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Volvo Trucks. Dalla “ballerina stunt” a Jean-Claude Van Damme in un susseguirsi di emozioni.

Volvo, col suo comparto dedicato ai veicoli da lavoro (trucks), ha avviato una massiccia campagna pubblicitaria sviluppata, tra l’altro, attraverso video che per i loro eccezionali contenuti non hanno tardato a diffondersi in rete in modo virale.

Parliamo di 6 clip pensate per promuovere le incredibili caratteristiche della nuova serie di Trucks a marchio Volvo. Non mi dilungo in dettagli tecnici che oltretutto non mi competono e che sono reperibili attraverso i link ufficiali Volvo che riporto a piè di pagina di questo post. E’ comunque facilmente comprensibile, anche per un profano come me che sa poco di trucks, che ci troviamo davanti ad una vera e propria rivoluzione dell’ingegneria meccanica ed elettronica per questo settore. Precisione, stabilità, controllo assoluto, sono solo alcune delle caratteristiche dei nuovi veicoli da lavoro Volvo che emergono lampanti osservando le performance dei protagonisti e dei veicoli mostrate nelle 6 clip che girano in rete.

Per far comprendere al meglio il livello di ricerca e progettazione della nota casa di veicoli svedese, consiglio di soffermarvi ad ammirare questi video che esprimono, ognuno, le incredibili rivoluzioni tecnologiche che Volvo è riuscita a sviluppare. Chiamarli camion, trucks o mezzi pesanti è riduttivo, ci troviamo davanti ad una svolta tecnica che probabilmente concentra e mette a disposizione del camionista, il top delle tecnologie applicabili ad un cosiddetto mezzo pesante. Probabilmente sarà necessario pensare ad un nuovo nome per classificare questi veicoli.

Ma veniamo ai video.

Il primo si intitola “Volvo Trucks – The Ballerina Stunt (Live Test 1)”.

La protagonista del filmato è l’atleta Faith Dickey detentrice mondiale di alcuni record nella disciplina sportiva dello Slacklining. Le riprese sono state effettuate in Croazia in collaborazione con Peter Pedrero, coordinatore degli stunt specializzato in produzioni cinematografiche di alto livello. Diretto dal candidato all’Oscar Henry Alex Rubin. Musiche di J. Ralph / The Rumor Mill.

Il secondo clip si intitola “Volvo Trucks – The Hamster Stunt (Live Test 2)

Il protagonista del filmato è un topolino al volante del massiccio Volvo FHX da 15 tonnellate. La location è la cava di Los Tres Cunados, Spagna nord-occidentale. Il video è diretto da Jamie Rafn e la colonna sonora originale è di Adelphoi Music. In questo caso il video punta a mettere in evidenza la fluidità del sistema sterzante dell’FHX.

Terzo video. Il titolo è “Volvo Trucks – The Chase (Live Test 3)

Il potente ma maneggevole Volvo FL sfreccia per le viuzze tortuose di Ciudad Rodrigo in Spagna, inseguito da tori. Il regista è sempre il candidato all’Oscar, Henry Alex Rubin. Per effettuare il filmato sono state impiegate 28 telecamere per catturare l’evento da ogni angolo.  La musica è Wooly Bully dei Sam The Sham & Pharaohs.

Se volete apprezzare “in prima persona” questa concitata corsa a bordo del truck Volvo potete visitare questo sito “The chase 360°“.

Quarto video. Il titolo è “Volvo Trucks – The Hook (Live Test 4)

Qui entra in gioco direttamente il presidente della divisione Volvo Trucks, Claes Nilsson per mostrarci la robustezza dei Volvo FMX e in particolar modo quella del gancio di traino che sostiene fino a 32 tonnellate di carico. Girato nel porto di Göteborg in Svezia, nei pressi della sede della Volvo Trucks. Diretto da Filip Nilsson.

Quinto video. “Volvo Trucks – The Technician (Live Test 5)

Girato a Teruel, in Spagna per la regia di Filip Nilsson, questo video ci mostra Roland Svensson, un tecnico della Volvo Trucks che si sottopone ad un singolare test che mette alla prova le caratteristiche tecniche del Volvo FMX e in particolare l’altezza dal suolo di 300mm.

