Nel mio tempo libero

Star Trek e Star Trek into darkness, live in concert – esperienza indimenticabile

Tutto ebbe inizio alla fine di settembre 2013. Da qualche post su Facebook becco la notizia che a Londra, dal 29 al 31 maggio 2014, si sarebbe tenuto un concerto live della colonna sonora di “Star Trek into darkness”, composta da Micheal Gioacchino.

Detto così, la prima reazione che ho avuto è stata semplicemente… “Forte!”

Da qui sono passato a condividere questa notizia con mia moglie ottenendo come risposta: “Si va?!” con la stessa intonazione che il grande Oreste Lionello utilizzò nel doppiare Gene Wilder in Frankenstein Junior.

A scopo terapeutico vi invito a farvi qualche risata, vedendo o rivedendo la scena del film di cui vi parlavo.

Rapida consultazione familiare. Per l’appunto il concerto si sarebbe tenuto a Londra, quasi ad un anno dal nostro matrimonio, proprio nella città in cui abbiamo passato una settimana meravigliosa per festeggiare le nostre nozze.

Tra un “che si fa?” e un “come sarà?”, passando da “a Londra ci siamo stati da poco”, fino ad arrivare a “andiamoci e vediamo anche altre cose oltre ad assistere al concerto e così festeggiamo 1 anno di matrimonio”, è stato un susseguirsi di ragionamenti e decisioni. Ebbene, computer alla mano digitiamo un bel www.royalalberthall.com. Entriamo nella pagina dedicata al concerto e cominciamo ad orientarci per capire un po’.

Premesso che il nostro inglese è più basato su un’attenta gestualità piuttosto che su una grammatica corretta, abbiamo attivato Google per fare un po’ di traduzioni del sito e, spippola di qui, spippola di là, strisciamo la carta di credito e in men che non si dica abbiamo prenotato due posti per il concerto del 31 maggio 2014. Urca, circa 8 mesi prima dell’evento.

“O che s’è combinato?!”, è stato uno dei primi pensieri che abbiamo palesato pochi istanti dopo aver sollevato tutto quel polverone. Bè, il gioco è stato fatto, i biglietti elettronici sono arrivati, non ci resta che fissare il viaggio ma, per quello c’era ancora tempo.

Vi lascio perdere tutti i passaggi per arrivare al giorno della partenza per Londra. Vi basti sapere che di questo concerto avevamo capito poco, più che altro non era molto chiaro cosa venisse suonato di Star Trek into darkness e soprattutto se Micheal Gioacchino sarebbe stato presente alla Royal Albert Hall; magari attraverso un messaggio video registrato. Chissà!?

Mah! Diciamo che con quella giusta dose di “stiamo al caso, comunque vada è Star Trek”, abbiamo cominciato la nostra avventura unendo l’occasione del concerto al festeggiamento del nostro primo anno di nozze.

Londra…

Siamo arrivati il venerdi pomeriggio. Albergo, camera, bagagli, dove siamo, dov’è il teatro, cosa mangiamo, pappa!!! I neuroni rispondevano in questo modo e sequenza, fiduciosi però del fatto che almeno l’albergo l’avevamo prenotato nei pressi dal teatro, una condizione fondamentale nell’organizzazione di questa vacanza soprattutto dovendo rientrare in albergo di notte, dopo aver visto lo spettacolo. La sicurezza non è mai troppa. Boh, forse sono pensieri da “italiano da scampagnata domenicale” più che da “London mission” ma, memore del viaggio precedente a Londra, in cui nella zona dove era ubicato il nostro albergo campeggiavano ovunque questi cartelli (vedi foto sotto), direi che il pensiero alla sicurezza non era poi così fuori luogo.

crime area

Fatti quattro passi ci siamo subito resi conto che la zona della Royal Albert Hall (South Kensington, vicino ad Hyde Park) è tutt’altra cosa rispetto a quella dove eravamo un anno prima (Whitechapel, dove verso la fine del ‘800, evidentemente non a caso, si consumarono i delitti di Jack lo squartatore).

Ma torniamo all’evento…

Veloce sopralluogo nella zona del teatro, con 24 ore di anticipo rispetto all’evento per capire l’effettiva distanza da percorrere. Arriviamo ad uno dei numerosi ingressi. Non parlerei di “lato” visto che la pianta del teatro è circolare e gli ingressi sono tanti e tutti disseminati lungo il perimetro.

Noto subito un totem nel quale era affisso il manifesto dello spettacolo che avremo visto la sera successiva. “Fiuuuu…” è quasi un conforto. Parte la prima foto per suggellare quel momento. Eccola.

startrek poster

Foto fatta, luogo del teatro visto, adesso pappa.

Diciamo che a Londra si mangia ovunque e di tutto ma, per noi italiani, soprattutto mia moglie ed io, amanti e praticanti del fitness e dediti ad una cucina molto particolare, Londra sta al cibo come un vulcaniano sta a Zelig con il ruolo di capocomico. Ecco, per chi legge questo post, in buona parte appassionati della saga di Star Trek, potrà capire cosa intendo. Per tutti gli altri, diciamo che chi non ha avuto il piacere di visitare Londra e ama la buona cucina italiana o comunque non si accontenta di Sushi, fast food, cucina indiana, vietnamita, messicana, brasiliana, gaelica, pakistana e, ovviamente, il tradizionale “fish & chips”, è dura… anche perchè i menù sono tutti in inglese o inglese + la lingua dell’etnia in questione (e quindi dovresti conoscere tutti i nomi degli ingredienti usati da tutto il mondo, almeno nella lingua inglese) e, cosa per noi “inammissibile”, non usano l’olio extravergine d’oliva. Come se non bastasse ti portano tutto condito con “qualcosa” che ha la capacità di “ripresentarsi” anche ore dopo averlo ingurgitato. Per la serie: “mangio l’insalatina così mi tengo leggero”… utopia!

Morale della favola, prima sera, SUPERMERCATO, spesa e cena in camera.

Ok lo so, tediosissimo discorso che con Star Trek non ci incastra molto. Arriviamo quindi alla serata mitica.

Serata mitica…

Ore 19:30 inizia lo spettacolo. Con largo anticipo ci presentiamo all’ingresso del teatro indicato sul nostro biglietto scaricato online. Ci accolgono due marcantoni. Ci leggono il codice a barre riportato sui nostri biglietti. Lo scanner fa un bel “bip” e i due messi del teatro ci sorridono facendo cenno di entrare.

“RiFiuuuuu…” anche questa è andata. O via, siamo dentro.

Prima di entrare avevo notato che in un’area del teatro, visibile dall’esterno, era stato allestito un desk con t-shirt e altra robetta di merchandising realizzata per l’evento in questione. Ovviamente cerchiamo subito questa zona e una volta individuata ci dirigiamo verso il desk. Prendo la t-shirt, il programma e il poster. Giusto per non farsi mancare nulla e soprattutto perchè il gentile ma inglesissimo stewart del teatro incaricato alle vendite, aveva cominciato ad incalzare un discorso, rigorosissimamente in inglese stretto (o Klingon, non so), del quale ho capito solo t-shirt e poster. In pratica poi ho compreso che acquistando la tripletta avremmo avuto uno sconto particolare. Come rifiutare, no?

Preso tutto… Adesso andiamo a prendere i posti.

Gira, rigira e gira ancora, ci ritroviamo al punto di partenza. La perfezione del cerchio non tradisce mai. Al secondo giro pensavo che venisse qualcuno a darci una medaglia o un integratore di sali minerali. Rallentiamo la marcia e grazie a questo ingegnosissimo espediente riusciamo a trovare le indicazioni per la platea. Scendiamo le scale e poi saliamo altre scale dopo aver passato una porta. Fatti i primi scalini cominciamo a intravedere le luci della sala e via, via che salivamo scoprivamo elementi architettonici suggestivi, illuminati perfettamente da luci colorate.

Siamo in sala.

Mi volto verso il palco e scorgo tutti gli strumenti musicali dell’orchestra e, imponente e trionfale sopra il palco, uno schermo grandissimo sul quale si stagliava la scritta Star Trek into darkness.

Ho avuto un nodo alla gola.

startrek into darkness

Incredibile…

Un’incaricata del teatro ci invita a mostrarle i nostri biglietti e, guarda caso, nel punto in cui ci trovavamo ci indica che i due posti alla sua sinistra erano per noi.

Ci sediamo. Nel frattempo la sala comincia a riempirsi. Gente, gente, gente… Tanta gente. Qualcuno del pubblico si presenta vestito con le uniformi di Star Trek. Altri indossano la t-shirt appena comprata al desk del teatro.

Il teatro è gremito.

startrek03 startrek02

Ci siamo. 19:35, si abbassano le luci. Entrano i musicisti e a seguire prendono posto i coristi. Circa 160 persone sul palco. Gli applausi riempiono la sala. Ancora qualche istante e arriva il direttore d’orchestra, il maestro Ludwig Wicki, di nazionalità svizzera, fondatore della 21st Century Symphony Orchestra di Lucerna, disposta al completo sul palco della Royal Albert Hall.

OK, ci siamo. Il maestro saluta il pubblico e rivolgendosi verso un lato del palco invita a salirvi Michael Gioacchino.

Guardo mio moglie e le dico: “Sieeeee! O lui?!?!?” Incredibile sorpresa. Il premio Oscar, vincitore del Golden Globe, degli Emmy… Insomma, “lui”. Non ci credevo. E’ proprio lui, il compositore della colonna sonora di Star Trek, in carne e ossa. Michael Gioacchino, di origini italiane e cittadino italiano dal 2009.

Michael si avvicina al maestro Wicki accolto dal pubblico in ovazione. Saluta, prende il microfono e comincia a parlare. Alterna momenti di serietà ad altri di grande ironia, tali da suscitare nel pubblico (inglese) un’incredibile ilarità. “Noi”, non capendo una mazza, ci adeguiamo e accenniamo qualche sorriso. A me veniva piuttosto facile visto l’entusiasmo che comunque provavo, a prescindere da ciò che stava dicendo Gioacchino. Avrebbe potuto parlare di lenticchie e avrei comunque sorriso.

Terminata la sua introduzione, lascia il palco dando modo al maestro Ludwig Wicki di concentrarsi e di dare inizio allo spettacolo.

Le luci si abbassano ulteriormente lasciando illuminare la grande sala della Albert Hall solo dai bagliori dei fotogrammi che cominciano a scorrere sul schermo.

Arrivano le stelle animate che compongono il logo della Paramount. L’orchestra comincia a produrre i primi suoni. Ho i brividi, lo giuro. Arrivano gli altri loghi delle case di produzione, la musica incalza in un crescendo di fiati.

Ma… ma è il film. Non è una sorta di medley studiato per l’occasione.

Osservo il maestro che davanti a sé ha un monitor sul quale passano le stesse immagini che il pubblico vede sul grande schermo ma a queste sono aggiunte, in sovrimpressione, una serie di elementi indicatori di cui alcuni numerici ed altri grafici. Quest’ultimi sono caratterizzati da bande colorate che scorrono da sinistra verso destra a intervalli di tre alla volta, prima che ogni scena cambi, segnando con un colore diverso l’ultimo passaggio prima di chiudere una scena per passare alla successiva. Questo permette al maestro di chiudere un motivo e riaprire con un altro scandendo gli eventi in piena sincronia con quanto avviene sullo schermo, scena dopo scena.

In pratica, Star Trek into darkness viene proiettato integralmente. Al film originale è stata tolta la traccia audio della colonna sonora che per l’occasione viene eseguita live, tutta, direttamente dalla 21st Century Symphony Orchestra.

Provo un’emozione intensa e francamente incredibile da descrivere. Sento i brividi sulla pelle e gli occhi mi si appannano per le lacrime. La potenza della musica, la magnificenza delle immagini, l’orchestra, il coro, la Royal Albert Hall e mia moglie vicino a me, mi fanno decollare verso mondi lontani, dove nessuno è mai arrivato prima….

Lucciconi a parte, mi trovo in piena estasi. L’orchestra è perfetta. Seguo il film sullo schermo che propone i dialoghi in lingua originale e sottotitolati in inglese. Questo un po’ mi facilità nel comprendere le parole, anche se ricordo gran parte del film visto in italiano diverse volte.

Arriva la scena i cui l’Enterprise esce dall’acqua, dove si era nascosta in attesa di recuperare parte dell’equipaggio in missione su Nibiru. Altra botta di adrenalina, brividi e lucciconi. Caspita, siamo appena all’inizio. Se continuo così alla fine del film mi trovano disteso a terra e mi ricoverano.

Le scene scorrono sullo schermo. Io alterno la visione del film a ciò che vede il maestro dal suo monitor, distante da me non più di 7-8 metri al massimo.

Dopo un po’ la musica entra a far parte del film stesso, non dando più la sensazione che sia eseguita dal vivo e in quel preciso momento.

Butto un occhio agli orchestrali, dal lato in cui siamo seduti vediamo benissimo tutti gli archi e intravediamo il sintetizzatore e le percussioni. Il coro è più in alto, subito sotto allo schermo.

Che spettacolo incredibile. Riesco ad apprezzare ogni sfumatura della colonna sonora. Anche le parti apparentemente meno significative ma “di riempimento”, che fanno da “tappeto” ai dialoghi, in questo contesto riescono a dare maggior senso al film e si capisce l’immane lavoro che c’è dietro per realizzare una colonna sonora per un film di questo genere e budget.

Arriva il primo tempo, proprio come al cinema.

startrek04

E come al cinema, incredibilmente, anche qui arriva l’omino dei gelati e popcorn… Ma come?!?! Alla Royal Albert Hall, l’omino dei gelati? Sì, anche qui. E non solo. Il pubblico pare abituato e apprezzare questo tipo di servizio. Ma come se non bastasse, dall’accesso alla platea che era vicino a noi, vedo tornare degli spettatori dal bar con in mano boccali di birra.

“Paese che vai costume che trovi”

L’intervallo dura una decina di minuti o poco più. Le luci in sala si abbassano nuovamente ma non del tutto, lasciando modo all’orchestra di rientrare dalla pausa e di essere raggiunta dal maestro Ludwig Wicki che in chiave meravigliosamente trekker e con grande ironia, si ripresenta sul palco indossando la maglia di Spock.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il pubblico è entusiasta. Un boato di applausi lo accoglie e lui dimostra compiacimento per il gesto fatto e gratitudine verso il pubblico per come viene accolto.

Si ricomincia. Silenzio, partono nuovamente le immagini sullo schermo.

Mi rituffo nel delirio di emozioni. Benedict Cumberbatch nel ruolo di Khan è perfetto e lo è ancor di più sentendolo recitare con la propria voce, senza nulla togliere al doppiatore italiano che ha fatto un lavoro magistrale.

Siamo alle scene più concitate. La musica la fa da padrona sottolineando la drammaticità degli eventi, la concitazione e la sfida. Ogni attimo è riempito da note che esprimono perfettamente il senso di “COLONNA sonora”, intesa proprio come pilastro portante del suono. Per chi non è un musicista o un tecnico del suono probabilmente questo concetto è perfettamente assimilato ma io ho avuto la sensazione di realizzarlo per la prima volta in quel momento.

L’immensa astronave Vengeance si sta per schiantare sulla Terra. La musica è al massimo, suoni e immagini si fondono per offrire un coinvolgimento “total immersion” (giusto per usare una frase in inglese, concedetemela). Mi arriva un’altra bordata di brividi e lucciconi. La pelle d’oca ha lasciato il posto a quella di cinghiale, poiché nel frattempo, a forza di brividi, si è stimolato il bulbo pilifero creando sulle mie braccia un maremoto di peluria. Credo che all’uscita dal teatro mi abbiano scambiato per Chewbecca (Star Wars).

Siamo alla fine, partono i titoli di coda e con essi l’arrangiamento musicale di Gioacchino che miscela il motivo musicale trainante della serie classica di Star Trek con quella attuale da lui composta. Il coro esprime tutta la sua potenza ricalcando le note dell’orchestra, donando al pubblico l’emozione di udire il classico Star Trek in una versione dal vivo meravigliosa.

Fino all’ultimo passaggio di titoli e crediti l’orchestra dà il meglio di sé, non perdendo mai un colpo, offrendo uno spettacolo di inaudita bellezza.

Pubblico in delirio, tutti in piedi. Non perdo un istante e anche io, non occorre sapere l’inglese in quei casi, mi alzo e mi finisco le mani dagli applausi. Che emozione.

Ma non finisce qui, è ovvio… Aspettiamo, tutti, il bis.

Il maestro esce e qualche istante dopo torna sul palco con Michael Gioacchino. Entrambi si prendono gli applausi meritatissimi. Poi Gioacchino si rivolge al pubblico ringraziandolo e dispensando qualche parola e… non ci credevo, altra incredibile sorpresa. Il maestro Ludwig Wicki cede a Gioacchino la sua bacchetta per permettergli di condurre personalmente l’orchestra per il bis.

Guardo Antonella e ancora una volta, increduli, entrambi pronunciamo all’unisono: “Sieeeee!”

Questo slideshow richiede JavaScript.

Gioacchino si volta verso l’orchestra. Il pubblico si siede e in sala torna a regnare il silenzio. Solo per poco. Qualche istante dopo partono le prime note. Francamente è un brano che non conosco. I primi accordi sono, per mia cultura e gusto, un po’ stridenti. Suoni strani, pause lunghe. Poi arriva il motivo trainante che echeggia in sala coinvolgendo tutto il pubblico nell’ascolto di un brano che non è parte integrante della colonna sonora di Star Trek. Una cosa diversa, nuova. Probabilmente, qui chiedo venia, Michael Gioacchino lo avrà introdotto spiegando di cosa si trattava ma, purtroppo, e in quel caso sarebbe stato utile, il mio livello d’inglese non mi ha permesso di comprendere cosa stesse dicendo.

Certo è che è stato un susseguirsi di sorprese che hanno reso la serata indimenticabile. Tre ore di spettacolo intrise di emozioni e soprattutto caratterizzate da un altissimo livello professionale di esecuzione e direzione/composizione.

Tutto perfettamente miscelato e senza alcuna “nota dolente”. INDIMENTICABILE!

Link utili e approfondimenti:

 

Annunci
Nel mio tempo libero

L’incontro ravvicinato… inaspettato. Luca Parmitano al museo delle scienze di Londra

Avete presente un bambino, la mattina del 25 dicembre, appena alzato, che corre a guardare sotto l’albero se Babbo Natale gli ha portato il regalo che attendeva da lungo tempo?

downloadEcco… la sensazione che ho provato nel vedere Luca Parmitano al Museo delle Scienze di Londra è stata decisamente superiore (e si vede dalla mia faccia inebetita) rispetto a ciò che può provare il piccolo protagonista della scena che vi ho appena descritto. Quel bambino sa che è Natale e che quel regalo, o qualcos’altro di pari importanza, lo riceverà.

L'astronauta italiano Luca Parmitano ed io... vi prego di contenere i commenti, grazie.
L’astronauta italiano Luca Parmitano ed io… vi prego di contenere i commenti, grazie.

Io stavo visitando con mia moglie il padiglione dedicato alle esplorazioni spaziali. Ero di fianco alla riproduzione della navicella Eagle che atterrò sulla Luna nel corso della missione Apollo 11. Ad un certo punto, così, dal nulla, mi passa davanti quest’uomo in tuta blu. Non l’ho riconosciuto subito, devo essere sincero, anche perché mi sarei aspettato di tutto ma non certo di trovarmi davanti proprio lui, a Londra, in quel museo, in quella stanza, quel giorno a quell’ora… Non me lo aspettavo proprio.

Sul momento pensavo che fosse una sorta di “mascotte” del museo, una guida o un animatore/educatore che si stava preparando a sciorinare un po’ di nozioni sullo spazio a studenti delle scuole.  La mia totale, già appagata, inebriante sensazione di trovarmi in una stanza piena di oggetti intrisi di significato per la storia delle missioni spaziali, per me, era già indice di un notevole stato confusionario. Ero talmente contento che avrei preso la residenza in quel padiglione del museo.

Poi è arrivato “lui”. Si è fermato da una parte per parlare con una persona, presumo sia stato il direttore del museo, data anche “l’atmosfera ufficial-celebrativa” che si era venuta a creare. Un fotografo ha mitragliato qualche scatto con la sua reflex. Luca ha sorriso, ha stretto la mano al “tipo” che era con lui e, terminati i convenevoli di rito, si sono avvicinati all’astronauta un paio di turisti per porgergli un saluto.

Durante tutto questo contesto io ero lì, in attesa di capire se stessi sognando o se “lui” era davvero “lui”…
Mia moglie mi sussurra nell’orecchio, dopo aver letto la patch sulla tuta blu su cui era ricamato il nome dell’astronauta: “E’ Luca Parmitano“… Ed io… “Si?!?”
Poi, grazie a un lampo di lucidità, brevissimo peraltro, ho preso la mia reflex che avevo al collo, l’ho passata a mia moglie e le ho detto: “Anto, premi qui, gira qua, fai qualcosa, comincia a scattare”.
Appena Parmitano si è congedato dai due ammiratori, gli sono andato incontro e gli ho chiesto se potevo avere il piacere e l’onore di fare una foto con lui. Non ha esitato, anzi, è stato gentilissimo e disponibile. Ci siamo entrambi rivolti verso Antonella e lei dopo aver spippolato un po’ con la reflex, candidamente mi dice…

“ma non scatta… eppure…”.

Sudavo… Mentre cercavo, senza riuscirci, di togliermi quel sorriso da imbecille oramai congelato in uno stato di semi-paresi, con un impercettibile labiale, limitato dal suddetto stato, sussurro all’astronauta:

“Vede… C’è chi va e torna dallo spazio con una certa disinvoltura e chi non ha ancora capito come scattare una foto. Abbia pazienza…”

Magicamente parte il flash. Antonella era riuscita a fare quello scatto. In quel momento ho amato mia moglie al quadrato o forse ad un livello pandimensionale.

Mi rivolgo nuovamente verso Luca Parmitano, gli stringo la mano per ringraziarlo e salutarlo ma, all’improvviso, mi viene voglia di investirlo con uno tsunami di domande che lentamente ma inesorabilmente mi stavano arrivando e che faticavo a contenere. Troppo tardi, parte la prima, alla quale lui cortesemente risponde; parte la seconda, la terza…. In pratica avrebbe potuto denunciarmi per sequestro di persona.

Parliamo della ISS, delle future missioni, che lui è responsabile dell’addestramento astronauti a Houston, pur essendo un astronauta dell’ESA integrato nell’organico NASA, che le missioni nello spazio sono importantissime per gli innumerevoli risultati ottenuti nei vari ambiti scientifici e tecnici e del fatto che il suo fisico, nonostante i 6 mesi trascorsi a bordo della ISS in assenza di gravità, al ritorno sulla Terra non ha manifestato i “consueti” effetti deleteri su muscoli e ossa, evidenti su altri astronauti.

Resta con me qualche minuto. Ad un certo punto ho avuto quasi la sensazione di conoscerlo da una vita. Continuiamo a parlare fino a quando arriva un’addetta del museo che, attenta ad una scaletta di appuntamenti, a me del tutto sconosciuta ma che evidentemente esisteva e che la presenza dell’astronauta italiano imponeva di rispettare, tenta di portarlo via. La tipa mi sorride, nascondendo tra le labbra un paio di missili terra-aria diretti alla mia persona mentre gesticola indicando all’astronauta di seguirla.

Passano pochi istanti, Parmitano scambia altre due parole con un paio di addetti dello staff del museo e lentamente sparisce dalla mia vista.

Io guardo Antonella e le dico: “eh?!?…”

e lei: “Sì amore, sì!”.

Mi prende per “la manina” e ci incamminiamo verso il padiglione successivo del museo. Per tutto il giorno sono rimasto all’interno di una “bolla”, a un metro di altezza da terra; molto più felice di quel bambino la mattina di Natale.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Tutto questo pare un caso ma nulla accade per caso, come mi ha fatto notare la mia amica Angela quando ha letto di questo incontro, da me riassunto a sommi capi su Facebook pochi istanti dopo averlo vissuto.

In effetti… ho incontrato Luca Parmitano solo perché a fine settembre 2013 ho acquistato con mia moglie due biglietti per assistere al concerto “Star Trek Live” che si è tenuto alla Royal Albert Hall sabato 31 maggio, di cui parlerò in un prossimo post. E’ accaduto perché domenica mattina, durante il nostro weekend lungo a Londra, volevamo visitare il Museo di Storia Naturale e nel pomeriggio quello delle scienze ma, come era abbastanza intuibile immaginare, visitando il primo non abbiamo avuto modo di vedere nello stesso giorno quello delle scienze, optando così per rimandare la visita di quest’ultimo al giorno successivo.

Non finisce qui…

Lunedì mattina, 2 giugno, siamo entrati al Museo delle Scienze e, nonostante l’irrefrenabile voglia di vedere il padiglione dedicato allo spazio, Antonella ed io ci siamo prima fermati allo shop, posto nei pressi dell’ingresso del museo. Abbiamo preso il tempo necessario per girellare comodamente tra gli scaffali, per ciacciare curiosi la merce esposta e, con tutta calma, abbiamo cominciato il nostro tour.

terraTempismo perfetto. Una serie di fortunati eventi ha fatto in modo che in quel preciso momento mi trovassi in quella sala, in quel punto esatto.

Avevo già percorso quel padiglione dall’ingresso verso il lato opposto, lungo il lato sinistro e stavo ultimando di vedere gli oggetti esposti sul lato destro. Ho fatto una breve sosta presso il modulo Eagle e successivamente nei pressi di un’installazione multimediale che mostrava gli eventi meteorologici ripresi dai satelliti, svolti in un certo arco temporale. Le immagini venivano inviate da 4 proiettori puntati su una grande sfera bianca sospesa a mezz’aria. Devo dire molto suggestivo e ben realizzato.

Poi è avvenuto l’incontro… Un paio di minuti prima o dopo e non si sarebbe mai verificato.

Ovviamente, come non avrei potuto farlo, ho pensato che tutto ciò fosse stato generato per causa di una breccia spazio temporale e che il Torchwood o il Dottore sarebbero intervenuti da un momento all’altro per verificare l’anomalia. Non vedendoli arrivare ho dovuto concludere che era scritto, da qualche parte, che mi dovesse accadere.

“Non dimenticherò mai quell’incontro ravvicinato con quel tipo” 🙂

Nel mio tempo libero

C’è un’età in cui la loro immaginazione non ha confini

E’ vero ma quei confini non andrebbero mai eretti, a nessuna età.

Ebbene sì, lo dico senza timori. Sono stato a Disneyland Paris una decina di volte. Lo so, c’è gente che usa altre sostanze, io mi faccio di parchi di divertimento e in particolare Disneyland Paris. Quando vado in astinenza e non posso andarci, fino a qualche tempo fa optavo per Gardaland. Ultimamente però mi ha deluso, troppo caotica e privata di tutte le atmosfere che la caratterizzavano. Decisamente tutt’altra cosa MovieLand Park. Molto più a dimensione di persona, divertente e curata in ogni dettaglio, anche se decisamente più piccola rispetto alla vicina Gardaland. In questo caso però, le dimensioni non contano 🙂

Chi lo ha detto che da adulti non si può vivere “la magia”? Si, non è una cosa facile, lo ammetto. Dopotutto, per un bambino è più naturale e soprattutto non sei costretto a tirar fuori il portafogli per entrare nei parchi di divertimento e spendere delle cifre che ti fanno svanire tutta la magia ma… pensate un attimo, solo un attimo, a quel bambino o bambina che è sempre dentro di voi. E’ lì, da qualche parte che cerca solo l’occasione giusta per saltare fuori e farvi vivere emozioni incredibili.

Disneyland è un posto dove almeno una volta nella vita dovrebbero andare tutti. Ci vuole l’atteggiamento giusto per frequentare un ambiente simile. Questa è la condizione imprescindibile senza la quale trasformerete la vostra vacanza al parco in un delirio di ipercriticità esponenziale con relativo abbrutimento.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Allora… Disneyland Paris è un atteggiamento mentale, più che un luogo. Lasciate perdere per un momento il business, le questioni commerciali che sostengono l’impresa Disney, lasciate perdere il concetto di “finzione”, mandate a fare un giro tutto ciò che la logica e il raziocinio vi impongono. Se partite con mille preconcetti è meglio che restiate a casa. Se vi fate troppe domande, non varcate la soglia di quel portale incantato che separa il mondo dei “NO” da quello del “CHE BELLO!”

Disneyland Paris, somministrato agli adulti, induce progressivamente uno stato di diffuso benessere. Provoca una piacevole sensazione di appagamento con conseguente allontanamento, momentaneo, dei problemi quotidiani della vita.

Fermo restando che crediate nella “magia” che in realtà è dentro di voi e si chiama “voglia di divertirsi e sognare un po’”.

Ricordo perfettamente un episodio singolare che negli anni mi ha fatto riflettere sugli effetti di un’immersione totale a Eurodisney nei confronti degli adulti.

Anni fa, con mio moglie, all’epoca solo fidanzata, in una delle numerose volte che ci siamo recati a Eurodisney, incontrammo all’aeroporto una famiglia italiana che si recava al parco, come noi. Eravamo all’Aeroporto Charles De Gaulle, appena scesi dall’aereo. Al ritiro bagagli incontriamo questi 4 avventurieri: due bambini e i genitori. Il padre, lui, proprio lui, il classico “omino”, l’avete presente il tipico impiegato, un po’ stempiato, grigio, serio, con giacca e cravatta, che non si scompone davanti a nulla e nessuno… “Lui”.

Per una serie di strane coincidenze, durante il nostro soggiorno a Disneyland Paris, abbiamo incrociato diverse volte questa famiglia lungo il nostro percorso nel “bagno di magia”. Quell’uomo, col passare dei giorni, ad ogni incontro, si trasformava. Prima senza la cravatta, con la giacca sbottonata, poi apparvero segni di rilassamento nelle espressioni del volto e, verso la fine del soggiorno, ci regalò un sorriso che pensavamo di non riuscire mai a vedere.

La cosa più incredibile si verificò il giorno della partenza dal parco. Stesso destino per entrambe le famiglie. Noi due da una parte, stracarichi di energie positive, rilassati, appagati, felici e loro quattro dall’altra, incredibilmente trasformati. Si leggeva distintamente in ciascuno di loro l’effetto magia e rilassamento impresso nei volti. La cosa che ci fece riflettere e ricordare quell’episodio ancora oggi, fu la trasformazione di quell’uomo. Quel padre di famiglia che fino a tre giorni prima era probabilmente uno dei tanti in quel remoto ufficio, magari seduto a quella scrivania, schiacciato dai propri doveri e problemi quotidiani che…

…incredibile…

Ve la voglio descrivere bene perchè merita. Siamo in attesa del pullman che ci deve trasferire dal parco Disney all’Aeroporto Charles De Gaulle per tornare a Firenze. Pensilina, marciapiede. Noi fermi con i nostri bagagli che parliamo delle meravigliose giornate trascorse al parco. Dopo pochi istanti arrivano loro, la famigliola italiana. La moglie felice con le borse piene di gadget a tracolla, i due bambini entusiasti, ognuno con un copricapo in peluche raffigurante uno il musetto di CIP e l’altro quello di CIOP, e il padre… Ebbene, quell’uomo era diverso, trasformato. In testa aveva un copricapo in peluche raffigurante Pluto, con tanto di orecchie giganti che penzolavano dalle parti. Il volto era illuminato, scherzava con i figli, rideva, il suo corpo si muoveva accennando movenze dettate da coreografie recitate da personaggi visti al parco fino a poco prima. Era senza la cravatta, un po’ stropicciato ma meravigliosamente vivo e felice.

Saliamo in pullman, ci sediamo e ogni tanto butto l’occhio verso l’allegra famiglia. Sorridono, parlano sono tutti avvolti da un’aura di felicità. Arriviamo a destinazione, il pullman si ferma, scendiamo, svolgiamo tutti gli adempimenti necessari per effettuare l’imbarco. Ci sediamo nella sala d’aspetto antistante il gate d’imbarco e attendiamo. Continuo a sbirciare la famigliuola e ad un certo punto vedo la moglie che si rivolge al marito. Lei gli dice: “ma.. il cappello!” guardando la testa del marito che calzava ancora il peluche che ritraeva il muso di Pluto. Lui si blocca un istante. Riflette, alza le mani per portarle verso il copricapo, lo afferra, lo toglie e il suo volto cambia. Come se le luci, forse non tutte, ma molte di quelle che si erano accese in lui, si fossero spente. Il volto torna ad assumere le espressioni di un tempo e la magia comincia a svanire.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Non so se quell’uomo sia più tornato con la propria famiglia a Disneyland Paris. Penso però che qualcosa in lui, almeno in quei tre giorni, fosse cambiato e voglio pensare che qualcosa in lui sia comunque cambiato per sempre, quantomeno che abbia ritrovato la strada per giocare, almeno qualche volta, col bambino che è in lui, oltre che assieme ai propri figli.

Quindi, quando vedo questo spot:

Non posso fare a meno di pensare a tutti quei momenti magici che ho vissuto a Disneyland Paris, ai ricordi che mi restano, alla voglia di giocare ancora con quella parte di Stefano bambino e a tutti quei grandi che ho visto gioire e sorridere perchè hanno avuto coraggio di mettersi in gioco e voler tornare, almeno per un giorno, ancora bambini.

C’è un’età in cui l’immaginazione non ha confini… LA TUA! 🙂

 

Nel mio tempo libero

Sabotage – Schwarzenegger torna sul grande schermo e il fan club italiano lo celebra

E così, dopo ESCAPE PLAN, l’ultima pellicola che ha visto Arnold Schwarzenegger e Sylvester Stallone ancora una volta insieme a combattere per la libertà e la giustizia, arriva nelle sale cinematografiche SABOTAGE il nuovo film con Arnold Schwarzenegger.

Sabotage - film poster
Sabotage – film poster

In realtà mentre vi scrivo non si sa ancora bene quando questo film arriverà in Italia. Non è stato ufficializzato nulla in merito. Quello che è certo è che negli USA uscirà il 28 marzo, per la gioia dei fans statunitensi della quercia austriaca che potranno rivederlo cimentarsi in un action movie ricco di adrenalina, esplosioni e… tanto sangue.

Chi mi segue conosce le mie passioni, chi approda adesso su questo blog, giusto per capire con chi ha a che fare, consiglio di visitare questa pagina nella quale racconto del “mio amico Arnold“.

Detto ciò, il fan club italiano di Arnold Schwarzenegger, di cui posso vantare di avere come amico il fondatore e curatore del sito web, ha preparato il nuovo fan site dedicato a questa pellicola di prossima uscita.

Chi è interessato a sapere qualcosa su Sabotage, prima ancora intitolato TEN, lo può fare visitando la nostra pagina http://www.schwarzenegger.it/sabotage.html

Testatina del fan site dedicato a Sabotage
Testatina del fan site dedicato a Sabotage

Nostra perché insieme a Paolo, il fondatore del fan site, ho contribuito a realizzare il sito. Da parte mia occupandomi della grafica mentre Paolo del montaggio, di tutti i contenuti e degli aggiornamenti che verranno inseriti da qui all’uscita del film in Italia.

Un nostro piccolo tributo da affezionati di Arnold che prosegue in questo cammino di fan da oramai qualche decennio (non specifichiamo quanti con esattezza) che ha coinvolto le nostre vite e quelle delle nostre famiglie, loro malgrado.

Quindi, amanti dell’action movie anni ’80 e soprattutto della quercia, vecchia ma sempre quercia austriaca, godetevi questo omaggio ad Arnold.

Altri fan site realizzati da me e Paolo:

Nel mio tempo libero

Una mamma per amica – Gilmore Girls – pensiero personale

Non ci credo. Sono qui a scrivere di questa serie televisiva. Non è da me fare certe cose, eppure, da qualche tempo, vedo gli episodi di “Una mamma per amica”.

Aiutooo! Dai, ridimensioniamo la questione.

Dire che la vedo è una cosa grossa. Più che altro la sento e la sbircio un po’ mentre rassetto la cucina dopo aver fatto la colazione. Quindi, ricapitolando, seguo Una mamma per amica e faccio le faccende… se questo post lo avesse scritto un altro avrei detto che è gay. A questo punto urgono precisazioni.

FriendsAllora… la mattina mi alzo alle 7:00, preparo la colazione per me e mia moglie (e qui un punto l’ho già precisato, ho una moglie), e accendo la TV su Italia1.

A quell’ora ci trovo i meravigliosi episodi di Friends. Sono sempre bellini da vedersi e mettono di buon umore, ti aiutano a cominciare bene la giornata (il bacio e l’abbraccio a mia moglie sono sotto intesi).

Dopo i mitici Friends, da qualche tempo, hanno infilato una nuova serie TV che si chiama The middle, roba da fuori di testa ma vedibile, soprattutto a quell’ora in cui fai le cose in una sorta di dormiveglia; “più dormi che veglia”. Dopo questo telefilm che dura circa 25 minuti, viene trasmesso un episodio di Una mamma per amica che ho la possibilità di sbirciare per circa 5 – 10 minuti al massimo, poi The_middledevo decidermi a incominciare la giornata. Dallo scorso lunedì la serie The middle è sparita, anticipando di una ventina di minuti la “meravigliosa serie”…

…Una mamma per amica.

Una_mamma_per_amica

In verità fino ad oggi ho seguito solo i primi minuti di ogni episodio ma stamani, visto che ero ancora impegnato in cucina e che la serie che la precede non è stata trasmessa, ho potuto sconvolgermi la vita con quasi un’intero episodio di Una mamma per amica. Lo ammetto, non ce l’ho fatta ad arrivare in fondo e non solo per motivi di tempo…

Prima di cominciare a realizzare questo post mi sono andato a leggere su Wikipedia un po’ di notizie in merito a questa produzione. Incredibile, sono state realizzate ben 7 stagioni di Una mamma per amica (o delle ragazze Gilmore – Gilmore Girls è il titolo originale) e ha vinto un’infinità di premi e riconoscimenti. Addirittura, le cose che ho trovato fastidiosissime e innaturali per una serie TV, che dovrebbe anche, tra l’altro, attrarre telespettatori grazie al “fenomeno” dell’identificazione con i personaggi, sono state considerate i veri punti di forza di questo prodotto dell’entertainment; in particolare mi riferisco ai dialoghi estremamente serrati.

OK, ho capito, se pensavate di farlo, non chiamatemi a fare il giudice ai Golden Globes, evidentemente non ci capisco una mazza di serie “mammose”.

Scrubs_titoli_di_testaSe parliamo di dialoghi serrati in una serie TV come Scrubs (meravigliosa), lo capisco. E’ tutto “tragicomico” e le storie regalano momenti estremamente drammatici passando in un lampo a situazioni incredibili con picchi di assurdità e scene intrise d’ilarità. I dialoghi serrati in Scrubs sono una delle caratteristiche che hanno reso originale e interessante Scrubs.

Ma in una serie televisiva dove la storia dovrebbe rappresentare quella di altre persone o comunque rappresentare la vita di gente “della porta accanto”, sfido chiunque, nella realtà, a tenere dialoghi serrati nel modo in cui sono sviluppati in Una mamma per amica. Credo che le parole pronunciate all’interno di un episodio da ’45 minuti siano sovrapponibili per numero a quelle presenti nell’Odissea.

Ma veniamo alle due protagoniste della storia:

Una mamma (appunto) e sua figlia. Due fintissime e fastidiosissime creature, soprattutto la mamma, che giocano a fare le amiche. Qualsiasi psicanalista, serio, direbbe che il rapporto tra le due è morboso e ossessivo. Va bene confidarsi ma qui si esagera. La mamma deve fare la mamma e a parer mio quando diventa “eccessivamente amica” il gioco si fa un po’ “innaturale”. Ma non essendo una mamma lascio a chi ha la patente per farla tutti i commenti e opinioni del caso.

Proseguendo con le mie impressioni sulla serie, vediamo le due “ragazze” impegnate nella loro vita di tutti i giorni, scandita da incontri, scontri, decisioni, problemi, ecc..

Lauren_GrahamLorelai Gilmore, interpretata da Lauren Graham, è la mamma. Sa di essere bella, sa di piacere, sa che ha la responsabilità di una figlia da crescere da sola, sa che deve dirigere un’attività in proprio, sa… per me sa un po’ troppo al punto da diventare una presuntuosa, stucchevole, egocentrica, e un’incredibile scassapalle. L’aggravante è data proprio dal ritmo dei dialoghi che talvolta rischia di mandare in tilt perfino la scheda audio del televisore. Ogni volta che Lorelai interagisce con qualcuno, a cominciare dalla figlia ma ancor di più con quei disgraziati che le girano attorno (parenti, amici, dipendenti, vicini e concittadini), lei mitraglia risposte alla velocità di un processore 8Core di ultima generazione. Forse di più. Il suo interlocutore non fa a tempo a dirle una cosa che lei è già sulla garitta a mitra spianato, dito sul grilletto e una quantità di munizioni che ne avrebbe da vendere.

Poi è bella e lei lo sa ma non vuole che si sappia in giro perché lei vuole essere anche modesta. Le girano attorno vari galletti del pollaio ma lei non caga nessuno, limitando lo spazio di planata dei suoi pretendenti regolandolo sulla base delle risposte che riceve. Non tanto per il livello o qualità dei contenuti ma per la velocità con cui le vengono fornite domande e risposte. Più sono veloci e dirette e più lei è contenta, dandole modo di interagire in nano secondi rispondendo anche alle questioni più personali, imbarazzanti e impensabili. Senza scomporsi e senza avere il bisogno di riflettere. Lei ha sempre la risposta. Se dopo aver massacrato il suo interlocutore, spiazzandolo attraverso una serie di risposte vaghissime e prive di qualsiasi utilità, lui regge, forse lei accetta di andare avanti con la “relazione” o quello che lei decide che sia. Anche se nel giro di un paio di episodi, almeno stando alla mia breve esperienza con questa serie TV, tutto finisce.

Alexis_BledelRory Gilmore è la figlioletta, interpretata da Alexis Bledel. Una vera vittima inconsapevole ma contenta. Ha una mamma che la monitora in modo maniacale, guai a nasconderle qualsiasi cosa. Lei, la piccola, sorride, la compiace, capisce, comprende la mamma ed è sempre brava. Non conosce la ribellione. E’ stata talmente lobotomizzata dalle chiacchiere di mamma che la piccina non ha più fiato e neuroni per risponderle a tono. Ma sono amicissime, bada bene. Tanto amiche che poi puoi assistere niente popò di meno che, ad un’intero episodio in cui la piccina, poverina, ha nascosto alla mamma che ha dato un bacio ad un ragazzo e mammina… lo viene a sapere. Ci pensate?

Ve l’ho detto, lei sa tutto.

Criminal-MindsParte il drammone che si trasforma in una sequela di ragionamenti che non farebbe neppure un omicida seriale affetto da disturbo ossessivo-compulsivo e sdoppiamento di personalità (di solito nei telefilm di Criminal Mind l’analisi degli esperti di Quantico sul S.I. è questa).

Lei si apre con il malcapitato/a con cui ha un briciolo di confidenza, rivogandogli/le roba, tipo: perché non me lo ha detto, noi ci diciamo tutto, perché mi nasconde una cosa del genere, adesso come affronto la questione e bidibin e bidiban…

Dopo questa pippa incredibile, si decide ad affrontare la questione con la figlia. La mette alle corde adottando il suo metodo da interrogatorio ma usando “la psicologia” (che parolona ho usato) perchè lei è arguta. Non agisce in modo diretto, lei fraseggia, tanto, troppo, gira intorno alla questione, fa allusioni, ma si avvicina sempre più al punto. La piccina, rincoglionita, non le dice: “O mamma, sì, l’ho baciato. Ma che ti levi dai co…”, come farebbe ogni “brava ragazza di oggi”. No, lei no, non capisce. Cerca di interpretare le enigmatiche frasi della mammina con un’espressione da fanciulla illibata uscita da una fiaba che cerca conforto dai topini e i passerotti con cui intrattiene bei discorsi, alternati da amorevoli canzoni, cantate saltellando tra i prati bagnati dalla rugiada.

Prosegue l’estenuante dialogo fatto del nulla più assoluto. La mamma incalza, ha finito tutte le metafore ed è costretta a sciorinare frasi dai contenuti sempre più chiari e comprensibili anche ad un cretino, ma non alla piccina. Avrei voluto scuotere il televisore per arrestare questa emorragia di intelligenze che se ne stavano andando per sempre in un rivolo di parole senza senso, quando… accade ciò che oramai era dato per sempre come impossibile.

Si arriva a parlare apertamente del BACIO.

Ce l’ha fatta. La mamma è arrivata al punto e la piccina si meraviglia che lei lo abbia fatto ma soprattutto che lei sapesse. Ma non solo, la fanciulla è turbata per il fatto che mamma non le avesse detto che in realtà già sapeva del bacio che lei le aveva nascosto. Allora ricomincia lo stillicidio in cui mamma e figlia ripartono con i botta e risposta che ruotano sul “ma tu lo sapevi, perché non me lo hai detto”, “no dovevi dirmelo tu che lo avevi baciato, perché non me lo hai confidato”, “noi ci confidiamo tutto”, e ribadabin e ribadaban…

Ho spento la TV.

Altro episodio. Anche di questo non chiedetemi nulla di più, ho solo frammenti di vaghi ricordi che sto tentando di rimuovere.

Qui tutto ruota attorno al ballo scolastico. Sì, quei soliti balli scolastici che solo in america sanno fare o che realmente fanno solo là o che ci propinano come qualcosa che in America sanno fare veramente bene e che come loro non li sa fare nessuno…

Caspita, sto parlando come lei… un attimo… riprendo fiato.

Kelly_BishopDicevo… La piccina deve andare al ballo. Non vi voglio tediare su ciò che è accaduto e su come è andata a finire, anche perchè non lo so e non lo voglio sapere. Però ho potuto constatare come la mamma e la sua mamma, Emily Gilmore, interpretata da Kelly Bishop, si amino e rispettino reciprocamente.

Si capisce in realtà da dove provenga tutto il veleno e la piena che travolge tutto e tutti quando parla la mammina amica, Lorelai. In altri episodi avevo potuto assistere a fugaci mitragliate tra mamma e figlia ma, nell’episodio del ballo scolastico, (non chiedetemi il titolo perché non lo so) ho potuto assistere al non plus ultra degli amorevoli dialoghi tra le due generazioni di madri da arresto.

Mentre Lorelai mangiava l’insalatina, a pranzo da mamma assieme anche alla figlia (ci mancherebbe altro che non fosse con lei), la madre, ricca arpia che non perde occasione per rinfacciare alla figlia i suoi soldi e che lei ha sempre ragione,  le chiede cosa stesse facendo con l’insalatina, vedendo Lorelai intenta a scansare qualcosa. Bè, non di crederete, ho passato almeno un paio di minuti ad assistere incredulo ad un dialogo assurdissimo tra la vecchia e la figlia acida in merito alla presenza dell’avocado nell’insalata. Un botta e risposta da fare invidia a qualsiasi giocatore di tennis a Wimbledon e che ovviamente non portava assolutamente a nulla se non a odiare, se mai fosse stato possibile farlo ancora di più, nonna, figlia e nipote. Anche se quest’ultima in realtà non ha proferito parola.

Credo che cambierò modo di fare colazione. Invece di prendere il caffè alla fine del pasto lo prenderò all’inizio, in modo da poter essere più sveglio, uscire dalla trance del dormiveglia permettendomi di essere più presente e premere un tasto del telecomando per cambiare canale dopo Friends.

Dimenticavo… non chiamatemi neppure a fare il giudice agli Emmy Awards, non ce la farei proprio a premiare prodotti di questo tipo.

Nel mio tempo libero

John Doe fece l’albero di Natale, anche se era aprile.

Il programma spaziale segreto GoodMooning! non prevedeva l’allestimento di un albero di Natale ma John Doe, sapendo quando sarebbe partito ma non avendo la certezza di quando sarebbe tornato, decise di portarsene uno con sé…

…come si dice, non si sa mai. E se poi servisse?

Come è noto la Sparrow allunò il 1 aprile 1969 e ripartì dal nostro satellite il 9 di aprile dello stesso mese. Nonostante ciò, John Doe portò con sé un D.A.N. (Dispositivo di Addobbo Natalizio), ancora ad uno stadio sperimentale.

I tecnici a Terra avevano cominciato a testare i vari D.A.N. in vista di una possibile, prossima colonizzazione della Luna. Per fortuna la missione GoodMooning! ebbe successo ed oggi, dai diari di missione fino a poco tempo fa secretati, è emerso che John decise di testare un D.A.N. all’insaputa di Houston.

Oggi, in occasione delle festività natalizie 2013, sono state rese note le immagini esclusive di quel particolare evento. Come vedete le foto sono state restaurate rendendo apprezzabili i colori originali di quegli scatti.

Buone feste!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Se volete conoscere i fatti che caratterizzarono la missione GoodMooning! potete trovare il diario di missione nei seguenti store online:

amazon

webster

in_mondadori

feltrinelliPer ulteriori info su GoodMooning! visita il blog

Nel mio tempo libero

Doctor Who Experience – Cardiff Bay. Due fans del dottore sulle tracce del signore del tempo e della squadra di Torchwood

Quando mi chiedono: “che passioni hai?” oppure: “cosa ti piace fare nel tempo libero?”, non so mai da dove cominciare. Direi che sono una persona a cui piace fare, a prescindere. Ho molti interessi e tutti alimentati dalla mia buona dose di curiosità e voglia di mettermi in gioco.

Tra le mie numerose passioni c’è la fantascienza. Lo so, lo sapete ma qualcuno prima o poi capiterà su questo post senza avermi conosciuto o senza aver letto la mia presentazione “io e la fantascienza“. Pertanto, dicevo.. amando la fantascienza, non potevo esimermi dall’essere fan anche del Dottor Who e di Torchwood. Direi che questa passione me l’ha trasmessa un mio carissimo amico d’infanzia, un vero cultore ed esperto di queste due serie televisive. Anni fa mi chiese se stessi seguendo in televisione Dottor Who e Torchwood. Entrambe le serie all’epoca non erano tra quelle che seguivo. Il dottore che mi ricordavo era quello della quarta generazione, per chi non segue la serie è un casino spiegarlo in poche parole. Pensate ad un umanoide che vaga nel tempo e nello spazio e che “non muore” ma si rigenera. Ogni tanto cambia completamente prendendo le sembianze di un nuovo individuo. Ogni cambiamento segna una generazione del dottore. Attualmente siamo alla undicesima ed è stato annunciato già il dodicesimo dottore.

Decimo e undicesimo Dottore
Decimo e undicesimo Dottore

Comunque, a prescindere da questi dettagli da nerds direi che la serie Doctor Who è da considerarsi un cult per il genere a cui appartiene e, se non erro, non esiste altra serie televisiva più longeva di questa. Batte anche Star Trek. Pensate che quest’anno Doctor Who  festeggia i suoi 50 anni dalla prima messa in onda sul circuito televisivo inglese.

Dal Dottor Who nasce nel 2006 uno spinoff che prende il nome di Torchwood.

Team Torchwood
Team Torchwood

Questa serie si svolge in gran parte a Cardiff, capitale del Galles nel Regno Unito. Prendete un gruppo di persone che fanno parte di una squadra segreta fondata dalla regina Vittoria con lo scopo di controllare una “breccia temporale”, che per l’appunto è proprio a Cardiff, e le varie razze aliene che vi transitano mietendo panico, catastrofi o semplicemente insediandosi per anni tra gli umani gestendo menti e controllando lo sviluppo dell’umanità. Col passare del tempo la squadra dei Torchwood si è rinnovata, tutti tranne una persona che è il Capitano Jack Harkness, immortale. Anche qui è un gran casino raccontare tutti i retroscena, i perché e i per come… Vi basti sapere che “il Dottore” sovrintende Torchwood ma le due serie sono separate e ben distinte anche se ogni tanto qualche crossover tra una e l’altra permettono di miscelare gli eventi, dando allo spettatore qualche elemento in più su entrambi i versanti.

Detto ciò, a giugno scorso, Antonella ed io siamo andati a Londra in viaggio di nozze. E bé, dopo 18 di vita di coppia ci siamo decisi e siamo convolati a nozze. Abbiamo scelto Londra per una serie di motivi, tra cui, la vicinanza a Cardiff, visto che entrambi siamo appassionati delle suddette serie televisive.

Decidiamo quindi di inserire nel nostro viaggio di nozze una giornata dedicata al Dottore e a Torchwood.

Partenza dalla stazione ferroviaria di Paddington, Londra. Saliamo su uno dei puzzolentissimi treni a diesel delle ferrovie britanniche e, dopo aver attraversato campagne, colline, visto casette, mucche, qualche pala eolica, qualche pannello solare e una mastodontica, inquietante centrale elettrica (vedi foto), dopo circa due ore di viaggio arriviamo a Cardiff.

Centrale elettrica sul percorso Londra - Cardiff
Centrale elettrica sul percorso Londra – Cardiff

Scesi dal treno seguiamo le indicazioni per Cardiff Bay dove si trova una delle principali location esterne di Torchwood e la Doctor Who Experience. Decidiamo di percorrere questo tragitto a piedi, totalmente ignari di quanti chilometri ci separino dalla stazione di Cardiff a Cardiff Bay.

Per gli amanti dei dati, mappe e chilometraggi, eccovi serviti: indicazioni da Google Map dalla stazione dei treni di Cardiff alla Doctor Who Experience. Clicca QUI

Il percorso a piedi è piuttosto semplice ma decisamente poco interessante da vedersi. Zona periferica, strade alquanto squallide e case popolari. Questo ovviamente usciti da Cardiff e prima di arrivare a Cardiff Bay. La baia invece è piuttosto interessante. Non grandissima ma ricca di contrasti architettonici decisamente forti e strani, soprattutto per via delle mescolanze tra lo stile vittoriano decadente, palazzi di edilizia popolare moderna e edifici hi-tech degni, non a caso, di essere usati come location di film di fantascienza.

Arriviamo a Cardiff Bay, ci guardiamo attorno per qualche istante e scorgiamo il Wales Millennium Centre, edificio straordinario per forma e materiali impiegati.

Wales Millennium Centre - Cardiff Bay
Wales Millennium Centre – Cardiff Bay

Un’enorme struttura che pare quasi una immensa balena spiaggiata rivestita in rame, almeno per una buona parte della costruzione. Altri l’hanno paragonata ad un grosso armadillo. L’edificio è ulteriormente caratterizzato da un’enorme scritta incavata nella superficie della facciata su cui sono state incastonate le vetrate che danno luce all’interno.  La frase è scritta in gallese e in lingua inglese e recita “Creu Gwir Fel Gwydr O Ffwrnais Awen (gallese) In These Stones Horizons Sing (inglese)“. Il complesso ospita regolarmente spettacoli di opera lirica, balletto, danza, commedie e musical ed è la sede della Welsh National Opera.

Questa struttura è diventata famosa anche tra i seguaci italiani della serie televisiva Torchwood, in particolar modo la piazza antistante dove si trova una fontana monolitica che indica l’area d’accesso alla base segreta Torchwood. L’espediente usato nella storia per celare l’ingresso al Torchwood, oltretutto posto nel bel mezzo di una piazza in vista a tutti, ruota attorno ad un “campo di distorsione della percezione” che nel punto esatto di accesso, una grossa pietra del marciapiede che funge da ascensore, permette agli agenti Torchwood di entrare e uscire a loro piacimento senza dare nell’occhio ai passanti.

Questo è stato il nostro primo POI Point Of Interest. Non poteva mancare la foto alla fontana e un bel giretto in tutta l’area che per anni abbiamo visto in televisione senza poter mai verificare, fino a quel momento, quanto di ciò che vedevamo fosse reale o finzione. Bè, è piuttosto reale, fatta eccezione per qualche “ritocchino” qua e là teso a nascondere alcune parti delle architetture urbane più vicine, meno “telegeniche”.

Da qui siamo andati sparati verso il punto più estremo della baia di Cardiff. Percorriamo dei vialetti lungo costa, attraversiamo un ponte e ci troviamo davanti un edificio blu, che ricorda vagamente il Wales Millennium Centre, quantomeno per le sue forme sinuose, non certo per il colore del rivestimento.

Doctor Who Experience - Cardiff Bay
Doctor Who Experience – Cardiff Bay

Comunque, prima di raggiungere l’edificio scorgiamo sulla destra, in prossimità di un piccolo molo d’imbarco per i natanti, la mitica cabina telefonica del Dottore, segno inequivocabile che la nostra meta è raggiunta.

Doctor Who Experience - Cardiff Bay - la cabina del Dottore, sul molo della baia
Doctor Who Experience – Cardiff Bay – la cabina del Dottore, sul molo della baia

La Doctor Who Experience è una struttura moderna, inaugurata nel luglio del 2012 alla presenza di numerose specie aliene venute da ogni dove e tempo.

Attraversiamo la porta d’ingresso e ci troviamo in un’ampia hall piuttosto sobria, senza troppi fronzoli, fatta eccezione per un paio di Dalek, di cui uno interamente realizzato in LEGO, una vetrina con qualche “action figures” del dottore e compagni, l’auto d’epoca gialla del Dottore e qualche disegno evocativo alle pareti, nonché l’immancabile bar, punto ristoro.

Capiamo che per entrare alla Doctor Who Experience è necessario formare un gruppo di persone. Non passa molto tempo e lo scopo viene raggiunto grazie all’arrivo di un flusso lento ma costante di visitatori.

Una ragazza dello staff ci accoglie, biascica qualcosa tra l’inglese e il gallese e ci invita a oltrepassare ordinatamente la porta che è dietro alle sue spalle. Da qui dovrebbe cominciare la parte cosiddetta “Experience”, ovvero, quella più vicina ad un’attrazione stile parchi di divertimento.

In effetti l’intento è quello. Entriamo in una sala dove sono disposte a semicerchio delle panche. Davanti a noi c’è uno schermo, indossiamo gli occhialini per il 3D che ci vengono consegnati dalla “tipa” e pochi istanti dopo appaiono le immagini tanto attese.

Francamente, sarà che oramai Antonella ed io siamo piuttosto avvezzi ad ogni genere di 3D, 4D, ecc… questa parte dell’esperienza ci lascia un po’ vuoti. Vedo però che le altre persone che sono con noi sono piuttosto interessate e stupite. Questo conferma la mia ipotesi. Evidentemente siamo troppo abituati ad attrazioni di questo tipo per meravigliarci o provare un particolare interesse.

Il filmato dura pochi minuti. Finisce per mostrare sullo schermo la “crepa temporale” che ricorda, per forma ed effetti, quelle viste più volte nella serie televisiva. La proiezione si trasforma in qualcosa di più tangibile. Ecco cos’era quella strana macchia che fin dall’inizio mi stava dando fastidio. Corrispondeva perfettamente al punto di giunzione tra le due parti dello schermo che in quel punto, perfettamente a registro con l’immagine della fessura temporale proiettata, si apre, separando a metà quello che fino a qualche istante prima era un mero schermo. Le due parti scorrono una destra e l’altra a sinistra mostrando lentamente la sala successiva dove siamo invitati ad entrare.

Doctor Who Experience - Cardiff Bay - Riproduzione dell'undicesimo dottore - interpretato da Matt Smith
Doctor Who Experience – Cardiff Bay – Riproduzione dell’undicesimo dottore – interpretato da Matt Smith

In questo nuovo ambiente troviamo numerosi oggetti e scenografie che ci portano alla memoria diversi episodi della serie. Anche qui comincia un “teatrino” di effetti programmati. Da una parte abbiamo il dottore che parla, nell’undicesima versione interpretato da Matt Smith, dall’altra abbiamo delle aree che si illuminano, schermi che proiettano tunnel spaziali ed effetti vari. Poi, su un lato della stanza compare “magicamente” la cabina blu del Dottore da cui si spalanca un’ampia porta lignea che ci mostra un nuovo percorso da seguire.

Il gruppo eterogeneo di appassionati umani del Dottore oltrepassa la cabina telefonica. Un piccolo corridoio ci separa da un altro ambiente nel quale troviamo una sala che dovrebbe più o meno rappresentare il Tardis. Comandi vari, luci, aggeggi inseriti qua e là. Mi ricorda immediatamente una delle attrazioni presenti al Disney Studios di Eurodisney a Parigi: l’Armageddon Special Effects. Stessa struttura circolare, stessa disposizione del pubblico e stesse aspettative. Nel caso dell’attrazione parigina, veniva riprodotta la MIR che compare nel film Armageddon, bombardata da meteoriti, qui invece siamo nel Tardis in balia degli eventi temporali. Comincia la sequenza del programma che ha lo scopo di mettere il pubblico ai comandi del Tardis nel corso di una simulazione di viaggio coadiuvata dalla presenza su uno schermo del nostro Dottore. Nulla di speciale. Qualche piccolo scossone, un po’ di fumo, luci, rumori. Tutto apparentemente gestito dai vari visitatori intervenendo ognuno su delle consolle di comando munite di joystick. Una mera illusione che qualcuno, tra il pubblico, ha anche apprezzato…

Finisce la “giostra” e si apre un’altra porta che mostra l’ennesimo corridoio che porta ad un’ennesima sala. Mi auguro vivamente che sia l’ultima. Qui è stato riprodotto l’interno di un’astronave. Su un lato ci sono dei grossi oblò che mostrano lo spazio stellare. Dalla parte opposta compare un Dalek, piuttosto lento e petulante. “Noi siamo i Dalek, voi siete gli umani, sarete sterminati, noi Dalek, umani, sterm…, Dal…, uman, ecc..,”. Come se non bastasse ne arriva un secondo e poi un terzo. Tutti e tre insieme “ci avrebbero circondati” e continuando la loro nenia, ci sfracassato i cosiddetti per qualche minuto facendo avanti e indietro, scuotendo il loro cannoncino a proboscide in modo quasi imbarazzante ed equivoco.

Ovviamente in tutto questo contesto il Dottore continuava a comparire e scomparire dagli schermi cercando di tranquillizzarci. Come se fosse necessario…

Finisce questo delirante siparietto e si apre un’altra porta che ci conduce in una sala buia, piena di “angeli piangenti”. Il percorso che ci viene mostrato passa nel bel mezzo di quest’area in penombra. Suoni e luci soffuse creano una certa atmosfera e i vari angeli piangenti contribuiscono a rendere il tutto piuttosto inquietante. Mi sarei aspettato qualche attore travestito da angelo piangente che si avvicinasse a noi ma niente di tutto ciò; semplici manichini, fermi. Percorriamo questa sala e, FINALMENTE arriviamo alla fine della parte “interattiva” della Experience. A questo punto comincia la parte “mostra”, dove sono esposti oggetti e scenografie originali della serie. Era qui che volevo arrivare!

Eccoci giunti in una grande sala. Il “lunapark” si è concluso e adesso, con tutta calma, senza dover per forza seguire i dettami di una liturgia poco convincente, ovviamente per chi vi scrive, possiamo indugiare e soffermarci quanto vogliamo su ogni oggetto e costume di scena.

La prima cosa che possiamo ammirare in questa sala sono i costumi di tutti i dottori, dal primo all’undicesimo, disposti su manichini attorno ad una cabina/Tardis. Nella sala sono presenti, inoltre, le scenografie di ben tre tardis, presi da epoche differenti della serie, altri costumi di scena, diversi cacciavite sonici disposti in una teca, qualche strumento usato dal dottore per risolvere situazioni impossibili e paradossali e un set dove fare una bella foto su chroma key scegliendo alcune immagini di sfondo “a catalogo” su cui cimentarsi come protagonisti in un’improbabile posa di scena.

Da questa sala è possibile accedere ad un piano superiore dove è stato allestito il resto della mostra. Saliamo le scale e troviamo ad accoglierci un paio di “silenti”, messi in posa al centro di una bella scenografia. Intorno a loro sono disposti numerosi alieni comparsi nel corso di questi 50 anni nella saga. Dagli odiosi e sempre presenti Dalek ai Cyberman in varie versioni fino ad arrivare alla Testa di Boe e ai numerosi altri esseri, tutti ben collocati e ammirabili. Peccato che le sale siano piuttosto buie e che non sia ammesso usare i flash. Sparo un po’ gli ISO della mia fotocamera per cercare di catturare tutta la luce possibile. Scatto foto a prescindere. Qualcosa succederà.

Continuiamo la nostra visita. Dalle razze aliene passiamo ad altri costumi di scena, a qualche scenografia e ai modellini utilizzati per le fasi di progettazione dei set. Bozzetti, disegni (meravigliosi) e qualche calco utilizzato per realizzare le maschere in lattice di alcuni alieni.

Se tutta la Doctor Who Experience fosse stata incentrata sulla parte “memorabilia” anziché sviluppare, a mio avviso, la noiosa e “poco attraente attrazione a tema”, sarebbe stato sicuramente tutto più interessante.

Considerando che la serie ha 50 anni, mi aspettavo di trovare molti più oggetti di scena, costumi ed altro materiale proveniente dall’universo del Dottore. Non che sia rimasto deluso, diciamo che la seconda parte della visita compensa quella più debole a cui siamo stati sottoposti all’inizio, nostro malgrado. La parte della Experience dovrebbe essere più curata ed emozionante. Oramai, non solo Antonella ed io ma gran parte dei fruitori dei parchi a tema in generale, è abituato ad attrazioni di gran lunga più coinvolgenti. Il teatrino con le luci, il cinema 3D e qualche animatronics è oramai roba passata. Considerando che questa struttura è stata inaugurata nel 2012, la cosa ci ha lasciati un po’ perplessi soprattutto perché è firmata BBC e non “Cincirinella”.

Doctor Who Experience - La struttura vista dalla baia
Doctor Who Experience – La struttura vista dalla baia

Fine della mostra. Il percorso ci conduce all’immancabile shop dove si trova un po’ di tutto. Anche qui… quel “un po’ di tutto” non è poi così “tutto”. Ci sono tanti oggetti ma molti di questi, forse un buon 90%, sono prodotti estremamente commerciali, molti dei quali li abbiamo ritrovati in altri negozi di giocattoli o dedicati alla fantascienza. Nulla di particolarmente interessante o pensato per i collezionisti in cerca di oggetti a tiratura limitata e non robetta in plastica che riporta il simbolino +3 che indica l’età dell’utente da cui il prodotto può essere utilizzato.

Alla fine sono uscito con un modellino di un Dalek… che tristezza, una t-shirt e un cacciavite sonico che ho regalato al mio amico d’infanzia di cui ho parlato all’inizio di questo articolo.

Fine della Doctor Who Experience. Antonella ed io usciamo dalla grossa struttura blu e ripercorriamo la strada a ritroso fino a quella che abbiamo ribattezzato come la “piazza di Torchwood”. Troviamo un ristorantino italiano. Mangiamo qualcosa e torniamo, sempre a piedi, a Cardiff. Abbiamo ancora qualche ora di tempo prima che parta il nostro treno per tornare a Londra. Ne approfittiamo per girare la capitale del Galles. Fantastica. Meriterebbe vederla con più calma in un’altra occasione.  Modernità e antichità fuse in modo unico e coinvolgente. Antichi pub gallesi circondati da costruzioni in acciaio e vetro. Piccoli edifici storici che vengono incorniciati dall’enorme e nuovissimo stadio di calcio da 26.500 posti a sedere. Tanti negozi, gente… tutto molto bello.

Giornata intensa, faticosa ma appagante, all’insegna del Dottore e di Torchwood, entrambe storie che raccontano di viaggi nel tempo e mondi lontani. Di paladini della giustizia e detentori di verità assolute. Di grandi battaglie tra il bene e il male e dell’eterna lotta tra chi detiene la conoscenza e coloro che vivono ignorando.

Buon 50° compleanno Doctor Who!

Link di approfondimento e crediti:

Tutte le foto, fatta eccezione per le prime due immagini (Doctor Who e Torchwood) sono state realizzate da Stefano Saldarelli durante la visita a Cardiff e Cardiff Bay – Giugno 2013