#cancroalsenomaschile Vogliamo parlarne?

“Alzi la mano chi di voi sapeva che ad un uomo poteva venire il cancro al seno…”

Lasciando perdere chi vi scrive, che comunque non sapeva dell’esistenza di questo problema prima che gli capitasse, è assai raro che le persone con cui ho occasione di parlare siano a conoscenza del cancro al seno come un male che può affliggere anche l’uomo, almeno prima di aver trattato l’argomento con me. Ora… non è che mi metto a parlare con tutti di cancro al seno, si badi bene, è che “ultimamente” mi capita di farlo poiché non sono rimasto “al palo” col mio problema ma l’ho affrontato pubblicamente fin da subito.

Il fatto che non si conosca non mette al sicuro nessuno, tantomeno gli uomini che ignorano completamente la cosa. “Pare che a noi non ci tocchi nulla”, figuriamoci se può capitarci “una roba da femmine” come questa. Oltretutto non se ne parla, “figuriamoci se può esistere”…

Noi uomini siamo spesso affetti dalla sindrome dell’Highlander che ci induce a pensare che “il male” non ci possa riguardare. Siamo forti, facciamo sport, abbiamo una vita frenetica e piena d’impegni. Abbiamo da fare… Non abbiamo tempo per ammalarci e soprattutto… “figuriamoci se capita a me”… e con questo pensiamo di aver risolto tutto.

Nel mio percorso di “nuova vita”, perché di fatto la vita ti cambia se non altro perché hai ricevuto la mazzata tra capo e collo che ti fa rendere conto che non sei così indenne da certe cose, ho incontrato degli uomini operati di cancro al seno come me. Più o meno tutti quelli con cui ho parlato, nel raccontarmi la loro storia, hanno manifestato le fasi che ho vissuto anche io: stupore, incredulità, imbarazzo, rassegnazione e pudore o vergogna; io no, come è evidente. Ho commutato queste ultime due fasi in incazzatura e lotta; più che altro perché non ho trovato e non trovo giusto che molte persone, me compreso fino a qualche mese fa, associno il cancro al seno legato alla donna e alla sfera sessuale femminile. Che poi la questione sessuale è marginale. Non è che una donna che ha il cancro al seno si reca dal ginecologo per trattarlo ma va dal senologo e “pare”, udite, udite, che il seno sia presente nelle donne come nell’uomo.

Seno, mammella, capezzolo… che parole eh? A sentirle, noi maschietti, assumiamo quell’aria un po’ inebetita che scaturisce dall’immagine che abbiamo in mente del seno femminile, senza pensare che le stesse parole possono riferirsi alle medesime aree del corpo anche in un uomo.

Aaaagh! Abbiamo il seno? La mammella?!?! Non è possibile!

Eppure, quando ti dicono che hai un cancro al seno, o alla mammella, devi cominciare a farci l’abitudine. Questo ti fa capire come siamo influenzati dalle parole; spesso usate male o solo “in esclusiva” in certi ambiti.

Preso coscienza di questo fatto… di per sé già inquietante, devi entrare in un vortice di eventi che ti portano a rivedere la tua vita, o almeno parte di essa, e a dover accettare tutta una serie di situazioni che fino a poco prima non avresti immaginato minimamente di dover affrontare.

Entra in gioco la resilienza: la capacità di adattarsi ad un evento importante, traumatico, rendendo questo momento come un’esperienza dalla quale poter imparare qualcosa. Riceviamo la botta, la reggiamo, reagiamo e ne facciamo un totem per affrontare le difficoltà della vita. Diciamo pure che tutto il resto assume un aspetto più leggero, meno “urgente” e “importante”.

Allora… se di cancro al seno, anche noi uomini, possiamo ammalarci, non vedo perché non se ne debba parlare.

Ecco perché su questo blog sto trattando questo argomento. Ecco perché ho aperto un gruppo chiuso e una pagina Facebook all’interno delle quali riportare notizie, eventi, fatti che possono essere utili per la collettività. Ecco perché mi batto affinché si possa fare un po’ di luce su questo argomento.

Voglio che sia chiara una cosa: NON VOGLIO FARE PARAGONI UOMO/DONNA. So benissimo che le percentuali di rischio per le donne di riscontrare questo problema siano assolutamente a loro svantaggio, diversamente dall’uomo. So bene che le campagne di sensibilizzazione sono una manna dal cielo e che devono esserci e che non sono mai troppe. Ma una parolina per noi maschietti, vogliamo spenderla?

Criticità:

In primo luogo, un dato certo sull’entità di questo problema non è ancora stato comunicato, o per lo meno non è di così immediata reperibilità se non mettendo insieme più fonti:

  • Contattando la AIRTUM mi è stato riferito che in Italia si registrano in media 133 nuovi casi all’anno, con una leggera prevalenza nelle regioni del Nord Italia.
  • Sempre sul sito AIRTUM è possibile scaricare “I numeri del cancro in Italia 2018” e consultando questo documento, a pagina 23, troviamo la TABELLA 5. “Numero di nuovi casi tumorali, totale e per alcune delle principali sedi, stimati per il 2018 -popolazione italiana residente da previsioni ISTAT – http://www.demo.istat.it” con differenze tra uomini e donne. Scorrendo la pagina, verso la metà, si legge: Mammella – Uomini: 500 – Donne: 52.300 
  • Il sito dell’AIRC riporta un dato simile a quello che vedrete riportato da Repubblica (vedi sotto): Cito dal sito AIRC: “Il carcinoma della mammella maschile rappresenta lo 0.5-1 per cento di tutti i tumori della mammella. Si stima che in Italia interessi un uomo ogni 620 circa.” Se le donne che si ammalano di cancro al seno sono circa 50.000 all’anno. Tornerebbe il dato che riporta 500 uomini (l’1% del totale). A pagina 25, invece, si legge il dato più sconcertante che riguarda il “numero di decessi per causa e per sesso osservati in Italia durante l’anno 2015. ISTAT 2015″. Per quanto riguarda i casi di morte per tumori maligni del seno: Uomini: 107 e Donne: 12.274 per un totale di: 12.381 persone.
  • Il sito di Repubblica, articolo a firma di Franz Rossi del 10 Aprile 2018, parla di 500 casi nel 2017
  • Il sito della Fondazione Umberto Veronesi, che peraltro mi ha citato e approfitto per ringraziare pubblicamente, riporta: “Il tumore al seno colpisce all’incirca 300 uomini ogni anno in Italia.

Quindi, primo problema: quanti uomini si ammalano ogni anno di cancro al seno? Quanti di questi vengono trattati per tempo? Ovvero, quanti “se la cavano” come me rinunciando al massimo ad un capezzolo e ad una manciatina di linfonodi, o anche meno?

Quanti sopravvivono?

Facendo una semplice sottrazione, basandoci sui presunti 500 uomini che scoprono di avere il cancro al seno, riportati sul documento dell’AIRTUM, il calcolo è semplice: 500-107= 393 (dati del 2015). Quali regioni d’Italia manifestano maggiori criticità? In tal caso, se così fosse, perché ciò si verifica di più in certe aree piuttosto che in altre?!

Riflessione rapida… non mi pare che siano pochi o così rari i casi di tumore maschile. Cinquecento uomini l’anno non sono da ritenersi una “rarità” o dei “casi eccezionali”.

Tempistiche per la diagnosi.

In Toscana, o per lo meno a Prato, devo dire che tra supporre vagamente che possa esserci qualcosa di sospetto ed essere operato per togliersi qualsiasi dubbio passa poco tempo. L’iter è davvero rapido e il flusso che permette di gestire le varie fasi è ampiamente rodato ed efficiente. Se soventemente parliamo di “mala sanità” devo riconoscere che per lo meno a Prato, almeno in ambito oncologico, le cose funzionano. Il problema probabilmente è nelle altre città o regioni d’Italia. Ho un amico romano che ha dovuto peregrinare per arrivare ad una diagnosi chiara e quando c’è arrivato ha dovuto subire un intervento piuttosto invasivo perché l’estensione del cancro era tale da richiedere il sacrificio anche di una parte del suo muscolo pettorale.

Campagna di prevenzione:

Non si tratta di mettere in piedi un sistema di prevenzione dedicato all’uomo. Si tratta semplicemente di “aggiungere una parolina”: “UOMO” quando si parla di prevenzione nella donna. Non si tratta di creare percorsi dedicati ma di far capire all’uomo che il proprio pettorale, che ospita un seno, deve essere trattato bene, deve essere osservato e palpato per verificare che non vi siano escrescenze, noduli, evidenti asimmetrie, ginecomastie o perdite di liquido dal capezzolo o qualsiasi cosa che fino a poco tempo prima non c’era.

La prevenzione del cancro al seno maschile passa dalla donna!

Questo è quanto ritengo più logico e plausibile. La donna, almeno da qualche anno, viene educata all’autopalpazione, ad osservare i suoi seni, a monitorarsi secondo certi criteri, oltre ad essere sottoposta a mammografie e/o ecografie soprattutto dopo una certa età. L’uomo è ignaro di tutto questo. Ringrazio Dio che mi ha fatto conoscere mia moglie, per tanti motivi ma in particolare per ciò che fece quella sera del 17 agosto del 2017 quando si accorse del nodulo che avevo al mio seno sinistro. Grazie alla sua sensibilità e alla sua capacità di capire subito che quella anomalia doveva essere ulteriormente indagata da medici esperti che oggi molto probabilmente posso dire di poter essere “uscito dal tunnel” con “danni limitati”. Devo a lei la mia vita!

Esorto tute le coppie ad applicarsi nella palpazione reciproca intesa come forma di prevenzione veicolata attraverso un gesto d’amore semplice, importante e serio. Se non sapete come farla vi consiglio di guardare questo video:

Sì, lo so… si parla di seno femminile… ancora non lo avete capito? Cambiano le dimensioni e la forma ma la sostanza è la stessa. Quindi, le donne le invito a fare un “ripassino” sul metodo in questione e gli uomini li esorto a imparare il metodo e ad applicarlo su voi stessi e sulle vostre partner. Vogliamoci un po’ più di bene!

Prevenzione:

Ecco il tasto dolente… la prevenzione del cancro al seno passa da un tipo di prevenzione detta di secondo livello, ovvero, l’autopalpazione in primis e poi recarsi presso un centro specializzato dove effettuano screening per il tumore del seno. Questo in linea di massima e soprattutto vale per le donne. Gli uomini è bene che si applichino nella suddetta tecnica di auto-monitoraggio e, qualora riscontrassero delle anomalie è bene che si rechino da uno specialista. Di solito l’iter è: MEDICO DI BASE > ECOGRAFIA > SENOLOGO ma se occorre potete “passare direttamente dal VIA” facendovi fare almeno un’ecografia in un centro privato. In poco tempo riuscite ad avere una risposta e a costi accessibili.

Con l’ecografia potrete recarvi dallo specialista il quale valuterà il da farsi.

Esistono anche fattori scatenanti di tipo ereditario, le cosiddette mutazioni genetiche, in particolare dei due geni BRCA1 e BRCA2. Se in famiglia avete avuto casi di tumore al seno vi consiglio di effettuare il test genetico, sulla base delle indicazioni che potrà darvi un senologo o un oncologo. Esiste un’associazione italiana che in merito si sta operando per diffondere una corretta informazione e aiutare chi ha una mutazione di questo tipo nel fornire supporto e risposte. L’associazione si chiama www.abrcadabra.it

Stile di vita:

Che ve lo dico a fare… pur non essendo state ancora comprese le dinamiche che provocano il cancro al seno, un buon stile di vita permette di ridurre la soglia di rischio. La prevenzione di primo livello non è applicabile a questo tipo di tumore; es. “non posso dirti di non mangiare una certa cosa perché so che quella è la causa del tumore”. Non ci sono indicazioni di questo tipo perché non se ne conoscono le cause. Quindi… nei prossimi post parleremo anche di una corretta alimentazione, di stile di vita, attività fisica e di integrazione alimentare supportando le mie tesi con dati e autorevoli testimonianze. Tutte cose importantissime per stare bene, vivere il più a lungo possibile e in salute ma… come evitare di ammalarsi di cancro al seno, almeno al momento, non c’è dato sapere.

Terapie ed effetti collaterali

Un altro dei miei obiettivi è, o sarebbe, riuscire a creare un database nazionale o migliorare eventualmente quelli che già ci sono, per condividere in rete, tra “addetti ai lavori” (personale sanitario / ospedaliero / medici oncologi, senologi, endocrinologi) le informazioni sui singoli casi di cancro al seno maschile, sulle terapie adottate e, soprattutto, sugli eventuali effetti collaterali che ne possono derivare. In questo caso la ricerca cosa ci dice? Che non esiste una terapia diversificata uomo/donna ma ad entrambi si somministrano farmaci sulla base dell’esperienza acquisita negli anni dall’utilizzo di questi in ambito femminile. Ora… va bene che abbiamo entrambi un seno (e prima non lo sapevamo) ma “forse”, qualche differenza tra uomo e donna c’è, soprattutto quando entrano in gioco le terapie ormonali.

Non voglio entrare nel merito di cosa debba o non debba essere somministrato ad un uomo o ad una donna che ha avuto il cancro al seno ma, raccogliere informazioni a riguardo, confrontarle e capire, per poi migliorare metodi, farmaci e posologie, sarebbe più che opportuno, senza aspettare che siano le case farmaceutiche a farlo arrivando ad “imporre metodi e farmaci”.

Ecco perché ritengo sia importante creare informazione, fare rete e condividere le esperienze. Ecco perché vorrei che l’opinione pubblica, i media, ma soprattutto chi si occupa di prevenzione, spendessero un po’ del loro tempo per parlare del cancro al seno maschile.

Per quanto mi riguarda, spero, di aver superato il problema e di poterlo vivere come un’esperienza in più che ho maturato nella mia vita. Ciò che desidero è che la popolazione in generale, più che altro quella maschile, possa sapere di questa possibilità. Anche se “rara” è pur sempre una possibilità. Di sicuro è più facile ammalarsi di cancro al seno che vincere un milione di euro con un gratta e vinci. Nel nostro caso, siamo tutti in gioco senza saperlo e chi vince paga pegno.

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“Non tutte le chemio vengono per nuocere”

Ho deciso di parlarvi di chemioterapia; di quella a cui mi sono sottoposto.

Ho deciso di farlo per dare un messaggio a coloro che si trovano a dover affrontare un percorso chemioterapico e in questo momento vivono un conflitto interiore dominato da mille domande e altrettante incertezze.

Ho deciso di farlo per informare i parenti dei pazienti oncologici che sono coinvolti emotivamente in questo percorso e che necessitano di informazioni “meno istituzionali” e più pratiche: da chi ha provato sulla propria pelle un trattamento chemioterapico.

Vi racconterò cosa ho vissuto, per darvi modo di capire e forse di trovare qualche argomento utile per aiutarvi ad affrontare con più consapevolezza il vostro percorso.

Se siete di quelli che preferiscono “affidarsi”, senza sapere, il mio consiglio è di NON proseguire nella lettura di questo post. Diversamente, se siete tra quelli che hanno bisogno di avere elementi concreti per elaborare un proprio pensiero, ecco che questo post potrebbe offrirvi quanto state cercando.

NOTA per i più sensibili: Più avanti troverete un paio di foto che mostrano: una l’infusore automatico per chemioterapia e l’altra il mio braccio sul quale è applicato l’ago col relativo cannello per la somministrazione dei farmaci. Avvertiti…

Usando una metafora cinematografica, questo post è uno “spoiler” su quanto avviene, in certe condizioni, per certe forme di cancro, durante il trattamento chemioterapico.

Prima di tutto ci tengo a precisare che NON sono un medico ma un ex, spero, malato di cancro al seno. Sono un uomo tra quei 130 casi circa all’anno che in Italia coinvolgono la popolazione maschile con questo “alieno”.

Altra cosa che mi preme riportare in queste righe è che NON esiste “LA” chemio ma esistono vari trattamenti chemioterapici, ognuno formulato per una specifica neoplasia.

Non solo, per la stessa forma di cancro non esistono trattamenti identici. Ogni terapizzato viene sottoposto a serie valutazioni da parte del GOM (Gruppo Oncologico Multidisciplinare) che raggruppa vari medici specializzati in vari campi della medicina che prendono in esame ogni singolo caso, lo studiano e di concerto decidono quale specifico protocollo terapeutico adottare. Ogni GOM stabilisce tempi, dosi e tipologia di farmaci da impiegare per ogni paziente, secondo delle linee guida dettate dalla comunità scientifica internazionale e che tengono in considerazione, oltre la patologia di per sé, anche il sesso, l’età, il peso corporeo e lo stato generale di salute della persona.

In virtù di questo, se il vostro trattamento NON prevede l’uso di TAXOLO e TRASTUZUMAB, e a chemio conclusa l’impiego  del TAMOXIFENE, non starete per affrontare il mio stesso protocollo terapeutico (e che in parte sto ancora seguendo). Potete quindi risparmiarvi il resto del post. In caso contrario, vi invito a proseguire nella lettura con la speranza di potervi dare utili informazioni.

Finite le raccomandazioni… cominciamo!

“Non tutte le chemio vengono per nuocere”

…è il modo di darvi il mio personale messaggio positivo, se in questo momento vi trovate a dover iniziare un percorso di chemioterapia e non sapete né cosa vi aspetta né quali effetti avrà su di voi.

Ciò che posso raccontarvi è ciò che è accaduto a me, senza aggiungere o togliere nulla. Mi permetto solo di dirvi che l’atteggiamento mentale è tutto, sempre e comunque, più che mai in questi momenti. Pertanto… abbattersi non serve a nulla, anzi, NON giova assolutamente al vostro fisico e soprattutto alla vostra mente. I primi passi sono i più difficili, quelli incerti, fatti “al buio”. So che le cose vi sembreranno strane, difficili, anche assurde e incomprensibili. Ognuno troverà il proprio modo di affrontare la cosa ma vi assicuro che il migliore di tutti è pensare al presente e godere al massimo delle cose belle della vita. Il cancro è un “alieno” che oramai è diffuso in tutto il mondo; questo grazie a ciò che l’uomo continua a fare su questo pianeta, in barba a qualsiasi concetto di equilibrio, rispetto per l’ambiente e quindi per noi stessi. Detto ciò… poniti meno “perchè” e stampati più “smile” 🙂

Non solo… è arrivato il momento di tagliare i “rami secchi”: se accanto a te gravitano “persone che si piangono addosso” e che fanno del tuo problema il loro problema, il mio consiglio è di farti da parte (o farle da parte) e di non dare troppo spago a questi soggetti. Spesso tendono a tirarti dentro il baratro e ad assorbirti energie. Ora devi pensare a te, tutte le energie ti serviranno. Viceversa, attrai a te le persone positive e che ti amano. E’ il momento giusto per mettere alla prova il significato della parola “amore”.

Altra cosa, importante: ricorda sempre che c’è chi sta combattendo la stessa battaglia o di peggiori; quindi, non sei l’unico/a e soprattutto non sei solo/a.

Prima di addentrarci in certi argomenti, per sdrammatizzare un po’, ho deciso di inserire tra queste righe, non a caso, un estratto dal film Frankenstein Junior di Mel Brooks.

A questo punto…

Occorre che vi specifichi che nel mio caso il trattamento chemioterapico è stato ritenuto necessario dal GOM perchè, a seguito dell’intervento chirurgico, sono stati adottati i protocolli preventivi per fare in modo che le cellule tumorali, eventualmente ancora presenti nell’organismo o quelle che potrebbero, per qualche ragione, formarsi successivamente, possano avere “vita breve”. In pratica, l’intento è di creare un “ambiente ostile” al proliferare delle cellule cancerogene di quella particolare forma di cancro, evitando così delle recidive. Quindi, se fai la chemio per il cancro al seno, come nel mio caso, non è che di fatto sei “protetto/a” da tutte le neoplasie. Magari fosse così… Mi piace pensare che sei “meno vulnerabile” rispetto a quella che ti ha già colpito; anche se poi, aimè, conosco persone che hanno avuto una recidiva anche dopo essersi sottoposte a trattamento chemioterapico. Questo si chiama karma, sfiga, destino o come vuoi… io lo chiamo semplicemente “vita”.

Prima accetti tutto questo e prima troverai il modo e il tempo per apprezzare “il bello” che questa esperienza ti può portare… Sembra strano ma troverai anche il lato positivo che non si esaurisce col fatto che farai la chemio per prevenire o guarire dal cancro ma che grazie a questa esperienza vedrai che intorno a te “succederanno cose”, conoscerai persone e avrai modo di conoscere meglio te stesso/a, compresi i tuoi limiti e le tue capacità.

La mia chemio

Ho cominciato la mia prima chemio il 2 di febbraio 2018. Il programma prevedeva una chemio alla settimana per un totale di 12 settimane. Posso dirvi che alla vigilia della prima infusione ero molto teso, più che altro per l’incognita del trattamento e degli effetti che avrei potuto manifestare di lì a poco. Non solo, al termine di uno degli incontri pre-chemio col mio medico oncologo ne sono uscito con una busta di farmaci “da usare in caso di emergenza”. L’intento era di poter avere, al bisogno, un farmaco per ogni tipologia di effetto collaterale si fosse presentato nel corso del trattamento. Non è che di fatto questo ti pone mentalmente in una condizione di tranquillità ma, come si dice… “prendi e porti a casa” e così ho fatto.

Cosa avviene in pratica?

Dietro preciso appuntamento, programmato insieme al medico oncologo e confermato dal reparto di oncologia ad ogni vigilia del trattamento, arrivi all’ospedale e attendi che il tuo nome venga annunciato tramite altoparlante. Io scelsi di effettuare i trattamenti tutti i venerdi alle ore 14.00 in modo tale da “non guastare più di tanto” la mia settimana lavorativa e, qualora fosse stato necessario, avere a disposizione il weekend per riprendermi.

Ti accoglie un’infermiera che ti conduce alla stanza dove verrà effettuato il trattamento e ti fa accomodare su una poltrona regolabile nell’inclinazione, altezza, etc… Diciamo che è piuttosto comoda anche se ovviamente quando sei lì pensi che staresti meglio in ginocchio sui ceci ma a casa tua. Comunque, ti siedi cercando di trovare la posizione più confortevole mentre l’infermiera prepara l’apparecchio che regola l’infusione dei farmaci e le varie dosi di medicinali che dovranno essere iniettati secondo una precisa sequenza.

Nel mio caso il cocktail era composto da:

  • un farmaco anti vomito
  • un farmaco protettore dello stomaco
  • cortisone
  • Taxolo, che è il vero farmaco chemioterapico
  • soluzione fisiologica (liquido “di lavaggio finale”)

Ognuno di questi prodotti è contenuto in un singolo contenitore da flebo, di grandezze variabili, e viene inoculato nella sequenza prevista: dal primo all’ultimo.

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Non ho voluto farmi applicare né PICC (Peripherally Inserted Central Catheter, catetere centrale inserito perifericamente) nè PORT o (Port-a-cath) –vedi link di approfondimento-. Sono due dispositivi che permettono un più facile accesso venoso. Entrambi vengono applicati al paziente (l’uno o l’altro) prima di iniziare il primo trattamento e di solito vengono rimossi dopo aver ultimato tutti i cicli di chemioterapia. Da questi dispositivi si inserisce l’ago dal quale passeranno i farmaci e attraverso i quali si effettuano i prelievi di sangue per i vari controlli, senza dover praticare nuovi fori nelle vene. Sono una sorta di “portale di accesso facilitato”. Non mi sono voluto far applicare né l’uno né l’altro dispositivo perché ritenevo che potessero solo darmi un gran fastidio. Sono un professionista abituato a muovermi per lavoro e solo a pensare di avere un “aggeggio” inserito in una vena, e di dovermelo portare a giro per mesi, non mi andava giù. Ho delle grosse e robuste vene, avrei comunque potuto farmi applicare uno dei due suddetti dispositivi anche a trattamento iniziato, qualora avessi riscontrato problemi causati dal farmaco chemioterapico: tra i possibili effetti collaterali ha un’azione “sclerotizzante” delle vena che riceve le infusioni. Dopo varie chemio, possono irrigidirsi le pareti venose e manifestarsi degli ematomi. Ho tentato “la sorte” e ho cominciato a farmi bucare con il normale sondino da flebo; come si vede nella foto sopra riportata. In pratica: 12 buchi sul braccio destro per la chemio e altrettanti sul sinistro per i prelievi del sangue.

Tra un flacone da flebo e l’altro la macchina che si occupa di pompare i farmaci emette un segnale acustico non appena il prodotto contenuto nel flacone è esaurito. I beep scandiscono le tue giornate trascorse nella sala delle chemioterapie. Al beep della macchina corrisponde un beep che azioni volontariamente tramite un apposito pulsante che serve per segnalare alle infermiere che occorre sostituire il flacone appena esaurito.

Nel mio caso posso solo dire che a Prato, presso l’Ospedale Santo Stefano, sono stato assistito in modo meraviglioso e puntuale. Le infermiere sono competenti, gentili e premurose. Non ho mai atteso oltre il ragionevole tempo che occorre alle operatrici sanitarie per intervenire su ogni singolo paziente che le chiama per il cambio della flebo o per altri interventi. Tutto è sapientemente eseguito e condotto a termine grazie all’esperienza pluriennale del personale del reparto di oncologia che pur muovendosi in modo rigoroso e professionale non è esente dal dispensare sorrisi e parole di sincero interesse per lo stato di salute di ognuno. Grazie!

Nella “stanza della chemio” puoi essere in compagnia di altri pazienti. Le poltrone a disposizione nel reparto di Prato sono tre per stanza quindi al massimo puoi trovarti con altri due “compagni di avventura”…

C’è la televisione; se vuoi vederla, se ti piace e soprattutto se non viene monopolizzata dalla “tipa” amante delle telenovelas o delle trasmissioni “da diabete” che imperversano i palinsesti televisivi di primo pomeriggio. Dico da diabete perché spesso sono caratterizzate da storie mielosissime, il tutto infarcito da una buona dose di personaggi “creativi”, “alternativi” e di “tendenza”..mah… Un affettuoso saluto a Caterina Balivo! 🙂

Quanto dura la chemio?

Tra tutto, e intendo inserire nel compendio quel minimo di attesa, la preparazione, le infusioni e il tempo necessario per “ricomporsi” per poi uscire dall’ospedale, mi andavano via circa due ore e mezza, due ore e quaranta. Di per sé la chemio dura un paio d’ore ma passano abbastanza velocemente.

Mia moglie mi ha sempre accompagnato, trascorrendo con me tutto il tempo necessario. Questo mi è stato di grande conforto. Col passare delle settimane il nostro è diventato una sorta di appuntamento intriso di piacevoli rituali che rendevano l’evento stesso un momento di reciproco coinvolgimento e d’amore. Un esempio su tutti, potrei riportarne tanti, mia moglie preparava una borsina all’interno della quale ci metteva la bottiglia dell’acqua, una vaschetta con delle mele spezzettate e qualche mandorla sgusciata. Consumavamo insieme questo “pic-nic” durante la seduta e alla fine della chemio mi faceva trovare un regalino; cose semplici ma per me preziose, di grande conforto e anche inaspettate; soprattutto all’inizio dei primi trattamenti. Sono fortunato ad averla incontrata! Oltretutto è lei che mi ha salvato la vita.

Il Trastuzumab

Oltre alla chemio, ogni tre settimane (lo sto facendo tutt’ora) mi viene somministrato il Trastuzumab. Solo per pronunciare il nome mi ci sono volute dei mesi e tutt’oggi mi trovo spesso in difficoltà, tant’è che preferisco chiamarlo “la divinità atzeca” perchè il nome mi ricorda appunto una divinità ancestrale o una sua “maledizione” 🙂

Insomma…

questo farmaco, detto “intelligente”, e sul quale mi sono potuto esprimere in merito a questa definizione in un mio precedente post, viene somministrato tramite iniezione nella coscia, sotto cute. L’infermiera spinge il liquido contenuto nella siringa dosando la pressione in modo tale da inocularlo nell’arco di tempo di circa 5 minuti. In pratica deve iniettarlo molto lentamente. Non fa male; dà solo un po’ di fastidio all’inizio, appena entra il liquido o se viene esercitata un po’ troppa pressione sullo stantuffo della siringa. Quindi, ogni tre settimane, durante la tua chemio, nel corso delle due ore circa che sei lì, arriva l’infermiera e ti fa la puntura di Trastuzumab nella coscia. “Non ci facciamo mancare nulla”.

Nota a margine per il produttore dell’Trastuzumab: “ma non sarebbe possibile rendere disponibile questo farmaco sotto forma di cerotto transdermico?” Come i cerotti alla nicotina o quelli che contengono antidolorifici, per intenderci. Sarebbe un vantaggio sia per gli infermieri, che in quei minuti potrebbero dedicarsi ad altro, sia per i pazienti che devono starsene immobili a farsi iniettare “la maledizione atzeca” per cinque minuti, oltretutto dovendo andare in ospedale, anche dopo la chemio, per fare solo questa iniezione.

In conclusione:

Le 12 settimane sono passate. Al netto di tutto devo dire che ho trascorso i tre mesi di chemio tra alti e bassi ma mai bassi da provocarmi vomito, dolori di stomaco o altro del genere. Vi dico esattamente cosa ho avuto:

Effetti collaterali:

  • Stanchezza: fin da subito è arrivata la stanchezza che poi si è mantenuta su livelli sopportabili fino alla nona seduta chemioterapica. Dalla decima all’ultima sono stato peggio: stanco, alle volte stanchissimo. Mi ricordo che una domenica sono dovuto andare a letto di pomeriggio perché non avevo fiato per fare nulla. La stanchezza è proseguita anche per tutte le due settimane dopo l’ultima chemio.
  • I capelli: non li ho persi; si sono solo fermati nella crescita. Me li ero rasati prima di iniziare la prima chemio. Non volevo farmi “prendere alla sprovvista” e soprattutto “non volevo che il gioco” fosse condotto dalla chimica. Ho preferito “far piazza pulita”. Durante i mesi di trattamento si è fermato tutto, fatta eccezione per la crescita della barba che ha continuato ad essere presente sul mio viso, se pur con minor vigore e rapidità. Ho risparmiato un po’ sui rasoi.
  • Acne: sono tornato adolescente. Verso la metà del trattamento ho cominciato a manifestare acne sul volto, soprattutto sulla fronte e sul torace. Mi sono riempito ma il tutto ha cominciato a regredire poco dopo l’ultima chemio per poi scomparire del tutto dopo un paio di settimane.
  • Appetito: non è cambiato assolutamente nulla. Mi era stato detto che probabilmente mi sarebbero cambiati i gusti; che alcuni alimenti che ero abituato a consumare mi avrebbero disgustato. Nulla di tutto questo. Mangiavo prima, mangiavo durante, mangiavo…
  • Unghie: Talvolta possono scurirsi o in alcuni casi possono anche sollevarsi dalla falange. Nel mio caso si sono appena scurite nella parte terminale, verso l’estremità della falange. Un effetto cromatico che è durato parecchie settimane e che è comparso dopo l’ultima chemio… probabilmente l’undicesima e la dodicesima chemio, per me, sono state “un po’ troppo”: alcuni effetti si sono manifestati proprio al termine dei trattamenti. Comunque, anche questa “manifestazione soprannaturale” è un lontano ricordo.

Oggi: 

Subito dopo aver terminato l’ultima chemioterapia ho riportato all’ospedale i farmaci, intonsi, di cui sopra. E’ stata una liberazione!

Sto continuando il trattamento trisettimanale con Trastuzumab e da circa una quarantina di giorni ho iniziato la terapia ormonale col Tamoxifene. Terapia che mi accompagnerà per tutto un lustro e per la quale, per adesso, non posso esprimermi in termini di sensazioni/effetti se non per un po’ di pesantezza alle gambe che avverto soprattutto da metà giornata in poi. Occorre inserire “nella terapia” anche la camminata, almeno una buona mezz’ora al giorno. Purtroppo non sempre riesco a farla ma ci sto lavorando per migliorare il mio impegno in tal senso. Dopotutto, chemio o non chemio, dovremmo camminare tutti almeno una mezz’ora al giorno.

Controlli:

In tutto questo percorso sei sempre seguito/a dal tuo medico oncologo. Durante la chemio lo incontri ogni tre settimane e poi ogni 6. Continui a fare analisi del sangue a partire da quelli di routine che vengono effettuati il giorno prima della chemioterapia il cui esito stabilisce o meno l’autorizzazione ad effettuare la chemio il giorno successivo. Fai altri controlli come l’ecocolordoppler che permette di monitorare lo stato di salute del cuore. Il Trastuzumab può agire sul muscolo cardiaco ed è bene avere sempre la situazione sotto controllo.

Conosco tante persone sottoposte a chemioterapia. Ognuno ha la propria storia; ognuno ha il proprio fisico e una mente che reagisce in modo esclusivo. Anche tu supererai questo momento, troverai le forze per farlo, volente o nolente. L’importante è, come ti ho scritto all’inizio di questo post, NON abbattersi, stamparsi in volto un bello “smile” e andare avanti. Se poi avrai i tuoi momenti “down”, prendili come tali, sono momenti e passeranno anche quelli.

Ho avuto il piacere e l’onore di visitare il villaggio allestito in occasione della IBCP Dragon Boat Festival 2018 che si è tenuta a Firenze nei giorni 6-7-8 luglio. Ho conosciuto tante persone e ho visto migliaia di donne operate di cancro al seno. Donne affiatate, solidali, coinvolte in un progetto sociale e sportivo che le unisce a livello mondiale. Ben 120 squadre in gara provenienti da 18 nazioni per un totale di circa 4000 partecipanti. Tutte donne che hanno vissuto l’esperienza del cancro al seno. La maggior parte di queste sono state sottoposte a chemioterapia e oggi pagaiano, in squadre da 20 persone ciascuna.

Col mio amico Paolo di Roma, accompagnati da mia sorella e dalla mia inseparabile moglie, abbiamo girato in lungo e largo il villaggio, potendo stringere la mano a tante donne. Tra queste abbiamo scovato anche tre uomini che oltre a me e Paolo erano stati operati di cancro al seno.

Questa è la foto che ritrae i “magnifici 5”; quello a bocca aperta sono io 🙂 Da sinistra: Frank dalla Germania, io da Prato, Paolo da Roma, Mark dall’Irlanda e André dal Canada.

http://www.florencebcs2018.org/it/

Voglio salutare questi compagni di avventura e, a voi che state per intraprendere un importante e lungo percorso, auguro tutto il bene possibile.

Cercate di parlare con la gente per invitare tutti a FARE PREVENZIONE, ANCHE GLI UOMINI PER IL CANCRO AL SENO. Tra questi 5 che vedete in foto io sono il più fortunato, quello al quale il cancro al seno è stato diagnosticato in fase più precoce, grazie a mia moglie. Questo ha voluto dire: intervento chirurgico meno invasivo e trattamenti più mirati.

Il mio messaggio si riassume in questa immagine che accompagna la mia campagna di sensibilizzazione sul cancro al seno maschile:

#cancroalsenomaschile

 

 

Cancro al seno maschile. Una carezza può salvarti.

Se ne parliamo impariamo a conoscerlo. Se lo conosciamo lo possiamo prevenire. Se lo ignoriamo può sopraffarci.

In questo post parlo di cancro al seno.

Ho deciso di iniziare citando una frase tratta dal film Spider-man del 2002 di Sam Raimi.: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”.

I poteri a cui si riferisce lo zio Ben non afferiscono a quelli acquisiti da Peter Parker dopo essere stato morso da un ragno ma a quelli che tutti noi abbiamo. Parlava più in generale dei poteri che spesso ci dimentichiamo di avere. La vita stessa è già di per sé un grande potere al cui interno sono contenuti altri poteri che maturano nel corso della nostra esistenza.

In questi giorni pensavo a ciò che mi è capitato e a quello che ho scritto in merito al cancro al seno, all’intervento a cui sono stato sottoposto, alla chemio, a tutto quello che è accaduto nell’arco di pochi mesi. Pensavo a ciò che si è innescato in me ma anche a quello che di riflesso è avvenuto nelle persone che hanno condiviso con me questa esperienza. E’ stato, ed è tutt’ora, un evento che ha avuto la forza di generare “cose”.

Ho ritrovato tanti amici che mi hanno manifestando il loro affetto. Mi hanno scritto persone che non conoscevo, ringraziandomi per ciò che ho scritto e mostrato attraverso il post: La mia storia parla di cancro al seno maschile. Ho compreso che stavo generando qualcosa di importante, scaturito da “grandi poteri”:

  • la conoscenza o consapevolezza di un male che mi ha toccato, che mi ha colpito personalmente e dal quale ho tratto un’esperienza e…
  • la necessità di raccontare o di comunicare questa esperienza attraverso il mio blog.

La comunicazione è uno dei poteri più grandi che l’uomo possiede.

Ci viene facile raccontare la nostra esperienza dopo aver visto un film, essere stati in un ristorante, aver fatto una vacanza, etc. Ci entusiasmiamo nel raccontare ciò che ci è capitato, anche se non è stato il massimo. Anzi, se l’esperienza è stata negativa facciamo del nostro meglio, o del nostro peggio, per dissuadere il nostro interlocutore dal fare la nostra stessa scelta: “pessimo ristorante”, oppure “un film così brutto non lo avevo mai visto, non andare a vederlo”…

Il male è brutto, certo, ma è anche un’esperienza importante che se metabolizzata e condivisa può essere motivo di accrescimento umano e culturale. Offre la possibilità di conoscere qualcosa che può essere evitato o curato, può dare conforto a chi vive già un’esperienza simile, può sensibilizzare l’opinione pubblica su un argomento di cui si parla poco, come in questo caso, può mitigare paure e far crollare dei tabù. Quindi, perché non condividerla?

Ecco il perché ho deciso di parlare del cancro al seno.

Avere “grandi poteri, implica grandi responsabilità” e come uomo ho deciso di mettere la mia esperienza, “i miei poteri”, a disposizione degli altri. Credo che sia giusto far sapere che “il cancro al seno non è solo roba da femmine” ma è un problema che può manifestarsi anche nell’uomo, anche se con minor frequenza rispetto alle donne.

Desidero fortemente che si faccia informazione su questo argomento; che se ne parli attraverso ogni mezzo. Mi piacerebbe che questa “campagna sul cancro al seno” potesse diventare motivo di coesione e condivisione di un problema che evidentemente non fa distinzione dei sessi (se non per differenza di percentuali). Sarebbe molto più bello non doverne parlare affatto ma poiché esiste ritengo sia corretto e sensato cominciare a parlarne in modo trasversale.

Vorrei parlare di prevenzione iniziando proprio da quelle meravigliose, forti e allo stesso tempo sensibili donne che di frequente sono costrette a fare i conti con questo problema. Da quelle donne che fin dall’età dello sviluppo imparano ad effettuare l’autopalpazione, spesso attraverso l’insegnamento ricevuto dalle mamme o dalle nonne. Mi rivolgo a voi donne che avete acquisito consapevolezza, alimentata da una comunicazione sul tema sempre più diffusa e attraverso programmi di prevenzione specifici promossi dal Sistema Sanitario Nazionale. Prendete la mano dei vostri uomini e insegnategli ad effettuare l’autopalpazione oppure adoperatevi, come ha fatto la mia meravigliosa moglie, nell’accarezzare i pettorali del vostro partner, anche con l’intento di fare prevenzione.

Le carezze sono una cosa meravigliosa, sono uno dei gesti più semplici ma anche tra i più belli che possiamo scambiarci per manifestare il nostro affetto. Spesso accarezziamo di più un cane o un gatto rispetto ad un marito o ad una moglie. “Va bene tutto” ma, forse, donare qualche carezza in più al proprio partner, fatta con consapevolezza, con attenzione, col voler trasmettere amore attraverso un gesto, volto anche alla prevenzione, credo sia FONDAMENTALE e NECESSARIO!

Stessa cosa per chi è single. Il gesto dell’autopalpazione è di per sé una carezza che esprime amore per se stessi e quindi anche per le persone care che ci circondano. Se ci vogliamo bene, vogliamo bene anche agli altri.

Quanto è diffuso il cancro al seno maschile?

I dati che ho trovato in rete non sono molto aggiornati. Il dato più recente e ufficiale che sono riuscito a reperire si riferisce ai casi di decesso per cancro al seno nella popolazione maschile registrati nel 2014 . Il documento è redatto da AIOM Associazione Italiana di Oncologia Medica e da AIRTUM Associazione Italiana Registro Tumori, edito da Il pensiero Scientifico Editore. Nel volume I NUMERI DEL CANCRO IN ITALIA 2017, a pagina 25, è riportata la “TABELLA 8. Numero di decessi per causa e per sesso osservati in Italia durante l’anno 2014. ISTAT 2014.”. Il dato fa riflettere, in generale, perché si parla cause di mortalità legate al cancro e, solo per cancro al seno, riferite a 129 uomini e 12.201 donne.

Non si tratta di fare una gara sui numeri, non ci sono premi, si parla di vite.

Non guardiamo solo il numero riportato in tabella ma riflettiamo sul fatto che dietro ad ogni singola unità corrisponde la morte di una persona. La mia riflessione non vuole distogliere l’attenzione sul problema del cancro al seno femminile o delle malattie neoplastiche più in generale ma ritengo si debba parlare di più del cancro al seno e del fatto che è una malattia che può manifestarsi anche nell’uomo; tutto qui. Non mi pare trascurabile il fatto che 129 uomini siano morti nel 2014 di cancro al seno. Perchè? Conoscevano questo problema? Lo hanno saputo troppo tardi? Credo nel siano tutte domande legittime e comunque resta il fatto che, come me, tanti altri uomini non sono a conoscenza di questo fatto.

Quali sono i fattori di rischio?

Senza salire in cattedra o pretendere di indossare immeritatamente il camice bianco, riporto alcune informazioni dalla rete e quelle ottenute attraverso la mia breve ma significativa esperienza che mi ha visto confrontare con medici ed esperti del settore. Sintetizzo dei concetti per darvi modo di avere dei punti di partenza da approfondire col vostro medico:

  • età: dopo i 60 anni aumenta il rischio, anche se l’età sembra abbassarsi (io sono un sempio)
  • peso: sovrappeso e obesità aumentano il rischio
  • fumo e alcool (si parla di abuso di entrambe le assunzioni) sono indubbiamente fattori di rischio
  • ereditarietà: fattore genetico. Nei casi di cancro al seno maschile una gran parte di questi è di origine genetica. Sono da ricercare le mutazioni nei geni BRCA2 e BRCA1. Quindi se avete avuto nonne o mamme a cui è stato diagnosticato un tumore al seno, soprattutto in giovane età, può essere consigliabile e utile effettuare un test genetico. Basta un prelievo del sangue e tanta pazienza per attendere l’esito dell’esame.
  • fattori ambientali: non mi soffermo su questi. Ci vorrebbe un post a parte. Interessano tutte le malattie oncologiche, non solo il cancro al seno.
  • trattamenti medici: radioterapia

A tal proposito riporto un link al sito dell’AIRC Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, in cui si parla del cancro al seno nell’uomo.

Cosa cercare per prevenire

Sicuramente l’autopalpazione, a prescindere, è il metodo più semplice e immediato per monitorare il proprio pettorale, e non solo, per rilevare eventuali anomalie. Qui voglio esortare gli uomini a non fare “come facciamo di solito”… Non soprassediamo, non freghiamoci di eventuali evidenze che a nostro dire riteniamo del tutto trascurabili. Lasciate che sia un medico a valutare se lo sono o meno.

Dall’autopalpazione si passa ad una semplice ecografia, da effettuare come controllo di routine ma a maggior ragione se attraverso la palpazione del pettorale emergono noduli o zone più dense, in particolar modo se presenti nell’area intorno al capezzolo. A questo punto il medico indicherà il percorso più opportuno da seguire. Nel mio caso, dall’ecografia sono passato all’ago aspirato per prelevare materiale biologico da esaminare. Questo perché è evidente che c’era già qualcosa da prelevare.

Altro segnale di possibile rischio è la ginecomastia (seno pronunciato, assimilabile, per forma a quello delle donne). Di solito è frequente vederlo negli uomini anziani per via dell’aumento del peso e del processo di aromatasi che si manifesta col passare degli anni. Riscontrarlo in età giovanile può essere un indicatore di rischio da tenere sotto controllo anche se la ginecomastia è associabile a manifestazioni neoplastiche benigne. Comunque, vale la pena farsi controllare.

A questo, come parlano le immagini e per promuovere la prevenzione ho deciso nuovamente di espormi in prima persona; questa volta insieme alla mia stupenda moglie Antonella. Ringrazio Francesco Bolognini, Studio Fotografico Bolognini di Prato, per aver cristallizzato in uno scatto questo momento che riassume ciò che è accaduto ad agosto 2017 quando Antonella, con la sua carezza, scoprì il nodulo che poi si è rivelato essere un carcinoma duttale infiltrante alla mammella. Con questa immagine desidero promuovere la palpazione o all’autopalpazione a scopo preventivo:

Permettetemi di ringraziare la redazione de IL TIRRENO e in particolar modo la giornalista Maria Lardara che si è occupata del mio caso, con estrema delicatezza e professionalità, rilanciando la mia testimonianza a beneficio dei lettori del noto quotidiano.

Grazie anche a te che mi hai letto fin qui.

W la vita!

La mia storia parla di cancro al seno maschile

Voglio raccontarvi una storia con l’intento di offrirvi elementi validi su cui riflettere e, se possibile, aiutare qualcuno di voi.

La mia storia parla di cancro al seno. Sono un uomo di 48 anni, sono stato operato di cancro al seno e adesso sto facendo chemioterapia.

Prima di addentrarmi nelle pieghe di questa vicenda ho deciso di iniziare il mio racconto mitigando subito il tenore generale dell’argomento. Per farlo, prendo in prestito un frammento da una scena tratta dal celebre film con Roberto Benigni: “Berlinguer ti voglio bene”.

Si parla, GIUSTAMENTE, di cancro al seno femminile, di prevenzione, di diagnosi precoce ma, sinceramente, avevate mai sentito parlare di cancro al seno maschile? Fatta eccezione per chi come me lo ha subito?

“O ì maschio?”

Questa battuta, in estrema sintesi e con meravigliosa ironia, riassume la domanda fondamentale che mi accompagna da mesi: perché a me? Perché a un uomo che ha sempre curato la propria alimentazione, che è sempre stato attento al proprio peso corporeo, che frequenta palestre da oltre 35 anni, che è stato istruttore di bodybuilding e fitness che ha una vita sana, senza vizi: mai fumato, non beve alcool, etc… gli è stato diagnosticato un carcinoma duttale infiltrante alla mammella?

Beh… i perché arriveranno. Intanto vi racconto la mia storia.

La scoperta:

Agosto 2017. Siamo alla vigilia della partenza per le nostre vacanze al mare. La sera prima, in cucina, davanti alla tv, poco dopo aver finito di cenare, mia moglie Antonella si avvicina e come spesso accade mi accarezza, mi abbraccia e mi massaggia stando in piedi alle mie spalle. Durante questo tenero e affettuoso momento la mano di mia moglie si sofferma a lungo nella zona inferiore dell’areola del mio capezzolo sinistro. Poco dopo mi fa presente che stava sentendo qualcosa che non le piaceva. Prende la mia mano e mi indica con la sua il punto dove toccarmi. Sento un piccolo rigonfiamento, abbastanza consistente. Non ci avevo mai fatto caso. “Per me non è nulla”, le dico subito in modo piuttosto diretto e forse anche un po’ brusco. Lei insiste: “A me non piace e domani vai a farti un’ecografia”. Con l’immagine del mare negli occhi le dico: “Sieee! Domattina si va a Follonica, casomai quando si torna dal mare mi farò fare l’ecografia”. Lei in modo perentorio mi dice: “NO! Domattina ci vai e di corsa!”.

Il percorso di accertamento:

Beh… a parte il siparietto di coppia alla “Sandra e Raimondo”, il risultato è stato che prima di andare a Follonica sono passato da un centro medico diagnostico per farmi fare l’ecografia.

Per darvi elementi utili per prevenire e giocare d’anticipo nei confronti di un problema come questo, voglio riportarvi integralmente il referto del 17.08.2017 eseguito a Prato:

"La tumefazione a sede mammaria sinistra è sostenuta da una nodularità solida e disomogenea di 15x12x8mm con margini netti e priva di significativa vascolarizzazione. Il reperto non univoca interpretazione ecografica necessita di approfondimento con agobiopsia: cisti sebacea? Lesione benigna? Altro? Niente di rilevo a destra. Non linfoadenopatie ascellari bilaterali".

In pratica, qualcosa c’era: non era ben definito cosa fosse e occorreva approfondire l’indagine attraverso agobiopsia (detta anche: ago aspirato).

Va beh… ora pensiamo al mare e al rientro andremo dal nostro medico curante per parlare con lui di questa cosa.

NOTA*: Da adesso in poi dovrei citare il nome di alcune persone, medici professionisti. Trattandosi di post pubblico, ho chiesto l’autorizzazione ai diretti interessati prima di pubblicare in chiaro il nome di ciascuno. Pertanto, in corrispondenza dei nomi, in attesa di  ricevere l’approvazione, troverete l’acronimo (r.a.d.i.*) Richiesta Autorizzazione al Diretto Interessato per la pubblicazione del nome.

I primi di settembre ci siamo recati dal nostro medico curante, Dott. (r.a.d.i.*), persona meravigliosa, medico ineccepibile. Preso atto dell’esito dell’ecografia mi indica di rivolgermi al Centro di Prevenzione Oncologica Eliana Martini di Prato per sottopormi ad ulteriori accertamenti.

Fissato l’appuntamento vengo ricevuto dal Dott. (r.a.d.i.*) altro medico a cui devo molto. Nel suo ambulatorio mi sottopone ad ago aspirato e il campione prelevato viene inviato al laboratorio per effettuare le analisi.

Dopo circa un mese e mezzo vengo convocato nuovamente presso l’ambulatorio del Dott. (r.a.d.i.*) per presentarmi l’esito degli esami.

Questo è il risultato:

"C4 sospetto. Cellule duttali con anisocariosi sullo sfondo di sangue. Si consigliano ulteriori indagini. (AE1/AE3+,CD45-)."

Ciò che deve risaltare all’occhio è la parte in grassetto che si riferisce ad una scala di classificazione internazionale alla quale i patologi fanno riferimento:

  • C1 quadro citologico non sufficiente per definire la diagnosi
  • C2 quadro citologico normale
  • C3 quadro citologico dubbio, verosimilmente benigno
  • C4 quadro citologico dubbio, verosimilmente maligno
  • C5 quadro citologico sicuramente maligno.

Di fatto, come mi spiegò perfettamente il Dott. (r.a.d.i.*), con questo tipo di risultato è estremamente indicato l’approccio chirurgico, quindi la rimozione del nodulo e la relativa analisi istologica più approfondita.

So che in questo momento ti stai chiedendo come mai dall’esame con ago aspirato non sia emersa una diagnosi più precisa. La risposta che posso darti è che il campione prelevato, tramite questa tecnica, non è sufficiente a stabilire con certezza “con chi abbiamo a che fare”. Per dare “un nome, un’identità precisa” a questo elemento oscuro, l’unico modo per farlo è rimuoverlo chirurgicamente e analizzarlo in toto. L’esame con ago aspirato ci propone la classificazione di cui sopra che di per sé configura o meno un certo approccio da seguire per approfondire l’analisi.

Beh… a questo punto, cominciano le prime preoccupazioni.

Il Dott. (r.a.d.i.*) mi spiegò le fasi dell’intervento:

  1. rimozione chirurgica del nodulo
  2. esame di laboratorio intraoperatorio

Da qui si dividono le strade a seconda dell’esito ottenuto:

  1. non è maligno, quindi l’intervento si conclude e si procede alla fase di dimissione ospedaliera nell’ambito della stessa giornata.
  2. è maligno, quindi si procede all’asportazione del capezzolo (quindi ciò che nell’uomo resta della ghiandola mammaria) e alla rimozione del “linfonodo sentinella“.

In breve, dopo quell’incontro col Dott. (r.a.d.i.*), se pur caratterizzato dalla completa disponibilità, pazienza e competenza del professionista, ne uscii piuttosto provato e preoccupato, oltre ad essere, de facto, già inserito in un protocollo di preospedalizzazione che mi avrebbe portato ad affrontare l’intervento chirurgico.

L’intervento:

5 dicembre 2017, dopo aver svolto, nei giorni precedenti, l’iter di preospedalizzazione che prevede le analisi del sangue e la linfoscintigrafia per la ricerca del linfonodo sentinella, la mattina alle 7:00 vengo convocato presso l’ospedale Santo Stefano di Prato per sottopormi ad intervento chirurgico.

Intorno alle 10.30 vengo condotto in sala operatoria. Non ricordo i volti delle persone che ho incrociato tra medici e paramedici; non avevo gli occhiali e senza non vedo nulla. In pratica mi affidavo alle voci e a qualche sagoma sfocata che si inseriva nel mio campo visivo.

Tra queste presenze che si alternavano intorno a me ho incrociato quella dell’anestesista, che con toni molto pacati e rassicuranti mi propose di affrontare la questione nel seguente modo:

Effettuare un’anestesia locale, anziché totale, rimuovere il nodulo e procedere ad immediato esame istologico intraoperatorio. In caso di esito negativo, grazie alla sola anestesia locale e a pochi punti, sarei potuto tornare a casa dopo poche ore. Nel caso in cui l’esito fosse stato positivo, avrebbe successivamente effettuato l’anestesia totale per consentire al chirurgo di proseguire l’intervento…

Come mio solito, nonostante non beva alcolici, mi gioco l’opzione del “bicchiere mezzo pieno” e decido per l’approccio indicato dall’anestesista, confidando in un esito favorevole (non posso dire positivo perché nel caso specifico avrebbe configurato una situazione sfavorevole).

Beh… non entro in ulteriori dettagli sull’intervento chirurgico, almeno in questo post. Vi basti sapere che mi sono svegliato dopo qualche ora con il drenaggio e qualche parte di me è finita in un qualche laboratorio di analisi. Sono uscito dall’ospedale di Prato dopo due giorni di ricovero.

Oramai era chiaro: cancro al seno… Francamente ignoravo, fino ad oggi, che potesse capitare anche agli uomini.

La consapevolezza:

Nelle settimane successive all’intervento ho incontrato più volte il Dott. (r.a.d.i.*) per sottopormi alle medicazioni post operatorie. Durante i momenti di attesa nella sala d’aspetto del Centro Eliana Martini, ho visto tante pazienti, donne che erano lì per il mio stesso problema. Donne che avevano già fatto un intervento o che stavano per affrontare per la prima volta il loro calvario. Qualcuna di loro anche per la seconda volta. Ascolti, sei lì, in attesa, senti i commenti e le confidenze che queste donne si scambiano. In qualcuna avverti rassegnazione, in altre la più completa serenità intesa come “accettazione del problema”. In altre preoccupazione mista a paura.

Francamente io ancora non riuscivo a capire perché mi trovavo lì. Perché stava accadendo a me e che ci facevo in mezzo a tutte quelle donne.

Col passare dei giorni, durante le sessioni di medicazione, oltre ad incrociare lo sguardo con molte “compagne di viaggio”, ho visto due ragazzi. Uno piuttosto giovane, credo che non avesse più di 25 anni. L’altro poco più grande. Due uomini… tre con me. Non potevano essere lì per altri motivi se non per un problema del tutto simile al mio.

In uno di quegli appuntamenti approfittai per girare al Dott. (r.a.d.i.*) la domanda che mi assillava da tempo. Quella riassunta in modo ironico nel video che ho inserito in apertura all’interno di questo post. Ovviamente non nel medesimo modo con cui si rivolge l’attore al pubblico in sala e agli ospiti che assistono al famigerato dibattito del film “Berlinguer ti voglio bene”. Fui piuttosto chiaro e diretto: “Dottore… perché è capitato a me, uomo?” La risposta fu altrettanto diretta: “Saldarelli, ogni anno a Prato operiamo 400 pazienti di cui circa il 2% sono uomini. Questa percentuale corrisponde, grossomodo, a 7 pazienti di sesso maschile. Saldarelli, le quest’anno è il settimo!”. La mia risposta del tutto spontanea non tardò ad arrivare, anche se avevo raggiunto una buona dose di consapevolezza, presa di coscienza e una certa dose di rassegnazione. Non riuscii a trattenermi e mi permisi di esclamare al medico: “Che culo… ho rispettato tutte le statistiche!”.

E’ vero anche che i dati in possesso, fino a quel momento, ci dicevano solo che avevamo avuto a che fare con un cancro al seno, che era maligno e che andava tolto, come era stato fatto. L’esame istologico completo, derivante dall’analisi del campione biologico prelevato in fase intraoperatoria, non era ancora disponibile.

Di più, al momento, non era possibile sapere.

Dopo la rimozione delle bende cercai di cominciare a prendere confidenza con quella parte del mio corpo. Se pur mutata in modo meno radicale come spesso, purtroppo, capita a donne operate di cancro al seno, era comunque diversa. Restava il fatto che dovevo prendere coscienza di questa nuova situazione: niente capezzolo sinistro e al suo posto avevo una bella cicatrice ma soprattutto: ero stato operato di cancro al seno.

Continuavo a pormi i perché, a cercare risposte in rete, a capire se stesse accadendo veramente o se fosse una sorta di visione di un clone di me stesso proveniente da una vita parallela. Insomma… mi mancavano diversi punti di appoggio, dei riferimenti a cui aggrapparmi per accettare questa “anomalia” che era avvenuta nel mio corpo.

Possibili cause

Inizi a pensare che il lavoro possa essere una delle cause a cui aggrapparti. Svolgo l’attività di grafico e da circa 30 anni lavoro a stretto contatto con modem, poi router, poi router wifi, diversi computer, telefoni cellulari, tablet, monitor di grosse dimensioni, prima a tubo catodico e poi a lcd, led, etc… Diciamo che le fonti elettromagnetiche non mi mancano.

Poi cominci a pensare all’alimentazione. Sono stato un bodybuilder natural e nei tempi in cui gareggiavo consumavo secchi e secchi di proteine in polvere, di aminoacidi, di integratori alimentari e nei periodi di gara mangiavo anche 3kg di petto di pollo al giorno. All’epoca non si parlava nemmeno di allevamenti intensivi e di animali che sopravvivono in promiscuità solo grazie all’uso di antibiotici. Si faceva e basta.

Pensi che nella zona dove abiti, a pochi chilometri in linea d’aria da casa tua, si trovava l’Inceneritore di Baciacavallo (c’è ancora ma non è più in uso, vedi anche questo link) e che anni addietro è stato oggetto di animate discussioni in quanto additato come possibile responsabile di inquinamento e in particolare di emissioni di diossine nell’aria.

Pensi ai deodoranti. Anche questo argomento fino a qualche anno fa era del tutto trascurato. Oggi un buon prodotto deodorante si distingue anche dalla dicitura riportata sulla confezione: “Senza alcool e senza alluminio”. Vai a sapere tu, spruzzando o cospargendo con gli stick sulle ascelle cosa è stato causato negli anni, cosa ha assorbito il corpo.

Pensi anche allei possibili cause genetiche; dopotutto né i genitori né il DNA possono essere scelti prima della nascita. Pare che una buona percentuale di tumori al seno nell’uomo possa essere di origine ereditaria. Nella mia famiglia ci sono stati casi di tumori.

Pensi… pensi… qualsiasi risposta ti venga in mente non sarà mai la risposta giusta.

Mentre ti fai mentalmente del male, cominci a capire che “capita”. Leggi in rete che il cancro al seno nell’uomo è sì raro ma si verifica e i dati che ho letto mostrano una casistica in aumento e un abbassamento dell’età in cui si manifesta.

Il cancro, in generale, può venire e purtroppo, volenti o nolenti, quando si manifesta dobbiamo affrontarlo. Non c’è da vergognarsi di nulla anche se capita ad un uomo a cui viene alla mammella. Non c’è da sentirsi “eroi coraggiosi” nell’affrontarlo. Si metabolizza “la cosa” e si affronta; ognuno a proprio modo e ognuno con i propri tempi ma una strada si trova e si inizia a percorrerla.

Le risposte dell’esame istologico:

Dopo circa un mese e mezzo dall’intervento chirurgico, arriva il tanto atteso esame istologico con la relativa relazione del GOM (Gruppo Oncologico Multidisciplinare). Sono dati tecnici ma in parte comprensibili ai più e comunque utili a chi è più preparato in ambito medico:

"Referto istologico E/225/2017 del 5/12/2017 relativo ad esame estemporaneo del nodulo: carcinoma duttale infiltrante scarsamente differenziato nella sezione esaminata.

Referto istologico I/21625/2017 del 10/1/2018: Carcinoma duttale infiltrante (N.O.S= della mammella sinistra scarsamente differenziato (diametro massimo: 1.7cm) (G3 Bloom-Richardson). Non si evidenziano emboli neoplastici negli spazi linfovascolari peritumorali. Micrometastasi in 1/3 linfonodi sentinella esaminati con metodica Osna (620 copie CK19). Nessuna documentabile proliferazione neoplastica nel parenchima contiguo, nella cute e nel capezzolo. pT1c (1.7cm); G3; pN1ml-sn; Mx; LV0. ER 90%; PgR 40%; ki67 35%, c-erB-2 equivoco, score 2. Dish in corso.

Discussione multidisciplinare del 10/1/2018: indicazione chemioterapia adiuvante +/- Trastuzuab in base all'esito della dish seguito da ormonoterapia (...) Da inviare a valutazione genetica."

In sostanza, il mio cancro aveva un nome e un cognome, una dimensione, un profilo e soprattutto, da quello che mi veniva presentato, sarei dovuto ricorrere al trattamento chemioterapico a scopo preventivo. Il cancro era stato rimosso ma se pur remota vi era la possibilità che alcune cellule cancerogene potessero migrare altrove. Ecco perché ricorrere al trattamento chemioterapico.

La chemio:

Non volevo accettare questa cosa. Non ne volevo assolutamente sapere. Dopotutto mi sentivo bene, stavo bene e volevo continuare a star bene.

Nella mia mente avevo un’immagine: quella dei malati oncologici sotto trattamento chemioterapico. Persone provate, bianche, senza capelli. Fisici mortificati dalla chimica che ciecamente pervade tutto l’organismo in “cerca” delle cellule tumorali, con l’obiettivo di fermarle, regredirle o annientarle. In tutto questo processo mentale mi vedevo completamente debilitato, abbrutito, già minato nella mia virilità in quanto affetto da tumore al seno… non si può nemmeno classificare “tumore al pettorale”, per conferirgli quantomeno una connotazione più maschile… “Seno”… altra parola che echeggia nella mia mente preceduta da “carcinoma duttale infiltrante al…”. Frase che mi accompagnava tutte le sere prima di addormentarmi e che trovavo ad attendermi tutte le mattine al mio risveglio.

Ora avevo a che fare anche col termine: “chemioterapia”; ecco il nuovo tormentone mentale.

Ricevuta questa ennesima doccia gelata decisi di “guardarmi attorno”, di confrontarmi con altri medici ma anche di consultarmi con parenti e conoscenti. Ognuno, purtroppo, in quasi tutte le famiglie, ha una storia di tumori da raccontare. Pare la piaga di questa società, una silente epidemia che si è diffusa ovunque. Nel confrontarmi con le persone salta fuori la solita frase: “anche io… oppure: ho un amico/parente/conoscente che è stato operato e che ha dovuto fare la chemioterapia”….

Ti trovi in un attimo ad essere protagonista e spettatore di una situazione drammatica, dilagante e diffusa.

Mi presi qualche giorno di tempo per riflettere anche se il tempo che avevo a disposizione per decidere non era molto. Non puoi rimandare ad oltranza una scelta del genere. Il trattamento chemioterapico deve cominciare entro un paio di mesi dall’intervento chirurgico. Mi trovavo già alla fine di gennaio. Il 5 febbraio sarebbero trascorsi i due mesi dall’intervento. Avvertivo la pressione ed ero nel pieno della fase di elaborazione di un pensiero preciso ma ancora non lo avevo maturato. Da una parte ero scettico sull’efficacia del trattamento e certo, a mio giudizio, degli effetti collaterali che avrei subito. Dall’altra pensavo al poco tempo che mi restava per prendere la decisione e ai rischi possibili a cui mi sarei esposto nel caso in cui avessi deciso di non fare la chemio. Dall’altra ancora “ascoltavo il mio corpo” che di fatto stava bene.

Perché avrei dovuto fare ‘sta roba?

Il mio corpo come un tempio

I giorni passavano. Mi sentivo alle strette. Mi continuavo a confrontare con varie persone, anche medici ovviamente, nel tentativo di approfondire l’argomento, per capire. Ho sempre considerato il mio corpo come un tempio inviolabile. Ne ho sempre avuto cura.

Fino a qualche anno fa soffrivo di forti riniti allergiche stagionali; evitavo di prendere cortisone limitandomi, solo in casi estremi, ad assumere antistaminici. Se non ho febbre alta non prendo mai farmaci e in tal caso si parla al massimo di una Tachipirina. Non uso nulla al di fuori di integratori alimentari naturali e una sana alimentazione. In effetti, circa sette anni fa, solo modificando l’alimentazione ho risolto problemi di allergie stagionali e altri problemi di natura allergica che si presentavano dopo l’assunzione di alcuni alimenti.

Insomma, “non prendo nemmeno le Zigulì” e qui mi si propone di bombardarmi con farmaci chemioterapici? Oltretutto, approfondendo la questione, compresi che insieme al farmaco chemioterapico avrei dovuto assumere: cortisone, un secondo farmaco, detto “intelligente”, e poi proseguire con la terapia ormonale per 5 anni!

Già, nel sentir parlare di “farmaco intelligente” mi venivano in mente le immagini televisive della Guerra del Golfo e i bombardamenti su Baghdad con missili Tomahawk. Missili definiti intelligenti e che contribuirono ad uccidere civili inermi. L’associazione del farmaco con “intelligente” mi suonava come “bellicosa” e un ossimoro del tipo “intelligentemente stupido”.

Insomma… No! No s’ha da fare.

La decisione

Durante questo pellegrinaggio di consultazioni varie e a vario titolo, passando da tutte le possibili scuole di pensiero e i protocolli ufficiali, mi imbattei nel proverbiale incontro con l’oncologa di riferimento che mi avrebbe poi seguito durante tutto il trattamento chemioterapico. Fu un incontro programmato, tra quelli inseriti nel protocollo del GOM per accompagnarmi verso la terapia. Incontrai così la Dott.ssa (r.a.d.i*). Un lungo incontro, quasi due ore, “durante il quale penso di averle fatto perdere qualche anno di vita”. Le ho rivoltato addosso “il sacco” di domande e di dubbi che avevo in serbo. Ero un fiume in piena, coadiuvato dalla onnipresente meravigliosa moglie che mi ha seguito in tutte le fasi, fin dalla prima sua “intuizione” che oggi posso tranquillamente definire: “salva vita”.

Insomma, uscito dall’incontro con l’oncologa avevo dissipato quasi tutti i dubbi. Diciamo che ero moderatamente soddisfatto anche se in parte ero anche turbato per via dei farmaci che mi erano stati consegnati, a titolo preventivo, per contrastare gli eventuali effetti collaterali dovuti alla chemioterapia.

Farmaci che mi sono stati consegnati qualche giorno prima di cominciare la chemioterapia. Utili per contrastare l’insorgenza di eventuali effetti collaterali

La notte porta consiglio… o molti dubbi…

La mattina alle 4 mi svegliai, scosso dai pensieri. I dubbi erano tornati a dominare la mia mente. Il mio fisico.. la palestra… non potrò fare questo, quello… i capelli… come faccio col lavoro… i clienti.. insomma, ero punto e a capo e non volevo saperne di fare la chemio.

“Starò alla sorte”, dicevo tra me.

Dopo essermi più volte girato nel letto decisi di alzarmi per scrivere una email alla Dottoressa (r.a.d.i.*) la quale, molto disponibile, mi aveva lasciato il suo indirizzo email insieme al suo numero di cellulare. Ovviamente alle 5 del mattino non potevo chiamarla altrimenti mi avrebbe mandato alla neuro, altro che a fare la chemio. Le scrissi una lunga mail. Ci misi dentro tutto… Verso le 8.30 le mandai un SMS per avvertirla che gliela avevo inviata. Nel primo pomeriggio mi contattò telefonicamente.

Più di mezz’ora di telefonata durante la quale sentii la forte presenza del medico oncologo professionista ma avvertii anche e soprattutto una forte componente umana, quella che riuscì a far cadere le ultime barriere di riluttanza nei confronti della chemio.

Eravamo già a martedì pomeriggio; il venerdì avrei iniziato la prima chemio.

Oggi sono alla quinta chemioterapia. Il ciclo ne prevede 12 in tutto. Per adesso non ho dovuto usare farmaci per contrastare effetti collaterali poiché non ho avuto alcun problema di sorta se non limitatamente a qualche giornata pessima dal punto di vista della stanchezza e della concentrazione.

Mi era stato annunciato che avrei perso i capelli. Per evitare di assistere impotente a questo repentino evento ho deciso di radermi barba e capelli. Ho notato, per adesso, che la crescita in generale della peluria è rallentata ma non ho riscontrato una vera e propria perdita di capelli, almeno fino ad ora. Come “vantaggio” mi faccio la barba meno frequentemente.

Stefano Saldarelli, foto di Francesco Bolognini, Prato

Avrò modo, in post successivi, di entrare in dettagli su ciò che è l’esperienza chemioterapica, per me.

Sto attendendo anche l’esito del test genetico che attualmente è in corso e che dovrebbe offrire dati ulteriori per stabilire le possibili cause. La risposta non arriva in tempi rapidi: si parla di 3/4 mesi dal prelievo del sangue e pertanto, prima di maggio/giugno non saprò nulla.

Desidero raccontarvi questa esperienza affinché tutte queste parole possano servire a qualcuno per prendere una decisione, per entrare nella sfera della consapevolezza e soprattutto della prevenzione. E’ chiaro che l’uomo può avere il cancro al seno non capita solo a Stefano Saldarelli (e qui potete trascendere a gesti tribali, ancestrali).

Se non era per mia moglie, col cavolo che me ne sarei accorto e chissà adesso che sorte mi sarebbe toccata.

Invito tutti gli uomini a dare inizio ad un’autopalpazione, “un po’ diversa da quella a cui siamo abituati: un po’ più su”.

E’ arrivato il momento di toccarsi i PETTORALI in cerca di noduli, protuberanze, di qualsiasi elemento anomalo. Fatelo da voi o fatevelo fare dalle vostre partner, sicuramente più avvezze a questo genere di tecnica preventiva. Fatevelo reciprocamente. Potrebbe essere un bel gioco che potrebbe salvare la vita ad entrambi.

Ho deciso di avviare una campagna di sensibilizzazione sul problema del cancro al seno maschile. Se fino a qualche mese fa non pensavo nemmeno che potesse verificarsi su un uomo, al pari del cancro alla prostata per una donna, oggi ne sono pienamente consapevole e mio malgrado anche paziente.

Come grafico creativo e persona direttamente coinvolta in questo “episodio della vita”, grazie alla preziosa collaborazione del mio amico e grande professionista Francesco Bolognini www.fotobolognini.it ho deciso di espormi e di mettermi “a nudo” attraverso questa immagine che apre di fatto la mia campagna di sensibilizzazione su questo tema.

Spero solo che possa porre l’attenzione su un problema che di fatto “NON E’ SOLO ROBA DA FEMMINE… FAI PREVENZIONE” anche tu.

Alla prossima e… W la vita!

Droni marini e droni terrestri… Uffa!

Continuo a leggere o sentire indicare, “qualunque cosa” abbia un microchip e che si muove autonomamente, con i termini: DRONE MARINO o DRONE TERRESTRE.

Allora… NON esistono DRONI MARINI o DRONI TERRESTRI.

Eventualmente esistono: rover, robot, veicoli autonomi, USV: Unmanned Surface Vehicle, UTV: Unmanned Transport Vehicle, UUV: Unmanned Underwater Vehicles…

I DRONI volano e basta.

Se hanno microchip sono macchine volanti, quindi APR o UAS, UAV, DRONI, etc. Se non hanno microchip probabilmente sono insetti, più precisamente ci si riferisce al maschio dell’ape.

Pertanto, se senti qualcuno che dice: “drone marino” o “drone terrestre” dagli del “rinDRONATO” e spiegagli la differenza.

Non a caso sul mio blog DRONEVOLUTION ho realizzato un’apposita rubrica che si intitola “DRONI ma non proprio“, per raccogliere alcuni articoli, scritti da giornalisti, che indicano come DRONI della roba che fa di tutto meno che volare.

ape drone

“Campagna di promozione per la cultura in un settore emergente che ha infinitamente bisogno di informazioni chiare e certe.”

Grazie!

Ci stiamo complicando la vita

Vado in edicola per acquistare una rivista e…

Mannaggia, mi rendo conto che il numero che cerco non c’è più e che in distribuzione c’è già quello successivo. Va beh… chiedo all’edicolante se è possibile ordinare l’arretrato.

In effetti avrei potuto richiedere la copia ma solo ad una condizione, così è emerso nel corso della breve ma illuminante conversazione che ho tenuto con l’esperto del settore:

comunicandogli il codice a barre presente sul numero della rivista che desideravo acquistare.

E’ un po’ come accade quando vai in banca a chiedere un prestito: te lo danno se hai soldi o beni per garantirlo. Se avevo soldi non sarei venuto in banca a chiederti un prestito, giusto?

Stessa cosa.

Dovrei avere una copia della rivista che desidero acquistare, annotarmi il codice a barre stampato in copertina e comunicarlo all’edicolante. Solo in questo modo si avvierebbe la procedura di riordino del periodico tramite l’edicola ma… se avessi quel codice avrei anche la rivista e cosa mi importerebbe di ordinarla all’edicolante?

codice-a-barreE’ incredibile come si riesca a complicare la vita delle persone in nome dello “sviluppo tecnologico” o del “progresso”; soprattutto come conseguenza del non saper ottimizzare i processi tecnologici a vantaggio dell’utenza. Se investi in tecnologia per migliorare i tuoi processi di produzione fai in modo che il miglioramento ti garantisca vantaggi su tutta la linea oppure non abbandonare le “vecchie” procedure.

Permettimi di comunicare con “te” attraverso un linguaggio più immediato, di facile comprensione e soprattutto: CONSOLIDATO. La rivista riporta un numero progressivo e un anno di pubblicazione. Se comunico all’edicolante il nome della testata, quello della casa editrice, il numero della rivista e l’anno, (come si faceva un tempo), non sarebbe più che sufficiente?

E lascia il tuo bel codice a barre ad uso e consumo degli addetti ai lavori (casa editrice – distribuzione – edicolanti).

Capisco che tu abbia le tue procedure a barre, quadretti o righine ma non potendo, io utente, accedere ad un database con l’elenco di tutti i codici di tutte le riviste di tutte le case editrici e recuperare il codice del numero della rivista che voglio acquistare, come pensi che possa fare per ordinarti questa copia arretrata?

Non resta che andare sul sito web della casa editrice e ordinare la rivista online dovendo pagare anche i costi di spedizione. Magari mi stampo pure la rivista on-demand, che dici?

E’ un brutto segno o comunque un ulteriore segnale che i tempi stanno inesorabilmente mutando. Demandiamo tutto alla tecnologia, venendo meno il rapporto umano e fiduciario che, in questo caso, si veniva a creare e consolidava negli anni tra cliente ed edicolante. E’ chiaro che il segnale è: “caro edicolante, o ti evolvi o soccombi”.

Spot di Natale Carrefour. Ditemi che non è finito, vi prego!

E’ arrivato, l’ennesimo spot mieloso in chiave natalizia…

Da sempre la pubblicità fa leva sugli stereotipi legati alla cosiddetta “magia del Natale” per promuovere il consumo di prodotti ad hoc. Stereotipi che tra l’altro spesso nascono dal mondo della pubblicità; vedi per esempio CocaCola con il suo Babbo Natale che oggi è conosciuto in tutto il mondo come “IL” Babbo Natale per eccellenza.

Insomma, lo sappiamo e non ci stupisce più di tanto assistere in questo periodo dell’anno ad un teatrino più o meno visto e rivisto che propone ambienti innevati, musiche che richiamano atmosfere disneyane, neve, luci colorate, bambini, famiglie felici e… IL PRODOTTO: Panettoni, spumanti, bevande, offerte su ricariche telefoniche, etc.

Nulla di strano, tutto come da copione ma…

Eccolo, arriva quello spot che cerca, tenta, annaspa, richiama, evoca tutte le caratteristiche del perfetto spot natalizio ma… qualcosa non va. Parlo della pubblicità televisiva della Carrefour Italia che sta andando in onda in questi giorni.

Questa:

Orsetto di peluche in primo piano, musichetta da perfetta “magia di Natale” e voce di fanciullo. Mentre parla il bimbo si intravedono i suoi piedini scalzi che lo conducono all’albero di Natale presso il quale è seduto un grosso orso di peluche che qualche istante dopo verrà calorosamente abbracciato dal bambino.

Mentre si consuma questa liturgia, che fa venire il diabete da quanto è sdolcinata (ma può anche starci, dopotutto è Natale), ascoltiamo le parole del bimbo:

“Caro Babbo Natale… quest’anno vorrei tanto…un bambino con cui giocare…”

Poi… dopo questa agghiacciante affermazione arriva la pausa che probabilmente serve all’attonito spettatore per riprendersi un attimo. Cerca di capire se ha udito bene; magari la parola non era BAMBINO ma TRENINO: “VORREI TANTO UN TRENINO CON CUI GIOCARE”. Il tempo non è sufficiente per elaborare ulteriori considerazioni. Ecco che arriva subito una seconda voce. Questa volta è di un uomo, calda. Proferisce le seguenti parole:

“A Natale esaudiamo i desideri di tutti. Negli ipermercati Carrefour spendi e riprendi il 50% sui giocattoli.”

Ma come?!?! Vi prego! Ditemi che questo spot non è stato finito o che è solo il primo una serie in chiave natalizia firmata Carrefour. C’è un seguito, vero? C’è una spiegazione a questo dramma consumato tra le pareti domestiche?

Come si fa???? 

  1. Questo bambino non ha un amico? Che problemi ha? E’ stato sequestrato? Vive in una landa desolata? Non lo fanno uscire di casa? Non va a scuola?!?! I genitori sono dei serial killer? Dove vive ‘sto bimbo… TELEFONO AZZURROOOO!
  2. Chiede a Babbo Natale UN AMICO? E l’orso lo abbraccia pure perchè “capisce” che il bimbo “non sta tanto bene”.
  3. OK, ci avete sparato la bomba… nel resto dello spot come la rimediate? Con un bel “A NATALE ESAUDIAMO I DESIDERI DI TUTTI”??? Quindi, o Babbo Natale rapisce bambini e il 25 dicembre porta a questo disgraziato un’altra vittima inconsapevole di questa presunta tratta di bambini oppure Carrefour vende anche bambini nei propri impermercati, “programmati” per diventare amici del suddetto disperato.
  4. Se a Natale Carrefour esaudisce i desideri di tutti, temo che quest’anno avranno la fila fuori dagli ipermercati. Si troveranno alle casse persone che chiederanno un LAVORO, la CASA perchè TERREMOTATA, DENARO, SICUREZZA…

Ma un bel… “DA CARREFOUR UN BUON NATALE A TUTTI E IN PARTICOLARE AI BAMBINI. ACQUISTA (e non spendi) NEI NOSTRI IPERMERCATI E RIPRENDI IL 50% IN GIOCATTOLI.” Senza la voce del bimbo e con le stesse immagini e musica, non andava bene?

Uno spot di 15″ che fa rimpiangere questo: