Che fatica la vita dell’Hobbit

Premetto, non sono un fan della saga de “Il Signore degli Anelli” e in generale non lo sono neppure del genere fantasy. Lo so, qualcuno potrà storcere il naso ma che ci posso fare, “mi disegnano così”.

Locandina de Lo Hobbit
Locandina de Lo Hobbit

Nonostante ciò, sono andato a vedere Lo Hobbit – La desolazione di Smaug.

Sento già qualcuno che dice: “Se non si conoscono i personaggi, la storia e non sei un appassionato del genere, non puoi apprezzare l’incredibile lavoro di Peter Jackson e il tomone di John Ronald Reuel Tolkien“.

E invece vi sbagliate. O meglio… il lavoro di Peter Jackson riconosco che sia incredibile sotto diversi aspetti. Oserei dire quasi maniacale per l’incredibile presenza di dettagli e scelte tecnico-estetiche, riversate addosso allo spettatore come uno tsunami. Direi anche che se non fosse stato per il lavoro di Peter Jackson, questo Hobbit, a mio modestissimo parere di non esperto di fantasy, sarebbe stata una notevole perdita di tempo. Potrei anche usare un’espressione fantozziana per dare la mia opinione in merito ma mi trattengo.

E qui so che metà di coloro che seguono questo blog se ne saranno andati per sempre.

Non ce la facevo ma dovevo dirlo.

Allora perchè ci sono andato? Perchè il film mi interessava da un punto di vista tecnico e comunque, anche in merito a questo aspetto, l’ho presa in tasca.

Volevo immergermi nell’effetto HFR (High Frame Rate) di cui si è parlato tanto nei mesi prima dell’uscita di questa pellicola. Avevo letto alcuni articoli che parlavano di questa scelta estetica del regista e piuttosto innovativa per il cinema. In sostanza, Jackson, avrebbe girato alcune scene del film utilizzando delle telecamere che non si limitano a fotografare 24 immagini al secondo, come avviene di solito nei normali film, ma addirittura ben 60 fotografie al secondo. Almeno questo era quello che avevo letto tempo fa. Poi, altri articoli che ho trovato in rete confermavano la tecnologia ma non il dato dei 60fps  bensì 48fps; praticamente il doppio rispetto alla tradizionale ripresa cinematografica ma sicuramente meno rispetto ai 60fps di cui si era sentito parlare in un primo momento.

Non so quanto il pubblico riuscirà ad apprezzare una variazione da 24 a 48 fps. La resa, in termini visivi, cambia ma non un gran che per un occhio non particolarmente allenato a certi virtuosismi tecnici. In sostanza, raddoppiare le immagini all’interno di un secondo porta a riempire gli “spazi mancanti” aggiungendo ulteriore informazione a quella frazione di tempo che è il secondo. Da non confondersi con la definizione che riguarda la capacità di catturare informazioni all’interno di un singolo fotogramma.

Per spiegarlo in termini più terra, terra, gli fps (fotogrammi per secondo) sono i singoli scatti fotografici che vengono generati da una telecamera nell’arco di un secondo. La risoluzione o definizione, di solito espressa in pixel, è invece la capacità di catturare i dettagli all’interno del singolo scatto. E’ ovvio che se sommate insieme i due fattori, fps e un numero elevato di pixel, il risultato è sicuramente apprezzabile sia in termini di fluidità delle scene sia in termini di dettaglio delle stesse.

Tornando al nostro Hobbit, questo bel discorso vale poco all’interno di una normale sala cinematografica. L’HFR è apprezzabile solo nella versione de Lo Hobbit in versione IMAX in 3D. Praticamente lo si può vedere in Italia solo in una sala.

Detto ciò, visto che oramai ero al cinema, grazie anche, e soprattutto, ad una mega promozione del circuito multisala presso il quale ho visto il film, ho cercato di godermelo “fotogramma dopo fotogramma”.

Boia che fatica!

Salti, balzi, rincorse, botte, frecce, spade, orchi, maghi, elfi, gnomi, draghi, ragni, un certo Sauron (cattivisimo) e, ovviamente, uno Hobbit col suo “tessorro”. Tutto condensato in 161 minuti di film che, oltretutto, non riescono neppure a chiudere la storia lasciando lo spettatore attonito, con un punto interrogativo stampato in fronte. Un bel video game giocato sul grande schermo.

Poi sono stato distratto… lo ammetto… la mole di informazioni ricevute, ripeto, per un “non appassionato come me del fantasy”, mi portava inevitabilmente a reinterpretare mentalmente il film, scena dopo scena, in chiave di parodia. In sostanza, ai miei occhi un filmone d’avventura fantasy si è trasformato in una sorta di b-movie.

E con questa affermazione ho perso anche l’altra metà di pubblico che seguiva il mio blog.

Comunque, per quei due o tre che sono rimasti a leggere questo post, devo dire che dopo aver visto ragni giganti, longevissimi elfi new age che paiono pronti per esibirsi in concerto, dei nani che non trovano pace e che macinano chilometri con la facilità di un gigante e orchi che non sanno dove andare a far danno, tornandosene poi a casa con le pive nel sacco dopo aver preso un sacco di botte, non mi rimaneva che consolarmi con il mago Gandalf che, alla fine, è il pezzo meglio di tutto il film. Dice di andare in un luogo e magicamente, ed è il caso di dirlo, va ovunque ma non dove aveva detto di andare, fa qualsiasi cosa ma non quelle che aveva detto di fare, per poi finire….

