” anche tu.

Alla prossima e… W la vita!

 

(ultimo aggiornamento 04.05.2019)

Droni marini e droni terrestri… Uffa!

Continuo a leggere o sentire indicare, “qualunque cosa” abbia un microchip e che si muove autonomamente, con i termini: DRONE MARINO o DRONE TERRESTRE.

Allora… NON esistono DRONI MARINI o DRONI TERRESTRI.

Eventualmente esistono: rover, robot, veicoli autonomi, USV: Unmanned Surface Vehicle, UTV: Unmanned Transport Vehicle, UUV: Unmanned Underwater Vehicles…

I DRONI volano e basta.

Se hanno microchip sono macchine volanti, quindi APR o UAS, UAV, DRONI, etc. Se non hanno microchip probabilmente sono insetti, più precisamente ci si riferisce al maschio dell’ape.

Pertanto, se senti qualcuno che dice: “drone marino” o “drone terrestre” dagli del “rinDRONATO” e spiegagli la differenza.

Non a caso sul mio blog DRONEVOLUTION ho realizzato un’apposita rubrica che si intitola “DRONI ma non proprio“, per raccogliere alcuni articoli, scritti da giornalisti, che indicano come DRONI della roba che fa di tutto meno che volare.

ape drone

“Campagna di promozione per la cultura in un settore emergente che ha infinitamente bisogno di informazioni chiare e certe.”

Grazie!

Ci stiamo complicando la vita

Vado in edicola per acquistare una rivista e…

Mannaggia, mi rendo conto che il numero che cerco non c’è più e che in distribuzione c’è già quello successivo. Va beh… chiedo all’edicolante se è possibile ordinare l’arretrato.

In effetti avrei potuto richiedere la copia ma solo ad una condizione, così è emerso nel corso della breve ma illuminante conversazione che ho tenuto con l’esperto del settore:

comunicandogli il codice a barre presente sul numero della rivista che desideravo acquistare.

E’ un po’ come accade quando vai in banca a chiedere un prestito: te lo danno se hai soldi o beni per garantirlo. Se avevo soldi non sarei venuto in banca a chiederti un prestito, giusto?

Stessa cosa.

Dovrei avere una copia della rivista che desidero acquistare, annotarmi il codice a barre stampato in copertina e comunicarlo all’edicolante. Solo in questo modo si avvierebbe la procedura di riordino del periodico tramite l’edicola ma… se avessi quel codice avrei anche la rivista e cosa mi importerebbe di ordinarla all’edicolante?

codice-a-barreE’ incredibile come si riesca a complicare la vita delle persone in nome dello “sviluppo tecnologico” o del “progresso”; soprattutto come conseguenza del non saper ottimizzare i processi tecnologici a vantaggio dell’utenza. Se investi in tecnologia per migliorare i tuoi processi di produzione fai in modo che il miglioramento ti garantisca vantaggi su tutta la linea oppure non abbandonare le “vecchie” procedure.

Permettimi di comunicare con “te” attraverso un linguaggio più immediato, di facile comprensione e soprattutto: CONSOLIDATO. La rivista riporta un numero progressivo e un anno di pubblicazione. Se comunico all’edicolante il nome della testata, quello della casa editrice, il numero della rivista e l’anno, (come si faceva un tempo), non sarebbe più che sufficiente?

E lascia il tuo bel codice a barre ad uso e consumo degli addetti ai lavori (casa editrice – distribuzione – edicolanti).

Capisco che tu abbia le tue procedure a barre, quadretti o righine ma non potendo, io utente, accedere ad un database con l’elenco di tutti i codici di tutte le riviste di tutte le case editrici e recuperare il codice del numero della rivista che voglio acquistare, come pensi che possa fare per ordinarti questa copia arretrata?

Non resta che andare sul sito web della casa editrice e ordinare la rivista online dovendo pagare anche i costi di spedizione. Magari mi stampo pure la rivista on-demand, che dici?

E’ un brutto segno o comunque un ulteriore segnale che i tempi stanno inesorabilmente mutando. Demandiamo tutto alla tecnologia, venendo meno il rapporto umano e fiduciario che, in questo caso, si veniva a creare e consolidava negli anni tra cliente ed edicolante. E’ chiaro che il segnale è: “caro edicolante, o ti evolvi o soccombi”.

Spot di Natale Carrefour. Ditemi che non è finito, vi prego!

E’ arrivato, l’ennesimo spot mieloso in chiave natalizia…

Da sempre la pubblicità fa leva sugli stereotipi legati alla cosiddetta “magia del Natale” per promuovere il consumo di prodotti ad hoc. Stereotipi che tra l’altro spesso nascono dal mondo della pubblicità; vedi per esempio CocaCola con il suo Babbo Natale che oggi è conosciuto in tutto il mondo come “IL” Babbo Natale per eccellenza.

