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10 cose che abbiamo capito in emergenza COVID-19

Stiamo affrontando un periodo anomalo, del tutto inaspettato, almeno per noi umani non appartenenti a certe caste. Siamo nel bel mezzo di una crisi globale. Lavoro, salute, benessere, abitudini, vacanze, viaggi, sport… tutto ha subito un drastico arresto, mutando nella forma e nella sostanza.

Ciò che ha alimentato il clima di incertezza è stato, ed è, il continuo martellamento mediatico che parallelamente al danno del COVID-19 ha innescato il disagio sociale in cui viviamo.

Da fine gennaio ad oggi abbiamo subito una metamorfosi globale, e poi individuale, che ci ha portati alla perdita dei riferimenti che ci permettevano di sentirci, prima di tutto, persone libere; anche se il concetto di libertà dovrebbe essere rivisto sulla base delle imposizioni che comunque siamo chiamati ad accettare e rispettare in quanto cittadini del mondo.

Chiusa la premessa, vado ad elencarvi le dieci cose che abbiamo capito in emergenza COVID-19. Forse non le condividerete ma fin quando almeno un pensiero potrà essere liberamente espresso, potrò aver speranza e fiducia che l’umanità non avrà perso ogni diritto e forma di libertà.

  • 1 – La speranza ha preso il posto della certezza. Ci alziamo al mattino sperando che sia l’ultimo giorno di “esilio”. Speriamo che la lista dei deceduti sia più corta rispetto a quella del giorno precedente. Speriamo che il lavoro possa riprendere. Speriamo di poter uscire di casa senza aver paura di commettere un reato. Speriamo di poter programmare un viaggio. Speriamo di tornare ad abbracciare amici, parenti, le persone care e, sperando, andiamo a letto con i medesimi pensieri e propositi per il giorno dopo. Oltretutto abbiamo anche un ministro della salute che si chiama Speranza, vogliamo parlare di certezze?
  • 2 – La spettacolarizzazione ha preso il posto del rigore. Il COVID-19 è diventato un talk show trasmesso in streaming perpetuo. Da mesi non si parla d’altro e soprattutto lo si fa, spesso, nei modi meno opportuni, per non dire morbosi. L’informazione è diventata una piccola parte rispetto alla spettacolarizzazione della notizia stessa.

    Christof, interpretato da Ed Harris in The Truman Show – foto da La scimmia pensa

    Un’intervista diventa un momento di teatro intriso di buonismo alternato da cinismo dove chi tiene il microfono incalza sui morti, si insinua tra i reparti degli ospedali, cerca il medico o l’infermiere stremato per costruirci attorno “la storia”, “il caso”, con la speranza che quel servizio diventi “il caso” perché l’intervistato crolla in diretta. Se poi non crolla, per stanchezza o per virus, gli si toglie il microfono per passare ad altro, l’importante è che il dramma, la tensione e la paura aleggino e si amplifichino ad ogni collegamento. L’importante è parlare di COVID-19, di quanto siamo bravi a stare a casa o di quanto siamo menefreghisti perché siamo ancora in troppi a giro per le città.

  • 3 – La distopia ha preso il posto dell’utopia. Gli scenari post bellici, apocalittici, fantascientifici a cui siamo stati abituati dalla letteratura, dal teatro e dal cinema si sono trasformati nella realtà, in una sorta di incubo che viene vissuto in una fase limbica. Siamo tutti coinvolti, ne capiamo la gravità ma per adesso, eccezion fatta per chi è in ospedale, viviamo questa situazione in modo quasi onirico. Sappiamo ma non vediamo. La viviamo ma non la percepiamo come potrebbe essere vissuto, per esempio, un evento bellico. I nostri sogni, se pur talvolta utopistici, sono mutati radicalmente in una realtà intrisa di edulcorata distopia. Vediamo il sole ma non lo possiamo prendere; fuori c’è la primavera ma dobbiamo relegarla in un cantuccio aggrappandoci ad una sorta di balzo temporale che ci permetta di arrivare il prima possibile a quell’estate che i media e i sedicenti esperti ci indicano come la stagione della “decontaminazione”. Il caldo rallenterà il virus e allora potremmo timidamente uscire di casa e forse tentare di tornare a vivere, forse, anche se già si parla che non sarà proprio così.
  • 4 – I decreti hanno preso il posto della cartomanzia. A suon di decreti si è fatto e detto di tutto a tal punto che per frequenza di pubblicazione, spesso anche per la complessità, suscettibilità di interpretazione e per la contraddizione tra loro si è arrivati a scommettere sul contenuto dei successivi e a ironizzare. Siamo bravissimi a fare decreti e ancora di più a farli in modo tale da dare spazio a numerose interpretazioni. Sostengo da sempre che l’interpretazione dovrebbero essere appannaggio degli attori e non lasciata alla coscienza del cittadino che deve tentare di districarsi tra lungaggini inutili, frasi contorte e testi scritti col proposito di sollevare da tutte le responsabilità chi li ha redatti ma capaci comunque di incastrare a vita chi li ha “mal interpretati”. La cartomanzia è diventata una scienza esatta a confronto. Una regola, una legge dovrebbero essere chiare e comprensibili a tutti. Col semaforo rosso non si passa; fine della discussione. Se scrivi che è possibile circolare “in prossimità della propria abitazione”, fai un danno! Definisci il concetto di prossimità. Per me essere in prossimità della mia abitazione potrebbe voler dire arrivare fino a Grosseto, rispetto a me che abito a Prato, se paragono un mio possibile raggio di spostamento fino a Skarsvåg kirke; che ne so, magari sono solito recarmici per rapporti di lavoro.
  • 5 – Che si fa presto a legiferare di non andare a lavorare se si continua a prendere lo stipendio di sempre. Tu non lavorare, stai a casa perché insieme ce la faremo. Se tutti stiamo a casa ce la faremo… faremo… ce… e noi come mangiamo se stiamo a casa mentre tu che mi dici di non lavorare continui a prendere lo stipendio di sempre?

    1984, romanzo di George Orwell, pubblicato nel 1949 – foto da Wikipedia

    Avessi visto qualche politico dimezzarsi lo stipendio… tranne qualcuno che lo fa da sempre ma come si sa, questo non fa notizia. L’importante è far vedere che si fa, muovendo cose, facendo decreti, collegamenti Facebook con dirette che paiono proclami di epoca fascista diffusi dall’Istituto Luce… Ops! Non si può dire, allora cito Orwell e il “Grande Fratello” di “1984”, anche se mi viene in mente un altisonante: “Armiamoci e partite”, non so perché. Comunque. Noi dobbiamo restare a casa e, aggiungo il carico, veniamo subissati da spot per donare, se vogliamo (non sia mai che ce lo impongano) alla Protezione Civile. Giusto, per carità, un po’ meno se si pensa a quanti tagli alla sanità sono stati fatti negli ultimi anni. E comunque #insiemecelafaremo perché fa trend, fa social, fa condivisione e allora…

  • 6 – Abbiamo fatto spazio al buonismo e assopito il cinismo. Di cui comunque l’umanità è sempre gravida ma, adesso, siamo tutti belli coesi, pronti ad aiutarci e a scaricare tutte le nostre frustrazioni contro “gli altri”; mi sembra di vivere in LOST (cit. per gli ex appassionati della serie). L’importante è avere sempre pronto un hashtag efficace che permetta di sentirti parte di un’idea, non la tua ma quella sviscerata da qualche consulente marketing e fatta passare come genialata di qualcuno che è bravo, che è buono e che vuol salvare il pianeta, senza pensare che l’hashtag di per sé ha una forma che dovrebbe far riflettere “#”, quattro sbarre che ti imprigionano, non a caso si chiama anche cancelletto… Ora non sei più incazzato col vicino, con l’amministratore del condominio, col datore di lavoro, con la moglie o il marito – questi in particolare è meglio di no, visto il momento di prolungata e forzata convivenza -. Adesso ce l’abbiamo con “quelli” oltre confine. Partiamo da lontano, dalla Cina, per poi rivedere anche la nostra posizione nei confronti dei cinesi ma solo perché ci hanno mandato degli aiuti. Ora sono visti come alleati e amici. Allora non avendo più la Cina con cui incazzarci, perché “tutto è partito da lì”, dobbiamo coalizzarci contro “i vicini più vicini” come la Germania.

