Droni – La t-shirt Alien Drone

Teschi, teschi dappertutto. Sulle borse, magliette, cover per telefoni e tablet, teschi ovunque.

Anche nel settore dei droni.

Il classico teschio pirata è comparso tra i SAPR, anche se caratterizzato dai quattro bracci del quadricottero anziché avere le due tibie incrociate, più fedeli al classico disegno del teschio pirata che tutti abbiamo in mente.

Allora?

Allora vediamo se si può fare qualcosa di diverso, pur sempre intrigante, enigmatico, misterioso, affascinante… o forse anche di più, dato che non dovrebbe essere il solito teschio visto e rivisto che oramai è inflazionato e che ha perso tutto il suo fascino.

Quindi che si fa?

Mah, intanto cominciamo a disegnare. Riparto dal mio drone quadricottero, quello che avevo già realizzato tempo fa per altre grafiche. Inspessisco alcuni elementi, aggiungo qualche particolare e al centro, al posto del solito teschio, ci inserisco il volto di un alieno che nasce dalle geometrie con cui ho realizzato il resto del disegno. Elementi paralleli, cerchi concentrici, incroci, sovrapposizioni, ed ecco che balza fuori il volto dell’alieno.

alien drone pittogramma

Testa ovoidale, mento allungato e sfuggente, grandi occhi, è lui, proprio quello che ho visto quella nott…

…lasciamo perdere.

Mi piace. Ora ho il mio alieno. Manca ancora qualcosa.

Beh… intanto diamogli un nome. Qualcosa di semplice, diretto, chiaro, inconfondibile: “ALIEN DRONE”.

Boia dé che fantasia.

E lo so ma è un nome che tutti possono ricordare.

Va beh ma facciamo di più…

Uff… sei sempre così pedante? Allora… le eliche ci sono, la testa dell’alieno pure, la dicitura Alien Drone l’abbiamo messa, cosa manca? Ah! Sì, intanto la “I” di ALIEN la caratterizziamo un po’. Ci metto al suo posto un’elica.

Ottimo. Poi?

Parlo con il mio amico Daniele, quello che stampa materialmente le mie grafiche sulle magliette. Ha un laboratorio artigiano a Lucca dove realizza prodotti promozionali, stampe, gadget, e tanto altro. BusinessOpen è il nome della sua attività. Parlo con lui, gli chiedo se ha qualcosa da consigliarmi per rendere ancor più intrigante la mia grafica.

Mi guarda, sorride e poi esclama: “Questo!” indicandomi un rotolo di materiale che a prima vista mi pareva un vinile adesivo comunissimo. Poi mi spiega che è una pellicola termosaldabile sensibile alla luce. Si carica di luce e la rilascia col buio; insomma è luminescente.

Figo! E’ quello che ci vuole per caratterizzare il mio alieno.

Stampiamo tutta la grafica in serigrafia e gli occhi dell’alieno, solo quelli, li realizziamo con questo materiale, almeno al buio si vedono gli occhioni illuminati, proprio come quelli dell’alieno che vidi quella nott…

Azz… ci sono ricascato.

Ma su quale maglietta realizziamo il tutto?

Sempre su consiglio di Daniele ci orientiamo verso una t-shirt JRC nera con effetto fiammato, insomma, con quello che i modaioli definiscono slubby. E’ un tipo di maglietta molto attuale, con vestibilità fashion, collo ampio, colletto basso, ottimo cotone, ecc, ecc.

Ecco il risultato alla luce.

Alien Drone - t-shirted ecco il risultato al buio:

Alien Drone - t-shirt al buio

Fatto! Ecco una nuova creazione, direttamente dalla fucina del creativo, che poi sono io, sotto “l’intrigante” nome di ACHROM. Come ogni eroe mascherato anche io ho il mio alias… Poi non guardare che faccio il grafico ma, sai com’è, già faccio un mestiere che viene identificato col nome di un qualcosa che a poco o nulla a che fare col mestiere stesso, fammi almeno un po’ giocare…

Dai che hai capito… l’orafo fa il gioiello, il mestiere non si chiama “gioiello”, il muratore non si chiama “mattone” o “calce”; il medico o dottore non si chiama “brufolo” o “appendicite”; insomma, io faccio il grafico e nella mia oramai quasi ventennale carriera avrò probabilmente disegnato uno o due grafici al massimo ma sono comunque un grafico.

E’ dura la vita caro mio lettore o lettrice.

Via, approfitto per ricordarti, dopo questo ultimo delirante passaggio, che la mia passione per i droni mi ha portato a realizzare una pagina Facebook nella quale posto quotidianamente la rassegna stampa che raccolgo dalla rete, ovviamente per quello che concerne l’argomento SAPR. Ti invito ad andare a visitare DRONE e a cliccare Mi Piace per restare aggiornato.

Su questo blog trovi la categoria DRONI E DRONISTI all’interno della quale ho postato diversi articoli sull’argomento.