Insomma, lo sappiamo e non ci stupisce più di tanto assistere in questo periodo dell’anno ad un teatrino più o meno visto e rivisto che propone ambienti innevati, musiche che richiamano atmosfere disneyane, neve, luci colorate, bambini, famiglie felici e… IL PRODOTTO: Panettoni, spumanti, bevande, offerte su ricariche telefoniche, etc.

Nulla di strano, tutto come da copione ma…

Eccolo, arriva quello spot che cerca, tenta, annaspa, richiama, evoca tutte le caratteristiche del perfetto spot natalizio ma… qualcosa non va. Parlo della pubblicità televisiva della Carrefour Italia che sta andando in onda in questi giorni.

Questa:

Orsetto di peluche in primo piano, musichetta da perfetta “magia di Natale” e voce di fanciullo. Mentre parla il bimbo si intravedono i suoi piedini scalzi che lo conducono all’albero di Natale presso il quale è seduto un grosso orso di peluche che qualche istante dopo verrà calorosamente abbracciato dal bambino.

Mentre si consuma questa liturgia, che fa venire il diabete da quanto è sdolcinata (ma può anche starci, dopotutto è Natale), ascoltiamo le parole del bimbo:

“Caro Babbo Natale… quest’anno vorrei tanto…un bambino con cui giocare…”

Poi… dopo questa agghiacciante affermazione arriva la pausa che probabilmente serve all’attonito spettatore per riprendersi un attimo. Cerca di capire se ha udito bene; magari la parola non era BAMBINO ma TRENINO: “VORREI TANTO UN TRENINO CON CUI GIOCARE”. Il tempo non è sufficiente per elaborare ulteriori considerazioni. Ecco che arriva subito una seconda voce. Questa volta è di un uomo, calda. Proferisce le seguenti parole:

“A Natale esaudiamo i desideri di tutti. Negli ipermercati Carrefour spendi e riprendi il 50% sui giocattoli.”

Ma come?!?! Vi prego! Ditemi che questo spot non è stato finito o che è solo il primo una serie in chiave natalizia firmata Carrefour. C’è un seguito, vero? C’è una spiegazione a questo dramma consumato tra le pareti domestiche?

Come si fa???? 

  1. Questo bambino non ha un amico? Che problemi ha? E’ stato sequestrato? Vive in una landa desolata? Non lo fanno uscire di casa? Non va a scuola?!?! I genitori sono dei serial killer? Dove vive ‘sto bimbo… TELEFONO AZZURROOOO!
  2. Chiede a Babbo Natale UN AMICO? E l’orso lo abbraccia pure perchè “capisce” che il bimbo “non sta tanto bene”.
  3. OK, ci avete sparato la bomba… nel resto dello spot come la rimediate? Con un bel “A NATALE ESAUDIAMO I DESIDERI DI TUTTI”??? Quindi, o Babbo Natale rapisce bambini e il 25 dicembre porta a questo disgraziato un’altra vittima inconsapevole di questa presunta tratta di bambini oppure Carrefour vende anche bambini nei propri impermercati, “programmati” per diventare amici del suddetto disperato.
  4. Se a Natale Carrefour esaudisce i desideri di tutti, temo che quest’anno avranno la fila fuori dagli ipermercati. Si troveranno alle casse persone che chiederanno un LAVORO, la CASA perchè TERREMOTATA, DENARO, SICUREZZA…

Ma un bel… “DA CARREFOUR UN BUON NATALE A TUTTI E IN PARTICOLARE AI BAMBINI. ACQUISTA (e non spendi) NEI NOSTRI IPERMERCATI E RIPRENDI IL 50% IN GIOCATTOLI.” Senza la voce del bimbo e con le stesse immagini e musica, non andava bene?

Uno spot di 15″ che fa rimpiangere questo:

DAMMI UN VACCINO e VAI A VOTARE, più o meno è la stessa cosa…

Comunicare… Raramente ci soffermiamo ad ascoltare, a dare il giusto peso alle parole e alle immagini che ci pervadono la mente attraverso i nostri sensi. Sono troppe e arrivano con un flusso continuo!

Comunichiamo tutti, a più livelli, adottiamo metodi diversi per farlo, linguaggi verbali e non verbali, immagini, suoni, parole, tecniche di persuasione, “leve psicologiche”… ci sono svariati modi per comunicare ma soprattutto una moltitudine di canali attraverso i quali poter veicolare un messaggio.

La comunicazione si evolve, condiziona ed è a sua volta condizionata dagli stili, dalle mode e dall’ambito sociale in cui viviamo.

Internet, televisione, radio, cinema, stampa, smartphone, installazioni pubblicitarie, cartelli, insegne, circondano e condizionano la nostra esistenza imponendoci ritmi sempre più frenetici che richiedono elevate capacità di saper filtrare le informazioni, sempre più affinate e precise ma sempre di più e provenienti da svariati canali.