    OktoberFest – foto da Wikipedia

    Sì, la Germania è il nostro nemico, oltretutto gli abbiamo abbonato un sacco di debiti di guerra quindi sono irriconoscenti, brutti, tedeschi e per molti sono sempre nazisti… ma… ecco che la Germania pubblica sul BILD una sorta di lettera d’amore nei confronti dell’Italia e allora non possiamo essere più arrabbiati con loro. Via, tutto sommato sono vicini di casa, non sono poi così male, fanno delle belle auto e poi tra pochi mesi c’è l’OktoberFest… Allora visto che “gli altri” sono troppi e non possiamo arrabbiarci con tutti, sfoghiamoci in altro modo… attraverso le catene di Sant’Antonio e, via, tutti buoni, tutti solidali, tutti rompi coglioni con queste robe assurde che girano per settimane e che poi tornano in auge a distanza di anni e, come se non bastasse, tutti a cantare sui balconi, poi a puntare lo smartphone verso l’alto – ad un giorno ed ora precisi, perché si possa illuminare l’Italia e vederla dal satellite (…) -, poi tutti a postare foto di “come eravamo”, per sentirsi più giovani, più belli e più appartenenti ad una “tribù” e speranzosi di ricevere più like possibili, magari da qualche ex mai conquistato all’epoca. Ed ecco che in un attimo Facebook si trasforma in un tristissimo album di foto vintage dai colori sbiaditi, nella migliore delle situazioni, altrimenti in bianco e nero. Allora cerchi qualcosa in TV e vedi i talk che insieme ai telegiornali, pur di non fare informazione, si contendono immagini inquietanti sul “raccontateci cosa state facendo a casa” che, francamente, non potrebbe fregar di meno a nessuno ma pur di essere visti si farebbe di tutto, compreso trasformare la propria famiglia abbrutita in un meraviglioso spot televisivo, come quelli, se non di più, dove ci sono “le famiglie felici delle colazioni”. L’importante è far vedere che siamo tutti uniti per poi essere pronti a condannare il vicino di casa se esce col proprio cane per fargli fare i bisogni o, se uno si azzarda ad uscire in tuta… non vorrai mica che si metta a fare jogging? Che incosciente!

  • 7 – Abbiamo capito che il capitalismo non teme i virus, anzi. Chiude tutto. Chiudono nazioni intere ma non chiudono le borse. I piccoli azionisti si prendono paura e svendono tutto. I falchi della finanza aspettano quei pulcini impauriti “per ripulire il ripulibile”, acquistando titoli su tutto e ovunque. Non mi meraviglierei che al termine di questo “film”, all’improvviso, ci ritrovassimo con aziende e servizi che erano italiani, in mano a stranieri; anche se il trailer di questo film è già stato visto numerose volte. “Dice che non si possono chiudere le borse”; è come dire che non si possono stampare banconote dal nulla… Secondo me basta carta, inchiostro e la Zecca di stato che decida di dare il via alle rotative o anche meno; adesso è tutto digitale, basta “schiacciare un pulsante” e si azzerano i debiti o si rifonde un patrimonio. Sono convenzioni e convinzioni che l’uomo si è imposto ma che evidentemente possono e devono essere riviste alla luce di eventi come questo.
  • 8 – Abbiamo compreso che i film sui virus restano film e che gli americani li sanno fare molto bene, i film… Come le guerre. Bravissimi al cinema, molto meno nella realtà anche perché per essere davvero bravi con le guerre dovrebbero essere capaci di non farle.

    Da ComingSoon.it – Virus Letale, film del 1995

    Di fatto anche con i virus Hollywood ci ha campato per generazioni spacciandoci intere pandemie come qualcosa di gestibile dal solito scienziato lungimirante ma incompreso che trova la cura e salva il mondo, tutto nel giro di un paio d’ore, tutto condito da stelle e strisce, sano patriottismo in antitesi col complotto dei cattivi di turno, russi o comunque basta che siano comunisti, che volevano tenere nascosto il virus pandemico e diffonderlo per il mondo. Ma guarda tu, che fantasie. Nella realtà, invece, il sistema sanitario americano, unito all’incapacità di visione, alla superbia e all’arroganza di chi è al comando, hanno innescato un’escalation di vittime che la metà sarebbe già stata inaccettabile. Ecco che gli USA, da potenza economica e militare, si ritrovano improvvisamente ad essere un coacervo di stati, lasciati ognuno all’iniziativa del proprio governatore (come vedi tutto il mondo è paese) ma tutti con la consapevolezza che se hai un’assicurazione puoi curarti, altrimenti muori. L’importante è che al “capo supremo” gli siano stati conferiti “pieni poteri”, come in guerra. Mah!

  • 9 – In un mese non è possibile colmare un gap tecnologico di anni. Smart working, e-learning sono parole bellissime ma prive di significato in un’Italia che ha un’infrastruttura tecnologica troppo indietro per fare fronte alle esigenze di questo momento. Internet in molte aree è ancora una chimera ma si parla di 5G dividendo la nazione tra chi è contro e chi è favorevole. Persone che devono arrangiarsi per connettersi alla rete inventandosi soluzioni tra le più improbabili e disparate ma l’importante è dire che si fa “smart working”. E’ dagli anni ’80 che si parla di informatizzare la scuola. Quante parole spese. Adesso le scuole sono forzatamente chiuse e all’improvviso si chiede agli insegnanti e agli studenti di fare le lezioni da casa online. Così, dall’oggi al domani. Non esistono protocolli ufficiali e condivisi. Non esistono metodi didattici pensati per un e-learning diffuso e continuativo. Non esistono, o pochi, insegnanti preparati ad utilizzare al meglio le tecnologie ma in tutto questo si chiede di fare, a prescindere. Chi è avvezzo alle tecnologie può farcela, chi non ha mezzi e preparazione resta inevitabilmente indietro; insegnanti e allievi. Nel frattempo, la disabilità del singolo diventa un ulteriore handicap perché se sei autistico o ipovedente o sordo o se hai altre disabilità che, in condizioni “fuori dal virus” un insegnante di sostengo può gestire, adesso è l’insegnante di sostegno che dovrebbe avere un aiuto per poter aiutare chi ha bisogno. Un gesto, una carezza, un abbraccio, un sorriso, la vicinanza sono elementi fondamentali per instaurare un rapporto tra insegnante e alunno disabile, tutte cose che adesso non si possono fare. Ma adesso c’è l’e-learning e si risolve tutto. Intanto, molto probabilmente, l’anno scolastico andrà a ramengo e tutti passeranno con una sufficienza d’ufficio.
  • 10 – Stiamo tranquilli perché c’è la task force… ma che è la task force? C’è una task force per tutto. Per gestire l’emergenza, per gestire l’economia, per gestire chi gestisce l’emergenza e l’economia. C’è una task force per controllare anche le fake news, certo. L’importante poi è nominare una task force che controlli la task force che controlla le fake news altrimenti rischieremmo di essere sotto censura (…). Invece no perché tutte le emittenti televisive, quelle più grosse dai, e le testate giornalistiche di un certo spessore (…), fanno fronte comune contro le fake news, senza riflettere un nanosecondo sul fatto che in tema di COVID-19, da gennaio, fino ad un quarto d’ora fa, abbiamo sentito delle mega-castronerie spacciate per notizie, poi smentite e poi riconfermate, proprio da chi adesso sarà il controllore delle fake news. Guai a noi però ad esprimere pubblicamente su internet un parere, un’opinione e tanto meno a trattare un argomento che non sia pertinente con la propria preparazione culturale (leggi laurea) e/o attività professionale; non sia mai che possa essere tacciato come fake news e quindi l’autore incorrere in sanzioni; dopotutto basta pagare no? Come se un idraulico dovesse parlare solo di tubi perché se si mettesse a parlare di mattoni potrebbe essere additato come uno inaffidabile che diffonde fake news. Aggiungo anche che puoi filtrare dei contenuti se ti rivolgi a dei bambini ma dal momento che adesso la fascia protetta per i minori è andata a farsi benedire, visto che non si fa altro che parlare di morti e di pandemie dalla mattina alla sera, ritengo anche offensivo che mi si venga a dire che certe notizie me le devi filtrare tu, oltretutto perché evidentemente ritieni che io non sia capace di comprenderle e discernere tra vero o falso. Comunque… avremo sicuramente una task force che interverrà in nostro aiuto… “aiuto, c’è la task force!”

