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8 marzo

E’ un giorno importante. Voglio celebrarlo dedicando questo racconto che scrissi circa un anno fa pensando alle tante donne che ho conosciuto durante il periodo della chemioterapia. 

Voglio dedicare questo racconto a tutte le donne e in particolare a quelle che si sono sottoposte o dovranno affrontare una mastectomia.


C’è chi le chiama puppe, bocce, tette, ciocce, zinne e se le son grandi anche giberne, tettone, meloni o bombe. Tonde e a pera, ritte all’insù o flosce che pare le si siano sgonfiate. Le danno a coppie, paiono un vole’ sta’ da sole. Da piccine le sono du’ bottoncini ma col passare del tempo e le crescono, forse. C’è ancora qualcuna che ancora aspetta dopo tant’anni ma finora unn’e successo nulla. Quando invece le sono grosse le sono scomode da portare perché le si movono da tutte le parti e con i reggiseni e le si strizzano tutte che paiono scoppià. 

Agli omini fanno girà i’ capo. Da bambini perché con le tette e ci mangiano e da grandi perché con le puppe e ci gioano. Le vengono strapazzate, ciancicate, strizzate, schiaffeggiate, palpate e ciucciate ma le un dicon nulla, e si fanno fare di tutto; le stanno bone. 

Alcune mie amiche le ci infilano in mezzo ogni cosa: fazzoletti, bigliettini, sòrdi e aggeggi vari. Alle volte se un le stanno attente e ci perdono dentro pure le chiavi di casa. 

I’ marito d’una mi’ amica e le usa come cuscino, come c’affonda i’ viso e s’addormenta. Pare un pupo a vederlo, almeno fino a quando un si desta e comincia a giocarci. Alla mi’ amica e gli fa piacere sentirsi coccolata ma la un disgarba nemmeno essere anche un po’ strapazzata da ì su’ omo, anche perché e sa che i’ su’ marito l’ama, e gli garba tutto di lei, pure le tettone che la si ritrova. Comunque e son bellini quei due. Lei fa la sofistica, pare se la voglia tirà. Lui le more dietro e spesso l’ho visto perdersi ni’ su scollo, ampio e provocante. E le parla ma mica la guarda negl’occhi. Finisce sempre lì, i’ su sguardo. Come son buffi. Però e si voglion bene.

E conosco un’artra coppia di amici dove lei, poerina, e l’ha du’ fichi secchi. Sai di quelli secchi, secchi che paiono un voler raccontare nulla? L’ha sempre avuto quer problema e ora che la c’ha quarant’anni un credere che le migliorino. Tutto sommato va bene così. Lui un si lamenta, almeno da quel che lei la mi racconta. Comunque unn’ha un reggiseno ma un reggi capezzolo; secondo me e c’ha meno della prima, la va in retromarcia! 

Ieri e m’ha chiamato un’amica che un sentivo da un po’ di tempo e la m’ha detto che i’ su’ fidanzato l’è sempre arrapato e un sa come fare per carmarlo. L’è un continuo ciancicargli le ciocce. “Belle le mì bocce”, e gli fa a lei appena rientra a casa da i’ lavoro e via di palpate che pare l’impasti la farina per fa’ i ravioli per 10 persone. Poerina la mia amica, l’è tutto un farsi strapazzà nel tentativo di carmallo ma un c’è verso, la continua a piglia’ palpate sulle ciocce come se un ci fosse un domani. E le ho detto di mettergli un po’ di bromuro ni’ brodo ma poi la mi dice che gli vo’ bene a i’ su’ omo e che in fondo l’è contenta che le su’ poppe e gli garbino. Comunque e so’ davvero bellini quei due.

Un paio di giorni fa ho incontrato un’artra amica che è ritornata dalle vacanze. Mi raccontava che al mare era tutto un guardarle le zinne. E l’ha belle, un c’è che dì. Du’ belle bocce da quarta abbondante, sode, ritte e uguali, uguali. L’ha quarantasett’anni ma unn’ha una smagliatura né un difetto, eppure un fa nemmeno palestra e la mangia ogni cosa. “Beata te”, le dico sempre, “o come tu fai?”. Lei la mi risponde: “Nulla, e l’è un dono di natura”. Poi la mi raccontò che i’ bagnino della spiaggia l’era sempre a guardalla. Una sera, quella furbona, la s’attardò sulla spiaggia per far girare un po’ la testa a quel poveromo. Lui a una certa e le si avvicinò con la scusa di chiudere l’ombrellone. Lei, come la lo vide e la si mise in posa per mostragli meglio tutto l’armamentario. Ovvio che quel poeretto e ci cascò, davanti a tutto quel ben di Dio. Lei un mosse un dito e dopo aver fatto un paio di respironi per gonfiare i’ du’ promontori e l’ha prese i’ pareo, la si coprì e l’andò via senza dir nulla. Quel salame di’ bagnino e mi sa che l’è ancora lì attaccato a quell’ombrellone. Poerino.

Domani e vado a trovare la mia amica che ha avuto un bambino da una settimana. Ancora un l’ho visto, chissà come l’è. Vedrai che tette e gli saranno venute. Prima di’ bambino e le aveva normali, anche belline; una volta la fece la prova del calice di spumante per vedere se le stavano dentro. La mi disse che l’entravano benino, benino ma che le sarebbe garbato avelle un po’ più grosse. Ora tu vedrai che con i’ bambino che deve allattà come le saranno diventate. Che sarà contenta? No… del bambino di sicuro, e dicevo delle tette. Spero un le facciano troppo male. 

C’era una mia amica che durante l’allattamento un gli veniva i’ latte, o almeno unn’era abbastanza per quel ciccione dì su’ bambino. O come l’era. Grosso, con du’ pentole che parevano scoppiare. Lui e tirava, tirava e tirava quei capezzoli, un faceva altro. Lei, poerina, e la faceva i’ che potea. L’ha provato di tutto, pure il tiralatte ma la mi disse: “Mai più mai poi, un mi garba e mi fa male; mi si sono arrossati tutti i capezzoli e mi bruciano”. Poerina.

La mi’ dirimpettaia e l’ha quasi settant’anni. L’artro giorno la incontrai sul pianerottolo e la mi si mise a raccontà un monte di cose di quando l’era giovane. E mi diceva che gli omini e le correvano dietro e che ora a vedessi allo specchio, guardando le su’ tette, la sembravano du’ sacchetti della Coppe; sai di quelli della frutta e verdura già usati? “O Franca”, le dissi, “o vedrai che i’ tempo e passa per tutti; lamentati! Guarda come tu sei bellina anche alla tua età. Sì, e t’avrai le tette un po’ sgonfie ma tanto ora a che le ti servono?” E lei la mi rispose: “Le servono, le servono, almeno per ricordarsi dei tempi andati mentre a guardalle ora e le sono loro andate”. “Un fare la sciocca e tu sei sempre belloccia dai. Se tu volessi t’avresti sempre un monte di pretendenti. O quell’omo che tu incontrasti la scorsa estate e che ti faceva i’ filo?”. “Siee”, la mi risposte, “Artro che filo, e voleva ma la mì pensione. E mi girava intorno, mi portò a cena fori e mi fece di regalo du’ aggeggi ma poi quando e capii che l’era un poco di bono e cominciai a fare i’ giro largo per unn’incontrallo”. “Dai, dai Franchina, lascia perdere, e tu fai sempre la tu’ bella figura, dai”. La mi sorrise e con una smorfietta la mi salutò come se la fosse tornata ragazzina, si girò e tornò dentro casa. Come l’è bellina la Franchina.

Al liceo e c’aveo un’amica che poi l’ha preso una strada poco bona, almeno così e mi raccontavano alcuni compagni che ho rincontrato nì corso dì tempo. L’ho rivista qualche giorno fa. O adesso un fa la escort?! Si dai, quelle che le vanno con gli omini a pagamento e che le si fanno pagare un sacco di sordi. Era tanto che un la vedevo. Lì per lì un ci feci tanto caso, ero alla fermata di’ tramme. La mi s‘avvicinò sfoderando ì su’ bel sorriso. L’era con un vestito che le sarà costato un occhio della testa. E ci scambiammo qualche parola poi arrivò i’ tramme e montammo insieme per andare in centro. Quando e si scese la m’invitò a prendere un caffè. O che voi, l’era sempre un’ex compagna di scola e oltretutto un c’avevo mica nulla da ridire su di lei. E decisi di andare a prendere quel caffè. Poi tra una parola e l’artra, rientrando nello spirito di quegl’anni delle superiori, e c’intrattenemmo a chiacchiere per più d’un’ora. A un certo punto la mi raccontò anche le cose più intime, come se la volesse vantarsi per come la sapeva movessi a letto o per come la sapeva fa’ perde la testa agli omini. La mi raccontava che un su’ cliente la voleva vedere tutte le settimane, sempre alla stessa ora. Un facevano mica tanto eh? A lui e gli bastava vedella gnuda a toccassì le puppe. E la mi diceva che la stava anche un’ora a cianciarsi quelle ciocce. Tant’è che una vorta e gli disse: “O nini, se continuo dell’artro e le mi si consumano, e mi tocca farti pagà un’extra per il chilometraggio illimitato”. Lui e si mise a ridere, ma a ridere che e ruzzolò da i’ letto picchiando una craniata sul comodino. Allora giù a ridere anche lei. La rise talmente tanto che le venne pure i’ singhiozzo. Insomma, più che un appuntamento sexy e fu una comica. La ringraziai per la chiacchierata e ci salutammo perchè e dovevo andare via; un poteo mica passa’ tutto i’ giorno a parla’ di tette e di avventure erotiche?

Oggi ho rivisto quell’amica che la s’è operata di cancro ai seno. Poerina, e le hanno tolto ogni cosa. Adesso un ce l’ha più appaiate ma una l’è sparita. Mi ripetea questa cosa mentre la piangea. E cercavo di farla ragiona’ per trovare i’ modo di consolalla. Un ce la facevo a vedella così. Eravamo a sedere accanto e ci facevamo forza a vicenda ma poi l’è scoppiata a piangere e a singhiozzà così forte che l’ha tirato pure i’ tubo. Ho pigiato subito i’ pursante per chiamare l’infermiera per farle controlla’ se un si fosse spostato quell’ago. L’arrivò subito, l’è brava davvero. Quasi ogni volta che veniamo a fa’ la chemio e ce la troviamo, pare che ci si dia appuntamento. Guardò bene i’ tubo e vedendo che unn’era successo nulla e l’ha tranquillizzata toccandole una spalla, poi a vedella piangere le ha chiesto se volea parlare. “No, unn’importa, un tu ci po’ fa’ nulla”, le rispose “E pensavo alla mi poppa che unn’ho più.” L’infermiera l’accarezzò sulla guancia con il dorso della su’ mano, come se la fosse stata la su figliola, poi le sorrise e le disse: “Un tu c’avrai più una mammella ma resti sempre tu, quella meravigliosa persona che sei e che continuerai ad essere”. Poi con i’ dito della su’ mano le tirò su il mento e aggiunse: “E poi le tette e le si rifanno, pure meglio di come l’erano!”.

La mia amica la guardò, le sorrise e poi guardando me cominciò a ridere. Io la guardai e le dissi: “O che tu ridi adesso?”. Lei la mi rispose: “Nulla, e mi immaginavo te con la protesi ai seno, sai bellino tu saresti?”

A quel punto la mia amica, l’infermiera ed io incrociammo gli sguardi e ci mettemmo a ridere tutti e tre come dei pazzi. Se fosse passato il capo reparto e c’avrebbe internati tutti. Dopotutto essere un omo operato di cancro al seno fa strano ma e c’ha pure i’ su’ pregi. E conosco più donne adesso che quando l’ero giovane e soprattutto le conosco meglio di quanto avrei potuto conoscerle a quel tempo. Ora parlo con le donne di tette, di zinne, di capezzoli e di seni come unn’avrei potuto fare a vent’anni. Ora e parlo con le donne e loro mi raccontano le loro cose, come non avrebbero fatto mai quando avevo vent’anni. Ora vedo le donne come non avrei mai potuto vedere a vent’anni e ciò che vedo è che sono meravigliose… 

…con o senza le tette.


 

Questo racconto è stato pubblicato in una versione ridotta e modificata, nell’antologia delle opere presentate al concorso letterario nazionale “Donna sopra le Righe 2019” edito da Edizioni Argonautiche. www.iosempredonna.it