Siamo bombardati dalla comunicazione, rimbalza ovunque…

L’effetto farfalla riassume in una metafora il principio di causa ed effetto, il legame che c’è, e le conseguenze che ne derivano, tra cosa facciamo e cosa può accadere compiendo una determinata azione. Nel caso della farfalla viene descritto il battito dell’insetto come elemento innescante di un possibile uragano dall’altra parte del mondo.

La comunicazione ha lo stesso potere; basti guardare l’effetto che ha nei confronti dell’andamento dei titoli in borsa. Se un’agenzia batte la notizia che un certo ministro o un tecnico esperto in economia ha parlato di crescita zero del proprio paese, nel giro di poche ore si potrà assistere al tracollo in borsa di certi titoli o all’accaparramento di certi altri. Solo grazie, o per colpa, di una notizia diffusa. Potremmo fare decine di esempi su questo argomento.

Oggi assisto da spettatore a due campagne istituzionali, entrambe volte ad informare il cittadino, presumibilmente in modo trasversale, preciso con l’intento di offrire delle informazioni utili a formulare un proprio pensiero, prendere delle decisioni e agire in un certo modo.

Dovrebbero entrambe essere un fulgido esempio di come deve essere fatta la comunicazione, soprattutto verso il cittadino.

Ciò che noto in entrambe è un comune denominatore, caratterizzante dei nostri tempi ma fuorviante se pensiamo alle possibili conseguenze che possono derivare da scelte “sbagliate” indotte da un’eccessiva semplificazione o banalizzazione di certi argomenti.

Si può decidere di comunicare in modo semplice ma questo non deve estremizzare il concetto di facile, buono e utile a tutti i costi.

Lo posso accettare se parliamo di beni di largo consumo ma se ci rivolgiamo ai cittadini per parlare di vaccinazioni o di referendum costituzionale e per entrambi chiedi che siano prese delle decisioni importanti, non puoi mortificare il messaggio e soprattutto non può essere di parte.

DAMMI UN VACCINO

E’ la campagna istituzionale pro vaccini, promossa dalla Regione Toscana in collaborazione con l’azienda ospedaliera universitaria del Meyer di Firenze.

Questa è l’immagine:

dammi-un-vaccino-la-campagna-della-regione

Dal sito Toscana Notizie, Agenzia di informazione della Giunta regionale toscana, leggo e riporto fedelmente:

“La campagna di comunicazione istituzionale, elaborata con un team di esperti e rivolta in particolare ai genitori, è finalizzata alla diffusione della corretta informazione sui vaccini, in linea con l’obiettivo specifico del programma “Prevenire le malattie infettive” previsto dal Piano Regionale di Prevenzione 2014-2018.”

Personalmente trovo che sia un messaggio estremamente semplicistico che tende a banalizzare quello che invece dovrebbe passare come un messaggio importante ed esaustivo. Non voglio entrare nel merito se sia giusto o sbagliato vaccinarsi, ma voglio cercare di COMUNICARVI il mio invito a riflettere su questa campagna.

Non parliamo di un gelato, di un ovetto di cioccolato o di un giocattolo ma di vaccinazioni e di tutto ciò che questa pratica implica, nel bene e nel “meno bene”.

Non si può e non si deve banalizzare o veicolare il messaggio “a senso unico”. Puoi invitare i genitori a rivolgersi al proprio medico (come effettivamente invita a fare la versione in video di questa campagna) per prendere informazioni in merito alle vaccinazioni; magari sarebbe anche opportuno specificare di quali stiamo parlando. Non puoi invitare le persone, nel caso specifico i genitori che dovrebbero convincersi a fare un vaccino ai propri figli, così, come se invitassi un amico a mangiare una pizza o a prendere un caffè.

Si fa presto a dire vaccino…

Nella versione in video di questa campagna certi concetti vengono espletati meglio ma passano attraverso una formula che si basa sulla “comunicazione del terrore” che li induce ad una scelta obbligata. In pratica: o fai il vaccino a tuo figlio o potrebbe incorrere in malattie pericolose che possono essere anche mortali o invalidanti.

Credo solo che ognuno debba fare una scelta consapevole e che le istituzioni siano obbligate a dare le informazioni in modo corretto, chiaro, trasversale e obiettivo. Se i vaccini fossero SICURI perché sottoposti a VERIFICHE PERMANENTI, come recita lo spot, credo che non ci sarebbe bisogno di star qui a parlare se fare o meno un vaccino. Penso anche che non ci sarebbe motivo di allegare alla confezione del vaccino un “bugiardino” grande come un plaid.