Siamo a dieci, mi fermo…

Vorrei e potrei continuare per non so quanto ma preferisco chiudere, cercando di lasciarvi con un messaggio positivo dopo tanta cruda verità, cinismo e q.b. di polemica.

Ho esagerato? Probabile, ma neanche più di tanto, dopotutto per chi si trova “agli arresti domiciliari” è ben poca cosa uno sfogo del genere.

Ho delle soluzioni alternative da proporre? Ne avrei ma non essendo un ministro né un membro di una task force non posso dispensare consigli o imporre veti o leggi.

La cosa che però mi sento di comunicare, a voi lettori del mio blog, è che tutto deve essere preso alle giuste dosi, a cominciare da questo blog ma anche e soprattutto i quotidiani, i telegiornali, i talk, internet e tutti i guru e sedicenti esperti in qualcosa.

The Blob – film del 1958 – da Wikipedia

In questo momento avrete i vostri pensieri, soprattutto se al vostro lavoro è stata messa una ganascia. Non crucciatevi più di tanto. Non scavate solchi nel vostro cervello per trovare soluzioni. Arriverà il tempo delle soluzioni, adesso è il tempo della consapevolezza, della metabolizzazione di questo blob che ci circonda. Tempo al tempo. Siate attenti osservatori e le idee arriveranno.

E’ comunque primavera, la Terra continua a ruotare intorno al sole e le margherite sono sbocciate. Aprite la finestra e respirate a pieni polmoni. Adesso non c’è nemmeno smog; “Greta Thunberg ha gufato e l’impensabile si è avverato”. Godetevi un po’ di raggi solari. Filtrate il filtrabile e che la quarantena possa portarvi consiglio…

 


Crediti:

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Beni di prima necessità. Le leggi, il buon senso, la logica e il COVID-19

Diario di bordo. Data terrestre: 16 marzo 2020.

Tra le notizie che leggo stamani mi è capitata questa…

Coronavirus, nei supermercati vietato l’acquisto di quaderni, pennarelli e biancheria: “Non sono beni di prima necessità” da la Repubblica, edizione di Milano

Foto Fb/Daniela Salvetti dall’articolo su “la Repubblica” edizione di Milano

Non fermatevi al titolo, leggete tutto l’articolo, prendete fiato, contate fino a dieci e poi esprimete un vostro giudizio, se volete.

Il mio pensiero, dopo aver contato ben oltre il dieci, parte da un ragionamento semplice.

Quella scatola di pennarelli o l’album con i fogli per disegnare oppure quel paio di mutande che qualcuno “non considera beni di prima necessità”, lo fa secondo un proprio giudizio o sulla base di un ragionamento oggettivo?

In questo momento, nelle case degli italiani e non solo in quelle, ci sono milioni di bambini reclusi tra le quattro mura da circa dieci giorni, in una condizione di perenne “crisi da inattività”. Non vanno a scuola, non fanno sport, non escono a giocare con gli amici, “NON” in generale.

La condizione che stiamo vivendo mal si confà ad un adulto, figuriamoci per un bambino/adolescente che è privato di ogni sorta di sfogo. Restano le consolle, i videogiochi in generale, gli smartphone, computer, tablet e TV. Tutte cose utili, necessarie ma anche lontane da quelle cose e azioni che ti permettono di essere creativo, efficiente e forse anche bambino.

Tornando a quei pennarelli, vogliamo ritenerli un bene di “non primaria necessità” in un contesto come quello in cui ci troviamo forzatamente a vivere? Non vogliamo fare in modo che la creatività dei ragazzi possa essere manifestata liberamente anche attraverso l’uso del pennarello, dei colori, delle matite, degli acquerelli, etc?

Consideriamo anche l’aspetto psicologico: un bambino dovrà pur sfogarsi, esprimere le proprie emozioni anche attraverso il disegno.

Un insegnante che adesso deve inventarsi nuovi approcci didattici, tutti da remoto, volete che non impieghi anche il disegno per dare vita ad un progetto scolastico, ora più che mai importante e necessario per condividere e raccontare?

Ma poi… se quei pennarelli servissero ad un commerciante di cinquant’anni che in questo momento è costretto a scrivere ed affiggere un cartello col quale comunicare che è chiuso, è da considerarsi una “non necessità”?

Se quei pennarelli servissero per scrivere su dei camici bianchi il proprio nome, magari quello di un infermiere che lavora in un ospedale? Se quei pennarelli servissero per scrivere su delle etichette che poi andranno apposte su delle fiale contenenti campioni di sangue che dovranno andare in un laboratorio? Se quei pennarelli servissero per…

Tutto serve, nella misura in cui mi dici che puoi tenere aperto un tabaccaio, perché evidentemente il fumo in questo momento lo ritieni una cosa necessaria o addirittura per taluni indispensabile.

Serve nella misura in cui posso sentirmi ancora libero di comprare dei pennarelli o delle mutande perché magari ne ho bisogno o più semplicemente perché mi voglio sentire bene con me stesso e perché voglio acquistarli.

Serve ed è necessario perché nonostante le emergenze, le disposizioni, le leggi, i decreti e nel rispetto dei lavoratori, se prendo una scatola di pennarelli o di mutande, non credo che cambi molto la questione o non è di certo questo il tipo di acquisto che potrà fare la differenza in termini di rispetto e/o di sicurezza per i lavoratori o che sia l’elemento determinante che causa l’allungamento delle file di attesa al supermercato.

Semmai, la differenza, la potrebbe fare il potenziamento dell’infrastruttura tecnologica della grande distribuzione, Esselunga in particolare che ha il proprio e-commerce “al collasso”. Comprensibile, tutto si è palesato “in un quarto d’ora” ma è anche vero che il problema non può essere il pennarello quando io non posso ordinare online perché si interrompe il pagamento, con tanto di pagina con errore del server, o perché la data di consegna più vicina per avere la spesa a casa è solo tra dieci giorni. Dico Esselunga ma è l’unica che, bene o male, ha una piattaforma e-commerce con consegna a domicilio capillare, almeno su una parte del territorio ma Conad, Coop, Carrefour, PAM, Auchan o i discount come Lidl, Penny e gli altri marchi famosi che fanno? Chiedo a questi di comunicare, di “strillare” i servizi che hanno approntato in questo momento di crisi per offrire soluzioni tese a limitare le code presso i punti vendita, ad attivarsi con spesa a domicilio o col ritiro sul punto vendita tramite acquisto online (quindi niente code), etc… Uffici marketing, fateci sapere!

Detto ciò… Sai come andrà a finire questa storia?

Che il cartolaio che vende quei pennarelli chiuderà definitivamente, perché lui non può tenere aperto, non può per legge, senza sé e senza ma. La grande distribuzione “fatica ma festeggia” perché in questo periodo, per loro, è sempre vigilia di Natale, con o senza quei pennarelli. Chi emergerà sopra a tutti è “l’inossidabile schiacciasassi” chiamata AMAZON che non solo ti permette di acquistare da casa pennarelli, matite, album, mutante, rastrelli, sexy toys, cacciaviti, prodotti tecnologici, libri e qualsiasi altra cosa ma ti dà musica e film gratis (se sei abbonato a Prime), compresi i cartoni animati per i bambini.

Questa esperienza col COVID-19, in termini economici, decreterà molti perdenti e due grandi vincitori: la grande distribuzione da una parte e i big delle vendite online dall’altra, Amazon in testa a tutti.

Morale di questa storia dobbiamo ricorrere, come sempre e come è giusto che sia, all’intelligenza, alla lungimiranza e alla resilienza.

E’ presto per trarre tutte le conclusioni del caso ma sono sicuro che la prima lezione che l’Italia ha ricevuto da questa esperienza è che è rimasta indietro con la propria infrastruttura tecnologica, col tele lavoro (o smart working), l’e-commerce e l’approccio individuale (leggi cultura) all’uso consapevole della rete, oltre al mero uso dei social network. Per non parlare poi della copertura della fibra a livello nazionale.

Non che tutto debba essere rivoluzionato o trasformato “in un nanosecondo”.

I negozi continueranno ad esserci e mi auguro che possano aprirne altri, anche e soprattutto di piccoli dove trovare o rinnovare il rapporto umano, la cortesia e la consulenza all’acquisto (fattori primari per tenere in vita un esercizio commerciale fisico che si vede portare via il terreno sotto ai piedi dalla concorrenza online).

Ciò che però non dobbiamo perdere di vista è l’opportunità che abbiamo davanti a noi.

Adesso è il momento ideale per ampliare il proprio business sul web. Quella concorrenza online di cui parlavamo prima potreste essere voi. Se Amazon può essere visto come “il male assoluto”, per lo meno da una gran parte dei commercianti che conosco, dall’altra è una grande occasione per ampliare la clientela e fare affari in rete. Vedetela come una complementarietà alla vostra attività e non come un limite. Dopotutto, o fai questo o cosa fare in tempi di crisi o di limitazioni alla propria libertà? Si accettano proposte, si apre il dibattito.

Dimenticavo… Avete preso fiato, avete contato fino a dieci?

Bene… adesso, se volete, esprimete la vostra opinione su quei pennarelli e su quelle mutante che… secondo qualcuno, non sono necessari. “Invito i mutandifici a farsi sentire” 🙂

Grazie!

Ctrl+Alt+Canc Riavviamo il sistema

Capita che i computer rallentino, che le applicazioni si chiudano improvvisamente o che si blocchino. Capita che sul bel mezzo di una lavoro ti venga in mente che non hai salvato e ciò accade quando tutto, improvvisamente e inesorabilmente, si è già piantato. Capita…

Allora cosa fai?

Beh, di solito, per chi usa Windows, sei costretto ad un bel Ctrl+Alt+Canc, potendo poi optare per aprire “Gestione attività” e poi “Termina Attività” o scegliere se cliccare su “Arresta” o “Riavvia il sistema”.

Ho preso in prestito questa analogia dal mondo informatico per sintetizzare ciò che in questo momento siamo chiamati a fare, in queste ore, in Italia.

In quell’Italia ricca di storia, di arte, di letteratura, di poeti e di musicisti. Quell’Italia che ci dona prodotti agroalimentari unici e meravigliosi. Quell’Italia che ha da offrirci luoghi suggestivi che meritano mille vite per essere visitati tutti e più volte…

Oggi, quell’Italia, è stata messa in una fase di lento riavvio del sistema. Non è quel riavvio che puoi fare agendo sui tre tasti sopra citati e poi decidere in pochi istanti quale percorso compiere per uscire dalle impasse. E’ un riavvio lungo, caratterizzato da incertezze e da errori di sistema a cascata. E’ un momento in cui le nostre certezze vacillano, anche quelle che diamo per scontate come il gesto naturale e affettuoso di dare un abbraccio al proprio partner, al figlio, ad un parente o ad un amico.

Siamo sul chi va là ma anche sul: “cosa devo fare?”

Le imprese guardano alle scadenze fiscali, agli stipendi, ai leasing, mutui e fornitori da pagare.

Le famiglie guardano i propri cari con angoscia e timore di poter nuocere a qualcuno, inconsapevolmente e inaspettatamente. Guardano al lavoro che è in pericolo, allo stipendio che forse potrebbe non arrivare se la ditta non riprende a lavorare.

Questo virus è là fuori, da tempo. Gira indisturbato nell’attesa di infettare un nuovo ospite. Non lo vedi ma c’è. Non lo senti ma avverti chiaramente la sua presenza. Te la fanno sentire.

Quindi che fare?

Beh… non entro in questioni che riguardano la politica o il Governo della nazione e quindi se sei qui per sapere se voglio sfanculare il Governo o elogiarlo, questo post non fa per te. Diversamente, se vogliamo riflettere e trovare il lato positivo di questo momento, ti invito a proseguire questa lettura.

Nonostante i divieti, le zone rosse allargate oramai a tutta la nazione, la percezione di un pericolo per qualcosa che non si può contrastare direttamente ma solo evitando gli altri, isolandoci e avendo attenzione alla propria igiene personale, nonostante tutto, possiamo e dobbiamo trovare o ritrovare quella che oramai definisco “la dimensione perduta”.

Quante volte ti sei detto, più di ogni altra cosa: “Non ho tempo per…” o “Se avessi tempo farei…”?

Ecco, lasciando perdere l’andare a sciare, al teatro, al cinema, al ristorante, in palestra… ci sono innumerevoli cose che potresti fare in questo momento e che hai sempre rimandato.

Una a caso, lanciata là?

Bricolage in casa, perché no? Adesso se hai più tempo è il momento giusto per cambiare qualche tenda, verniciare una stanza o una porta, sistemare quel battiscopa scollato che da tempo ti dava nell’occhio. Puoi dedicarti al giardinaggio…

Puoi cominciare a scrivere quel libro che da tanto tempo hai in mente e che senti di dover scrivere ma ancora non lo hai fatto. Adesso è il momento.

Ma non solo… puoi ritrovare te stesso/a attraverso la riflessione, la meditazione.

Siamo stati e siamo tutt’ora subissati da informazioni provenienti da ogni canale e mezzo. Non abbiamo nemmeno il tempo per processare tutte le parole che ci giungono e che si riversano come tsunami nelle nostre menti creando scompiglio, paura, panico, e tutte quelle sensazioni che conosci bene e che stai vivendo.

E’ arrivato il momento di riavviare il sistema.

La mente è satura, siamo stanchi e provati. Adesso siamo forzatamente messi in stand-by e se vogliamo vivere e continuare a farlo dobbiamo mettere in campo l’arma della resilienza. Essere reattivi ad ogni cambiamento riuscendo a cambiare atteggiamento verso se stessi e verso gli altri, in condizioni avverse o estreme, come quella in cui ci troviamo. La resilienza ci permette di evolverci, di rafforzarci e di portarci ad un livello di maggiore consapevolezza verso noi stessi.

Se posso darti un consiglio, limita l’esposizione ai media dedicando poco tempo al giorno all’ascolto della TV ma anche alla fruizione dei canali social. Datti un tempo e rispettalo e poi dedicati a riflettere, a capire, a elaborare un tuo pensiero in merito a ciò che ha sentito cercando di filtrare le ridondanze, ciò che viene ripetuto in continuazione e soprattutto il modo con cui viene detto, spesso i media esasperano i concetti rendendoli sempre più ansiogeni ad ogni lancio di notizia.

Il resto della giornata, se sei “agli arresti domiciliari” come molti di noi, prova a dedicarlo a te.