Se questo post ti è piaciuto ti invito a condividerlo col mondo! Mille grazie e alla prossima.

PS: se vuoi comprare questa t-shirt, vai sul mio sito web nell’area Drone For Fun dove troverai questa ed altre grafiche.

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Droni – Nella Zona Franca nessuno può sentirti urlare – T-shirt Dronevolution

Dronevolution

La passione per i droni riassunta in quattro fasi evolutive riprodotte su una t-shirt.

01 Gestation - Dronevolution(GESTATION) La Gestazione: è il momento in cui la scintilla si accende nella tua mente, scatta l’idea anche se ancora è in una fase gestazionale. Da fuori appare solo come un involucro, un guscio, un “semplice uovo” ma che nasconde all’interno molto di più. Sai che sei interessato ai droni, non sai perché, boh! Forse sono solo “ganzi”; ancora non hai capito bene cosa sono, cosa ci puoi fare e soprattutto… ma di che idea stiamo parlando?


 

02 Jump Out - Dronevolution(JUMP OUT) Balza fuori: è la fase in cui capisci che l’idea c’è ed è interessante ma occorre perfezionarla. Tenti di reprimerla ma lei torna sempre alla mente, balza fuori continuamente. Capisci che devi realizzare un sogno, non puoi mentire a te stesso, è il momento in cui devi passare alla fase successiva.


 

03 Embryonic Stage - Dronevolution(EMBRYONIC STAGE) Stadio embrionico: sta prendendo forma, ti ha avviluppato in pieno e non ti molla, adesso devi FARE qualcosa altrimenti non hai pace. Devi concretizzare un progetto, senti di essere sulla strada giusta; sei quasi allo stadio finale dell’evoluzione, ti manca davvero poco…


 

04 Symbiosis - Dronevolution(SYMBIOSIS) Simbiosi: è giunto il momento, sei una cosa sola col tuo drone. Non c’è altro, niente che possa separarvi. Lo senti, avverti ogni vibrazione. Adesso gestisci gli stick del tuo radiocomando senza neanche pensarci. Istinto puro, collegamento mentale, potresti governarlo col pensiero. Il processo è completato, hai attraversato tutte le fasi della…

DRONEVOLUTION

T-shirt Dronevolution
Nella Zona Franca nessuno può sentirti urlare…

 

Da grafico e appassionato di fantascienza ho celebrato a modo mio uno dei film cult del genere attraverso la realizzazione di una grafica per una t-shirt che reinterpreta  le fasi evolutive del famoso Alieno del cinema. Agli ingredienti “alieni” di base vi ho aggiunto “un pizzico di dronite”.

Parafrasando la celebre frase che accompagnava il film Alien, il claim di questa t-shirt potrebbe essere: “Nella Zona Franca nessuno può sentirti urlare”. Anche perché i droni saranno sempre più reattivi e veloci e se l’area da delimitare come zona franca deve essere proporzionalmente ampliata per poter operare col proprio SAPR in sicurezza, beh… alla fine sarai così distante dalla prima persona con cui potresti avere a che fare che anche se urlerai, nessuno potrà sentirti…

Questa è proprio da “dronisti” e “nerds”.

La grafica che ho realizzato è stampata ad un colore con la tecnica della serigrafia su una maglietta della JRC realizzata con un tessuto 100% cotone pettinato Slubby; che poi ‘sto slubby sarebbe l’effetto fiammato. Mi piaceva questo modello perché è molto attuale, ha un colletto basso e ampio. Il risvolto sulla manica è cucito in 4 punti e nel suo insieme questa t-shirt  colpisce subito per lo stile moderno e per la qualità del prodotto.

dronevolution logo

Ho vissuto personalmente tutti gli step descritti nella grafica della mia maglietta. Era il lontano 2012 quando il primo stadio dell’evoluzione cominciò a germinare nella mia mente.

Oggi mi occupo di droni, o SAPR per i più avvezzi, in modo “teorico”; non ho più il mio drone da quando ENAC ha deciso di fare le cose in grande. Vedremo in seguito se acquistarne un altro ma solo se la normativa permetterà di operare in modo più agevole. Detto ciò, attualmente, mi trovo ad una “fase 5” della Dronevolution, non compresa in questa t-shirt ma palesata in un’altra che ho chiamato MI GIRANO e di cui tratto in un altro post, anche se già il titolo che le ho dato potrà darvi un’idea di come sia caratterizzata la “fase 5”.

Potrei definirla “Separazione”, una condizione “paragonabile” a quella che puoi provare quando il tuo partner ti dice: “è finita ma possiamo restare amici”… bella fregatura!

Dato che sono abituato ad avere una visione delle cose da “bicchiere mezzo pieno”, ho preso la mia passione per i droni, vi ho aggiunto il mio lato creativo e ho realizzato accessori di design pensati per chi opera con gli aeromobili a pilotaggio remoto.

Un modo “mio” per vivere il contesto SAPR da grafico.

Teorizzando sulla questione droni mi sono aperto una pagina Facebook dedicata all’argomento che non poteva che chiamarsi DRONE, all’interno della quale puoi trovarci la rassegna stampa quotidiana dedicata al comparto UAV, UAS, SAPR, RPAS, ecc. Ti invito a visitarla e a cliccare Mi Piace per seguirla.

Tutte le T-shirt DRONE le puoi trovare sul mio sito web, area SHOP “Drone for Fun”, cliccando qui.

Sull’argomento droni ho scritto diversi articoli che puoi trovare su questo blog nella categoria DRONI E DRONISTI.

Grazie per la tua visita sul mio blog. Se questa t-shirt ti è piaciuta, condividila sulla tua pagina Facebook.

Oh!… Non ti ho mica detto di comprarla, ma almeno condividila 🙂

Ender’s Games – interessante ma non indimenticabile, da vedere ma anche no. Primo post: “emozionale”.

Vuoi la ricetta per preparare un buon Ender’s Games?

Eccola:

  1. Prendi una manciata di Wargames – Giochi di guerra – del 1983.
  2. Aggiungi una bella tazza di Starship Troopers – Fanteria dello spazio – del 1997.
  3. Mescoli bene, aggiungendo delicatamente un pizzico di A.I. – Intelligenza artificiale – del 2001.
  4. Quando tutto sta montando ci gratti un po’ di Kobayashi Maru preso da uno Star Trek d’annata. Nel caso non fosse disponibile quello più stagionato lo puoi prendere più fresco dal penultimo Star Trek di J.J. Abrams.
  5. Quando il preparato è ben coeso versi il tutto in un recipiente capiente e aggiungi , q.b., dell’ottimo 2001 Odissea nello spazio, giusto perché va sempre usato in questi casi.
  6. Prendi una scorza di Minority Report del 2002 e mettila a bagnomaria. Poi il succo lo versi nel recipiente insieme agli altri ingredienti.
  7. L’aggiunta di un Tron Legacy del 2010 non ci starebbe male, secondo i gusti ovviamente, c’è a chi piace e ce lo mette.
  8. Indispensabile è del succo, ben spremuto e filtrato, di Indipendence day del 1996.
  9. Per finire, versa un bicchiere del buon, irrinunciabile Alien del 1979. E’ importante quest’ultimo ingrediente per dare al tutto quel particolare aroma Gigeriano.
Il gioco da tavolo Simon degli anni '80
Il gioco da tavolo Simon degli anni ’80

Ah! Dimenticavo… per fare le cose veramente bene dovrai usare un elettrodomestico indispensabile, anche se un po’ datato. Un bel Simon degli anni ’80. Se non altro ti divertirai a giocare con i colori.

L’Ender’s Games è pronto, buona visione.

Questo per commentare il film senza far danno con spoiler vari. So che chi non l’ha visto mi darà di matto ma sono qui, a disposizione, per offrirvi la mia consulenza di “Master Chef” della fantacelluloide.

Non ho scritto a caso questa “ricetta”, ogni ingrediente corrisponde ad una o più scene, citazioni, omaggi… presenti nel film. Per come la vedo io Ender’s Games è un film che non lascerà un gran segno nell’immaginario collettivo,  soprattutto tra i cinefili amanti della fantascienza, però si è dato da fare per essere ricordato.

Ender's Games
Ender’s Games

Sì, lo so, Ender’s Games è tratto da un libro che ha pure vinto dei premi. E allora? Non è detto che se una storia viene presa da un libro sia assolutamente un capolavoro nella trasposizione cinematografica.

Va comunque spezzata una lancia in favore di Ender’s Games. Dopo aver visto Gravity di Alfonso Cuarón, come ho scritto nel mio post dedicato a questo film, credo che sia molto difficile poter sorprendere cercando di riprodurre l’effetto dell’assenza di gravità in modo assolutamente perfetto e credibile come è riuscito a fare il regista messicano. Detto ciò, chi si cimenta in questa esperienza visiva ha l’obbligo di confrontarsi con Gravity. Dato che però i due film sono praticamente “coetanei”, posso abbonare ad Ender’s Games qualche “sporcatura” presente nelle scene in cui ci vengono mostrati gli effetti dell’assenza di gravità, soprattutto a bordo degli shuttle che partono dalla Terra verso la stazione spaziale e viceversa.

Sfuggono al controllo le guance di Harrison Ford che subiscono gli effetti della normale gravità presente in qualsiasi set cinematografico. Sfuggono al controllo del regista anche gli effetti delle accelerazioni al decollo che dovrebbero essere impresse sui passeggeri degli shuttle in modo assolutamente più evidente.

Se scegli di far decollare una navetta come un “normale” razzo attualmente in uso alla NASA si presume che gli effetti dell’accelerazione all’interno delle navette dovrebbero essere paragonabili a quelli che gli astronauti provano ad ogni decollo. Si parla di diversi G che in Ender’s Games non sono paragonabili neppure agli effetti di accelerazione di una Fiat 500 durante un sorpasso in una zona a traffico limitato. E’ ancor più “grave” se giri diversi minuti di scene all’interno di queste navette. Non te la puoi cavare mostrando i postumi dell’esperienza “post accelerazione” utilizzando l’espediente del giovane passeggero che fa seguire al conato di vomito il risultato fisiologico più ovvio. Bastava non scegliere come mezzo di trasporto uno shuttle simile a quelli veri ma affidarsi alle più evolute tecnologie che i film di fantascienza ci hanno abituato ad ammirare. Grazie a queste, possiamo vedere sfrecciare sul grande schermo mezzi spaziali a propulsione “indefinita”, dalle forme più disparate e che decollano e viaggiano con la leggerezza di una libellula, in barba a tutti i principi di fisica/aerodinamica. Quindi, se stilisticamente ti piace lo shuttle come mezzo di collegamento tra la Terra e la stazione spaziale mi va bene ma non puoi mostrarci i passeggeri immuni da vibrazioni, come gli spettatori al cinema che assistono al film.

Solo se usi navette a propulsioni fantaqualcosa e dal design ipergalattico allora puoi permetterti di fare quello che vuoi.

Altre due cosette sulle quali mi devo assolutamente sfogare.

  1. Non si può far atterrare uno shuttle come è partito. Se parti da una rampa di lancio, NON PUOI ATTERRARE SU UNA RAMPA DI LANCIO! Uffa!
  2. Non puoi creare due ambienti, uno a gravità zero e l’altro con gravità, facendo un madornale errore: inquadratura esterna dello scafo della stazione spaziale. E’ evidente che la stazione è caratterizzata da due macro moduli a sezioni separate, pur collegate tra loro. Praticamente una parte ruota, in cui è presente  la gravità, dove si trovano gli alloggi, le aree didattiche, i corridoi, ecc. L’altra parte non ruota, dove è situata l’area di gioco, caratterizzata appunto da gravità zero. Perché ci fai vedere i giocatori che si recano fin sull’orlo della porta di accesso all’area di gioco, che fino a quel punto risentono della gravità, e un metro dopo, dentro il campo di gioco, sono a gravità zero e… e…. e non ci mostri l’effetto tra la sezione che ruota sull’altra che è ferma dall’interno della stazione? Ma come si fa?

Perdonate lo sfogo.

Per chi fosse interessato a conoscere qualche segreto di Ender’s Games celato dietro la macchina da presa ho realizzato un secondo post, più tecnico, dedicato al film: Ender’s Games – Secondo post: “tecnico”

Crediti:

Bionica. Quando la scienza incontra la fantascienza e la tecnologia è davvero al servizio dell’uomo.

Cyber macchine, Terminator, Robocop, L’uomo da sei milioni di dollari, La donna bionica, Alien, Avatar, Elysium… La fantascienza ci ha abituati a strepitose trovate ingegneristiche applicate all’uomo per potenziare o sostituire arti o funzioni specifiche del corpo umano.

Terminator - The Sarah Connor Chronicles
Terminator – The Sarah Connor Chronicles

Da qualche anno, con la progressiva miniaturizzazione dei chip e l’avvento delle nanotecnologie, la bionica è progredita a ritmi esponenziali, offrendo al nostro corpo possibilità che fino ad ora erano solo immaginabili.

Il concetto di bionica non va confuso, per esempio, con la mera realizzazione di un arto artificiale, se pur tecnologicamente avanzato nella forma, nella funzione e nei materiali. Gli arti artificiali possono non essere muniti di parti elettroniche e queste, anche se appartengono già all’universo della bionica, non sempre sono coadiuvate da sistemi di controllo collegati direttamente al sistema nervoso e/o sensori evoluti. In altre parole, senza voler fare l’Alberto Angela della situazione, anche perché non ne sarei capace, la bionica è una scienza interdisciplinare strettamente collegata alla bioingegneria e alla cibernetica e ad altre branche della scienza che richiedono molte competenze riunite attorno ad un progetto, teso a risolvere problemi direttamente connessi ad uno dei 5 o più sensi dell’uomo.

Lo studio dei robot è uno dei vari ambiti in cui opera la bionica ed è forse quello che a noi “comuni mortali” risalta più evidente, anche grazie al pedissequo lavoro perpetuato negli anni dalla letteratura e dal cinema di fantascienza su questo specifico argomento. Asimov è stato uno dei precursori della scienza robotica, almeno in ambito letterario. E’ stato colui che ha addirittura concepito le prime “leggi” che avrebbero dovuto regolamentare il comportamento dei robot impiegati quotidianamente nel compito di servire gli umani.

Fantascienza a parte, da qualche tempo abbiamo cominciato a vedere l’impiego reale della bionica in ambiti pratici e apprezzabili ovviamente da chi, suo malgrado, può beneficiare dei risultati ottenibili attraverso la bionica per compensare deficit motori o addirittura la mancanza di arti.

In questi giorni mi sono balzate all’occhio un paio di notizie simili tra loro ma entrambe interessanti e incoraggianti, sotto il profilo dei risultati e della ricerca che sta dando risultati tangibili.

La prima notizia arriva dal Giappone, nazione all’avanguardia in vari campi della bionica e in particolare in quelli della robotica e dell’ingegneria elettronica. Si tratta, in termini un po’ riduttivi, di un “calzare servo assistito”. E’ uno stivaletto motorizzato contenitivo munito di motori elettrici e sensori di movimento. E’ prevalentemente destinato in ambito riabilitativo per migliorare la deambulazione o assistere la camminata in persone che hanno subito incidenti, ictus o altri impedimenti. Questo avanzato ausilio, progettato e realizzato dalla Yaskawa Electric, azienda leader nella robotica industriale, prende il nome di AWAD, acronimo di Ankle Walking Assist Device e sarà disponibile al pubblico dal 2015.

esoscheletro bionico
esoscheletro bionico

La seconda notizia che arriva dal mondo della bionica giunge dagli USA, dal RIC, Rehabilitation Institute of Chicago presso il quale è stata sviluppata addirittura un’intera gamba artificiale direttamente interconnessa con i nervi, stimolata dal sistema nervoso del giovane paziente a cui è stata impiantata. Qui si parla di un vero e proprio arto bionico a tutti gli effetti.  Il know-how del team di ricerca ha permesso di raggiungere livelli davvero incredibili, apprezzabili da tutti in questo video in cui si vede Zac Vawter, il giovane che si è prestato a questo test, uno dei tanti che porteranno alla realizzazione della versione definitiva dell’arto artificiale.

In questa continua ricerca nel tentativo di migliorare la vita dell’uomo e la qualità stessa della vita, soprattutto per le persone che hanno avuto dei problemi, mi preme segnalare anche questo video che ho potuto apprezzare qualche tempo fa ma che rientra perfettamente nell’argomento trattato. Parliamo sempre di arti bionici ma in questo caso della mano.

Nigel Ackland, 53 anni dichiara in questo filmato che finalmente può allacciarsi da solo le fibbie delle scarpe. Privato di una mano, oggi, grazie a questo ausilio bionico, può svolgere le più comuni funzioni che quotidianamente rendono davvero indispensabili l’uso di entrambe le mani, tra cui, appunto, allacciarsi le scarpe. Questo arto riesce a trasmettere la sensibilità della presa e a conferire dei movimenti direi piuttosto naturali, almeno da quanto si evince vedendo il filmato. L’arto è stato realizzato dalla RSL Steeper e il progetto di sviluppo di questo arto bionico è stato battezzato BeBionic3.

Siamo all’inizio di una svolta epocale nel campo della bionica. Molte altre ricerche sono attualmente in corso d’opera e molte altre saranno al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica nel corso dei prossimi anni.

Probabilmente, tra non molto, dovremmo rispolverare le tre leggi della robotica di Asimov…

Link, approfondimenti e crediti:

Elysium di Neill Blomkamp – Pura esperienza visiva ma non tutto mi convince

Desidero trattare l’argomento Elysium nel modo che mi appassiona di più, soffermandomi sui dettagli, le scenografie e le ambientazioni. Elementi che a parer mio spesso in un film riescono a mascherare pennellate narrative meno riuscite…

ELYSIUM poster
ELYSIUM poster

ELYSIUM, luogo destinato ad un idilliaco esilio ma anche ultima dimora delle anime di coloro che sono stati prescelti dagli dei. Detto anche Eliseo o Campi Elisi. Il titolo del film fa riferimento a questi ingredienti evocando attorno a sé, e all’omonima, enorme stazione spaziale orbitante, scenari ancestrali. Elysium ospita facoltosi umani lì rifugiatisi da oltre sessant’anni per sfuggire alla fame e alle sofferenze che dilagano sulla Terra a seguito dello viluppo demografico e la conseguente riduzione delle risorse del nostro pianeta. Elysium è una sorta di terra promessa ma destinata solo a chi può permetterselo. Questa premessa riassume gli elementi su cui ruota la storia, sceneggiata e diretta da Neill Blomkamp, reduce dal successo del 2009 con il film District 9.

Chi segue la mia rubrica “InCinema alla Classifica” sa che non amo fare troppi commenti in merito agli aspetti narrativi e alla sceneggiatura di un film. Posso solo dire che le scelte estetiche adottate da Neill Blomkamp ripagano ampiamente alcune trovate del regista che non ho gradito moltissimo. Preferisco quindi dirottare le mie energie su ciò che mi piace trattare.

ELYSIUM - logo
ELYSIUM – logo

Il logo del film: ELYSIUM è caratterizzato da una font che ha un forte richiamo al carattere grafico che era possibile ottenere, nell’era pre-digitale, con un normografo usato per realizzare brevi testi, didascalie, titoli in ambito tecnico. Linee pure, semplici, prive di spessore, essenziali. Questa scelta minimal esprime pulizia ma anche freddezza, rigidità e rigore geometrico. Tutti elementi che ben rappresentano la società “sterile” che si è sviluppata a bordo di Elysium.

La font del logo la ritroviamo anche nei titoli del film ma questa volta la scelta dei creativi si spinge oltre. E’ simile ma non uguale. La ricerca di originalità di un logo impone qualche eccezione rispetto alla realizzazione di un’eventuale font che ne deriva. Per scrivere i nomi del cast, produttori, ecc… è stato effettuato un ulteriore esercizio di sintesi che ha portato a stilizzare la lettera “E”, rispetto a quella che compare nel logo ELYSIUM. Viene privata dell’asta verticale lasciando visibili solo le tre linee rette parallele che costituiscono le aste orizzontali della lettera.

Elysium - font titoli
Elysium – font titoli

Il concept di questa font è simile a quello che ritroviamo in altri film di fantascienza. E’ quasi un cliché che è in grado di dipingere futuri “immaginifici” e che si auto alimenta ad ogni uscita di un film di questo genere. E’ come se ci fosse un filo conduttore, un silente accordo tra registi, grafici e creativi. Tutto unito da un sottile legame invisibile volto a classificare il film come “di fantascienza, di futuro, di spazio”. Di sicuro utilizzando una font “Comic Sans” il risultato non sarebbe lo stesso.

Ecco alcuni esempi di loghi, simili tra loro, che evocano immediatamente lo spazio, il silenzio, il vuoto. Nel cinema anche questo si chiama fantascienza.

In OBLIVION,  di Joseph Kosinski, la font, assume ancor di più la caratteristica del testo realizzato con un normografo o stencil. Il tratto in alcuni casi viene interrotto come accade utilizzando una maschera stencil.

In Gravity, di Alfonso Quaròn, la font, pur minimal e pulita, è più “standard” ma mantiene le caratteristiche delle precedenti, tra cui lo spazio tra lettere ampio, forzatamente aumentato.

ALIEN, di Ridley Scott, forse è stato il precursore di questo stile grafico che poi è stato adottato, come abbiamo visto, in pellicole di fantascienza uscite anni dopo. Spazi tra lettere molto ampi, lettere bianche su fondo scuro. Caratteri bastone molto puliti, senza grazie, nessun elemento di troppo. Tutto al loro posto.

Ma torniamo a ELYSIUM…

Neill Blomkamp  viene dal mondo della pubblicità e degli effetti visivi. E’ un regista, sceneggiatore ma anche un tecnico degli effetti digitali. Non a caso, si circonda per il suo ELYSIUM di uno staff tecnico di altissimo livello riuscendo in questo film a rendere tutto ancor più realistico superando sé stesso e il suo DISTRICT 9. L’esperienza degli alieni “gamberoni” relegati in una sorta di ghetto in SudAfrica richiese a suo tempo notevoli espedienti tecnici che permisero di raggiungere un incredibile realismo rendendo l’interazione tra attori e elementi digitali davvero sorprendente. Questa cosa si amplifica nel film Elysium in cui Blomkamp riesce a rendere tutto credibile; le atmosfere, i mezzi e i robot presenti sulla Terra. Tutto è plausibile e anche meravigliosamente fatiscente, logoro dall’eccessivo utilizzo e dalla scarsa manutenzione dovuta alle esigue risorse del 2154. I colori sono opachi, scuri, stentano ad emergere dalle superfici sudice dei vari apparati. Graffiti e scritte varie completano la rosa di elementi che contribuiscono a rendere le scene drammaticamente vere.

Elysium - robot burocrate
Elysium – robot burocrate

Su Elysium, la stazione spaziale, tutto si ribalta, lo stile è minimal e i colori quasi assenti se non per la presenza dei toni di verde della vegetazione che circonda le ville di lusso. Pulizia e perfezione vanno a braccetto con la ricchezza. Tutto è candido, si va dal bianco lucido delle superfici degli elementi di arredo al grigio o beige opachi dei vestiti, fatta eccezione per qualche nota di azzurro presente nell’atmosfera di Elysium che porta poi al nero più totale dello spazio infinito.

Jodie Foster su ELYSIUM
Jodie Foster su ELYSIUM

Elysium è una struttura imponente, si vede addirittura dalla Terra. Il suo design ricorda moltissimo quello della stazione spaziale di “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick ma anche i magnifici disegni del designer americano Sydney Jay Mead che ha realizzato progetti visionari di ambienti e strutture architettoniche appartenenti a remoti futuri, collaborando alla realizzazione di concept artistici per le scenografie di molti film di fantascienza tra cui Blade Runner, Tron, Aliens ed il primo film di Star Trek.

ELYSIUM
ELYSIUM
English: Neill Blomkamp the 2009 film District...
English: Neill Blomkamp the 2009 film District 9 at San Diego Comic-Con. (Photo credit: Wikipedia)

Neill Blomkamp si spinge oltre quella stazione “già vista”, trovando il modo di omaggiare chi lo ha preceduto e sposandone in gran parte il concept. Realizza qualcosa che solo Lucas aveva immaginato prima di lui nella saga di StarWars. L’atmosfera di Elysium è trattenuta all’interno di una struttura circolare a sezione concava (una “C” ribaltata, come una grondaia). La grandezza di Elysium, la forma e la rotazione imprimono una forza tale da contenere un microcosmo abitativo che non richiede strutture di contenimento dell’atmosfera. Lucas ci aveva mostrato soluzioni simili durante gli atterraggi e i decolli delle navette imperiali dalla “Morte Nera” che potevamo vedere librarsi senza ostacoli da e verso gli hangar, senza dover aprire o chiudere doppi sistemi di paratie per mantenere l’atmosfera artificiale all’interno del grosso satellite.

Elysium è l’ostentazione di questa soluzione che pur con tutte le riserve scientifiche del caso, conferisce alla stazione Elysium un ulteriore elemento di forte caratterizzazione e, se vogliamo, di originalità. Questa soluzione consente al regista di provocare lo spettatore offrendo scene in cui le navette provenienti dalla Terra atterrano su ELYSIUM in luoghi più disparati, penetrando l’atmosfera e atterrando su prati e giardini perfettamente curati.

ELYSIUM - zona abitativa e aree verdi
ELYSIUM – zona abitativa e aree verdi

Ottimo il design delle navette spaziali da trasporto, militari e mediche. Interessante la scelta di introdurne una “vip” firmata Bugatti (Elysian Fulgar Shuttle), al servizio di Carlyle, interpretato da William Fichtner, abitante di Elysium, ricchissimo e potente uomo d’affari che gestisce i suoi interessi sulla Terra. La sua Bugatti rappresenta l’assoluta perfezione stilistica in netto contrasto con tutti i malconci mezzi di trasporto a disposizione dei terresti, tra cui si intravedono anche vetusti autobus.

Elysium - navetta spaziale firmata Bugatti
Elysium – navetta spaziale firmata Bugatti

Gli sforzi tecnici sono infiniti e pare che non abbiano soluzione di continuità. Le trovate ingegneristiche sono molte e piuttosto interessanti anche se tutto ha il sapore di “già visto”, pur in una versione migliorata. La navetta da battaglia che affianca il mercenario Kruger (Sharlto Copley – visto anche in District 9) è interessante e il registra trova il modo di mostrarcela in ogni angolazione anche se non crea un precedente stilistico ma ripercorre e forse migliora i design di alcune navette presenti in film precedenti, tra cui i droni della saga di Terminator, le “Hunter Killer”, o le “Low Altitude Assault Transport” di Star Wars (vedi foto più avanti)

Elysium - navetta del mercenario Kruger - design TyRuben Ellingson
Elysium – navetta del mercenario Kruger – design TyRuben Ellingson
Terminator - Hunter Killer
Terminator – Hunter Killer
Star Wars - Low Altitude Assault Transport
Star Wars – Low Altitude Assault Transport

Comunque, la livrea mimetica del “Raven”, il corvo,  (questo è il nome della navetta) le conferisce un aspetto intrigante e grintoso anche se lo spettatore stenta a capire come faccia a mantenere un’efficienza tale da consentirle di volare, soprattutto nello spazio. Nel film, la struttura dello scafo, diversamente dal disegno sopra proposto, è vistosamente compromessa. Ogni volta che decolla se ne percepisce il peso e la potenza dei suoi motori che contrastano con la struttura fatiscente che mette a rischio la sua integrità.

I droni utilizzati per intercettare Max (Matt Damon) durante il suo tentativo di fuga, non mi convincono molto. Sono molto simili ai robot che possiamo trovare oggi nella grande distribuzione, impiegati per pulire in casa. Nel film volano e inseguono il loro obiettivo ma non creano alcuna emozione lasciando indifferenti. Una sorta di pausa visiva che distoglie dal fragore emanato dei moltissimi elementi presenti nel film che l’occhio deve cogliere e metabolizzare.

Arriviamo all’esoscheletro di Matt Demon. Sotto il profilo del design lo trovo interessante. Non originale ma interessante. La cosa che mi ha lasciato sgomento è la tecnologia bio neurale che permette di interagire con l’esoscheletro. L’estrema “faciloneria” con cui viene impiantato il sistema nel cervello e negli arti di Max, oltre ai tempi con cui viene effettuato l’intervento e la totale assenza di igiene, ti lascia completamente frastornato. Tutto viene ridotto ad un semplice intervento “ambulatoriale” in regime di day ospital fai da te, pur richiedendo un intervento piuttosto complesso che richiede addirittura impianti nella corteccia cerebrale. Cosa ancora più assurda è che Max entra nell’ambiente dove viene operato con la sua T-Shirt e ne esce con tanto di esoscheletro montato e funzionante e la sua T-shirt sempre addosso.

Cliccando sulla foto qui sotto potrete accedere ad un sito nel quale l’immagine, in corrispondenza dei segni (+), permette di approfondire alcuni dettagli tecnici dell’esoscheletro.

Elysium - esoscheletro - Weta artwork by Aaron Beck; Thumbdrive image by Kimberley French
Elysium – esoscheletro – Weta artwork by Aaron Beck; Thumbdrive image by Kimberley French

Devo dire che mi è piaciuto molto l’uso dei tatuaggi 3D, visti dal regista come simbolo di uno status sociale facoltoso in grado di impiegarli sia per uso estetico/decorativo del proprio corpo sia, soprattutto, per marcare geneticamente il proprio passaporto di appartenenza alla comunità di Elysium. I cittadini di Elysium hanno tutti un tatuaggio sul braccio che ne certifica la loro appartenenza. Il glifo non lascia solamente un segno in rilievo sulla pelle ma si associa indelebilmente al DNA di ogni cittadino in modo univoco e permanente. Con questo tatuaggio si accede ad Elysium e si può beneficiare di tutti i diritti e servizi previsti. Senza, non si ha diritto praticamente a nulla, soprattutto non si accede in alcun modo ad Elysium.

Nel 2154 è piuttosto semplice realizzare tatuaggi 3D, a condizione che si appartenga alla classe abbiente di Elysium, ovviamente. Quello sul braccio viene impresso mediante una speciale pistola laser. Quello sul volto o su altre parti del corpo viene realizzato attraverso un raggio laser emesso dal medesimo apparecchio medicale che ogni cittadino di Elysium possiede nella propria abitazione.

Elysium - realizzazione del tatuaggio 3D contraffatto, impresso a Max per apparire come un abitante di Elysium
Elysium – realizzazione del tatuaggio 3D contraffatto, impresso a Max per apparire come un abitante di Elysium
Elysium - Med-Pod 3000
Elysium – Med-Pod 3000

La fotografia, curata da Trent Opaloch che ha affiancato Blomkamp anche in District 9, riesce a regalare inquadrature meravigliose, forti contrasti cromatici e uno stile narrativo assimilabile alla video cronaca di guerra, tipica dei reportage che vediamo nei telegiornali dalle zone “calde” del pianeta. Le scene sulla Terra sono caratterizzate da questo stile che ritroviamo anche in District 9. Su Elysium invece tutto è più morbido. Carrellate in slider permettono di scorgere gli ambienti con una certa calma e di percepirne la totale efficienza, e singolarità, insite nella società di Elysium. Solo nelle scene più concitate si torna anche su Elysium a riprendere uno stile più “in soggettiva” o comunque dinamico, con camera a spalla, raramente in steady cam, proprio per mantenere quella irregolarità di inquadratura, tipica di un movimento libero di camera che conferisce alla scena dinamismo, naturalezza e coinvolgimento per lo spettatore.

Elysium è un gran prodotto di altissimo livello artistico e concettuale. E’ un film meritevole di attenzione e di ulteriori approfondimenti tecnici. Si potrebbe porre come spin off di District 9, per lo stile, le ambientazioni e per il livello di decadenza della società terrestre che Blomkamp riesce a rendere; nel caso di District 9 all’interno del ghetto omonimo. Elysium è anche un progetto che riprende a tratti l’esperienza del regista Sud Africano, poi interrotta, sul progetto HALO nel quale ha investito molto tempo realizzando un corto davvero interessante che avrebbe meritato di essere sviluppato in un film completo.

Elysium è però un film, a parer mio, che stenta a decollare, soprattutto nella parte centrale dove si dilunga in tediose questioni che portano a ben poco in termini di attenzione e interesse da parte dello spettatore. Ci sono vari elementi nella storia che non mi convincono ma resto dell’idea che un film, in quanto prodotto di intrattenimento ma anche artistico, risultato di mesi o addirittura anni di lavoro da parte di migliaia di maestranze, debba essere apprezzato in ogni suo aspetto e non etichettato come “bello” o “brutto” limitandosi ad analizzarne solo qualche elemento. Personalmente non sono rimasto affascinato da Elysium come invece ebbi modo di esserlo con District 9 ma il lavoro meticoloso di ricerca e sviluppo di ogni dettaglio e il realismo, comunque apprezzabili in questo film, permettono di avvolgere perfettamente lo spettatore in un contesto globale, sociale e tecnologico di un possibile futuro, offrendo una solida base su cui fondare un’interessante esperienza visiva che merita di essere provata.

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