Ma poi, che si intende per sicuri? Si è sicuri che facendolo non si hanno contro indicazioni? Si è sicuri che dentro non vi siano eccipienti dannosi per la salute? Sicuri che “tocca farli”? Sono sicuri…

Mere riflessioni da “uomo della strada”…

Questa campagna è costata 205 mila euro di cui 130mila erogati dalla Regione Toscana e 75 mila dal Meyer. Lo stesso Meyer che riceve fondi e donazioni dai cittadini per aiutare i bambini che hanno bisogno di cure, medici e apparecchiature atte a migliorare la loro salute. Forse avrei speso quei soldi in modo più utile e concreto, senza nulla togliere al lavoro egregio che svolge quotidianamente il Meyer.

Altra questione, che nel modo di porsi direi che è simile a quella appena descritta.

REFERENDUM COSTITUZIONALE, LO SPOT RAI

Gli italiani vengono chiamati ad esprimere un parere, con un SI o con un NO, in merito alla riforma costituzionale attraverso un referendum che si terrà il 4 dicembre.

Di fatto potresti rispondere con un’affermazione o con una negazione a domande tipo: “Ti piace la pizza?” e già potresti rispondere: “Si ma solo la capricciosa” o “No se non è Vegan” o “Si tutte” o “No perchè mi gonfia”.

… e stiamo parlando solo di pizza.

Potresti rispondere con un SI o con un NO ad una domanda tipo: “Vuoi vedere la televisione?” e anche in questo caso potresti rispondere “SI ma non ora” o “No perché non mi piace” o anche solo SI o solo NO.

Fin qui, tanto danno non si fa.

Il Governo ci chiede di esprimerci attraverso un SI o un NO in merito alla modifica di oltre 40 articoli della Costituzione italiana. Oltretutto lo fa utilizzando anche la RAI e lo fa col suddetto metodo, quello della banalizzazione dei concetti fondamentali, l’estremizzazione della semplificazione “perchè, detto da esperti, più il messaggio è semplice e meglio arriva a tutti”.

Se mi dici: “Vuoi un vitalizio?” Cosa pensi che possa risponderti?

Ma se poi leggo “il contratto” nel quale mi scrivi: “in cambio ci devi dare tua moglie, i tuoi figli, il cane e” scritto più in grande “LA SUOCERA” e continui scrivendo “E NON PAGHERAI LE TASSE”. Poi continuando a leggere: “solo le tasse maturate dal 30 al 31 febbraio e per quanto riguarda la suocera solo se ha più di 99 anni”…

In tal caso, forse, qualche titubanza ad esprimere un mero SI potrei averla.

Battute a parte, analizziamo questa cosiddetta comunicazione istituzionale. Qui trovate il filmato

Intanto cosa vedo? Nell’immagine in cui vengono mostrati il SI e il NO noto subito che il SI è su campo bianco e il NO su campo nero. In chiave cromatica, interpretando il significato dei colori, si evince che:

  • BIANCO: E’ il simbolo della purezza, verginità, candore, spiritualità e divinità. E’ il colore degli angeli, dell’eternità e del Paradiso. Nel matrimonio le spose sono vestite di bianco così come bianco è il vestitino del battezzando.
  • NERO: E’ il colore del buio, del mistero. Spesso quando ci va tutto storto, diciamo che è una giornata nera. Se muore un parente ci si veste di nero perché tale colore è il simbolo della morte, almeno nei paesi occidentali.

si-no-referendum-costituzionale

Ripetuto per mesi, visto decine di volte, il messaggio si sedimenta e l’inconscio agisce di conseguenza. Sarebbe bastato riportare il SI e il NO solo e soltanto come compaiono sulla scheda del referendum, così:

si-no-referendum

Proseguiamo. Ascoltiamo le parole pronunciate dallo speaker che dice:

“Il quesito riguarda le disposizioni per:

  • superare del bicameralismo paritario
  • ridurre il numero dei parlamentari e i costi delle istituzioni
  • sopprimere il Cnel e
  • ridefinire le competenze dello stato e delle regioni

L’elettore traccerà un segno sulla scritta SI se vorrà approvare la riforma, traccerà un segno sulla scritta No se vorrà respingerla.”

Conclude dicendo:

“Il 4 dicembre vai a votare”.

Ci mancava che aggiungessero: “In regalo una batteria di pentole antiaderenti” e la telepromozione a favore del SI era completa.

So bene che uno spot di pochi secondi non può esprimere in toto un concetto articolato e importante come quello sul referendum costituzionale o sulla campagna pro vaccini ma con la stessa obiettività ritengo che non sia corretto utilizzare tali mezzi per fare mera propaganda. Invito solo alla riflessione, con serenità, informandosi attraverso più fonti, ad aprire occhi e orecchie, a ragionare con la propria testa evitando di subire passivamente ciò che ci viene, semplicemente e continuamente “somministrato”.

Approfondimenti: