Category Archives: Società, salute, benessere e tecnologia

“Massimo rigore”. Anche se in Italia i numeri del contagio hanno registrato un calo nelle ultime ore

Continua la politica del terrore che alimenta paure e destabilizza la nazione.

A poche ore dall’arrivo del nuovo DPCM balzano alla cronaca le notizie su presunti aumenti di contagi Covid-19, poi smentiti, ridimensionati o addirittura del tutto inesistenti, a seconda delle fonti che si interpellano. “Quelle più accreditate” incalzano su cifre e percentuali e il Governo se ne serve magistralmente per apprestarsi ad inasprire le misure di contenimento e con esse lo stato di emergenza che sarà prorogato fino alla fine dell’anno.

Legittimare le restrizioni e la libertà personale a suon di DPCM, in una situazione in cui il concetto di contagiati non è automaticamente riferibile a persone ammalate, ospedalizzate o intubate ma semplicemente è un dato che riporta che sono stati rilevati gli anticorpi del virus su persone per lo più asintomatiche, determina di fatto un oltraggio alla Costituzione italiana, un abuso di potere e con esso un atto criminale. L’attuale emergenza è esclusivamente di carattere economico/sociale e non sanitario. Casomai dovrebbero essere definiti e condivisi protocolli terapeutici sicuri e una volta per tutte dichiarare ufficialmente che nei primi mesi dell’anno sono state sbagliate molte diagnosi, portando ad intervenire sui pazienti con terapie inadatte.

A tal proposito, Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri in un’intervista pubblicata su fondazioneveronesi.it dichiara: “Quello che vorremmo proporre è un protocollo di cure molto semplici ma presumibilmente efficaci da proporre al medico di medicina generale che derivano in parte dalle evidenza della letteratura e in parte dall’esperienza che i medici in queste settimane, in prima linea, hanno “sperimentato sul campo”.

Le politiche di distrazione di massa stanno distogliendo l’attenzione dall’aumento dei suicidi, dalle aziende che non hanno riaperto e una su tre sono a rischio chiusura definitiva. Cassa integrazione ancora ferma a marzo per due milioni di lavoratori. Aiuti dello Stato pochi e mal gestiti, o peggio, non erogati.

Locandina del film “Dirty Dancing” (Balli proibiti) del 1987

Le nuove misure che tra poche ore avremo modo di udire attraverso la dichiarazione di Conte e dei suoi ministri, sotto l’egida di un ennesimo DPCM, col beneplacito dell’invisibile presidente della repubblica Mattarella e in pieno stile Istituto Luce, ma a colori, si annunciano come un nuovo editto partorito dalla mente di persone che non hanno alcun contatto con la realtà.

Le discoteche sono al centro del nuovo provvedimento restrittivo e a differenza di quanto era stato annunciato, pare che la data di riapertura di queste strutture venga ulteriormente rimandata. “Dirty Dancing” sarà la parola d’ordine con la quale verranno bollate?

Sagre e fiere, che sarebbero motivo di sopravvivenza per piccole e medie imprese, sono sotto la lente d’ingrandimento degli esperti. “Fermare i grandi assembramenti”, pare il mantra che in questo momento precede i nuovi moniti del neoregime; a meno che non siano le Regioni a prendersi la briga di allentare le briglie assumendosene la responsabilità… Soliti concetti feudali separatisti che puntualmente arrivano quando c’è da assumere delle responsabilità derivanti dal proprio operato, ovviamente sempre sotto il segno del #insiemecelafaremo.

 


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“PODEROSO”, il nuovo ponte di Genova sarà gestito da Autostrade per l’Italia

“PODEROSO!”…
Sarà che alcuni maestri mi hanno insegnato che “non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione” ma a me viene da pensare che di “occasioni”, per fare buone impressioni, ne abbiamo date tante a questo Governo.
Lo so, ci sarà sempre chi dirà che sono bravi, sono belli, sono buoni, etc. e i miei detrattori diranno che le leggi sono queste e che il Governo non avrebbe potuto fare diversamente e bla, bla e ribla…
Faccio semplici ragionamenti e non credo sia difficile contraddirmi sulla base di questi fatti:
Il 14 agosto del 2018, a seguito del crollo del Ponte Morandi a Genova, MUOIONO 43 persone. 250 metri di ponte, di uno dei tratti autostradali più importanti e trafficati d’Italia, finiscono nell’alveo del torrente Polcevera

Perché il ponte Morandi crolla?

Perché la società che lo aveva in gestione, Autostrade per l’Italia, pare che non abbia effettuato la dovuta manutenzione e pare che abbia falsificato i risultati sui controlli.

Ok, questo è compito dei magistrati.

Adesso abbiamo un ponte nuovo, costruito in tempi record.

Bene, sono contento!

Ora a chi lo facciamo gestire?

Alla Società Autostrade per l’Italia

…mi sono perso qualcosa?

Foto da Corriere della Sera – riferimenti articolo a piè di pagina o link alla foto.

Secondo gli accordi presi nel 2007, lo Stato ha affidato la gestione del ponte, e del tratto autostradale interessato, ad Autostrade per l’Italia, azienda controllata dai Benetton.

Con tutto il bene che posso volere ad Autostrade per l’Italia, soprattutto ogni qual volta mi trovo in coda sull’autostrada a causa di deviazioni di corsia, restringimenti oppure quando pago al casello delle cifre che di fatto dovrebbero annoverare tutti noi automobilisti tra gli azionisti della società in questione – con quello che però dovrebbe conseguirne in termini di dividendi – non capisco e non voglio capire perché si debba rispettare una convenzione che presumo implichi il criterio della buona gestione / manutenzione degli impianti che le sono stati affidati. Altrimenti che gestione sarebbe, solo finalizzata alla riscossione dei dazi? Comodo…

Qualora questo criterio saltasse, e mi pare che un ponte che crolla per “incuria” causando la perdita di 43 vite, dimostri ampiamente che questo criterio sia saltato, il problema non si dovrebbe nemmeno porre.

Invece no!

Questa decisione del Governo pare sia l’unica percorribile, stando all’articolo del Corriere della Sera, e che questo, cito: “sia semplicemente un adempimento tecnico per consentire l’avvio della circolazione sulla rete“.

Se questo è il reale motivo non vedo perché oltre al danno si debba infliggere, e quindi subire, anche la beffa col conseguente “imbarazzo” per tutti gli italiani e più in particolare per famiglie che hanno perso i propri cari in quel disastro del 14 agosto 2018.

Capisco perfettamente che la legge debba essere rispettata e che sicuramente in questo caso i cavilli tecnici siano tanti e tali che metà basterebbero ad incasinare le cose ma, mi chiedo, perché la gestione manutentiva del nuovo ponte non possa essere affidata pro tempore alla Regione Liguria o direttamente ad una società che abbia i requisiti per potersene fare carico. Che ne so… una a caso, chi lo ha costruito, per esempio? E’ un ponte nuovo, lo stanno ancora ultimando, non credo che richieda particolari manutenzioni da qui ai prossimi… diciamo… sei mesi, per stare tranquilli? Intanto finisci quel che devi finire e fai ripartire il traffico.

Non si può?

Allora vorrei dare un bel consiglio al Presidente del Consiglio. Perché non risolve la cosa con un bel DPCM, visto che oramai con questi strumenti, quando vuole, può disporre ed imporre di tutto? In questo caso gli italiani la ringrazierebbero, a differenza dei tanti emanati negli scorsi mesi.

 


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Coronavirus. Niente sarà più come prima.

C’è chi sentenzia sventolando la bandiera del “Niente sarà più come prima“, quasi fosse una sorta di anatema o di avvertimento.

Vi ricordate la scena del celebre film “Non ci resta che piangere” dove il frate arriva sotto il davanzale dal quale si affaccia Massimo Troisi?

Al sentire “Niente sarà più come prima” mi verrebbe di rispondere “Mo’ me lo segno”, a cui potrebbero seguire tutta una serie di gesti scaramantici.

Preferisco pensare in termini più costruttivi, rispetto a quelli disfattisti evocati da coloro che cercano di riempire pagine dei giornali o i palinsesti televisivi con frasi ad alto contenuto negativo. Vorrei pensare al concetto di opportunità e anche di risorse piuttosto che ad un contesto post bellico o distopico che ultimamente pare andare per la maggiore.

“Niente sarà più come prima” pare un monito, un avvertimento o addirittura una minaccia. Una sorta di mantra negativo che deve essere continuamente ripetuto per creare ulteriore disagio, sconforto e paura; come se il Coronavirus di per sé non fosse già un problema importante a cui pensare. Almeno parrebbe così stando a ciò che spesso segue dopo “Niente sarà più come prima”. Sentiamo solo parlare di mascherine che devono costare 50 Centesimi ma che non si trovano a questa cifra; di come e quando portarle ma poi ogni Regione decide per conto proprio; di distanziamento sociale; di sistema sanitario nazionale che negli ultimi decenni ha subito tagli al bilancio a cui sono seguiti i problemi, evidenti a tutti, nell’ambito della situazione emergenziale legata al Coronavirus; di segno negativo del PIL con cifre che ogni giorno vengono ritoccate al ribasso; di un’Europa che non c’è o che non risponde come dovrebbe e che quando si fa sentire lo fa per batter cassa o imporre restrizioni; di nazioni, come la Germania, che legiferano a loro favore – come mi parrebbe giusto che sia – anche a dispetto delle norme europee – questo mi parrebbe un po’ meno giusto se tali decisioni si riflettono negativamente sulla sorte delle altre nazioni europee – . Sentiamo che alla Caritas sono aumentati i poveri, addirittura raddoppiati; che molti negozi, attività commerciali, aziende e professionisti non riapriranno più; che il Governo vuole regolarizzare chi lavora a nero e gli extracomunitari ma intanto non arriva la cassa integrazione ai regolari; che il debito pubblico italiano è insostenibile e che il rischio di default non è uno scenario impossibile. Potrei continuare ma il mio scopo non è abbrutirvi oltre misura e amplificare l’aura di negatività ma offrire degli strumenti di analisi per comprendere una certa comunicazione che si insinua e pervade le nostre menti e che necessita di una sorta di “antiacido” per essere digerita.

Oramai il COVID-19 è un macro argomento all’interno del quale risiedono temi vari sui quali prevale l’onnipresente catastrofismo legato alla salute caratterizzato dalla conta dei morti, dall’esposizione delle bare e dal susseguirsi di teorie e pratiche mediche che paiono miracolose per sconfiggere il Coronavirus per poi essere subito smentite o considerate addirittura perfette cialtronerie dai soliti indefessi e sovraesposti esperti che continuano, sempre e comunque, a parlare dell’efficacia del vaccino che non c’è. Con la “Fase 2” si aggiunge il catastrofismo legato all’economia, a quella ripresa che non si riprende e che parte da quel “restiamo tutti a casa” arrivando al “torniamo a lavorare ma non tutti”, comportando, come gli esperti dovrebbero sapere, un gap nella ridistribuzione dei proventi dovuto alla mancanza di alcune categorie produttive che non lavorando non si inseriscono nel circuito economico. L’esempio più lampante è il ristorante che non aprendo non compra vino, pesce, carne, verdure e quindi non dà lavoro alle aziende vitivinicole, agli allevamenti, alle aziende agricole, etc.

C’è un altro modo di vedere il “niente sarà più come prima” ed è il modo dell’atteggiamento pronto al cambiamento.

L’atteggiamento di quella “resilienza fattibile” e non di quella più sterile, continuamente evocata solo perché piace come parola e alla quale non seguono consigli o esempi a cui ispirarsi. Essere resilienti non è facile ma è una caratteristica che ognuno di noi possiede e che può attivare, consciamente o inconsciamente, lavorandoci o semplicemente ascoltandosi. E’ latente e si attiva nel momento in cui arrivano le difficoltà. Ognuno di noi, lungo il proprio cammino di vita, si trova puntualmente ed inevitabilmente ad impattare con situazioni brutte, alle quali apparentemente non trova risposta e via di uscita. La vita è una strada che si caratterizza anche per la presenza di pendenze impervie, scivolose che possono essere affrontate solo attraverso il coraggio e la determinazione. La resilienza è la sorella, di opposto carattere, della disperazione. La prima ti permette di rialzarti più forte e determinato di prima. La seconda è quella che porta alla depressione e poi, se “prende residenza nella mente”, ai gesti più estremi; non è un caso che in questo periodo siano aumentati i suicidi.

Continuare a parlare di male, di crisi, di tragedie, di negatività in generale non fa altro che aumentare la possibilità che la disperazione prevalga sulla resilienza.

Pare un gioco perverso che esiste da sempre ma che in occasione di eventi drammatici tende a rinnovarsi col preciso intento di aumentare la performance dell’aura di negatività diffusa e persistente che tutti avvertiamo. Pare che le notizie cattive facciano vendere di più e catalizzino maggiormente l’attenzione delle persone, almeno rispetto alle buone notizie. Viviamo in una società basata su modelli creati dall’uomo, radicati nella cultura di tutti e che prendiamo come assiomi. Sappiamo che nasciamo, che dobbiamo andare a scuola, poi a lavorare, poi ci sposiamo, compriamo la casa, ci indebitiamo e quindi occorre lavorare ancora di più ma con il desiderio e l’obiettivo di arrivare all’estate per andare al mare e poi a dicembre facciamo l’albero di Natale e poi si invecchia, si va in pensione – forse – e poi si muore. A parte il primo e l’ultimo step, comuni a tutti, questo è ciò che accade; almeno in occidente, con tutte le variazioni sul tema, a seconda delle religioni e delle zone in cui uno vive.

Ma siamo sicuri che questo sia il modello ideale?

Da quando l’uomo calpesta questo pianeta esistono le disparità tra chi sta sopra e chi sta sotto: economicamente, intellettivamente, intellettualmente, militarmente, muscolarmente, geograficamente… Esistono guerre, malattie, carestie, tragedie, anche naturali e non solo create dall’incuria o dalla presunzione dell’uomo, lo sappiamo.

Cosa ci fa percepire il “COVID-19 e dintorni” come una condizione particolarmente tragica, eccezionale e grave?

Sono tre i fattori fondamentali:

  1. ci tocca, lo stiamo vivendo. Quindi il primo è il fattore tempo, siamo coevi a questo casino
  2. l’amplificazione che viene data a questo momento, grazie alla capacità e alla diffusione dei mezzi di comunicazione di cui oggi disponiamo
  3. l’interesse “di chi sta sopra” nel mantenere una condizione di emergenza e di disagio sociale attraverso la quale poter governare, decidere, vendere, comprare, creare ed eliminare…

Allora…

Pensate che la diffusione delle notizie in rete, quelle vere, quelle edulcorate, quelle enfatizzate o le cosiddette fake news, possa portare sulle vostre tavole una qualche differenza? Credete che se oggi la BCE legiferasse a favore dell’Italia o se la Germania “abbassasse la cresta” o se Trump twittasse di meno, o lo facesse evitando di minacciare qualcuno, questo possa cambiare la condizione della vostra salute o del vostro conto in banca? Pensate che la politica dica cose fondamentali, utili e risolutive per l’andamento dell’economia, per la tutela della salute o per lo sviluppo culturale, sociale, demografico, etc.? Sono anni che si continua a tagliare la sanità. Sono anni che sentiamo politici rassicurarci, spendere parole a favore della nostra economia e delle imprese. Sono anni che sentiamo parlare degli F-35 e delle spese militari. Sono anni che ci raccontano che verranno tagliati gli stipendi ai politici e ai dirigenti pubblici. Sono anni che sentiamo parlare anche di alcune tragedie delle quali poi, nella sostanza, non se ne è più occupato nessuno; vedi, più recentemente, l’incendio che si è propagato nei boschi intorno a Chernobyl in pieno Coronavirus, e che ha sollevato una nube radioattiva verso l’Italia. Ne hai sentito parlare?

“Il mondo esiste da sempre” e fino ad oggi lo ha fatto senza troppi problemi. Questi, semmai, li creano gli uomini, come il fatto che ci venga imposto un concetto, peraltro di per sé molto astratto, riassumibile nella frase “Niente sarà più come prima”.

Ma perché? E soprattutto, dico, menomale!

Eh sì, menomale. Tutto cambia, non possiamo pensare che il modello sociale che vi ho descritto sia quello perfetto, definitivo e immutabile. Da cacciatori raccoglitori siamo diventati “divanati ipocondriaci“, bipedi sedentari, fobici per ogni cosa che ci circonda. Non viviamo più se non per difenderci da qualcosa. Dalle malattie, dalla politica, dai ladri, dagli extracomunitari, dai Rom, dai cinesi, dai concorrenti, dai virus informatici, dai virus biologici, dal vicino di casa, dal commerciante, dalle frodi telematiche, dagli hacker, dal sole, dai vegani, dalla musica trap, dai comunisti e …isti di vario genere. Stiamo attenti a tutto, a troppo, arrivando a vivere una condizione di non vita, di perenne allerta. Vigiliamo su tutto e quando si richiede attenzione per qualcosa, di fondamentale, non lo facciamo affatto perché richiede troppa attenzione e rischia di rompere gli schemi (leggi routine o zona di conforto).

Essere resilienti in modo realistico è fattibile, partendo dal dispensare positività, di quella sana, non mielosa fatta di finto buonismo come certe pubblicità in epoca Covid-19 hanno enfatizzato, in cui tutti sono belli, sono bravi, sono impegnati in qualcosa di apparentemente molto utile, tutti hanno la mascherina, insieme ce la faremo, colori caldi, dissolvenza, musica emozionante e poi logo finale del brand in questione. No, parlo di quella positività più testosteronica, fatta di un vero e sano patriottismo dove non occorre nemmeno pensare lontanamente di dover ribadire il concetto che quest’anno faremo le vacanze a casa nostra (chi potrà) perché lo faremo e basta, con orgoglio e soprattutto con piacere; dove non dovremmo nemmeno minimamente pensare di acquistare prodotti alimentari stranieri ma privilegiare, anzi, incentivare i nostri distributori, e prima ancora i nostri produttori, a fornirci prodotti italiani e noi ad acquistarli con altrettanto orgoglio e piacere.

Abbiamo bisogno di più orgoglio nazional popolare condito con una dose di effetto “Gladiatore”, grazie al quale evocare un sano e liberatorio: “Al mio segnale scatenare l’inferno”. Quell’inferno che deve essere pura energia positiva, voglia di fare e di lottare per i propri ideali. Ecco cos’è la resilienza, è la trasformazione di quella “loffiaggine” diffusa che si è amplificata con questa quarantena in una chiamata all’azione collettiva, tesa ad aiutare il più debole e a rinforzare le proprie linee difensive. Parliamo di un’Italia che si è sempre distinta per ingegno e per tenacia. Voglio pensare ad una Nazione e non ad un paese. Voglio pensare alle persone e non alle greggi, alle pecorelle e a tutti questi concetti di transumanza cognitiva in cui la persona viene sostituita all’agnello – che si sa poi che fine fa -. Voglio pensare all’eccellenza individuale che deve emergere e non affondare in un mondo sempre più globalizzato, impegnato in un processo di appiattimento sociale e culturale teso ad omologare tutto e tutti. Siamo individui e vogliamo continuare ad esserlo in un mondo che in realtà è fatto di diversità e dove ognuna è fondamentale per garantirci la bellezza della vita stessa. Che senso avrebbe se tutto fosse uguale da per tutto.

Lo stiamo assistendo da decenni, basta guardare le nostre città. Sono sempre più uguali le une alle altre. Stesse catene di negozi, stessi colori, stesse musiche, stesso cibo. Le piazze principali sono sfregiate dalla presenza di manifesti pubblicitari che rivestono intere pareti di edifici, le vetrine dei negozi hanno le stesse cose, ovunque; compri un souvenir delle nostre città e monumenti e poi vedi che è “made in China”…

Come ritrovare la strada e uscire dalla difficoltà? Il concetto è:

  • diversificare, non pensare al lavoro come ad una cosa stabile e unica ma come ad un insieme di azioni quotidiane che vengono compiute per produrre un reddito.
  • innovazione e tradizione, dare spazio alla creatività, alla manualità, all’unicità del prodotto, all’idea, all’esecuzione attraverso le piattaforme digitali. Non occorre tirare su siti web costosi per farsi conoscere ma occorre farsi conoscere attraverso piattaforme web esistenti.
  • non copiare ma ispirarsi proprio per mantenere unica ogni scintilla creativa dalla quale genera l’idea successiva, un’evoluzione di idee, di menti che devono pensare al bello, al buono e al nuovo, valorizzando le tradizioni e tutelando l’unicità e l’originalità.

In concreto? Beh, non ho la ricetta universale e sicura al 100% ma ho delle indicazioni che possono aiutare e adattarsi un po’ a tutti. Ovvio che poi ognuno deve elaborarle e farle diventare delle “linee guida personali”.

  • Dedica mezz’ora al giorno ad ascoltare le persone. A S C O L T A R E ! ! !
  • Dedica mezz’ora al giorno ad aiutare qualcuno, anche solo infondendogli forza e coraggio; la resilienza è contagiosa, se infondi positività anche gli altri si risollevano. Se hai figli comincia da loro.
  • Non dedicare più di mezz’ora al giorno all’informazione, alle news in generale e soprattutto non farlo dopo le diciotto perché la mente deve cominciare a settarsi per la sera e deve lasciarsi alle spalle le negatività per poi dormire bene e senza interruzioni.
  • Dedica mezz’ora al giorno alla meditazione o alla preghiera. La meditazione serve per rivolgersi all’io e la preghiera per rivolgersi a Dio; se siamo veramente fatti a sua immagine e somiglianza credo che le due cose siano compatibili, complementari, intercambiabili e probabilmente interconnesse.
  • Ricorda che il lavoro ti deve permettere di vivere bene e non è che vivendo per il lavoro potrai stare bene. L’impegno nelle cose è fondamentale ma immolarsi per il lavoro, anche no.
  • Dedica un’ora al giorno alla formazione per imparare cose nuove o per migliorare quelle che sai fare o diventa tu maestro e insegna ai più giovani a fare ciò che hai imparato negli anni.
  • Dedica un’ora al tuo corpo per tenerlo in forma ed efficiente per garantirti una vecchiaia in salute.
  • Il resto della giornata dedicalo alle attività che ti permettono di guadagnare. Non un’attività ma più di una. Non occorre essere tuttologi o tuttofare ma occorre essere lungimiranti e capire cosa richiede il mercato. Se temi la concorrenza, fai cose che la concorrenza non può fare o non lo farebbe nel modo in cui lo faresti tu.
  • Se puoi evita di accendere prestiti. Il credito al consumo ha permesso di acquistare tante cose ma ha creato un indebitamento ad oltranza, facilitato anche dalle metodiche di accesso al credito stesso, sempre più performanti e alla portata di chiunque.
  • Dispensa sorrisi, anche con la mascherina. Se sono sorrisi veri si vedranno dai tuoi occhi. Lavora sul cambiamento di te stesso e sii portatore di positività.
  • Non dimenticare di trovare un po’ di tempo per ammirare la natura. Tu fai parte della natura e se non ti riconcili con essa il tuo corpo e la tua mente non potranno stare bene.
  • Leggi e ascolta musica.
  • Nei fine settimana riposa ma trova il modo di scoprire posti, persone e cose nuove.

Coronavirus o altri problemi, ci sarà sempre modo e occasione per dare la colpa a qualcuno, per sentirti male, a disagio, per non vivere la vita. Se continuiamo ad alimentarci di nefandezze, il nostro corpo, ma ancor prima la nostra mente, ci daranno segnali altrettanto negativi. Allora, nell’affrontare la “Fase 2” o la “3” o addirittura la “33”, ciò che fa o farà la differenza sei e sarai tu. Ecco perché menomale “niente sarà più come prima”.

Non puoi fermare il mondo e riavviarlo, tanto vale è farci più giri possibile cercando di volersi più bene per voler più bene agli altri, godendo di ciò che la vita può offrirci. E’ fondamentale godere di ciò che ci viene offerto dalla vita e non di ciò che siamo costretti a comprare.

 


 

Crediti:

  • Un frammento video tratto dal film “Non ci resta che piangere“, del 1984 – Regia Massimo Troisi, Roberto Benigni – dal canale YouTube di Giuseppe Di Giovanna
  • Mascherine a 50 centesimi introvabili: un “pasticcio di Stato” che danneggia tutti – da QuiFinanza
  • Coronavirus, le stime dell’Ue: ‘In Italia forte recessione, il pil 2020 crollerà del 9,5% – da ANSA.it Europa
  • L’Italia e l’Europa. Le imprese sono la soluzione, non il problema – da LaGazzettadelMezzogiorno.it
  • Germania, sul QE sgambetto alla BCE: è la fine dell’Unione Europea? – da QuiFinanza
  • Emergenza. Caritas: “Raddoppiati i nuovi poveri”. Il virus cambia i servizi diocesani – da Avvenire.it
  • La strage delle imprese che non riapriranno – da AGI, Agenzia Italia
  • Governo, scontro su regolarizzazione lavoro nero. M5S frena, Bellanova minaccia dimissioni – da Sky TG24
  • Cig in deroga, Regioni contro l’Inps: “I ritardi non dipendono da noi” – da Repubblica.it, Economia & Finanza
  • Il debito pubblico dell’Italia è sostenibile? – da Globalist Syndacation
  • Coronavirus, l’incertezza fa una strage: è impennata di suicidi. I numeri del dramma in Italia – da Liberoquotidiano.it
  • Caccia F-35, come prima, peggio di prima – da Il Manifesto
  • Incendio Chernobyl, nube radioattiva arrivata sull’Italia – da Quotidiano.net
  • Foto soldato/gladiatore: spartan-3696073_1280 da Pixabay

Distanziamento sociale

Se distanziamento sociale fosse una frase studiata a tavolino, per sintetizzare un’indicazione o un’imposizione da parte delle autorità nazionali, la riterrei un “progetto di comunicazione” con delle ripercussioni in termini psicologici e sociali piuttosto rilevanti.

Parliamo dell’IO da salvaguardare, grazie all’allontanamento dell’altro, non solo in termini di distanza metrica tra soggetto A e soggetto B ma anche in termini di presa di distanza dai rapporti sociali, che si hanno o che si potrebbero instaurare con gli altri. Lo stillicidio con cui questa affermazione viene continuamente ripetuta, oramai anche involontariamente e senza riflettere sul reale significato, ha metabolizzato la figura dell’altro come qualcosa di pericoloso da cui prendere le dovute distanze: da prima un metro, poi un metro e mezzo, poi un metro e ottanta… Ecco che mi allontano da te, e sempre di più, come persona, parente, amico, partner, come altro essere umano “con cui non voglio più avere nulla a che fare”. L’altro è il pericolo, l’altro è il portatore di male, del virus e pertanto devo distanziarmi, allontanarmi e non curarmi della sua sorte.

Se prima del Covid-19 ci “preoccupavamo” del fatto che l’era digitale e dei social media ci avesse interconnessi ma allo stesso tempo resi distanti l’uno dall’altro, col distanziamento sociale, e grazie ad una manciata di decreti, si apre un nuovo scenario, quello della paura e della diffidenza nei confronti del prossimo. Sconfiggere un “male oscuro” attraverso l’allontanamento sociale, l’isolamento, la modifica delle nostre abitudini, porterà veramente ad esaurire il Coronavirus o porterà solo a distanziarci da tutto ciò che è sociale, quindi ad esaurire solo il concetto stesso di umanità?

Per dare un’idea di ciò che implica il termine “sociale” vi invito a consultare il noto vocabolario Treccani.

Siamo d’accordo che questo virus abbia sconvolto tutto e tutti ma cerchiamo di riconquistare, facendo attenzione e i giusti passi, la nostra “normalità”. Anche questa è una parola tanto abusata ma è intrinsecamente portatrice di una condizione di equilibrio personale che nessuna task force di sedicenti esperti potrà mai capire, e tanto meno valutare, nell’ambito della stesura dei protocolli di sicurezza.

Oltre a questo, tutto il mondo del terzo settore si basa sul sociale.

Se continuiamo a distanziarci socialmente ci troveremo a non poter più sostenere le centinaia di migliaia di associazioni di volontario, ONLUS, oggi Odv (Organizzazioni di volontariato), che si sostengono grazie ai volontari e ai contributi volontari. Associazioni che sono impegnate in attività per il sociale, nella tutela sociale, e che ogni giorno erogano servizi che vanno a sopperire a quelle carenze che lo Stato non riesce a colmare o alle quali non lo riesce a dare tutte le risposte necessarie. Se facciamo nostro il concetto di “distanza o distanziamento sociale” prenderemo le distanze anche dall’associazionismo e dal volontariato, oltre che dal nostro prossimo, più in generale.

Distanziamento sociale non parla di virus ma parla di persone.

E’ un termine che chiude ad ogni rapporto anche per il fatto che è coadiuvato da tutta una serie di ulteriori dispositivi che non migliorano di certo questa aura di negatività, come: la mascherina che mette il bavaglio alla bocca e annulla ogni espressione facciale dagli occhi in giù, o il disinfettante per le mani che ad ogni azione compiuta dal proprio arto fa eseguire il coreografato, catartico rituale che richiama scenari alla Ponzio Pilato.

Vogliamo aggiungere anche cosa si è riusciti a fare col termine: tamponare?

Fino a solo qualche mese fa era una parola relegata al codice della strada o materia per assicuratori mentre adesso questo termine è entrato negli ospedali tra chi deve proteggere e curare la salute dei pazienti: “I medici ci tamponano” o “Voglio essere tamponato”. Vorrei vedere i CID.

Comunque, meglio un tampone oggi che un Coronavirus domani.

Oltre a tutto questo, come se il virus da solo non bastasse, siamo stati travolti da una pletora di parole in lingua inglese che nemmeno i nostri politici riescono a pronunciare correttamente, figuriamoci la gran parte delle persone che non sono avvezze alle lingue straniere; comunque, siamo in Italia e sarebbe bello usare l’italiano. Ma semmai la pronuncia può essere solo un esercizio di ascolto, quindi migliorabile col passare del tempo, è la comprensione del significato di ogni parola straniera che talvolta, per chi non la capisce, può recare disagio e un’ulteriore distanza sociale. Ecco qualche esempio a cui ho affiancato il significato in italiano:

  • lockdown: isolamento, blocco, chiusura, confinamento
  • task force: unità di pronto intervento o unità operativa
  • smart working: con estrema semplificazione è quello che fino a qualche tempo fa chiamavamo telelavoro. In realtà è un’insieme di metodi, un modello organizzativo che consente alle aziende di gestire il lavoro a distanza tramite connessioni remote.
  • mainstream: è la corrente principale di opinione. Nel caso del COVID-19 “il pensiero collettivo” che genera opinione, scaturito dai media e dalla politica e poi amplificato dai social network.
  • recovery fund: termine che riguarda l’economia. E’ un fondo per la ripresa economica dei vari paesi europei colpiti dal Coronavirus.
  • trend: andamento, tendenza, in riferimento al Covid-19 si è sentito spesso ogni qual volta sono stati dati numeri e percentuali sui contagiati, malati e decessi.
  • cluster: elementi e/o oggetti legati tra loro. Nella popolazione si individuano cluster (elementi in comune) che permettono di studiare l’andamento della diffusione dell’infezione da Coronavirus.
  • clinical trial: studio clinico
  • pool: un ristretto gruppo. Spesso dopo pool si aggiunge “di specialisti”.

Ebbene, quale frase avrebbero potuto usare gli esperti del settore per evitare di abusare di distanziamento sociale?

Nel mio mondo, quello della comunicazione visiva, esiste un termine che mi ha sempre affascinato fin da ragazzo quando cominciavo ad avvicinarmi al mestiere di grafico: “margine di rispetto“. Indica uno spazio da lasciare attorno ad un elemento grafico, di solito attorno ad un logo ma non solo, affinché possa essere percepito nel modo migliore. Per fare in modo che “non sia affogato” da altri elementi grafici, quindi possa risaltare ed essere incorniciato da uno spazio adeguato. Quando viene realizzato un logo si definisce questa area facendo degli esempi all’interno di un documento, una linea guida all’uso corretto del logo che viene poi data al cliente.

Ho sempre apprezzato questo termine perché effettivamente indica una forma altruistica di distanza. Il concetto stesso di rispetto è positivo.

Visto che all’inizio di questo post vi ho invitati a verificare sul vocabolario Treccani i significati della parola sociale, adesso vi invito a fare la stessa cosa con la parola rispetto.

Ecco, nell’essere propositivi, invito tutti a sostituire “distanziamento sociale” con “margine di rispetto“, o “distanza di rispetto” intesa, in epoca di Coronavirus, come la giusta distanza da mantenere come forma di rispetto nei confronti del prossimo. E’ implicito che tale forma sia legata alla remota possibilità che sia io il potenziale untore e non l’altro. Si ribalta tutto riguardo alla percezione che si ha dell’altro, non è a priori un pericolo ma mi tengo a distanza da lui perché ne ho rispetto.

Chi usa le parole, talvolta solo perché deve dire qualcosa, utilizza rispetto solo quando deve indicare a noi cittadini di mantenere il “rispetto delle misure di contenimento“. Un’indicazione che potrebbe essere data ad un detenuto e non ad un libero cittadino.

Le parole hanno un significato e un peso. Le parole fanno parte del nostro essere, ci permettono di distinguerci e di comunicare. Le parole trasferiscono idee, concetti, emozioni. Le parole sono importanti e l’uso improprio o l’abuso può nuocere gravemente alla salute.

Vedete come cambiano le cose? Talvolta basta davvero poco per fare la differenza, basta volerlo e pensare al prossimo con rispetto.

 


Crediti:

 

Vaccino a prescindere?

Ne senti parlare da sempre e negli ultimi anni più che mai. Da quando il Covid-19 è entrato nel lessico comune, veniamo costantemente imboniti da esperti o sedicenti tali che ci propongono il vaccino come la “panacea di tutti i mali”, ancor prima di averlo realizzato e mentre ti dicono che il virus sta mutando. Chi tra gli esperti ne parla in modo contrario viene messo a tacere passando dalla gogna mediatica che punta a relegare quella voce fuori dal coro nell’antro del discredito. Se non sei un esperto ma un cittadino che in questo clima di incertezza vorrebbe semplicemente dire “no grazie”, diventi subito l’untore e il NO-VAX di turno, ridicolizzato ed escluso da tutto, per non parlare delle sanzioni elevate a quei genitori che ponendosi il ragionevole dubbio, quindi non volendo fare il vaccino ai propri figli, si vedono costretti a pagare. Peggio ancora, vedono incombere la minaccia della perdita della patria podestà.

Non ho mai amato gli estremismi e per questo cerco sempre, nel limite del possibile, di informarmi per elaborare un mio pensiero in merito a ciò che mi circonda. Non sono e non potrò mai essere un esperto tuttologo ma è proprio per questo che intendo affidarmi ad esperti in materia, anche se trovo difficile farlo in modo totale quando si parla di salute e le soluzioni proposte sono tante e dissonanti.

Informarsi sui vaccini è diventato un terreno impervio dal quale se ne esce male e senza una risposta chiara. Le teorie si sprecano ma i fatti restano a zero. Vorresti capirne di più ma per quanto ti sforzi per comprendere cosa sia logico e soprattutto efficace e sicuro fare, non riesci ad avere soluzioni certe. Da una parte hai le solite risposte dogmatiche, tipo: “la scienza non si discute, i vaccini sono sicuri e vanno fatti”, dall’altra ti scontri con pareri di medici dove ti presentano dubbi sull’efficacia dei vaccini e sulla loro sicurezza in termini di contaminanti, metalli pesanti, DNA di feti, etc… Senza parlare del fatto che i cosiddetti “pareri opposti”, e parlo di pareri di esperti medici e scienziati, per essere scovati devi vederti trasmissioni televisive alle 2 del mattino o andarle a pescare su qualche servizio trasmesso dalle WebTV che si occupano di giornalismo d’inchiesta.

I pareri contrastanti ci sono e sempre ci saranno e la scienza dovrebbe essere anche questo ma, fin tanto che il mondo si dividerà tra favorevoli e contrari, vorrei poter avere la possibilità di scegliere se inocularmi o meno un vaccino, senza dover essere costretto a difendermi da leggi che nascono proprio dai consigli di quei consulenti scientifici la cui scienza resta sempre un dogma basato sulle proprie convinzioni.

Bada bene, questo post non vuole porsi né da un lato né dall’alto della barricata ma intende sviluppare un ragionamento in termini di comunicazione e dare degli spunti per poter riflettere. Spunti che, ripeto, difficilmente trovano gli elementi per poter essere messi a confronto perché la cosiddetta “opinione pubblica” pare essere prevalentemente indirizzata verso una posizione PRO-VAX. Il problema sai qual è?? E’ che tutto viene calato dall’alto, con presunzione, senza confronto, creando incertezze e non rispondendo a domande lecite che la stessa comunità scientifica pone in merito ai casi avversi provocati da vaccino, (per esempio, vedi LINK Ordine Nazionale Biologi).