…occhio allo spoilerone

…rinchiuso da Sauron all’interno di un angusto gabbione appeso nel vuoto a “godersi” il preludio all’ennesima missione suicida da parte degli orchi che, più incazzati del solito, marciano verso quei nani, quegli elfi, quegli abitanti del lago. Già, dimenticavo loro… gli abitanti del lago, sì, dai, quello nei pressi di Smaug. O no? Boh… poco importa, il lago c’era e pure gli abitanti abbrutiti.

Per i miei gusti, vedere un film ispirato alla saga de Il Signore degli Anelli, o leggere il tomo di Tolkien, è più un lavoro che una mera passione.

Nota positiva: ho apprezzato moltissimo il doppiaggio del drago (Luca Ward) e quello di Gandalf (Gigi Proietti). Grandi attori, fantastiche voci.

Crediti e approfondimenti:

Gravity di Alfonso Cuarón. Il nuovo modo di raccontare lo Spazio

Gravity di Alfonso Cuarón segna un nuovo modo di fare cinema. Qualcosa del genere avvenne nel 1999 con il primo Matrix dei fratelli Wachowski e la tecnica di ripresa “bullet time” da loro perfezionata e resa celebre.

Gravity non è un film di fantascienza se per fantascienza si intendono quei film che parlano di invasioni aliene, mostri spaziali, astronavi provenienti da un lontano futuro o roba simile. Gravity è un film drammatico che parla di una missione spaziale terrestre, della NASA, durante la quale si verificano una serie di sfortunati eventi che determinano il fallimento del sistema satellitare mondiale e la distruzione di tutti gli avamposti terrestri in orbita. In modo piuttosto sintetico e approssimativo, senza far troppo danno con gli spoiler, questo è Gravity.

Gli gli spettatori più avvezzi a certi tecnicismi noteranno che il film “è portatore sano” di errori che nella realtà delle missioni spaziali sarebbero considerati come “eventi non plausibili”.  Il regista si è preso qualche libertà per rendere tutto più fluido e cinematograficamente funzionale e questo gli è concesso ampiamente poiché il risultato finale complessivo del suo lavoro è decisamente coinvolgente e innovativo.

Il film è uscito in versione 2D e 3D ma nella zona dove abito, Prato e zone limitrofe, non ho trovato una sola sala che proiettasse il film in 2D, peccato; lo avrei preferito in una versione 2K invece che stereoscopica.

Il 3D oltre ad essere una tecnologia che ritengo ancora ad uno stadio d’indefinita evoluzione, penalizza le immagini tendendo a ridurne notevolmente la luminosità e i contrasti, a fronte di una notevole desaturazione dei colori. Il 3D lo trovo stancante ed è, per certi versi, un espediente tecnico che trovo troppo “commerciale” e che spesso penalizza l’alto livello dei contenuti visivi. La ricerca di soluzioni estetiche atte ad aumentare la percezione del 3D, rende tutto stucchevole e, contrariamente a quanto si pensi, anche molto finto. Riassumendo, per mio gusto, il 3D lo trovo vincente nei film per bambini o per i teenager in generale in cerca di esperienze ludico ricreative, non in un film pensato per appassionare un pubblico più adulto.

Alfonso Cuarón at the 2005 San Sebastian Inter...
Alfonso Cuarón at the 2005 San Sebastian International Film Festival. (Photo credit: Wikipedia)

Cuarón cade vittima della sua stessa scelta. Più volte mostra piccoli oggetti, come le penne a sfera o le lacrime della Bullock, in lento movimento verso l’osservatore. Dopo qualche scena nella quale sono presenti questi elementi ho percepito la sensazione di trovarmi all’interno di un’attrazione di un parco di divertimenti, dove oggi si arriva ad ostentare il 4D e addirittura la 5D experience. L’attenzione per la storia viene meno nel tentativo di inseguire l’oggetto che si muove sullo schermo. Una sorta di ipnotico balletto che fa precipitare lo spettatore in un inesorabile ritorno alla realtà penalizzandone il continuum emotivo.

Lasciando perdere il 3D mi soffermo brevemente su alcuni aspetti che ho citato all’inizio del mio post. Uno in particolare, legato alla descrizione della vita nello spazio, se pur in un contesto di evidente situazione di estrema emergenza e soprattutto di fiction. Mi rivolgo a coloro che non hanno mai seguito le missioni della NASA in streaming video o che non hanno avuto l’occasione di vedere dei documentari sull’argomento. Un astronauta indossa la propria tuta spaziale, fatta su misura, non ne prende altre a caso. Per indossarla, ma anche per toglierla, occorrono diverse ore e non può fare questa operazione da solo. Da qui si evince che Cuarón non avrebbe potuto, per ovvi motivi, allungare il film di diverse ore solo per vedere indossare una tuta dalla Dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock); operazione comunque impossibile da fare in solitaria ma che grazie alle meraviglie del cinema diventa pure plausibile.

Come piace fare a me, sono andato a scavare un po’ sul web per trovare delle informazioni su Gravity, per saziare la mia curiosità e parlare di grafica, fotografia, cinema e tutto quello che si nasconde dietro l’obiettivo della macchina.

Il film si svolge prevalentemente nello spazio, fatta eccezione per alcune brevi sequenze finali. Uno dei punti più importanti da affrontare in un contesto narrativo caratterizzato dalla totale assenza di gravità è quello di fare in modo che lo spettatore non avverta che gli attori sono appesi a fili, magari costretti a evoluzioni circensi nel tentativo di creare l’illusione di essere nello spazio, pur trovandosi all’interno di un set cinematografico.

Cuarón ci è riuscito benissimo avvalendosi di diverse tecniche miscelate tra loro.

Gli effetti visivi del film sono stati curati dalla Framestore con la preziosa supervisione di Tim Webber che dal 1988 collabora con questa società che si è specializzata nello sviluppo di telecamere virtuali, offrendo soluzioni tecniche innovative impiegate in vari film e spot pubblicitari di grande successo.

Le soluzioni tecniche:

Come rendere credibile in un film l’assenza di gravità? Come poter girare lunghe sequenze senza dare l’impressione che George Clooney, che interpreta l’astronauta Matt Kowalsky e Sandra Bullock nei panni della Dottoressa Ryan Stone, siano appesi a dei fili e vittime degli inevitabili effetti della gravità terrestre se appesi a testa in giù o con il viso rivolto verso il pavimento?

Domande a cui Framestore e il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki hanno dovuto dare delle risposte trovandosi ad affrontare una sfida senza precedenti, risolta magnificamente grazie all’esperienza, all’ingegno e alla tecnologia.

Le telecamere utilizzate per girare il film sono state montate su braccia meccaniche robotizzate, simili a quelle utilizzate in alcuni ambiti industriali, soprattutto in campo automobilistico. Il sistema, IRIS e SCOUT fornito della Bot & Dolly, composto da software e hardware, hanno permesso di controllare l’esatta posizione delle camere, permettendo di ottenere movimenti pre-programmati straordinariamente fluidi e dinamici attorno ai soggetti.

Questo sistema ha permesso agli attori di mantenere una posizione semi sdraiata, concentrandosi sui movimenti delle articolazioni e sulle espressioni del viso, senza mostrare sforzi in volto causati dalla rotazione del corpo rispetto alla normale gravità terrestre.

In alcune scene sono stati utilizzati modelli virtuali dei volti degli attori inseriti in post produzione sui corpi digitali degli astronauti generati in computer grafica. Questo video mostra alcuni test realizzati per elaborare il Facial Performance Capture

Per rendere tutto più credibile il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki ha dovuto studiare un metodo per ottenere una corretta illuminazione degli attori, in un contesto ricreato digitalmente che solitamente non è percepibile mentre vengono girate le scene. E’ stato realizzato un set a forma di cubo, interamente rivestito con pannelli luminosi a led, su cui sono state inviate le immagini degli ambienti in cui gli attori si dovevano cimentare. Praticamente è stata realizzata la versione cubica di un video wall che di solito siamo abituati a vedere nei concerti o grandi eventi, di lato e/o sullo sfondo del palco. Questo espediente ha offerto due interessanti vantaggi. Il primo, permettere agli attori di rendersi effettivamente conto di ciò che avviene nella scena e di interagire con gli elementi in essa contenuti. Le dinamiche della scena avvengono in tempo reale, nello stesso istante in cui gli attori recitano con tutti i vantaggi immaginabili che un attore può ottenere da questo espediente. Il secondo, è poter illuminare in modo naturale e corretto gli attori ricevendo sul loro corpo sia le luci dirette sia quelle riflesse e relative dominanti presenti nella scena, senza dover intervenire pesantemente in post-produzione per ricreare artificialmente gli effetti d’illuminazione necessari a rendere la scena verosimile.

L'interno del cubo di LED utilizzato per girare alcune scene in Gravity
L’interno del cubo di LED utilizzato per girare alcune scene in Gravity

Il film è stato girato interamente in 2D e poi elaborato in post produzione in 3D dalla Framestore con il partner tecnico Prime Focus. La scelta tecnica ha permesso alla produzione di utilizzare cineprese 2D digitali, di dimensioni contenute, e di controllare selettivamente gli effetti 3D in una fase successiva, gestendo elementi virtuali fluttuanti ed incrementando le fughe prospettiche riprese con lenti grandangolari, sia sui set reali e sia su quelli digitali.

Il film elabora un nuovo linguaggio che fino ad ora era stato lasciato all’immaginazione dello spettatore o affidato a rapide e più improvvisate interpretazioni della vita nello spazio, realizzate con metodiche più tradizionali che tenevano meno conto delle leggi della fisica, per ovvi limiti tecnici.

Grazie al realismo ottenuto nelle scene, Cuarón riesce ad inchiodare lo spettatore sulla propria poltrona trascinandolo in un continuo alternarsi tra sgomento e gioia, disperazione e forza d’animo.

Le scene lunghe, ricche di dettagli e pathos, caratterizzano da sempre il lavoro di questo regista che in questo suo Gravity mette a dura prova le capacità tecniche dei suoi collaboratori arrivando ad impegnarli fin dal 2010 nella fase di pre-produzione e poi realizzazione di questo incredibile e originale film che arriva a regalare immagini mai viste prima al cinema.

Ottime le riprese in spazio aperto che conducono lentamente verso i volti degli astronauti fino ad oltrepassare la barriera del casco e a proporre l’inquadratura in soggettiva, ulteriormente enfatizzata dal suono del respiro degli astronauti offrendo allo spettatore la percezione di essere, “lui”, nello spazio.

Incredibili le scene in cui sono presenti esplosioni e urti con e tra i detriti dei vari satelliti e stazioni orbitali. Ogni elemento è artefice e vittima dei medesimi rottami che ad ogni giro d’orbita attorno al nostro pianeta tornano a collidere con i già danneggiati e costosissimi avamposti spaziali, producendo altri rottami che andranno ad incrementare la massa di detriti che tornerà a infliggere ulteriori danni ai passaggi successivi. Il lavoro sulle textures, sui solidi e i vari elementi particellari inseriti nella scena, curati dai maestri degli effetti visivi, ha richiesto migliaia d’ore di rendering per ottenere il realismo richiesto da Cuarón. La stessa Terra è stata elaborata tenendo presente la sua rotazione, quindi non imponendo allo spettatore una visione geostazionaria in cui sviluppare la storia ma seguendo le orbite e quindi le varie porzioni del nostro pianeta che variano col variare della rotazione terrestre. Immagini satellitari e tanto lavoro di texture hanno permesso di gestire la rotazione del nostro pianeta in modo completo, a vantaggio della sensazione di realismo che tende ad aumentare nel corso delle varie sequenze.

Gravity è una sorta di compendio sulle nuove tecniche e sui nuovi linguaggi per “raccontare lo spazio e la vita dell’uomo in assenza di gravità”. Da oggi, nulla sarà come prima nell’immaginario della fantascienza a vantaggio di film sempre più coinvolgenti e realistici. Come fece Stanley Kubrick col suo 2001 Odissea nello spazio, grazie alle le sue incredibili intuizioni, trovate estetiche e tecniche, sancì l’inizio di una nuova era del cinema della fantascienza, celebrata e omaggiata oggi con Gravity anche dallo stesso Cuaron. In seguito fu la volta di George Lucas con Star Wars, di Ridley Scott con Blade Runner e dei fratelli Wachowski  con Matrix.  Ognuno affrontò qualcosa che i loro predecessori ebbero il coraggio di cambiare e che a loro volta furono in grado di rielaborare, creando qualcosa di nuovo capace di lasciare un segno.

I prossimi registi che vorranno trattare l’argomento spazio, dovranno fare i conti anche con il maestro Alfonso Cuarón.

Crediti:

Approfondimenti:

Effetti visivi – Studi che hanno collaborato con la Framestone:

Doctor Who Experience – Cardiff Bay. Due fans del dottore sulle tracce del signore del tempo e della squadra di Torchwood

Quando mi chiedono: “che passioni hai?” oppure: “cosa ti piace fare nel tempo libero?”, non so mai da dove cominciare. Direi che sono una persona a cui piace fare, a prescindere. Ho molti interessi e tutti alimentati dalla mia buona dose di curiosità e voglia di mettermi in gioco.

Tra le mie numerose passioni c’è la fantascienza. Lo so, lo sapete ma qualcuno prima o poi capiterà su questo post senza avermi conosciuto o senza aver letto la mia presentazione “io e la fantascienza“. Pertanto, dicevo.. amando la fantascienza, non potevo esimermi dall’essere fan anche del Dottor Who e di Torchwood. Direi che questa passione me l’ha trasmessa un mio carissimo amico d’infanzia, un vero cultore ed esperto di queste due serie televisive. Anni fa mi chiese se stessi seguendo in televisione Dottor Who e Torchwood. Entrambe le serie all’epoca non erano tra quelle che seguivo. Il dottore che mi ricordavo era quello della quarta generazione, per chi non segue la serie è un casino spiegarlo in poche parole. Pensate ad un umanoide che vaga nel tempo e nello spazio e che “non muore” ma si rigenera. Ogni tanto cambia completamente prendendo le sembianze di un nuovo individuo. Ogni cambiamento segna una generazione del dottore. Attualmente siamo alla undicesima ed è stato annunciato già il dodicesimo dottore.

Decimo e undicesimo Dottore
Decimo e undicesimo Dottore

Comunque, a prescindere da questi dettagli da nerds direi che la serie Doctor Who è da considerarsi un cult per il genere a cui appartiene e, se non erro, non esiste altra serie televisiva più longeva di questa. Batte anche Star Trek. Pensate che quest’anno Doctor Who  festeggia i suoi 50 anni dalla prima messa in onda sul circuito televisivo inglese.

Dal Dottor Who nasce nel 2006 uno spinoff che prende il nome di Torchwood.

Team Torchwood
Team Torchwood

Questa serie si svolge in gran parte a Cardiff, capitale del Galles nel Regno Unito. Prendete un gruppo di persone che fanno parte di una squadra segreta fondata dalla regina Vittoria con lo scopo di controllare una “breccia temporale”, che per l’appunto è proprio a Cardiff, e le varie razze aliene che vi transitano mietendo panico, catastrofi o semplicemente insediandosi per anni tra gli umani gestendo menti e controllando lo sviluppo dell’umanità. Col passare del tempo la squadra dei Torchwood si è rinnovata, tutti tranne una persona che è il Capitano Jack Harkness, immortale. Anche qui è un gran casino raccontare tutti i retroscena, i perché e i per come… Vi basti sapere che “il Dottore” sovrintende Torchwood ma le due serie sono separate e ben distinte anche se ogni tanto qualche crossover tra una e l’altra permettono di miscelare gli eventi, dando allo spettatore qualche elemento in più su entrambi i versanti.

Detto ciò, a giugno scorso, Antonella ed io siamo andati a Londra in viaggio di nozze. E bé, dopo 18 di vita di coppia ci siamo decisi e siamo convolati a nozze. Abbiamo scelto Londra per una serie di motivi, tra cui, la vicinanza a Cardiff, visto che entrambi siamo appassionati delle suddette serie televisive.

Decidiamo quindi di inserire nel nostro viaggio di nozze una giornata dedicata al Dottore e a Torchwood.

Partenza dalla stazione ferroviaria di Paddington, Londra. Saliamo su uno dei puzzolentissimi treni a diesel delle ferrovie britanniche e, dopo aver attraversato campagne, colline, visto casette, mucche, qualche pala eolica, qualche pannello solare e una mastodontica, inquietante centrale elettrica (vedi foto), dopo circa due ore di viaggio arriviamo a Cardiff.

Centrale elettrica sul percorso Londra - Cardiff
Centrale elettrica sul percorso Londra – Cardiff

Scesi dal treno seguiamo le indicazioni per Cardiff Bay dove si trova una delle principali location esterne di Torchwood e la Doctor Who Experience. Decidiamo di percorrere questo tragitto a piedi, totalmente ignari di quanti chilometri ci separino dalla stazione di Cardiff a Cardiff Bay.

Per gli amanti dei dati, mappe e chilometraggi, eccovi serviti: indicazioni da Google Map dalla stazione dei treni di Cardiff alla Doctor Who Experience. Clicca QUI

Il percorso a piedi è piuttosto semplice ma decisamente poco interessante da vedersi. Zona periferica, strade alquanto squallide e case popolari. Questo ovviamente usciti da Cardiff e prima di arrivare a Cardiff Bay. La baia invece è piuttosto interessante. Non grandissima ma ricca di contrasti architettonici decisamente forti e strani, soprattutto per via delle mescolanze tra lo stile vittoriano decadente, palazzi di edilizia popolare moderna e edifici hi-tech degni, non a caso, di essere usati come location di film di fantascienza.

Arriviamo a Cardiff Bay, ci guardiamo attorno per qualche istante e scorgiamo il Wales Millennium Centre, edificio straordinario per forma e materiali impiegati.

Wales Millennium Centre - Cardiff Bay
Wales Millennium Centre – Cardiff Bay

Un’enorme struttura che pare quasi una immensa balena spiaggiata rivestita in rame, almeno per una buona parte della costruzione. Altri l’hanno paragonata ad un grosso armadillo. L’edificio è ulteriormente caratterizzato da un’enorme scritta incavata nella superficie della facciata su cui sono state incastonate le vetrate che danno luce all’interno.  La frase è scritta in gallese e in lingua inglese e recita “Creu Gwir Fel Gwydr O Ffwrnais Awen (gallese) In These Stones Horizons Sing (inglese)“. Il complesso ospita regolarmente spettacoli di opera lirica, balletto, danza, commedie e musical ed è la sede della Welsh National Opera.

Questa struttura è diventata famosa anche tra i seguaci italiani della serie televisiva Torchwood, in particolar modo la piazza antistante dove si trova una fontana monolitica che indica l’area d’accesso alla base segreta Torchwood. L’espediente usato nella storia per celare l’ingresso al Torchwood, oltretutto posto nel bel mezzo di una piazza in vista a tutti, ruota attorno ad un “campo di distorsione della percezione” che nel punto esatto di accesso, una grossa pietra del marciapiede che funge da ascensore, permette agli agenti Torchwood di entrare e uscire a loro piacimento senza dare nell’occhio ai passanti.

Questo è stato il nostro primo POI Point Of Interest. Non poteva mancare la foto alla fontana e un bel giretto in tutta l’area che per anni abbiamo visto in televisione senza poter mai verificare, fino a quel momento, quanto di ciò che vedevamo fosse reale o finzione. Bè, è piuttosto reale, fatta eccezione per qualche “ritocchino” qua e là teso a nascondere alcune parti delle architetture urbane più vicine, meno “telegeniche”.

Da qui siamo andati sparati verso il punto più estremo della baia di Cardiff. Percorriamo dei vialetti lungo costa, attraversiamo un ponte e ci troviamo davanti un edificio blu, che ricorda vagamente il Wales Millennium Centre, quantomeno per le sue forme sinuose, non certo per il colore del rivestimento.

Doctor Who Experience - Cardiff Bay
Doctor Who Experience – Cardiff Bay

Comunque, prima di raggiungere l’edificio scorgiamo sulla destra, in prossimità di un piccolo molo d’imbarco per i natanti, la mitica cabina telefonica del Dottore, segno inequivocabile che la nostra meta è raggiunta.

Doctor Who Experience - Cardiff Bay - la cabina del Dottore, sul molo della baia
Doctor Who Experience – Cardiff Bay – la cabina del Dottore, sul molo della baia

La Doctor Who Experience è una struttura moderna, inaugurata nel luglio del 2012 alla presenza di numerose specie aliene venute da ogni dove e tempo.

Attraversiamo la porta d’ingresso e ci troviamo in un’ampia hall piuttosto sobria, senza troppi fronzoli, fatta eccezione per un paio di Dalek, di cui uno interamente realizzato in LEGO, una vetrina con qualche “action figures” del dottore e compagni, l’auto d’epoca gialla del Dottore e qualche disegno evocativo alle pareti, nonché l’immancabile bar, punto ristoro.

Capiamo che per entrare alla Doctor Who Experience è necessario formare un gruppo di persone. Non passa molto tempo e lo scopo viene raggiunto grazie all’arrivo di un flusso lento ma costante di visitatori.

Una ragazza dello staff ci accoglie, biascica qualcosa tra l’inglese e il gallese e ci invita a oltrepassare ordinatamente la porta che è dietro alle sue spalle. Da qui dovrebbe cominciare la parte cosiddetta “Experience”, ovvero, quella più vicina ad un’attrazione stile parchi di divertimento.

In effetti l’intento è quello. Entriamo in una sala dove sono disposte a semicerchio delle panche. Davanti a noi c’è uno schermo, indossiamo gli occhialini per il 3D che ci vengono consegnati dalla “tipa” e pochi istanti dopo appaiono le immagini tanto attese.

Francamente, sarà che oramai Antonella ed io siamo piuttosto avvezzi ad ogni genere di 3D, 4D, ecc… questa parte dell’esperienza ci lascia un po’ vuoti. Vedo però che le altre persone che sono con noi sono piuttosto interessate e stupite. Questo conferma la mia ipotesi. Evidentemente siamo troppo abituati ad attrazioni di questo tipo per meravigliarci o provare un particolare interesse.

Il filmato dura pochi minuti. Finisce per mostrare sullo schermo la “crepa temporale” che ricorda, per forma ed effetti, quelle viste più volte nella serie televisiva. La proiezione si trasforma in qualcosa di più tangibile. Ecco cos’era quella strana macchia che fin dall’inizio mi stava dando fastidio. Corrispondeva perfettamente al punto di giunzione tra le due parti dello schermo che in quel punto, perfettamente a registro con l’immagine della fessura temporale proiettata, si apre, separando a metà quello che fino a qualche istante prima era un mero schermo. Le due parti scorrono una destra e l’altra a sinistra mostrando lentamente la sala successiva dove siamo invitati ad entrare.

Doctor Who Experience - Cardiff Bay - Riproduzione dell'undicesimo dottore - interpretato da Matt Smith
Doctor Who Experience – Cardiff Bay – Riproduzione dell’undicesimo dottore – interpretato da Matt Smith

In questo nuovo ambiente troviamo numerosi oggetti e scenografie che ci portano alla memoria diversi episodi della serie. Anche qui comincia un “teatrino” di effetti programmati. Da una parte abbiamo il dottore che parla, nell’undicesima versione interpretato da Matt Smith, dall’altra abbiamo delle aree che si illuminano, schermi che proiettano tunnel spaziali ed effetti vari. Poi, su un lato della stanza compare “magicamente” la cabina blu del Dottore da cui si spalanca un’ampia porta lignea che ci mostra un nuovo percorso da seguire.

Il gruppo eterogeneo di appassionati umani del Dottore oltrepassa la cabina telefonica. Un piccolo corridoio ci separa da un altro ambiente nel quale troviamo una sala che dovrebbe più o meno rappresentare il Tardis. Comandi vari, luci, aggeggi inseriti qua e là. Mi ricorda immediatamente una delle attrazioni presenti al Disney Studios di Eurodisney a Parigi: l’Armageddon Special Effects. Stessa struttura circolare, stessa disposizione del pubblico e stesse aspettative. Nel caso dell’attrazione parigina, veniva riprodotta la MIR che compare nel film Armageddon, bombardata da meteoriti, qui invece siamo nel Tardis in balia degli eventi temporali. Comincia la sequenza del programma che ha lo scopo di mettere il pubblico ai comandi del Tardis nel corso di una simulazione di viaggio coadiuvata dalla presenza su uno schermo del nostro Dottore. Nulla di speciale. Qualche piccolo scossone, un po’ di fumo, luci, rumori. Tutto apparentemente gestito dai vari visitatori intervenendo ognuno su delle consolle di comando munite di joystick. Una mera illusione che qualcuno, tra il pubblico, ha anche apprezzato…

Finisce la “giostra” e si apre un’altra porta che mostra l’ennesimo corridoio che porta ad un’ennesima sala. Mi auguro vivamente che sia l’ultima. Qui è stato riprodotto l’interno di un’astronave. Su un lato ci sono dei grossi oblò che mostrano lo spazio stellare. Dalla parte opposta compare un Dalek, piuttosto lento e petulante. “Noi siamo i Dalek, voi siete gli umani, sarete sterminati, noi Dalek, umani, sterm…, Dal…, uman, ecc..,”. Come se non bastasse ne arriva un secondo e poi un terzo. Tutti e tre insieme “ci avrebbero circondati” e continuando la loro nenia, ci sfracassato i cosiddetti per qualche minuto facendo avanti e indietro, scuotendo il loro cannoncino a proboscide in modo quasi imbarazzante ed equivoco.

Ovviamente in tutto questo contesto il Dottore continuava a comparire e scomparire dagli schermi cercando di tranquillizzarci. Come se fosse necessario…

Finisce questo delirante siparietto e si apre un’altra porta che ci conduce in una sala buia, piena di “angeli piangenti”. Il percorso che ci viene mostrato passa nel bel mezzo di quest’area in penombra. Suoni e luci soffuse creano una certa atmosfera e i vari angeli piangenti contribuiscono a rendere il tutto piuttosto inquietante. Mi sarei aspettato qualche attore travestito da angelo piangente che si avvicinasse a noi ma niente di tutto ciò; semplici manichini, fermi. Percorriamo questa sala e, FINALMENTE arriviamo alla fine della parte “interattiva” della Experience. A questo punto comincia la parte “mostra”, dove sono esposti oggetti e scenografie originali della serie. Era qui che volevo arrivare!

Eccoci giunti in una grande sala. Il “lunapark” si è concluso e adesso, con tutta calma, senza dover per forza seguire i dettami di una liturgia poco convincente, ovviamente per chi vi scrive, possiamo indugiare e soffermarci quanto vogliamo su ogni oggetto e costume di scena.

La prima cosa che possiamo ammirare in questa sala sono i costumi di tutti i dottori, dal primo all’undicesimo, disposti su manichini attorno ad una cabina/Tardis. Nella sala sono presenti, inoltre, le scenografie di ben tre tardis, presi da epoche differenti della serie, altri costumi di scena, diversi cacciavite sonici disposti in una teca, qualche strumento usato dal dottore per risolvere situazioni impossibili e paradossali e un set dove fare una bella foto su chroma key scegliendo alcune immagini di sfondo “a catalogo” su cui cimentarsi come protagonisti in un’improbabile posa di scena.

Da questa sala è possibile accedere ad un piano superiore dove è stato allestito il resto della mostra. Saliamo le scale e troviamo ad accoglierci un paio di “silenti”, messi in posa al centro di una bella scenografia. Intorno a loro sono disposti numerosi alieni comparsi nel corso di questi 50 anni nella saga. Dagli odiosi e sempre presenti Dalek ai Cyberman in varie versioni fino ad arrivare alla Testa di Boe e ai numerosi altri esseri, tutti ben collocati e ammirabili. Peccato che le sale siano piuttosto buie e che non sia ammesso usare i flash. Sparo un po’ gli ISO della mia fotocamera per cercare di catturare tutta la luce possibile. Scatto foto a prescindere. Qualcosa succederà.

Continuiamo la nostra visita. Dalle razze aliene passiamo ad altri costumi di scena, a qualche scenografia e ai modellini utilizzati per le fasi di progettazione dei set. Bozzetti, disegni (meravigliosi) e qualche calco utilizzato per realizzare le maschere in lattice di alcuni alieni.

Se tutta la Doctor Who Experience fosse stata incentrata sulla parte “memorabilia” anziché sviluppare, a mio avviso, la noiosa e “poco attraente attrazione a tema”, sarebbe stato sicuramente tutto più interessante.

Considerando che la serie ha 50 anni, mi aspettavo di trovare molti più oggetti di scena, costumi ed altro materiale proveniente dall’universo del Dottore. Non che sia rimasto deluso, diciamo che la seconda parte della visita compensa quella più debole a cui siamo stati sottoposti all’inizio, nostro malgrado. La parte della Experience dovrebbe essere più curata ed emozionante. Oramai, non solo Antonella ed io ma gran parte dei fruitori dei parchi a tema in generale, è abituato ad attrazioni di gran lunga più coinvolgenti. Il teatrino con le luci, il cinema 3D e qualche animatronics è oramai roba passata. Considerando che questa struttura è stata inaugurata nel 2012, la cosa ci ha lasciati un po’ perplessi soprattutto perché è firmata BBC e non “Cincirinella”.

Doctor Who Experience - La struttura vista dalla baia
Doctor Who Experience – La struttura vista dalla baia

Fine della mostra. Il percorso ci conduce all’immancabile shop dove si trova un po’ di tutto. Anche qui… quel “un po’ di tutto” non è poi così “tutto”. Ci sono tanti oggetti ma molti di questi, forse un buon 90%, sono prodotti estremamente commerciali, molti dei quali li abbiamo ritrovati in altri negozi di giocattoli o dedicati alla fantascienza. Nulla di particolarmente interessante o pensato per i collezionisti in cerca di oggetti a tiratura limitata e non robetta in plastica che riporta il simbolino +3 che indica l’età dell’utente da cui il prodotto può essere utilizzato.

Alla fine sono uscito con un modellino di un Dalek… che tristezza, una t-shirt e un cacciavite sonico che ho regalato al mio amico d’infanzia di cui ho parlato all’inizio di questo articolo.

Fine della Doctor Who Experience. Antonella ed io usciamo dalla grossa struttura blu e ripercorriamo la strada a ritroso fino a quella che abbiamo ribattezzato come la “piazza di Torchwood”. Troviamo un ristorantino italiano. Mangiamo qualcosa e torniamo, sempre a piedi, a Cardiff. Abbiamo ancora qualche ora di tempo prima che parta il nostro treno per tornare a Londra. Ne approfittiamo per girare la capitale del Galles. Fantastica. Meriterebbe vederla con più calma in un’altra occasione.  Modernità e antichità fuse in modo unico e coinvolgente. Antichi pub gallesi circondati da costruzioni in acciaio e vetro. Piccoli edifici storici che vengono incorniciati dall’enorme e nuovissimo stadio di calcio da 26.500 posti a sedere. Tanti negozi, gente… tutto molto bello.

Giornata intensa, faticosa ma appagante, all’insegna del Dottore e di Torchwood, entrambe storie che raccontano di viaggi nel tempo e mondi lontani. Di paladini della giustizia e detentori di verità assolute. Di grandi battaglie tra il bene e il male e dell’eterna lotta tra chi detiene la conoscenza e coloro che vivono ignorando.

Buon 50° compleanno Doctor Who!

Link di approfondimento e crediti:

Tutte le foto, fatta eccezione per le prime due immagini (Doctor Who e Torchwood) sono state realizzate da Stefano Saldarelli durante la visita a Cardiff e Cardiff Bay – Giugno 2013

Il Signore degli Anelli… parliamo di fedi nuziali

Nella lista delle cose da procurare per un matrimonio ci sono indubbiamente le fedi nuziali. Quali scegliere? E’ facile perdere la testa tra le infinite proposte offerte dal mercato.

La fede classica non rientrava nei nostri obiettivi e facendo appello ai miei oramai remoti studi in oreficeria ho deciso di progettarle personalmente. Realizzare il disegno non mi creava particolari problemi ma chi avrebbe poi sviluppato materialmente le fedi? Diciamo che sono stato particolarmente avvantaggiato poiché ho dei carissimi amici che hanno frequentato come me l’Istituto d’Arte di Firenze.

Lorenzo, Mario e Alberto hanno un laboratorio orafo a Firenze che prende il nome di EXTRO “Diversamente preziosi”. Hanno un’esperienza pluriennale nel settore e riescono a coniugare magistralmente l’arte orafa con le moderne tecnologie cad-cam. Frequentare la EXTRO è senza dubbio un’esperienza unica. Il laboratorio è situato all’interno della Casa dell’Orafo vicino al Ponte Vecchio. Un ambiente all’interno del quale si vive l’atmosfera della vecchia bottega dei maestri orafi. E’ grazie al loro impegno e professionalità che Antonella ed io abbiamo potuto concretizzare qualcosa di molto personale per le nostre nozze.

Partiamo dalla genesi dell’idea. Eravamo d’accordo entrambi che dovevamo personalizzare le nostre fedi e che non dovevano essere due anelli uguali. Ma come sviluppare l’idea? In pratica, la lettera “A” di Antonella è finita sul mio anello e la “S” di Stefano su quello di Antonella.

Carta, penna e via, comincio a schizzare qualche idea in modo da poterne discutere con Antonella. Il risultato non è stato immediato. Ho realizzato diverse prove. Il disegno del mio anello è stato quello più complicato poiché la lettera “A” maiuscola ha diversi elementi da stilizzare. Alla fine questo è il risultato che ho prodotto per il mio anello:

Schizzo per anello nuziale di Stefano
Schizzo per anello nuziale di Stefano

e questo per Antonella. Lei desiderava una fede piuttosto piccola, portabile e comoda. Inoltre, la lettera “S” è indubbiamente più semplice da gestire per realizzare un anello. La sua sinuosità avvolge in modo naturale la circonferenza del dito.

Schizzo per fede nuziale Antonella
Schizzo per fede nuziale Antonella

Da questi scarabocchi sono passato a rimettere “a pulito” il lavoro su CorelDraw. In questo modo ho potuto definire meglio le proporzioni e rendere il tutto molto più comprensibile.

Fedi di Stefano e Antonella realizzate su CorelDraw X6
Fedi di Stefano e Antonella realizzate su CorelDraw X6

A questo punto Antonella ed io eravamo soddisfatti. Ora potevamo consultarci con i nostri amici della Extro di Firenze per avere suggerimenti tecnici e mettere in produzione le fedi.

La fase successiva è stata quella di realizzare due modelli 3D tramite il software Rhinoceros. A questo ci ha pensato Mario che è l’esperto della Extro nell’utilizzare questo programma.

Il risultato ottenuto è quello che vedete qui sotto:

Le nostri fedi. Modellazioni 3D realizzate col software Rhinoceros da Mario Acuti - Extro snc Firenze
Le nostri fedi. Modellazioni 3D realizzate col software Rhinoceros da Mario Acuti – Extro snc Firenze

Ed in fine, dopo numerosi passaggi siamo arrivati a questo risultato. Sabato 15 giugno, Antonella ed io potremmo scambiarci le nostre fedi nuziali:

Fedi nuziali di Antonella e Stefano - 15 giugno 2013
Fedi nuziali di Antonella e Stefano – 15 giugno 2013

 

Per contattare il laboratorio Extro snc:

  • Extro SncVicolo Marzio 2 – 50122 Firenze (FI) – Tel: 055 210240