Nessuno ti vieta di uscire, ad esempio, basta che non frequenti luoghi ove si configura un assembramento di persone… Su questa definizione vorrei spenderci qualche parola ma rischierei di spenderne più di una, dato che l’assembramento non definisce un numero esatto di persone ma più una situazione che si viene a creare e il modo con cui si è venuta a creare. Va beh… qui, qualche giurista potrà esserci più utile nel darci una definizione più chiara di questo concetto ma purtroppo il virus, del giurista, e dell’assembramento, ha un interesse pari a quello che ha per un idraulico o per un pompiere purché possa infettare tutti ben bene.

Puoi imparare dalla rete.

Sì “internet non è tutto da buttare”. Ci sono migliaia, forse milioni di tutorial che ti permettono di imparare a fare praticamente tutto. Non è detto che tu impari o che tu sia portato ad imparare una determinata cosa ma stai pur certo  che qualsiasi cosa tu voglia imparare, trovi di sicuro un tutorial che fa al caso tuo.

A tal proposito ti invito a leggere il mio post “ESSERE O NON ESSERE CREATIVI. COME STIMOLARE LE IDEE E IL PROCESSO CREATIVO.

Mi capita di guardare tutorial per fare cose che non mi interessa imparare ma li guardo solo con l’intento di scoprire qualcosa di nuovo, di capirla e dire: “Caspita, c’è qualcuno che la sa fare, la fa bene e la insegna agli altri”. Esistono tutorial che ti incantano e se vuoi ti aprono a nuovi mondi, sconosciuti e affascinanti.

Puoi imparare una nuova lingua, sempre attraverso la rete e a costo zero. Puoi imparare a cucinare; non importa diventare i Bastianich della situazione ma magari impari a fare qualcosa in più di un uovo al tegamino – anche se parrebbe cosa semplice farlo ma in realtà ho scoperto che c’è un mondo anche dietro alla preparazione dell’uovo al tegamino – o puoi perfezionare o trovare una ricetta alternativa a ciò che fai da tempo e che vorresti migliorare. Puoi fare TU un tutorial e scoprire delle capacità che pensavi di non avere, delle competenze che hai acquisito e che non hai mai avuto il tempo né modo di trasferire ad altri. Magari sei un artigiano che sa fare delle cose meravigliose, adesso è il momento per mostrare al mondo come le fai.

Puoi dedicarti ad aree di ricerca e di sviluppo per migliorare la tua attività. Puoi investire in formazione, migliorare il tuo sito web, trovare nuovi fornitori e clienti o rivedere i rapporti commerciali con gli spedizionieri.

E’ il momento di fare, anche se apparentemente potrebbe sembrare il momento dell’immobilismo.

Sei in quell’attimo in cui “stavi facendo tutto”. Tutto ti pareva che dipendesse da te e che nessuno avrebbe mai potuto fare se non tu. E’ il momento in cui il mondo aveva bisogno di te e, per l’appunto, tutto si è bloccato e adesso “non puoi fare nulla”.

Mannaggia…

E’ qui, per caso, per sfiga, per volere di qualche divinità, che dovevamo arrivare. Di avvertimenti ne avevamo ricevuti tanti, da anni, da sempre. Ognuno poi ha ricevuto i propri, quelli più diretti, ad personam, magari attraverso qualche problema di lavoro, di salute, lutti, etc…. ma non sono bastati, doveva arrivare il COVID-19. OK, questa volta ha bloccato tutti. Adesso è il momento del Ctrl+Alt+Canc e di scegliere di riavviare il sistema.

Libera la menteNon guardare al problema ma guarda all’opportunità che ti si presenta proprio grazie a questo problema.

Prendi quella pennellessa e tinteggia quella stanza. Impugna quella penna e scrivi il primo capitolo di quel libro. Premi play su quel tutorial e impara o guarda soltanto, magari come costruire un tavolo con la resina epossidica.

Leggi, approfittane. Hai quel tomo che ti aspetta da mesi, forse anni, riposto nella libreria di casa. Sfoglialo, guardalo, rivoltalo, apprezzane la consistenza, l’odore e la sensazione che ti dà la carta al tatto e poi… comincia a leggerlo, magari ti piacerà o forse no, ora potrai saperlo.

Gioca! Impara un gioco; gioca con i tuoi figli. Gioca col LEGO o fai modellismo, apre la mente e rilassa.

Ascolta la musica e scopri nuovi generi.

Apri un blog, ci sono mille modi per farlo, impara. Rinnova il sito della tua azienda per renderlo più fruibile. Libera la memoria del tuo computer, del tuo smartphone, della tua testa…

Prendi fiato e ripensa a te stesso. Stai con chi hai accanto e ascolta i suoi pensieri. Stai da solo e ascolta i tuoi desideri.

Ora puoi, approfittane.

 

8 marzo

E’ un giorno importante. Voglio celebrarlo dedicando questo racconto che scrissi circa un anno fa pensando alle tante donne che ho conosciuto durante il periodo della chemioterapia. 

Voglio dedicare questo racconto a tutte le donne e in particolare a quelle che si sono sottoposte o dovranno affrontare una mastectomia.


C’è chi le chiama puppe, bocce, tette, ciocce, zinne e se le son grandi anche giberne, tettone, meloni o bombe. Tonde e a pera, ritte all’insù o flosce che pare le si siano sgonfiate. Le danno a coppie, paiono un vole’ sta’ da sole. Da piccine le sono du’ bottoncini ma col passare del tempo e le crescono, forse. C’è ancora qualcuna che ancora aspetta dopo tant’anni ma finora unn’e successo nulla. Quando invece le sono grosse le sono scomode da portare perché le si movono da tutte le parti e con i reggiseni e le si strizzano tutte che paiono scoppià. 

Agli omini fanno girà i’ capo. Da bambini perché con le tette e ci mangiano e da grandi perché con le puppe e ci gioano. Le vengono strapazzate, ciancicate, strizzate, schiaffeggiate, palpate e ciucciate ma le un dicon nulla, e si fanno fare di tutto; le stanno bone. 

Alcune mie amiche le ci infilano in mezzo ogni cosa: fazzoletti, bigliettini, sòrdi e aggeggi vari. Alle volte se un le stanno attente e ci perdono dentro pure le chiavi di casa. 

I’ marito d’una mi’ amica e le usa come cuscino, come c’affonda i’ viso e s’addormenta. Pare un pupo a vederlo, almeno fino a quando un si desta e comincia a giocarci. Alla mi’ amica e gli fa piacere sentirsi coccolata ma la un disgarba nemmeno essere anche un po’ strapazzata da ì su’ omo, anche perché e sa che i’ su’ marito l’ama, e gli garba tutto di lei, pure le tettone che la si ritrova. Comunque e son bellini quei due. Lei fa la sofistica, pare se la voglia tirà. Lui le more dietro e spesso l’ho visto perdersi ni’ su scollo, ampio e provocante. E le parla ma mica la guarda negl’occhi. Finisce sempre lì, i’ su sguardo. Come son buffi. Però e si voglion bene.

E conosco un’artra coppia di amici dove lei, poerina, e l’ha du’ fichi secchi. Sai di quelli secchi, secchi che paiono un voler raccontare nulla? L’ha sempre avuto quer problema e ora che la c’ha quarant’anni un credere che le migliorino. Tutto sommato va bene così. Lui un si lamenta, almeno da quel che lei la mi racconta. Comunque unn’ha un reggiseno ma un reggi capezzolo; secondo me e c’ha meno della prima, la va in retromarcia! 

Ieri e m’ha chiamato un’amica che un sentivo da un po’ di tempo e la m’ha detto che i’ su’ fidanzato l’è sempre arrapato e un sa come fare per carmarlo. L’è un continuo ciancicargli le ciocce. “Belle le mì bocce”, e gli fa a lei appena rientra a casa da i’ lavoro e via di palpate che pare l’impasti la farina per fa’ i ravioli per 10 persone. Poerina la mia amica, l’è tutto un farsi strapazzà nel tentativo di carmallo ma un c’è verso, la continua a piglia’ palpate sulle ciocce come se un ci fosse un domani. E le ho detto di mettergli un po’ di bromuro ni’ brodo ma poi la mi dice che gli vo’ bene a i’ su’ omo e che in fondo l’è contenta che le su’ poppe e gli garbino. Comunque e so’ davvero bellini quei due.

Un paio di giorni fa ho incontrato un’artra amica che è ritornata dalle vacanze. Mi raccontava che al mare era tutto un guardarle le zinne. E l’ha belle, un c’è che dì. Du’ belle bocce da quarta abbondante, sode, ritte e uguali, uguali. L’ha quarantasett’anni ma unn’ha una smagliatura né un difetto, eppure un fa nemmeno palestra e la mangia ogni cosa. “Beata te”, le dico sempre, “o come tu fai?”. Lei la mi risponde: “Nulla, e l’è un dono di natura”. Poi la mi raccontò che i’ bagnino della spiaggia l’era sempre a guardalla. Una sera, quella furbona, la s’attardò sulla spiaggia per far girare un po’ la testa a quel poveromo. Lui a una certa e le si avvicinò con la scusa di chiudere l’ombrellone. Lei, come la lo vide e la si mise in posa per mostragli meglio tutto l’armamentario. Ovvio che quel poeretto e ci cascò, davanti a tutto quel ben di Dio. Lei un mosse un dito e dopo aver fatto un paio di respironi per gonfiare i’ du’ promontori e l’ha prese i’ pareo, la si coprì e l’andò via senza dir nulla. Quel salame di’ bagnino e mi sa che l’è ancora lì attaccato a quell’ombrellone. Poerino.

Domani e vado a trovare la mia amica che ha avuto un bambino da una settimana. Ancora un l’ho visto, chissà come l’è. Vedrai che tette e gli saranno venute. Prima di’ bambino e le aveva normali, anche belline; una volta la fece la prova del calice di spumante per vedere se le stavano dentro. La mi disse che l’entravano benino, benino ma che le sarebbe garbato avelle un po’ più grosse. Ora tu vedrai che con i’ bambino che deve allattà come le saranno diventate. Che sarà contenta? No… del bambino di sicuro, e dicevo delle tette. Spero un le facciano troppo male. 

C’era una mia amica che durante l’allattamento un gli veniva i’ latte, o almeno unn’era abbastanza per quel ciccione dì su’ bambino. O come l’era. Grosso, con du’ pentole che parevano scoppiare. Lui e tirava, tirava e tirava quei capezzoli, un faceva altro. Lei, poerina, e la faceva i’ che potea. L’ha provato di tutto, pure il tiralatte ma la mi disse: “Mai più mai poi, un mi garba e mi fa male; mi si sono arrossati tutti i capezzoli e mi bruciano”. Poerina.

La mi’ dirimpettaia e l’ha quasi settant’anni. L’artro giorno la incontrai sul pianerottolo e la mi si mise a raccontà un monte di cose di quando l’era giovane. E mi diceva che gli omini e le correvano dietro e che ora a vedessi allo specchio, guardando le su’ tette, la sembravano du’ sacchetti della Coppe; sai di quelli della frutta e verdura già usati? “O Franca”, le dissi, “o vedrai che i’ tempo e passa per tutti; lamentati! Guarda come tu sei bellina anche alla tua età. Sì, e t’avrai le tette un po’ sgonfie ma tanto ora a che le ti servono?” E lei la mi rispose: “Le servono, le servono, almeno per ricordarsi dei tempi andati mentre a guardalle ora e le sono loro andate”. “Un fare la sciocca e tu sei sempre belloccia dai. Se tu volessi t’avresti sempre un monte di pretendenti. O quell’omo che tu incontrasti la scorsa estate e che ti faceva i’ filo?”. “Siee”, la mi risposte, “Artro che filo, e voleva ma la mì pensione. E mi girava intorno, mi portò a cena fori e mi fece di regalo du’ aggeggi ma poi quando e capii che l’era un poco di bono e cominciai a fare i’ giro largo per unn’incontrallo”. “Dai, dai Franchina, lascia perdere, e tu fai sempre la tu’ bella figura, dai”. La mi sorrise e con una smorfietta la mi salutò come se la fosse tornata ragazzina, si girò e tornò dentro casa. Come l’è bellina la Franchina.

Al liceo e c’aveo un’amica che poi l’ha preso una strada poco bona, almeno così e mi raccontavano alcuni compagni che ho rincontrato nì corso dì tempo. L’ho rivista qualche giorno fa. O adesso un fa la escort?! Si dai, quelle che le vanno con gli omini a pagamento e che le si fanno pagare un sacco di sordi. Era tanto che un la vedevo. Lì per lì un ci feci tanto caso, ero alla fermata di’ tramme. La mi s‘avvicinò sfoderando ì su’ bel sorriso. L’era con un vestito che le sarà costato un occhio della testa. E ci scambiammo qualche parola poi arrivò i’ tramme e montammo insieme per andare in centro. Quando e si scese la m’invitò a prendere un caffè. O che voi, l’era sempre un’ex compagna di scola e oltretutto un c’avevo mica nulla da ridire su di lei. E decisi di andare a prendere quel caffè. Poi tra una parola e l’artra, rientrando nello spirito di quegl’anni delle superiori, e c’intrattenemmo a chiacchiere per più d’un’ora. A un certo punto la mi raccontò anche le cose più intime, come se la volesse vantarsi per come la sapeva movessi a letto o per come la sapeva fa’ perde la testa agli omini. La mi raccontava che un su’ cliente la voleva vedere tutte le settimane, sempre alla stessa ora. Un facevano mica tanto eh? A lui e gli bastava vedella gnuda a toccassì le puppe. E la mi diceva che la stava anche un’ora a cianciarsi quelle ciocce. Tant’è che una vorta e gli disse: “O nini, se continuo dell’artro e le mi si consumano, e mi tocca farti pagà un’extra per il chilometraggio illimitato”. Lui e si mise a ridere, ma a ridere che e ruzzolò da i’ letto picchiando una craniata sul comodino. Allora giù a ridere anche lei. La rise talmente tanto che le venne pure i’ singhiozzo. Insomma, più che un appuntamento sexy e fu una comica. La ringraziai per la chiacchierata e ci salutammo perchè e dovevo andare via; un poteo mica passa’ tutto i’ giorno a parla’ di tette e di avventure erotiche?

Oggi ho rivisto quell’amica che la s’è operata di cancro ai seno. Poerina, e le hanno tolto ogni cosa. Adesso un ce l’ha più appaiate ma una l’è sparita. Mi ripetea questa cosa mentre la piangea. E cercavo di farla ragiona’ per trovare i’ modo di consolalla. Un ce la facevo a vedella così. Eravamo a sedere accanto e ci facevamo forza a vicenda ma poi l’è scoppiata a piangere e a singhiozzà così forte che l’ha tirato pure i’ tubo. Ho pigiato subito i’ pursante per chiamare l’infermiera per farle controlla’ se un si fosse spostato quell’ago. L’arrivò subito, l’è brava davvero. Quasi ogni volta che veniamo a fa’ la chemio e ce la troviamo, pare che ci si dia appuntamento. Guardò bene i’ tubo e vedendo che unn’era successo nulla e l’ha tranquillizzata toccandole una spalla, poi a vedella piangere le ha chiesto se volea parlare. “No, unn’importa, un tu ci po’ fa’ nulla”, le rispose “E pensavo alla mi poppa che unn’ho più.” L’infermiera l’accarezzò sulla guancia con il dorso della su’ mano, come se la fosse stata la su figliola, poi le sorrise e le disse: “Un tu c’avrai più una mammella ma resti sempre tu, quella meravigliosa persona che sei e che continuerai ad essere”. Poi con i’ dito della su’ mano le tirò su il mento e aggiunse: “E poi le tette e le si rifanno, pure meglio di come l’erano!”.

La mia amica la guardò, le sorrise e poi guardando me cominciò a ridere. Io la guardai e le dissi: “O che tu ridi adesso?”. Lei la mi rispose: “Nulla, e mi immaginavo te con la protesi ai seno, sai bellino tu saresti?”

A quel punto la mia amica, l’infermiera ed io incrociammo gli sguardi e ci mettemmo a ridere tutti e tre come dei pazzi. Se fosse passato il capo reparto e c’avrebbe internati tutti. Dopotutto essere un omo operato di cancro al seno fa strano ma e c’ha pure i’ su’ pregi. E conosco più donne adesso che quando l’ero giovane e soprattutto le conosco meglio di quanto avrei potuto conoscerle a quel tempo. Ora parlo con le donne di tette, di zinne, di capezzoli e di seni come unn’avrei potuto fare a vent’anni. Ora e parlo con le donne e loro mi raccontano le loro cose, come non avrebbero fatto mai quando avevo vent’anni. Ora vedo le donne come non avrei mai potuto vedere a vent’anni e ciò che vedo è che sono meravigliose… 

…con o senza le tette.


 

Questo racconto è stato pubblicato in una versione ridotta e modificata, nell’antologia delle opere presentate al concorso letterario nazionale “Donna sopra le Righe 2019” edito da Edizioni Argonautiche. www.iosempredonna.it

 

 

C’era una volta il Corona Virus

Arrivò da un Paese lontano, lontano per creare scompiglio e tanto baccano…

Eppure mi pare davvero una favola, forse a tratti inquietante, come ogni favola che si rispetti.

Non so ancora quale sia il finale, non è stato ancora scritto o non ci è stato raccontato, “ma è già un successo di pubblico a livello planetario”.

Abbiamo sentito ogni cosa su questo virus.

Ho fatto la collezione di affermazioni più o meno deliranti su come è nato e come si è diffuso; sull’emivita del virus che variava ad ogni telegiornale andando da un massimo di undici giorni, sugli oggetti toccati da persone infette, ad un minimo di pochi minuti; sulla ricerca del “paziente zero”; sulle scuole, musei, teatri e pure stazioni ferroviarie chiuse; sul coinvolgimento dell’esercito per gestire l’emergenza; sulle zone rosse…

Si è detto che è un virus altamente contagioso, pareva quasi che solo a pensarci ci si poteva infettare, poi ci è stato riferito che è difficilissimo da prendere declassandolo a “poco più di un’influenza stagionale”additando quest’ultima come responsabile di molti più morti (allora sì che stiamo tranquilli).

Ci hanno consigliato di usare la mascherina protettiva, sì quella che adesso costa come un foulard di una nota griffe di alta moda e che pareva fosse la panacea di tutti i mali mentre adesso, si sente dire, che serva solo se sei già infetto ad evitare di contagiare gli altri ma… se sei infetto, e non lo sai, evidentemente non la indosserai e se sai di esserlo, molto probabilmente, sei in ospedale o a casa in quarantena, quindi vedo poco utile l’impiego di questo dispositivo se non a farti notare dalla massa impaurita come il possibile untore.

Dimenticavo alcune raccomandazioni fondamentali: “Non toccatevi occhi, bocca e naso con le mani“, come se l’atto di toccarsi possa essere compiuto anche tramite proboscide, eventualità che in tal caso concordo che richiederebbe una puntualizzazione sull’uso dell’arto di cui sopra.

Comunque, non voglio aggiungermi alla lunga lista dei sedicenti esperti anche perché non sono un virologo, tantomeno un esperto virologo e nemmeno un opinionista o un giornalista.

Il giornalista… “figura mitologica”. Si narra che scriva articoli documentandosi, verificando le fonti, intervistando, facendo inchieste, agendo in prima linea e soprattutto seguendo un codice deontologico. Non generalizziamo, qualche bravo giornalista c’è ma resta una voce fuori dal coro e, come tale, “stona”. Viene messo da parte o invitato a “non limitarsi a riportare LA notizia reale perché non farebbe notizia”.

Oggi, in un mondo sempre più connesso, dove la notizia deve essere diffusa rapidamente – pena essere superati dalla concorrenza e non chiudere contratti con gli sponsor – è indispensabile scriverla ancora prima che la notizia sia tale e quindi ancor prima che l’evento di cui si parla sia accaduto.

Oggi la stampa si occupa di futuro, un po’ come faceva Tom Cruise in Minority Report. Attraverso un complesso sistema riusciva a prevedere gli omicidi e a fermare gli assassini prima che questi commettessero l’atto criminale.

Oggi la notizia deve essere sensazionale, deve rompere ogni indugio. I titoli devono essere dirompenti, parossistici, altrimenti non è notizia e soprattutto non vendi i giornali o non inchiodi il pubblico davanti allo schermo della televisione. I talk e gli speciali in tv non fanno che trattare l’argomento Corona Virus. Se ne straparla cercando di portare tutto sul piano del catastrofismo. Si intervista chiunque pur di catturare l’attenzione dello spettatore ma soprattutto per prendere del tempo durante il quale “sperare” che nel corso della diretta qualcuno cada a terra stecchito, magari accadrà pure, per stanchezza, o stroncato da un infarto per via delle lunghissime dirette, non certo per il virus; ma vuoi mettere riuscire a trasformare quella diretta in una cronaca in diretta?

Il brodo è sempre più annacquato e la notizia cresce, cresce, cresce e poi, ad un certo punto, tutto si sgonfia.

Da qualche ora pare che il Corona Virus non sia più così letale.

“Chi muore lo fa perché non aveva più voglia di campare. L’influenza stagionale fa più danni della grandine ed è tutta colpa dei cambiamenti climatici. Greta lo diceva ma voi non avete ascoltato le sue parole e adesso dovete farvi la coda ai supermercati per comprarvi 70kg di pasta – che si mangeranno le farfalle o le locuste, meglio quest’ultime, ai fini della notizia sensazionalistica – pur sapendo che l’indomani potrete trovarne altri 70kg, al solito supermercato perché di fatto non siamo, fortunatamente, né in guerra né in carestia”.

Detto ciò… se vogliamo davvero capire cosa accade ai giorni del Corona Virus, basta girare per le città e avere a che fare con le realtà lavorative colpite da questa piaga, questa peste o malattia dilagante che si chiama sciacallaggio mediatico, amplificato dai social network.

“Sto leggendo cose che voi giornalisti non avreste mai dovuto scrivere”, parafrasando parte di una celebre frase tratta dal film Blade Runner.

Sabato scorso, verso l’ora di pranzo, mi trovavo al centro commerciale I GIGLI a Campi Bisenzio (FI). Ripeto, sabato, giornata tipica per fare compre e altrettanto tipica per restare imbottigliati nelle code alle casse o in fila ai parcheggi di qualsiasi centro commerciale. Tutt’altro, c’erano pochissime persone e trovavi tutti i posti che volevi per lasciare l’auto.

A distanza di una settimana pensavo che le cose si sarebbero un po’ calmate o almeno che fossero rientrate in una sorta di “normalità”.Ieri sera, VENERDI, quindi serata di weekend, nuova giratina a I Gigli. Mi aspettavo di trovare un turbinio di persone e il solito clima da fine settimana. Invece… pareva un film di Romero dove i pochi sopravvissuti si guardavano l’un l’altro impauriti nell’attesa dell’arrivo degli zombie; nel nostro caso, almeno tra gli esercenti, il pensiero che ho interpretato era: “Siamo a fine mese e da almeno 15 giorni non battiamo chiodo… Affitto, tasse, stipendi…chi li paga?”. Questo era lo zombie che vagava tra le corti del noto centro commerciale.

Mia moglie ed io abbiamo cenato a “I Banchi”, l’area dedicata alla gastronomia, sita al secondo piano de I Gigli. E’ un luogo carino, a noi piace perché sviluppato con in format in stile “mercato” dove trovi varie specialità, per lo più preparate sul momento, che puoi acquistare e mangiare sul posto. Beh… Vorrei postare qualche foto e un breve video girato sul momento, VENERDI 28 febbraio, intorno alle venti per mostrarvi la situazione assurda che si è palesata ai nostri occhi. Evito di postare questi file perché potrei essere, io, denunciato per aver pubblicato foto non autorizzate dalla direzione del centro commerciale… Vi invito a credermi sulla parola, o meglio, vi esorto a non credermi e a tornare a frequentare I Gigli come tutti gli altri negozi della vostra città.

La paura è comprensibile, soprattutto se fomentata da chi dovrebbe informare e non terrorizzare ma, il mondo va avanti e il coraggio, non l’incoscienza, deve prevalere sulla paura.Tornate a frequentare teatri, musei e cinema. Fate solo più attenzione a come vi muovete cercando di mantenere un livello di igiene personale (generale, non solo per le mani) adeguato ad un popolo cosiddetto civile e in perenne contatto con molti suoi simili.

Lancio un appello ai comici italiani… C’è bisogno urgente di voi, più dell’Amuchina.

La gente ha bisogno di ridere perché ha paura e la risata è il miglior vaccino contro la paura. Comici italiani, fatevi sentire attraverso i social e tornando nei teatri, soprattutto in quelli più piccoli che in questo momento stanno durando una fatica pazzesca per restare aperti.

Invito le persone di cultura a fare cultura a dispensare pensieri positivi ad elevare la paura allo stato di bellezza parlando di arte e di sentimenti positivi.

Dopotutto la storia insegna: dopo periodi bui ne seguono altri di luce.

Che la risata sia con noi… Che l’ironia sia nostra maestra di vita. Che la bellezza pervada i nostri cuori e le paure ci insegnino ad apprezzare ciò che abbiamo e ciò che siamo, con tutti i nostri pregi e limiti, da persone libere e capaci di intelletto…

Questo è il finale che vorrei leggere di: “C’era una volta il Corona Virus”…

C’erano una volta IL Maestro, IL Professore e per alcuni IL Mentore

Stamani in un post su Facebook ho trovato questa foto:

Immagine da Televideo – foto da Facebook

Ho letto i primi commenti che ne sono seguiti e poi ho fatto una riflessione che non pretende di essere unanimemente condivisa ma è scaturita in me, forse perché mutuata dal vivere da sempre a fianco di insegnanti. Mio padre è stato professore, prima al liceo e poi all’Accademia di belle Arti di Firenze; mia moglie è docente di sostegno alle scuole primarie e i suoi genitori, i miei suoceri, sono stati entrambi insegnanti alle scuole elementari; un tempo si chiamavano così.

Anche io sono stato uno studente e non ho fatto le scuole con Noè. Non sono coevo di Cicerone e non mi ritengo nemmeno uno che poteva essere considerato lo “studente modello”… eppure, in un batter di ciglia, mi accorgo che siamo passati da un estremo all’altro. Se ci penso ancora mi ricordo “le pacchine” che prendevo sulla nuca dai miei insegnanti.

Cos’è accaduto negli ultimi tre, forse quattro decenni?

Cos’ha permesso e imposto il ribaltamento di certe logiche e la tacita accettazione delle stesse? C’erano dei ruoli da rispettare ed esisteva un modo di rapportarsi che si radicava su un principio universalmente riconosciuto e riconducibile ad una sola parola: “educazione”. Questo accadeva una volta quando a scuola c’era una strana materia chiamata “educazione civica” e i genitori preparavano amorevolmente le merende ai propri figli oppure li sgridavano, li punivano e talvolta li prendevano a calci nel sedere se non si comportavano bene… Troppo?

Da un “posso”, “lei”, “scusi” o un sempre auspicato “grazie” si è passati al “tu”, “uff…”, “NO”, “vaffan”, “chissene”.

Immagine da: Pixabay

Non credo che “la colpa” di questo sia da ricercare nella scuola – o non solo nella scuola – ma nei comportamenti e nei modelli sociali imposti dai media, strumenti ad uso ed abuso di quel consumismo che punta, come obiettivo primario, alla mera speculazione a tutti i costi al cui fianco marcia una politica che tace o asseconda, pur di raccogliere consensi o evitare di generare dissensi.

A quante riforme della scuola abbiamo assistito in questi trent’anni?

Quante promesse, quanti obiettivi mancati…

In questo “downgrade” culturale si contrappone un “upgrade” silente e costante della burocrazia che va a carico degli insegnanti e che depaupera tempo ed energie all’insegnamento, quello vero.

Le conseguenze?

Gli insegnanti hanno sempre più limitazioni, paletti da scansare e responsabilità da sostenere. Aumenta lo stress generato dall’imposizione delle mansioni da svolgere extra insegnamento, ben lontane dalla mission di un’insegnante. Il tempo a disposizione per insegnare è poco, se paragonato al tempo che occorre per svolgere tutto il resto.

Immagine da Pixabay

Oltre a questo, capita anche di vedere genitori pronti a coalizzarsi quando c’è da puntare il dito contro un’insegnante. Nell’ottica di un contemporaneo “Panem et circenses”, arriva WhatsApp con i suoi gruppi. Lo strumento di “vita o di morte” attraverso il quale tutti possono giudicare, con semplicità, quasi per gioco, forse anche con cinico divertimento, quello che un tempo era la figura e il ruolo de IL Maestro, IL Professore e in alcuni casi anche di quello che per molti era considerato IL Mentore… mentre oggi è solo un mero “gladiatore ferito”, un’impiegato passacarte che al minimo errore (in generale) viene sottoposto al giudizio arbitrario delle masse e dei media, quelli di cui sopra, che sono alla continua ricerca di capri espiatori, utili ad alimentare un sistema che necessariamente deve produrre contenuti da dare in pasto ai consumatori, sempre più targettizzati, omologati, omogeneizzati… leggi pure: ignoranti e mossi da un pensiero collettivo.

Con questo non giustifico “atti di violenza”, o meglio: ABUSO DI MEZZI DI CORREZIONE, se tali possono essere definiti e giudicati (non da Whatsapp ma da un’eventuale inchiesta) ma l’esercizio della “denuncia facile”, pur di arrivare ad una “giustizia a tutti i costi”, deve finire, almeno nelle scuole. “Uno schiaffo” è un atto di basso livello che si palesa per molti motivi. Non si deve fare, non è ammissibile ma adesso mi chiedo cosa accadrà in quell’ìstituto o in quella famiglia. Quei genitori, pur certamente e comprensibilmente uniti nel sostenere il proprio figlio, utilizzeranno questa OPPORTUNITA’ per dare un insegnamento a quel ragazzo o si limiteranno a condannare l’insegnante instillando nel giovane la consapevolezza che quella persona ha solo sbagliato e che lui, il proprio figlio, aveva solo ragione e quindi è una vittima e che questo è il significato di giustizia? Se ciò accadesse quel ragazzo tornerebbe a scuola, forte di questo successo, supportato da una giustizia che lo legittima nell’adempiere al “proprio dovere di studente indisciplinato”.

L’insegnante verrà mandato alla graticola? Sospeso? Licenziato? Tutti pronti a puntare il dito?

Credo che abbiamo bisogno di un bel reset.

La scuola deve insegnare. La famiglia si deve affidare alla scuola e deve sostenerla. Lo stato DEVE sostenere la famiglia e la scuola. La società dovrebbe capire che quello schiaffo, se veramente è arrivato dopo l’ennesimo richiamo allo studente indisciplinato, è solo la risposta eccessiva di un insegnante esasperato all’ennesima eccessiva provocazione di uno studente indisciplinato. Dovrebbe essere una cosa da gestire internamente alla scuola, tra Dirigente scolastico (quello che un tempo si chiamava preside, il cambio di nome fa capire la direzione che abbiamo preso: azienda e non più scuola), insegnante e famiglia ma sicuramente non dovrebbe diventare un caso da inquirenti, almeno non questo.

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