Non è facile e consultando la rete su questo tema ti trovi a dover usare il machete per farti largo tra dogmi, fake e l’altra verità. Di video a favore del vaccino o a sostegno delle tesi dei contrari ce ne sono tantissimi.

Qualche giorno fa mi arriva da un amico questo video tramite Messanger (aggiornamento del 02.06.2020 – il video è stato rimosso. Non chiedetemi il perché ma evidentemente a qualcuno non andave bene che restasse in rete):

Il video è di bassissima qualità, è tagliato e in parte ha problemi sulla traccia audio. In un primo momento ho pensato al solito fake o comunque ad uno dei tanti video da prendere con le molle, dato il fatto che il medico in questione, o presunto tale, sarebbe potuto anche essere un millantatore, visto l’anonimato e il contesto di ripresa.

La cose che però mi hanno colpito e fatto riflettere sono state:

  1. logo in basso a destra de La7
  2. logo in alto a sinistra di Piazza Pulita
  3. a 1:04 la comparsa del riquadro in basso a sinistra con l’inquadratura del volto dell’Assessore alla Sanità della Regione Toscana, Stefania Saccardi

In particolare la presenza dell’Assessore Saccardi, che peraltro è il mio assessore di riferimento alla sanità dato che abito in provincia di Prato, oltretutto ripresa con le mani giunte che paiono esprimere costernazione, mi ha spinto a voler rintracciare la puntata di “Piazza Pulita” del 26/01/2017 e vederla nella sua interezza.

Inizio le mie ricerche in rete digitando le seguenti parole: “Saccardi, “Piazza Pulita”, La7″

La risposta da Mountain View non si è fatta attendere e al secondo posto dei risultati di ricerca mi è comparso un comunicato stampa della Giunta Regionale Toscana, per firma di Lucia Zambelli, datato 26 gennaio 2017 nel quale si annuncia, per la stessa serata, la presenza dell’Assessore Saccardi alla trasmissione “Piazza Pulita” su La7.

Ottimo inizio. Adesso non resta che cercare il video, conoscendo la data della trasmissione, l’emittente, il programma televisivo e chi tra gli ospiti era presente – nel nostro caso, oltre all’assessore Stefania Saccardi anche l’immunologa Chiara Azzari – il gioco dovrebbe essere piuttosto facile.

Decido di consultare direttamente il sito web della trasmissione “Piazza Pulita” per cercare la puntata del 26 gennaio 2017. Scorro tra le varie pagine dell’archivio fino ad arrivare alla sesta pagina in cui sono presenti le puntate trasmesse tra agosto 2016 e febbraio 2017. Vi invito a cliccare l’immagine qui a fianco (per il link diretto al sito ufficiale clicca qui). Con stupore mi rendo conto che la puntata del 26 gennaio non compare. Da quella del 19 gennaio si passa direttamente a quella del 2 febbraio 2017, e il 26 gennaio?

Certo che la cosa, se pur strana, possa e debba trovare una qualche spiegazione logica, mi metto a riflettere.

La trasmissione è andata in onda? Beh, il comunicato stampa della Regione Toscana lo ha annunciato; il clip da cui è stata estratta l’intervista “a telecamere spente” sta girando in rete, mi pare già una discreta prova ma non contento di questo verifico se nei programmi TV di quel giorno è stata annunciata la puntata settimanale di “Piazza Pulita”. Consulto un paio di guide TV ed entrambe confermano che il 26 gennaio 2017 sarebbe andata in onda alle 21:15 la puntata settimanale di “Piazza Pulita”:

Non mi accontento, cerco meglio in rete pensando che per qualche ragione il video sia stato eliminato dall’archivio della La7. Per verificare questa teoria mi avvalgo del database dei siti internet WayBack Machine; un mostro fatto di byte e di pixel e che ha accumulato dall’inizio della sua esistenza oltre 424 miliardi di pagine Web. Per trovare siti web non più esistenti o per effettuare una ricerca su un sito che ha cambiato/aggiornato contenuti, basta interrogare il database inserendo il nome del sito in questione per il quale si desidera effettuare la ricerca e indicare il periodo per vedere in quel momento lo status di quel sito in particolare.

La mia ricerca parte da questo URL. Il risultato ottenuto mi porta a disporre dell’aggiornamento del 20 marzo 2017 come quello più più vicino alla data del 26 gennaio 2017. Nulla di fatto, anche in questo caso non ottengo il risultato sperato. Il sito de La7, pur con grafica cambiata, presenta il medesimo gap tra il 19 gennaio e il 2 febbraio 2017, manca sempre il 26 gennaio.

Cosa fare?

Provo ad interrogare tutto l’archivio de La7 utilizzando una sola parola di ricerca, per quanto possa essere assurdo dover “scavare a ritroso nel tempo” per poter ricercare una trasmissione TV. Torno nella HomePage de La7 e mi avvalgo del proverbiale tasto:”Ricerca nel sito”. Digito “Vaccini” e attendo i risultati e come era ovvio che fosse, sono tantissimi. Comincio a saltare le pagine utilizzando il paginatore e tenendo d’occhio le date riportate su tutti i contenuti video. Arrivo al 26 gennaio 2017 e con sorpresa trovo un servizio di “Piazza Pulita”, uno soltanto, dedicato ai vaccini, dal titolo: “Le teorie di un medico anti vaccini”. Clicco sull’anteprima del video. Si apre questa pagina:

Il video si apre solo tramite browser Edge e non da Chrome ma, a parte l’incompatibilità del player video tra browser, la cosa che mi desta molta perplessità e dubbi è che parrebbe che un blocco intero della puntata di PIAZZA PULITA sia sparito o che la puntata sia stata pubblicata solo parzialmente, omettendo tutta la parte del talk di approfondimento di Formigli, in cui si parlava dei vaccini. Tutta la parte in cui è presente il servizio con il medico ripreso a “telecamera nascosta” e gli interventi dell’Assessore Saccardi e della Dott.ssa Azzari, sono spariti lasciando in archivio solo la parte meno tecnica, se pur legittima nelle intenzioni, nella quale sono ripresi dei genitori che spiegano per quali motivi non vogliono vaccinare i propri figli.

A conferma dell’esistenza della puntata di “Piazza Pulita” del 26/01/2017 ho trovato un altro servizio ma dedicato ad un argomento diverso, intitolato “Rigopiano: le falle dei soccorsi“.

Quindi, ricapitolando, i fatti sono:

  • Sappiamo che il 26/01/2017 è andata in onda la puntata di “Piazza Pulita”
  • Sappiamo che la puntata integrale non comprare nell’archivio de La7
  • Sappiamo che in quella puntata si parla anche di vaccini.
  • Sappiamo che uno dei servizi andati in onda mostra un medico che a telecamera nascosta esprime apertamente il proprio parere contrario in merito ai vaccini
  • Sappiamo che in quel video compare anche l’assessore alla sanità della Regione Toscana Stefania Saccardi e che evidentemente era in studio durante la trasmissione
  • Sappiamo che in quella puntata nel palinsesto dedicato ai vaccini viene trasmesso un altro video con la testimonianza di alcuni genitori che raccontano i motivi per cui non vaccinano i loro figli.
  • Sappiamo che nel corso di quella puntata si parla anche della tragedia di Rigopiano
  • Sappiamo che la puntata del 26/01/2017 non esiste più

Conclusioni:

Dai dati in mio possesso ritengo che la puntata di “Piazza Pulita” del 26/01/2017 non sia mai stata archiviata nel database pubblico consultabile dal sito de La7, visto che WayBack Machine al 20 marzo 2017 (poco meno di un mese dopo la messa in onda di quella trasmissione) non la riporta in archivio, al contrario della puntata del 19 gennaio e della successiva del 2 febbraio 2017.

La domanda spontanea è: “Perché non è disponibile la puntata di Piazza Pulita del 26/01/2017 negli archivi de La7 e nemmeno in altri antri della rete web?”. Mi riprometto di girare il quesito direttamente a La7, non credo di ottenere una risposta.

Non so cosa pensare ma qualsiasi siano state le cosiddette conclusioni di quella trasmissione in termini di presa di posizione sui vaccini da parte degli intervenuti, di Formigli e della redazione di “Piazza Pulita”, non ci è dato sapere, almeno per il momento.

Ciò accade anche in altri contesti, La7 non è di certo né la prima né l’ultima a farsi “sfuggire dei contenuti” e probabilmente il motivo sarà imputabile “solo ad una svista” da parte di chi si è occupato di archiviare la puntata, anche se stranamente è stato scelto di pubblicare solo alcuni servizi e non tutta la trasmissione del 26 gennaio 2017.

Certo è che capita soventemente che un contenuto video o un documento in cui si parla di vaccini, quando soprattutto lo si fa in termini di denuncia, vengano rimossi, spariscano all’improvviso o restano in rete cose prevalentemente riconducibili e additabili come il frutto di una setta, di terrapiattisti, di complottisti, di …isti vari; spesso frutto delle peggiori produzioni dei maker di fake news.

Perché veicolare tutta la comunicazione sui vaccini verso un unico pensiero collettivo, inviolabile, incontestabile, imposto e gestito dai soliti noti esperti che compaiono in ogni emittente televisiva, pare abbiano il dono dell’ubiquità, pronti a dispensare sorrisi e sterili rassicurazioni in merito all’impiego dei vaccini. Non esistono contraddittori, non esiste attenzione alcuna nei confronti delle tante ricerche scientifiche che confermano l’inutilità di tanti vaccini, la pericolosità di altri e l’inefficacia di altri ancora.

Perché coloro che si pongono come i “professionisti dell’informazione”, gli unici ai quali, secondo loro, dovremmo dare ascolto – diffidando delle fake news peraltro prese di mira considerando fake tutto ciò che non passa attraverso i canali dei suddetti professionisti dell’informazione – non fanno davvero informazione dedicando ampi spazi al tema vaccini, ora più che mai, organizzando dei confronti diretti tra parti avverse (parlo sempre di scienziati) per spiegare al pubblico le reciproche posizioni?

La gente si fa delle domande alle quali vorrebbe delle risposte. Lo so che è preferibile avere a che fare con una popolazione che non si pone affatto dubbi e quesiti.

Comprendo benissimo coloro che decidono di fare il vaccino quanto quelle persone che decidono di non farlo ma non concepisco che oggi si impongano le vaccinazioni, oltretutto parlando di scenari in cui si pensa a sanzioni, limitazioni della libertà e al decadimento dei diritti personali.

Non voglio pensare ad un’ Italia in cui si festeggia il 25 aprile come festa di liberazione dall’oppressione nazi-fascista e poi si voglia imporre la vaccinazione di massa obbligatoria. Non voglio pensare ad un’ Italia dove i nostri nonni hanno combattuto e in tanti sono morti per darci un futuro di libertà, una costituzione e dei diritti inalienabili.

Covid-19 è un brand grazie al quale si possono veicolare tanti prodotti: mascherine, guanti, occhiali, disinfettanti, tamponi, reagenti ma anche sale di terapia intensiva, laboratori di analisi, di ricerca, la ricerca di farmaci e di vaccini. E’ un brand che fa girare un sacco di soldi ma che comincia a non fare più tanta paura perché in tanti si informano, leggono, ascoltano anche e soprattutto ciò che non viene prodotto dai “professionisti dell’informazione”, omologati e al servizio degli sponsor e di una certa politica.

Come pensi che questi professionisti dell’informazione possano essere detentori della verità assoluta, di tutte le certezze e che perseguano la strada della trasparenza e del tanto decantato pluralismo dell’informazione?

“Unisci i puntini e arrivi alla soluzione”.


Crediti:

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Gli screenshot sono stati catturati da:

  • Video della trasmissione Piazza Pulita dal canale YouTube di Luca Nali
  • Comunicato stampa Giunta Regionale Toscana dal sito ToscanaNotizie
  • Pagina web Piazza Pulita dal sito de La7
  • Guida TV del 26/01/2017 da ItaliaPost
  • Tutto TV del 26/01/2017 da tuttotv.info
  • WayBack Machine
  • “Le teorie di un medico anti vaccini”, 26/01/2017 da Piazza Pulita – La7

Altri link:

  • “I 10 punti chiave della legge sull’obbligarietà dei vaccini a scuola” da AGI Agenzia Italia
  • “Ecco lo studio segreto sui vaccini” da ONB Ordine Nazionale Biologi
  • “Rigopiano: le falle dei soccorsi”, 26/01/2017 da Piazza Pulita – La7

Il cancro non esiste più

Da qualche mese a questa parte parrebbe un’affermazione divenuta realtà, oltre ad essere tra le più attese, ma consta solo un’atteggiamento generalizzato da parte dell’opinione pubblica. 

Da quando il Coronavirus è entrato “a forza” nelle nostre vite non si parla d’altro che di Covid-19, SARS-CoV-2, Coronavirus 2, Nuovo Coronavirus, etc..; stessa roba ma vista da occhi diversi.

I numeri dei decessi afferiscono al Coronavirus, senza fare distinzione alcuna tra possibili cause (certe o presunte); in pratica si fa un “cionco” (vedi LINK – Conferenza stampa Protezione Civile del 21.03.2020 – Angelo Borrelli).

La maggior parte degli ospedali ha sospeso o rinviato gli interventi chirurgici programmati, compresa una parte di quelli per tumori. La diagnostica strumentale per la ricerca delle neoplasie ha subito un netto rallentamento, per non parlare degli screening e degli appuntamenti di controllo con gli specialisti in oncologia (vedi LINK).

Il concetto stesso di prevenzione è venuto meno dal momento che “i fondamentali”, da anni giustamente ripetuti dagli specialisti come un mantra, sono stati disattesi per decreto legge. Uscire di casa per respirare aria fresca, prendere il sole per attivare la vitamina D endogena, camminare a passo svelto per almeno mezz’ora al giorno per mantenere efficiente l’apparato cardiocircolatorio, oltre a quello muscolo scheletrico e al sistema immunitario, quindi permettere di fare una naturale prevenzione da infarti, osteoporosi, infezioni, cancro, oltre a tutta una lunga serie di patologie possibili e correlabili all’inattività o alla sedentarietà o ad un’alimentazione non idonea (siamo all’ABC della prevenzione), oggi non possiamo farlo perché dobbiamo restare a casa. Non possiamo, anzi, scusate, NON DOBBIAMO uscire perché si può venire in contatto col Coronavirus o essere portatori di Coronavirus e contagiare gli altri… pandemia… paura… aiuto… si muore!

Ma di tutto il resto non si muore più?

Abbiamo sconfitto tutte le malattie che affliggono l’umanità e che, guarda caso, sono le medesime che vengono chiamate in causa quando si sente l’impietoso solito giochino del “è morto per Coronavirus o con il Coronavirus”?

Ma riguarda caso la maggior parte dei decessi per, con, tra, vicino, o nei dintorni del Coronavirus si verificano principalmente in pazienti che hanno un’età avanzata e soprattutto in quelli con più patologie pregresse e, tra queste, ritroviamo diabete, ipertensione, etc. 

In tutto questo scenario idilliaco la nostra bella televisione cosa ci viene a raccontare?

Quanto è bello che gli italiani, in tempi di “reclusione forzata”, siano tornati a cucinare a casa e che abbiano riscoperto la gioia di fare pane, pizze e dolci in famiglia (vedi LINK). Tant’è che la farina è introvabile e chi produce lievito non ripara a consegnarlo alla distribuzione. Ottimo, come dire, prepariamoci ad una nuova pandemia e non per un virus ma per tutte quelle patologie di cui sopra, spesso riconducibili all’inattività unita all’ingestione di calorie eccessive e sporche (leggi zuccheri e farine raffinate). Aggiungiamo a tutto questo la sedentarietà e un incremento nella vendita di sonniferi e di ansiolitici e il cocktail è pronto (vedi LINK).

Dato che ci muoviamo ma solo a suon di decreti – quindi non con delle leggi – invito tutti a muovervi davvero, almeno un’oretta al giorno, all’aria aperta. Si può fare e a maggior ragione lo si deve fare per prevenzione, se volete bene a voi stessi e ai vostri cari. Non allontanatevi troppo da casa, usate la mascherina ma uscite! Sento e leggo di persone insultate o addirittura picchiate (vedi LINK) da altre perché trovate a passeggio o a correre…  A correre… orrere, rre… re… e… ecchecaz!

Anche prima del Coronavirus si moriva di qualcosa, lo garantisco, me lo ricordo bene.

In Italia muoiono di cancro 179.000 persone l’anno (dati riferiti all’anno 2016). Non scendo nel dettaglio dei numeri ma a chi piace farlo posso consigliare di scaricare “I numeri del cancro in Italia 2019” dal sito dell’AIRTUM.

Nel 2016, sempre in Italia, si sono verificati 49.000 decessi a causa delle infezioni prese in ospedale (vedi LINK).

Ogni giorno si registrano 50 decessi che, tradotto, sono ben oltre le 18.000 morti l’anno attribuibili al diabete (vedi LINK).

Circa 240.000 persone l’anno muoiono di infarto e ictus. Parlo sempre e solo in Italia (vedi LINK).

E di fumo vogliamo parlarne? Si vieta di uscire di casa perché è “pericoloso” ma non si chiudono i Tabacchi e più che altro non si ferma la vendita delle sigarette. Sigarette che oltretutto nuocciono gravemente alla salute e più in particolare del polmone che, guarda caso, è l’organo più colpito dal Coronavirus (o dall’infiammazione che si genera a seguito del’infezione da Coronavirus – vedi LINK). Ma del fatto che in Italia si attribuiscono al tabacco dalle 70.000 alle 83.000 morti l’anno non se ne parla più, vero? (vedi LINK

“Welcome to Italy” dove tutto fa spettacolo dove i numeri rimbalzano come le palline dell’Enalotto durante un’estrazione, dove l’importante è veicolare l’attenzione verso il “non vero problema”. L’onnipotenza dell’uomo è messa a dura prova davanti alla presenza di un nuovo virus, non sa come gestirlo, “non ne conosce la cura”… ma, mi domando: “per le altre malattie di cui si muore, si conosce la cura?”

In parte sì e si chiamerebbe prevenzione e varrebbe anche per questo virus che sta sconquassando la nostra esistenza ma fa più clamore parlare di pandemia, fare terrorismo mediatico e tenere tutti in casa piuttosto che parlare di come migliorare le nostre difese immunitarie.

Ma per quale motivo?

Perché i tagli alla nostra Sanità, perpetrati negli ultimi anni, sono stati tali e tanti da non permettere di avere sufficienti posti in terapia intensiva rispetto alla necessità oggettiva e soprattutto repentina del momento (vedi LINK). Quindi, poiché gestire tanti pazienti in un ristretto lasso di tempo implica un problema di gestione, è preferibile mettere le ganasce all’Italia.

Intanto, per fortuna che “il cancro non esiste più… come tutte le altre malattie”.

Colgo l’occasione per salutare e abbracciare virtualmente tutte le persone che in questo momento stanno affrontando una malattia pesante e che probabilmente la stanno vivendo con ulteriori difficoltà, dato il periodo di inumana condizione. Un caro saluto a tutti gli invalidi ai disabili e le loro famiglie che vivono la situazione con maggiore complessità. 


Crediti: le immagini sono royalties free e sono state prese su Pixabay.com

10 cose che abbiamo capito in emergenza COVID-19

Stiamo affrontando un periodo anomalo, del tutto inaspettato, almeno per noi umani non appartenenti a certe caste. Siamo nel bel mezzo di una crisi globale. Lavoro, salute, benessere, abitudini, vacanze, viaggi, sport… tutto ha subito un drastico arresto, mutando nella forma e nella sostanza.

Ciò che ha alimentato il clima di incertezza è stato, ed è, il continuo martellamento mediatico che parallelamente al danno del COVID-19 ha innescato il disagio sociale in cui viviamo.

Da fine gennaio ad oggi abbiamo subito una metamorfosi globale, e poi individuale, che ci ha portati alla perdita dei riferimenti che ci permettevano di sentirci, prima di tutto, persone libere; anche se il concetto di libertà dovrebbe essere rivisto sulla base delle imposizioni che comunque siamo chiamati ad accettare e rispettare in quanto cittadini del mondo.

Chiusa la premessa, vado ad elencarvi le dieci cose che abbiamo capito in emergenza COVID-19. Forse non le condividerete ma fin quando almeno un pensiero potrà essere liberamente espresso, potrò aver speranza e fiducia che l’umanità non avrà perso ogni diritto e forma di libertà.

  • 1 – La speranza ha preso il posto della certezza. Ci alziamo al mattino sperando che sia l’ultimo giorno di “esilio”. Speriamo che la lista dei deceduti sia più corta rispetto a quella del giorno precedente. Speriamo che il lavoro possa riprendere. Speriamo di poter uscire di casa senza aver paura di commettere un reato. Speriamo di poter programmare un viaggio. Speriamo di tornare ad abbracciare amici, parenti, le persone care e, sperando, andiamo a letto con i medesimi pensieri e propositi per il giorno dopo. Oltretutto abbiamo anche un ministro della salute che si chiama Speranza, vogliamo parlare di certezze?
  • 2 – La spettacolarizzazione ha preso il posto del rigore. Il COVID-19 è diventato un talk show trasmesso in streaming perpetuo. Da mesi non si parla d’altro e soprattutto lo si fa, spesso, nei modi meno opportuni, per non dire morbosi. L’informazione è diventata una piccola parte rispetto alla spettacolarizzazione della notizia stessa.

    Christof, interpretato da Ed Harris in The Truman Show – foto da La scimmia pensa

    Un’intervista diventa un momento di teatro intriso di buonismo alternato da cinismo dove chi tiene il microfono incalza sui morti, si insinua tra i reparti degli ospedali, cerca il medico o l’infermiere stremato per costruirci attorno “la storia”, “il caso”, con la speranza che quel servizio diventi “il caso” perché l’intervistato crolla in diretta. Se poi non crolla, per stanchezza o per virus, gli si toglie il microfono per passare ad altro, l’importante è che il dramma, la tensione e la paura aleggino e si amplifichino ad ogni collegamento. L’importante è parlare di COVID-19, di quanto siamo bravi a stare a casa o di quanto siamo menefreghisti perché siamo ancora in troppi a giro per le città.

  • 3 – La distopia ha preso il posto dell’utopia. Gli scenari post bellici, apocalittici, fantascientifici a cui siamo stati abituati dalla letteratura, dal teatro e dal cinema si sono trasformati nella realtà, in una sorta di incubo che viene vissuto in una fase limbica. Siamo tutti coinvolti, ne capiamo la gravità ma per adesso, eccezion fatta per chi è in ospedale, viviamo questa situazione in modo quasi onirico. Sappiamo ma non vediamo. La viviamo ma non la percepiamo come potrebbe essere vissuto, per esempio, un evento bellico. I nostri sogni, se pur talvolta utopistici, sono mutati radicalmente in una realtà intrisa di edulcorata distopia. Vediamo il sole ma non lo possiamo prendere; fuori c’è la primavera ma dobbiamo relegarla in un cantuccio aggrappandoci ad una sorta di balzo temporale che ci permetta di arrivare il prima possibile a quell’estate che i media e i sedicenti esperti ci indicano come la stagione della “decontaminazione”. Il caldo rallenterà il virus e allora potremmo timidamente uscire di casa e forse tentare di tornare a vivere, forse, anche se già si parla che non sarà proprio così.
  • 4 – I decreti hanno preso il posto della cartomanzia. A suon di decreti si è fatto e detto di tutto a tal punto che per frequenza di pubblicazione, spesso anche per la complessità, suscettibilità di interpretazione e per la contraddizione tra loro si è arrivati a scommettere sul contenuto dei successivi e a ironizzare. Siamo bravissimi a fare decreti e ancora di più a farli in modo tale da dare spazio a numerose interpretazioni. Sostengo da sempre che l’interpretazione dovrebbero essere appannaggio degli attori e non lasciata alla coscienza del cittadino che deve tentare di districarsi tra lungaggini inutili, frasi contorte e testi scritti col proposito di sollevare da tutte le responsabilità chi li ha redatti ma capaci comunque di incastrare a vita chi li ha “mal interpretati”. La cartomanzia è diventata una scienza esatta a confronto. Una regola, una legge dovrebbero essere chiare e comprensibili a tutti. Col semaforo rosso non si passa; fine della discussione. Se scrivi che è possibile circolare “in prossimità della propria abitazione”, fai un danno! Definisci il concetto di prossimità. Per me essere in prossimità della mia abitazione potrebbe voler dire arrivare fino a Grosseto, rispetto a me che abito a Prato, se paragono un mio possibile raggio di spostamento fino a Skarsvåg kirke; che ne so, magari sono solito recarmici per rapporti di lavoro.
  • 5 – Che si fa presto a legiferare di non andare a lavorare se si continua a prendere lo stipendio di sempre. Tu non lavorare, stai a casa perché insieme ce la faremo. Se tutti stiamo a casa ce la faremo… faremo… ce… e noi come mangiamo se stiamo a casa mentre tu che mi dici di non lavorare continui a prendere lo stipendio di sempre?

    1984, romanzo di George Orwell, pubblicato nel 1949 – foto da Wikipedia

    Avessi visto qualche politico dimezzarsi lo stipendio… tranne qualcuno che lo fa da sempre ma come si sa, questo non fa notizia. L’importante è far vedere che si fa, muovendo cose, facendo decreti, collegamenti Facebook con dirette che paiono proclami di epoca fascista diffusi dall’Istituto Luce… Ops! Non si può dire, allora cito Orwell e il “Grande Fratello” di “1984”, anche se mi viene in mente un altisonante: “Armiamoci e partite”, non so perché. Comunque. Noi dobbiamo restare a casa e, aggiungo il carico, veniamo subissati da spot per donare, se vogliamo (non sia mai che ce lo impongano) alla Protezione Civile. Giusto, per carità, un po’ meno se si pensa a quanti tagli alla sanità sono stati fatti negli ultimi anni. E comunque #insiemecelafaremo perché fa trend, fa social, fa condivisione e allora…

  • 6 – Abbiamo fatto spazio al buonismo e assopito il cinismo. Di cui comunque l’umanità è sempre gravida ma, adesso, siamo tutti belli coesi, pronti ad aiutarci e a scaricare tutte le nostre frustrazioni contro “gli altri”; mi sembra di vivere in LOST (cit. per gli ex appassionati della serie). L’importante è avere sempre pronto un hashtag efficace che permetta di sentirti parte di un’idea, non la tua ma quella sviscerata da qualche consulente marketing e fatta passare come genialata di qualcuno che è bravo, che è buono e che vuol salvare il pianeta, senza pensare che l’hashtag di per sé ha una forma che dovrebbe far riflettere “#”, quattro sbarre che ti imprigionano, non a caso si chiama anche cancelletto… Ora non sei più incazzato col vicino, con l’amministratore del condominio, col datore di lavoro, con la moglie o il marito – questi in particolare è meglio di no, visto il momento di prolungata e forzata convivenza -. Adesso ce l’abbiamo con “quelli” oltre confine. Partiamo da lontano, dalla Cina, per poi rivedere anche la nostra posizione nei confronti dei cinesi ma solo perché ci hanno mandato degli aiuti. Ora sono visti come alleati e amici. Allora non avendo più la Cina con cui incazzarci, perché “tutto è partito da lì”, dobbiamo coalizzarci contro “i vicini più vicini” come la Germania.

    OktoberFest – foto da Wikipedia

    Sì, la Germania è il nostro nemico, oltretutto gli abbiamo abbonato un sacco di debiti di guerra quindi sono irriconoscenti, brutti, tedeschi e per molti sono sempre nazisti… ma… ecco che la Germania pubblica sul BILD una sorta di lettera d’amore nei confronti dell’Italia e allora non possiamo essere più arrabbiati con loro. Via, tutto sommato sono vicini di casa, non sono poi così male, fanno delle belle auto e poi tra pochi mesi c’è l’OktoberFest… Allora visto che “gli altri” sono troppi e non possiamo arrabbiarci con tutti, sfoghiamoci in altro modo… attraverso le catene di Sant’Antonio e, via, tutti buoni, tutti solidali, tutti rompi coglioni con queste robe assurde che girano per settimane e che poi tornano in auge a distanza di anni e, come se non bastasse, tutti a cantare sui balconi, poi a puntare lo smartphone verso l’alto – ad un giorno ed ora precisi, perché si possa illuminare l’Italia e vederla dal satellite (…) -, poi tutti a postare foto di “come eravamo”, per sentirsi più giovani, più belli e più appartenenti ad una “tribù” e speranzosi di ricevere più like possibili, magari da qualche ex mai conquistato all’epoca. Ed ecco che in un attimo Facebook si trasforma in un tristissimo album di foto vintage dai colori sbiaditi, nella migliore delle situazioni, altrimenti in bianco e nero. Allora cerchi qualcosa in TV e vedi i talk che insieme ai telegiornali, pur di non fare informazione, si contendono immagini inquietanti sul “raccontateci cosa state facendo a casa” che, francamente, non potrebbe fregar di meno a nessuno ma pur di essere visti si farebbe di tutto, compreso trasformare la propria famiglia abbrutita in un meraviglioso spot televisivo, come quelli, se non di più, dove ci sono “le famiglie felici delle colazioni”. L’importante è far vedere che siamo tutti uniti per poi essere pronti a condannare il vicino di casa se esce col proprio cane per fargli fare i bisogni o, se uno si azzarda ad uscire in tuta… non vorrai mica che si metta a fare jogging? Che incosciente!

  • 7 – Abbiamo capito che il capitalismo non teme i virus, anzi. Chiude tutto. Chiudono nazioni intere ma non chiudono le borse. I piccoli azionisti si prendono paura e svendono tutto. I falchi della finanza aspettano quei pulcini impauriti “per ripulire il ripulibile”, acquistando titoli su tutto e ovunque. Non mi meraviglierei che al termine di questo “film”, all’improvviso, ci ritrovassimo con aziende e servizi che erano italiani, in mano a stranieri; anche se il trailer di questo film è già stato visto numerose volte. “Dice che non si possono chiudere le borse”; è come dire che non si possono stampare banconote dal nulla… Secondo me basta carta, inchiostro e la Zecca di stato che decida di dare il via alle rotative o anche meno; adesso è tutto digitale, basta “schiacciare un pulsante” e si azzerano i debiti o si rifonde un patrimonio. Sono convenzioni e convinzioni che l’uomo si è imposto ma che evidentemente possono e devono essere riviste alla luce di eventi come questo.
  • 8 – Abbiamo compreso che i film sui virus restano film e che gli americani li sanno fare molto bene, i film… Come le guerre. Bravissimi al cinema, molto meno nella realtà anche perché per essere davvero bravi con le guerre dovrebbero essere capaci di non farle.

    Da ComingSoon.it – Virus Letale, film del 1995

    Di fatto anche con i virus Hollywood ci ha campato per generazioni spacciandoci intere pandemie come qualcosa di gestibile dal solito scienziato lungimirante ma incompreso che trova la cura e salva il mondo, tutto nel giro di un paio d’ore, tutto condito da stelle e strisce, sano patriottismo in antitesi col complotto dei cattivi di turno, russi o comunque basta che siano comunisti, che volevano tenere nascosto il virus pandemico e diffonderlo per il mondo. Ma guarda tu, che fantasie. Nella realtà, invece, il sistema sanitario americano, unito all’incapacità di visione, alla superbia e all’arroganza di chi è al comando, hanno innescato un’escalation di vittime che la metà sarebbe già stata inaccettabile. Ecco che gli USA, da potenza economica e militare, si ritrovano improvvisamente ad essere un coacervo di stati, lasciati ognuno all’iniziativa del proprio governatore (come vedi tutto il mondo è paese) ma tutti con la consapevolezza che se hai un’assicurazione puoi curarti, altrimenti muori. L’importante è che al “capo supremo” gli siano stati conferiti “pieni poteri”, come in guerra. Mah!

  • 9 – In un mese non è possibile colmare un gap tecnologico di anni. Smart working, e-learning sono parole bellissime ma prive di significato in un’Italia che ha un’infrastruttura tecnologica troppo indietro per fare fronte alle esigenze di questo momento. Internet in molte aree è ancora una chimera ma si parla di 5G dividendo la nazione tra chi è contro e chi è favorevole. Persone che devono arrangiarsi per connettersi alla rete inventandosi soluzioni tra le più improbabili e disparate ma l’importante è dire che si fa “smart working”. E’ dagli anni ’80 che si parla di informatizzare la scuola. Quante parole spese. Adesso le scuole sono forzatamente chiuse e all’improvviso si chiede agli insegnanti e agli studenti di fare le lezioni da casa online. Così, dall’oggi al domani. Non esistono protocolli ufficiali e condivisi. Non esistono metodi didattici pensati per un e-learning diffuso e continuativo. Non esistono, o pochi, insegnanti preparati ad utilizzare al meglio le tecnologie ma in tutto questo si chiede di fare, a prescindere. Chi è avvezzo alle tecnologie può farcela, chi non ha mezzi e preparazione resta inevitabilmente indietro; insegnanti e allievi. Nel frattempo, la disabilità del singolo diventa un ulteriore handicap perché se sei autistico o ipovedente o sordo o se hai altre disabilità che, in condizioni “fuori dal virus” un insegnante di sostengo può gestire, adesso è l’insegnante di sostegno che dovrebbe avere un aiuto per poter aiutare chi ha bisogno. Un gesto, una carezza, un abbraccio, un sorriso, la vicinanza sono elementi fondamentali per instaurare un rapporto tra insegnante e alunno disabile, tutte cose che adesso non si possono fare. Ma adesso c’è l’e-learning e si risolve tutto. Intanto, molto probabilmente, l’anno scolastico andrà a ramengo e tutti passeranno con una sufficienza d’ufficio.
  • 10 – Stiamo tranquilli perché c’è la task force… ma che è la task force? C’è una task force per tutto. Per gestire l’emergenza, per gestire l’economia, per gestire chi gestisce l’emergenza e l’economia. C’è una task force per controllare anche le fake news, certo. L’importante poi è nominare una task force che controlli la task force che controlla le fake news altrimenti rischieremmo di essere sotto censura (…). Invece no perché tutte le emittenti televisive, quelle più grosse dai, e le testate giornalistiche di un certo spessore (…), fanno fronte comune contro le fake news, senza riflettere un nanosecondo sul fatto che in tema di COVID-19, da gennaio, fino ad un quarto d’ora fa, abbiamo sentito delle mega-castronerie spacciate per notizie, poi smentite e poi riconfermate, proprio da chi adesso sarà il controllore delle fake news. Guai a noi però ad esprimere pubblicamente su internet un parere, un’opinione e tanto meno a trattare un argomento che non sia pertinente con la propria preparazione culturale (leggi laurea) e/o attività professionale; non sia mai che possa essere tacciato come fake news e quindi l’autore incorrere in sanzioni; dopotutto basta pagare no? Come se un idraulico dovesse parlare solo di tubi perché se si mettesse a parlare di mattoni potrebbe essere additato come uno inaffidabile che diffonde fake news. Aggiungo anche che puoi filtrare dei contenuti se ti rivolgi a dei bambini ma dal momento che adesso la fascia protetta per i minori è andata a farsi benedire, visto che non si fa altro che parlare di morti e di pandemie dalla mattina alla sera, ritengo anche offensivo che mi si venga a dire che certe notizie me le devi filtrare tu, oltretutto perché evidentemente ritieni che io non sia capace di comprenderle e discernere tra vero o falso. Comunque… avremo sicuramente una task force che interverrà in nostro aiuto… “aiuto, c’è la task force!”

Siamo a dieci, mi fermo…

Vorrei e potrei continuare per non so quanto ma preferisco chiudere, cercando di lasciarvi con un messaggio positivo dopo tanta cruda verità, cinismo e q.b. di polemica.

Ho esagerato? Probabile, ma neanche più di tanto, dopotutto per chi si trova “agli arresti domiciliari” è ben poca cosa uno sfogo del genere.

Ho delle soluzioni alternative da proporre? Ne avrei ma non essendo un ministro né un membro di una task force non posso dispensare consigli o imporre veti o leggi.

La cosa che però mi sento di comunicare, a voi lettori del mio blog, è che tutto deve essere preso alle giuste dosi, a cominciare da questo blog ma anche e soprattutto i quotidiani, i telegiornali, i talk, internet e tutti i guru e sedicenti esperti in qualcosa.

The Blob – film del 1958 – da Wikipedia

In questo momento avrete i vostri pensieri, soprattutto se al vostro lavoro è stata messa una ganascia. Non crucciatevi più di tanto. Non scavate solchi nel vostro cervello per trovare soluzioni. Arriverà il tempo delle soluzioni, adesso è il tempo della consapevolezza, della metabolizzazione di questo blob che ci circonda. Tempo al tempo. Siate attenti osservatori e le idee arriveranno.

E’ comunque primavera, la Terra continua a ruotare intorno al sole e le margherite sono sbocciate. Aprite la finestra e respirate a pieni polmoni. Adesso non c’è nemmeno smog; “Greta Thunberg ha gufato e l’impensabile si è avverato”. Godetevi un po’ di raggi solari. Filtrate il filtrabile e che la quarantena possa portarvi consiglio…

 


Crediti:

  • Le immagini con didascalie riportano la fonte della foto.
  • Le immagini che non presentano indicazioni sono state scaricate da Pixabay

1° di aprile. INPS e i suoi pesci

E’ chiaro, la situazione non è facile per nessuno. Stiamo vivendo, tutti, un momento difficile, strano, inaspettato. Gli scenari si stanno ridefinendo, le abitudini cambiano e…

…se il buon giorno si vede dal mattino, non so cosa aspettarmi dalla mia richiesta all’INPS per l’indennità Covid-19 D.L. 18 del 17/03/2020.

Oggi, primo di aprile, giornata quantomai azzeccata sotto il profilo della “credibilità normativa”, si sono aperte “le danze” sul sito INPS per le partite IVA aventi diritto all’indennizzo di 600 Euro per il mancato o calo di fatturato dovuto all’emergenza COVID-19.

Mi aspettavo rallentamenti sui server dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale ma non mi sarei mai immaginato di assistere ad ogni sorta di delirio informatico.

Cominciamo col digitare http://www.inps.it

Non si apre, risulta irraggiungibile. Vediamo le possibili risposte che otteniamo dalla nostra banalissima richiesta di accesso al sito:

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Ti armi della famosa “santa pazienza” e prosegui fiducioso e consapevole che prima o poi “otterrai udienza”; in effetti, pensandoci bene, forse col Santo Padre sarebbe più semplice.

Il prima o poi arriva, eccola, è lei… Ma quanto è bella, eh?

Procedi inserendo le tue credenziali di accesso al portale per iniziare questa nuova esperienza. Nella vita non si può mai dire di aver visto o fatto di tutto fin quando non ti avventuri sul sito INPS.

Ecco la nuova esaltante risposta dal server. Puoi scegliere tra le due versioni, entrambe di gran moda in questa stagione: con o senza logo INPS. Quest’ultima versione è quella più minimalista che va per la maggiore:

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Va beh… facciamo qualche balzo in avanti con la storia. Ammettiamo che con una ventina di tentativi (…) riesci ad accedere.

Questo perché cliccando un po’ ovunque, dato che tutto pare cristallizzato nel tempo, dopo un po’, ammettiamolo, stufato, tenti la strada della “Roulette”, puntando tutto su qualsiasi link presente nella pagina.

Ammettiamo, come nel mio caso, che si apra quella sorta di Wizard nel quale dovrai inserire un po’ di dati personali.

Anche questa cosa mi fa “sorridere”. No, non parlo dell’uso degli asterischi che meriterebbe solo quello un post.

Mi riferisco al fatto che: se sono un contribuente INPS, oramai da circa sei lustri, mi chiedi un login per accedere al portale INPS e poi mi chiedi numero di telefono, la mia “Categoria di Identità” Ago, sì come quello del pagliaio, proprio lui, e il “Tipo di Qualifica”, DILLO che lo fai apposta, dai. Perché mi devi chiedere i dati se sai tutto di me?!

Finestra INPS per la richiesta indennizzo

Dai… ci siamo quasi.

Dopo circa quaranta minuti, da quando ho iniziato la procedura, sono arrivato alla pagina conclusiva, una sorta di Santo Graal che milioni di contribuenti in questo momento stanno cercando di conquistare; Indiana Jones durò meno fatica nel cercare il famoso calice.

Ecco la schermata riepilogativa:

INPS – schermata riepilogativa

Finalmente, ci siamo… dopo aver cliccato su CONFERMA potrò esultare, non prima di aver indossato una corona di alloro ed essermi avvolto con vello d’oro, per curare ogni ferita che m è stata inferta nel corso di questa battaglia.

Adesso, con estrema delicatezza, tipo Tom Cruse in Mission Impossibile, mi accingerò a cliccare sull’ultimo tasto. Quell’invitante, ambito, CONFERMA.

Che faccio? Clicco?

Ho cliccato… fiuuuu! Sono emozionato e stanco allo stesso momento, dopotutto non esco di casa da giorni, queste emozioni potrebbero essere fatali.

Arriverà una ricevuta? Un messaggio esplicito, una email di conferma, una missiva, un messo comunale, un ufficiale giudiziario, la guardia di finanza, un vassallo, valvassore, valvassino, qualcuno o qualcosa mi dirà se è andato tutto a buon fine?

INPS – risposta

Il nulla più assoluto. Un rigoroso bianco, gelido e lapidario. Un nulla totale che nulla dice e tutto fa sperare.

Che fare?

Attendo. Sì, dai, mi pare la scelta migliore. Attendo. Nel frattempo faccio altro, non so, riordino la mia scrivania poi posso spazzare, svuoto anche il cestino della carta, dai. Ma sì. Quasi, quasi imbianco. La pagina mi ha indotto a livello subliminale a imbiancare l’ufficio…

Caspita. Non succede nulla.

Sudore freddo, aggiorno la pagina o torno indietro?

Torno indietro… ecco la risposta

INPS – risposta presentazione domanda

OK, non volevo “fregare nessuno”; non era mia intenzione presentare una seconda domanda.

OK, meglio di nulla. Almeno questa conferma l’ho ricevuta. Intanto me la stampo e l’archivio, non si sa mai.

Nel frattempo, mentre vivevo questa esperienza “Ai confini della realtà”, mi tenevo in contatto WhatsApp col mio commercialista.

Dietro suo consiglio provo ad accedere alla “Cassetta Postale”, dove si presume sarebbe potuta finire una qualche ricevuta della mia Domanda.

Cerco, non trovo il link. Il sito INPS è lentissimo, ogni scelta fatta porta ad un’attesa snervante che se non è seguita dalla risposta che si vorrebbe ottenere diventa solo uno stillicidio.

Ad un certo punto l’INPS mi cambia nome, adesso, per lui, sono il Sig. IGNAZIO MINERVINI

 

sciorinandomi tutta la storia previdenziale di un altro contribuente.

OK, calma, no so cosa è successo. Forse il COVID-19 è entrato nei server INPS…

Aggiorno nuovamente la pagina e…

…adesso l’INPS mi dà un bel Benvenuto Sig. LUCIANO VANGONE.

Prontamente, ricevo dal mio commercialista la segnalazione di questo articolo da Repubblica:

Bonus 600 euro Inps, oggi il via alle domande. Il sito va in tilt, “scambi di persona” tra gli utenti

“Mi consolo”… come si dice: “Mal comune mezzo gaudio”. Se non fosse tragico ci sarebbe da ridere se non fosse che oggi è il 1° di aprile e questo pesce… “puzza”.

 


Aggiornamento del 2 aprile 2020, ore 10:40

 

Vi ricordate della “famosa conferma di ricezione della mia domanda” che non ho mai ricevuto? Quella che nel famoso “paese civile” uno si aspetta che arrivi per email?

Qualsiasi e-commerce, anche il più scarso, al termine di un acquisto ti invia una o più di una email per dirti che l’acquisto è andato a buon fine, riepilogandoti tutti i dati dell’ordine.

Qualsiasi servizio online, al termine della procedura effettuata, ti invia una email di conferma che è stata presa in carico, beh… l’INPS non fa di questo e pertanto, stamani, nel tentativo di andare a pescare sul portale dell’istituto di Previdenza Sociale un qualche documento che attestasse la presa in carico della mia richiesta, dopo aver effettuato il login, ho ricevuto questo buongiorno:

Schermata INPS – 02.04.2020

Quindi…

non solo i server INPS non riescono a gestire un carico di accessi che peraltro non è nemmeno anomalo, anzi, del tutto prevedibile visto che “hai invitato tu” a connettersi col tuo portale milioni di utenti a partire dal 1 aprile;

non solo non hai dei sistemi di sicurezza tali da evitare che i dati degli utenti finiscano nelle mani di chiunque;

non solo non mandi una ricevuta per email, dopo aver pure richiesto l’indirizzo e-mail del contribuente nella schermata di apertura che introduce alla compilazione della domanda per il contributo;

non solo millanti scuse per l’inefficienza del servizio additando la colpa ad un attacco hacker, senza avere l’umiltà di ammettere che anche in tempi “normali” il sito INPS presenta sempre dei problemi, figuriamoci adesso;

ti permetti di “aprire il sito web al Cittadino” soltanto dalle 16:00 alle 23:59?

Ma chi c’è dietro al sito dell’INPS? Un Ragionier Fantozzi che manda avanti tutta la baracca?

Foto da #techetechete – RAI – “Fantozzi subisce ancora” – 1983


Sapevo che questo post sarebbe diventata una “Cronaca in diretta” di un lungo, tedioso, avvilente cammino.

Aggiornamento del 02.04.2020 ore 17:33

Dai, diciamolo. Da parte mia ce la sto mettendo tutta. Non si può certo dire che non ci stia provando ma INPS è contro di me…come sempre d’altronde. Quando mai INPS è stata al mio fianco? Non polemizzo, constato: ho avuto un cancro e avendo fatto a suo tempo quella malaugurata scelta di essere un imprenditore, libero professionista, INPS non mi ha riconosciuto la malattia. Facevo la chemioterapia il venerdì pomeriggio perché nel caso mi fossi sentito male avrei avuto sabato e domenica per stare a casa a riposo. QUESTO E’ IL SISTEMA DI PREVIDENZA SOCIALE, nonostante tutti i versamenti previdenziali fatti da me come da ogni contribuente, lavoratore.

Detto ciò, ripeto, CONSTATO e andiamo avanti…

Una volta CONSTATATO non mi resta che proporvi l’ennesima immagine che palesa l’ulteriore beffa. Mi sono collegato nuovamente al sito INPS, ovviamente dopo le 16:00 – sai com’è, il Ragionier Fantozzi era in pausa postprandiale e non poteva pedalare per mantenere il sito online – ed ecco il risultato ottenuto:

Sito INPS – 02.04.2020 ore 17:33

Amici che seguite questo blog, leggendo quanto ho riportato, con tanto di screenshot, non vi viene un po’ la nausea?

Ci metto tutti i bicchieri mezzi pieni che volete. Vi propongo anche un servizio da 12 + altri 12 in omaggio, già tutti mezzi pieni ma… qui non ci siamo proprio.

E tutto questo per avere, forse, una ricevuta che mi permetta di sapere se il Rag. Fantozzi dell’INPS ha ricevuto la mia richiesta di indennizzo da 600 Euro. Cosa evitabile se mi fosse arrivata per email. E pensate, si parla sempre e solo di una ricevuta. Immaginatevi quando parleremo dei bonifici che non sappiamo ancora se e quando arriveranno.

Mi pare che dall’epoca di Fantozzi sia cambiato ben poco, anzi. Chi mai potrà dare una risposta a questo caso disperato? Forse il Direttore Totale Dott. Ing. Gran Mascalzon. di Gran Croc. Visconte Cobram o la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare? Non lo so ma la situazione è comunque “tragicamente fantozziana” e aggiungo…

…”Il sito dell’INPS è una cagata pazzesca”.

 

Beni di prima necessità. Le leggi, il buon senso, la logica e il COVID-19

Diario di bordo. Data terrestre: 16 marzo 2020.

Tra le notizie che leggo stamani mi è capitata questa…

Coronavirus, nei supermercati vietato l’acquisto di quaderni, pennarelli e biancheria: “Non sono beni di prima necessità” da la Repubblica, edizione di Milano

Foto Fb/Daniela Salvetti dall’articolo su “la Repubblica” edizione di Milano

Non fermatevi al titolo, leggete tutto l’articolo, prendete fiato, contate fino a dieci e poi esprimete un vostro giudizio, se volete.

Il mio pensiero, dopo aver contato ben oltre il dieci, parte da un ragionamento semplice.

Quella scatola di pennarelli o l’album con i fogli per disegnare oppure quel paio di mutande che qualcuno “non considera beni di prima necessità”, lo fa secondo un proprio giudizio o sulla base di un ragionamento oggettivo?

In questo momento, nelle case degli italiani e non solo in quelle, ci sono milioni di bambini reclusi tra le quattro mura da circa dieci giorni, in una condizione di perenne “crisi da inattività”. Non vanno a scuola, non fanno sport, non escono a giocare con gli amici, “NON” in generale.

La condizione che stiamo vivendo mal si confà ad un adulto, figuriamoci per un bambino/adolescente che è privato di ogni sorta di sfogo. Restano le consolle, i videogiochi in generale, gli smartphone, computer, tablet e TV. Tutte cose utili, necessarie ma anche lontane da quelle cose e azioni che ti permettono di essere creativo, efficiente e forse anche bambino.

Tornando a quei pennarelli, vogliamo ritenerli un bene di “non primaria necessità” in un contesto come quello in cui ci troviamo forzatamente a vivere? Non vogliamo fare in modo che la creatività dei ragazzi possa essere manifestata liberamente anche attraverso l’uso del pennarello, dei colori, delle matite, degli acquerelli, etc?

Consideriamo anche l’aspetto psicologico: un bambino dovrà pur sfogarsi, esprimere le proprie emozioni anche attraverso il disegno.

Un insegnante che adesso deve inventarsi nuovi approcci didattici, tutti da remoto, volete che non impieghi anche il disegno per dare vita ad un progetto scolastico, ora più che mai importante e necessario per condividere e raccontare?

Ma poi… se quei pennarelli servissero ad un commerciante di cinquant’anni che in questo momento è costretto a scrivere ed affiggere un cartello col quale comunicare che è chiuso, è da considerarsi una “non necessità”?

Se quei pennarelli servissero per scrivere su dei camici bianchi il proprio nome, magari quello di un infermiere che lavora in un ospedale? Se quei pennarelli servissero per scrivere su delle etichette che poi andranno apposte su delle fiale contenenti campioni di sangue che dovranno andare in un laboratorio? Se quei pennarelli servissero per…

Tutto serve, nella misura in cui mi dici che puoi tenere aperto un tabaccaio, perché evidentemente il fumo in questo momento lo ritieni una cosa necessaria o addirittura per taluni indispensabile.

Serve nella misura in cui posso sentirmi ancora libero di comprare dei pennarelli o delle mutande perché magari ne ho bisogno o più semplicemente perché mi voglio sentire bene con me stesso e perché voglio acquistarli.

Serve ed è necessario perché nonostante le emergenze, le disposizioni, le leggi, i decreti e nel rispetto dei lavoratori, se prendo una scatola di pennarelli o di mutande, non credo che cambi molto la questione o non è di certo questo il tipo di acquisto che potrà fare la differenza in termini di rispetto e/o di sicurezza per i lavoratori o che sia l’elemento determinante che causa l’allungamento delle file di attesa al supermercato.

Semmai, la differenza, la potrebbe fare il potenziamento dell’infrastruttura tecnologica della grande distribuzione, Esselunga in particolare che ha il proprio e-commerce “al collasso”. Comprensibile, tutto si è palesato “in un quarto d’ora” ma è anche vero che il problema non può essere il pennarello quando io non posso ordinare online perché si interrompe il pagamento, con tanto di pagina con errore del server, o perché la data di consegna più vicina per avere la spesa a casa è solo tra dieci giorni. Dico Esselunga ma è l’unica che, bene o male, ha una piattaforma e-commerce con consegna a domicilio capillare, almeno su una parte del territorio ma Conad, Coop, Carrefour, PAM, Auchan o i discount come Lidl, Penny e gli altri marchi famosi che fanno? Chiedo a questi di comunicare, di “strillare” i servizi che hanno approntato in questo momento di crisi per offrire soluzioni tese a limitare le code presso i punti vendita, ad attivarsi con spesa a domicilio o col ritiro sul punto vendita tramite acquisto online (quindi niente code), etc… Uffici marketing, fateci sapere!

Detto ciò… Sai come andrà a finire questa storia?

Che il cartolaio che vende quei pennarelli chiuderà definitivamente, perché lui non può tenere aperto, non può per legge, senza sé e senza ma. La grande distribuzione “fatica ma festeggia” perché in questo periodo, per loro, è sempre vigilia di Natale, con o senza quei pennarelli. Chi emergerà sopra a tutti è “l’inossidabile schiacciasassi” chiamata AMAZON che non solo ti permette di acquistare da casa pennarelli, matite, album, mutante, rastrelli, sexy toys, cacciaviti, prodotti tecnologici, libri e qualsiasi altra cosa ma ti dà musica e film gratis (se sei abbonato a Prime), compresi i cartoni animati per i bambini.

Questa esperienza col COVID-19, in termini economici, decreterà molti perdenti e due grandi vincitori: la grande distribuzione da una parte e i big delle vendite online dall’altra, Amazon in testa a tutti.

Morale di questa storia dobbiamo ricorrere, come sempre e come è giusto che sia, all’intelligenza, alla lungimiranza e alla resilienza.

E’ presto per trarre tutte le conclusioni del caso ma sono sicuro che la prima lezione che l’Italia ha ricevuto da questa esperienza è che è rimasta indietro con la propria infrastruttura tecnologica, col tele lavoro (o smart working), l’e-commerce e l’approccio individuale (leggi cultura) all’uso consapevole della rete, oltre al mero uso dei social network. Per non parlare poi della copertura della fibra a livello nazionale.

Non che tutto debba essere rivoluzionato o trasformato “in un nanosecondo”.

I negozi continueranno ad esserci e mi auguro che possano aprirne altri, anche e soprattutto di piccoli dove trovare o rinnovare il rapporto umano, la cortesia e la consulenza all’acquisto (fattori primari per tenere in vita un esercizio commerciale fisico che si vede portare via il terreno sotto ai piedi dalla concorrenza online).

Ciò che però non dobbiamo perdere di vista è l’opportunità che abbiamo davanti a noi.

Adesso è il momento ideale per ampliare il proprio business sul web. Quella concorrenza online di cui parlavamo prima potreste essere voi. Se Amazon può essere visto come “il male assoluto”, per lo meno da una gran parte dei commercianti che conosco, dall’altra è una grande occasione per ampliare la clientela e fare affari in rete. Vedetela come una complementarietà alla vostra attività e non come un limite. Dopotutto, o fai questo o cosa fare in tempi di crisi o di limitazioni alla propria libertà? Si accettano proposte, si apre il dibattito.

Dimenticavo… Avete preso fiato, avete contato fino a dieci?

Bene… adesso, se volete, esprimete la vostra opinione su quei pennarelli e su quelle mutante che… secondo qualcuno, non sono necessari. “Invito i mutandifici a farsi sentire” 🙂

Grazie!

A tutto GAS. Aiutiamoci a fare acquisti in modo intelligente

Al tempo del Corona Virus accade che… ti tocca uscire per fare la spesa e ti rendi conto che inevitabilmente ti trovi al supermercato nel bel mezzo di un ASSEMBRAMENTO.

Dopotutto dobbiamo mangiare.

Sto cercando di attrezzarmi con integratori e tanta buona volontà ma qualcosa si deve pur mettere in pancia. Ecco che sorge il problema: “Dove vado ad approvvigionarmi? A che ore mi conviene andare? Chi sarà aperto?”

Tutte domande lecite e che in queste ore ci stiamo ponendo un po’ tutti. Qualcuno non se le pone affatto e si butta all’avventura tentando la carta della “botta di cu..”. Purtroppo, vuoi che siamo nel 2020, anno bisestile, vuoi che ci stiamo confrontando con qualcosa che nemmeno i Maya avevano presagito, ritengo che le azioni che in questo momento dovremmo compiere debbano essere mutuate attraverso un sano raziocinio coadiuvato da qualche “piano B”.

Ricordiamoci che esistono anche i piccoli o i medi negozi che vendo generi alimentari, non c’è solo la grande distribuzione.

Da qualche mese abito a Seano, nel comune di Carmignano. Bellissimo posto, sito tra colline, vigneti e tanta natura ma… all’interno del Comune – caratterizzato da un insieme di frazioni collegate da strade di campagna – se vuoi fare “la spesa”, intesa come carrellata di roba di ogni genere, devi andare alla Coop. Nulla in contrario verso la Coop o nei confronti della grande distribuzione in generale. Il problema è che in questo momento tutti si recano principalmente, per comodità o per mancanza apparente di alternative, presso questi “parallelepipedi dispensatori di cibarie”.

Ora… so per certo che a Carmignano, come in molti altri piccoli comuni ma anche nel quartiere della vostra città, esistono negozi di generi alimentari, regolarmente aperti sulla base del Decreto Governativo, per offrire alla popolazione la possibilità di effettuare la spesa. Il problema è trovarli, se non sei autoctono e, anche se lo sei, prima di uscire avresti bisogno di sapere se quel determinato negozio è aperto, se è fornito e se devi fare la coda come in tempo di guerra… o come adesso…

Diamoci una mano e cerchiamo di essere più efficienti e solidali gli uni con gli altri.

Primo consiglio:

Negozianti, fate sapere che ci siete.

Organizzatevi, postate sulle pagine e gruppi Facebook il nome della vostra attività, cosa vendete, l’indirizzo e l’orario di apertura del vostro negozio. Indicate anche le fasce orarie in cui siete meno frequentati.

Su Facebook esistono gruppi caratterizzati dal sano campanilismo locale, come quelli che prendono il nome: “Sei di NomeLuogo, se…”. All’interno di questi gruppi potete postare la vostra scheda di presentazione; ripeto, bastano due righe, un link a GoogleMap ma anche no, non importa. Può essere molto utile a tutti anche a chi opera nella protezione civile, nelle emergenze o a chi in questo momento è costretto comunque a lavorare e a spostarsi fuori comune. Se veniamo informati sui negozi aperti possiamo recarci a colpo sicuro “ed evitare di vagare ed essere arrestati per vagabondaggio, prima ancora di essere multati perché trovati a giro”.

Altro consiglio…

Torniamo ad organizzare i GAS: Gruppi di Acquisto Solidale.

Uno o due persone vanno a fare la spesa per 10 o 20 persone e poi si divide l’importo e la spesa. Si raccolgono gli ordini tramite pagine dedicate, aperte appositamente su Facebook, organizzate per condomini (amministratori di condominio, è il momento per fare qualcosa di veramente utile che vi permette di non essere infamati. Agevolate questo processo), per quartieri, contrade o nuclei familiari estesi… Si fa una bella lista; si raccolgono i soldi o lo si fa dopo con scontrino alla mano (dipende dai rapporti che uno ha con il prossimo). A turno, o chi può per motivi di disponibilità, capienza dell’auto, ecc., ci si reca a fare la spesa per sé e anche per gli altri.

Pensate anche agli anziani che vivono da soli.

E’ comunque inutile spostarsi in 10 per fare 10 spese con 10 auto in 10 persone in fila prima durante e dopo gli acquisti al supermercato. Tanto vale organizzarci e mandare “un temerario” ad affrontare l’arena per approvvigionare tutti.

Non occorre entrare a stretto contatto con le persone. Mascherina, guanti e via. La spesa si lascia fuori dalla porta e i soldi si prendono con i guanti. Agli anziani si chiede di lasciare la lista della spesa insieme ai soldi, fuori dalla porta o nella cassetta postale di chi avrà l’incarico di fare la spesa.

“Che fatica… vi do dei consigli ma poi dovete usare un po’ la testa e organizzarvi”…

In questo modo potremmo evitare di affollare i negozi e al contempo evitare di trovarci in un ASSEMBRAMENTO.

Non solo… consiglio ai negozianti di organizzarsi con le consegne a domicilio, per chi può ovviamente. Stesso metodo: nessun contatto fisico o di prossimità ma tutto deve essere gestito alla dovuta distanza.

Agli esercenti più avvezzi all’uso delle tecnologie, se non lo avete ancora fatto vi consiglio di dotarvi di un conto PayPal Business e di un POS tipo SumUp per consentire pagamenti con carte elettroniche. Questo vi permette di ampliare il vostro business e di agevolarvi nei pagamenti con consegne a domicilio. E’ fattibile e senza dover spendere chissà quali cifre. La rete è piena di risorse da utilizzare per permettere a tutti di gestire da casa un ordine e ad un commerciante di elaborarlo; non occorre costruire piattaforme di e-commerce, almeno non adesso.

Potete anche attivare un servizio online (basta una posta elettronica dedicata e una pagina Facebook per mostrare la disponibilità dei vostri prodotti) per prenotare la spesa. Si paga online (con PayPal, PostePay, etc), si fissa l’orario per il ritiro e si passa a prenderla al volo direttamente in negozio. “Tipo rapina: uno aspetta in auto e l’altro scende e prende il malloppo”.

In questo modo si evita la fila e il contatto con gli altri.

Ci troviamo in un momento storico che necessità prima di tutto una buona terapia: apertura mentale, disponibilità ad apprendere nuovi metodi (o a riscoprirne qualcuno), un po’ d’ingegno e comprensione verso le reali esigenze delle persone. Cambiano i consumi, facciamo prevalentemente acquisti di beni di primissima necessità. Allora, agevoliamo questo processo affinché questo momento di difficoltà sia meno pesante e sfruttiamolo in modo positivo per avviare un processo di miglioramento, in generale.

Buona spesa, buona vita, a tutto GAS!

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