E col sesto video siamo al non plus ultra. Con oltre 43 milioni di visualizzazioni “Volvo Trucks – The Epic Split feat. Van Damme (Live Test 6)” si attesta come uno dei video sul web più popolari del momento. Probabilmente è il filmato che mette in evidenza una delle performance atletiche più incredibili e singolari che si siano mai viste. Merito sicuramente della stabilità e tecnologia Volvo Trucks ma in primis delle capacità atletiche di Jean-Claude Van Damme (18 ottobre 1960) che dimostra di essere al top della sua forma fisica.

Girato in Spagna in una sola ripresa presso un aeroporto dismesso. Diretto da Andreas Nilsson, il brano musicale è “Only Time” di Enya

Un vero spettacolo, emozionante e unico. Macchina e uomo in perfetta simbiosi. Mente e corpo da una parte e ingegno e tecnologia dall’altra per offrire performance senza precedenti. Complimenti a Volvo Trucks che ha deciso di comunicare con originalità riuscendo a far comprendere le caratteristiche dei propri veicoli attraverso video estremi ma incredibilmente espliciti, mettendoci pure la faccia; non è cosa da tutti. Anche chi non è un camionista o un ingegnere capisce benissimo che questi veicoli non sono “normali”.

Un bel modo di comunicare facendo la differenza.

Jean-Claude Van Damme testimonial per Volvo Trucks

Jean-Claude Van Damme testimonial per Volvo Trucks

Crediti e approfondimenti:

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Man of steel. Dallo spremi agrumi di Philippe Starck alle estetiche felliniane… e Superman?

Più che un film su Superman questo Man of steel è un gran teaser utile solo a promuovere le case che realizzano effetti speciali. Nulla di più che puro virtuosismo tecnico fine a se stesso.

Poster The man of steel

Poster The man of steel

Dall’incipit del mio post potete comprendere che il film non mi ha “particolarmente entusiasmato”. Come sapete non indugio in commenti o critiche generali sui film di cui parlo, preferisco di gran lunga trattarli sotto il profilo estetico e così farò anche per Man of Steel di Zack Snyder, scritto da David S. Goyer, Christopher Nolan, Joe Shuster e Jerry Siegel.

In generale posso dire che gran parte delle scelte estetiche di questo film le ritengo ridondanti, eccessive, barocche, pese, faziose e terribilmente noiose. Sono andato giù troppo duro? Andiamo per gradi e facciamo qualche analisi.

Avvertimento di rito per chi non ha visto il film: occhio! Qui ci sono degli spooler.

Krypton, il pianeta natale di Superman (Kal-El o Clark Kent per i terrestri), viene proposto allo spettatore come un pianeta morente, sull’orlo di una catastrofe definitiva. Dopo un fugace momento di apparente appagamento, dovuto alla scelta interessante dei colori utilizzati per dipingere le atmosfere del pianeta e alla presenza di un certo numero di astronavi fluttuanti e “indaffarate”, sparse nei cieli di Krypton, lo spettatore si sente subito smarrito per la scelta, in particolare, di due elementi scenici che a mio dire si sono rivelati piuttosto discutibili.

Il primo è il “drago volante”, utilizzato da Jor-El, padre di Superman, interpretato da Russell Crowe. Non lo avevamo già visto in Avatar? Stesse caratteristiche solo un po’ più massiccio e meno cangiante rispetto ai Banshee di James Cameron. Era proprio indispensabile? Con tutto il traffico di velivoli e astronavi varie il nobile kryptoniano deve ripiegare su un drago volante per fuggire dai suoi inseguitori?

Il secondo, la camera di gestazione dei futuri abitanti di Krypton. Non vi tedio con tutte le motivazioni per cui è stato ideato un dispositivo di questo genere. Ciò che è da notare è la scelta estetica adottata per rappresentare questa location. Ricorda moltissimo la scena in cui Neo è in sospensione vitale all’interno del Matrix, dove, oltre a lui, coesistono milioni di umani che attraverso le connessioni bio-neurali nutrono il sistema con i loro pensieri e le loro emozioni.

La Matrice - THE MATRIX

La Matrice – THE MATRIX

Tornando ad Avatar, prendiamo in “prestito” un altro elemento. Al regista evidentemente piaceva ricreare un sistema di connessione tra la “matrice del pianeta” e i gestanti presenti nella sala sopra citata. Tutto è collegato attraverso un flusso di energia che fa capo a un “capo”. Sì, ad uno strano cranio, oltretutto incompleto, che pare avere il potere di donare la vita e perpetuare la specie kryptoniana. Comunque, a parte il nobilissimo motivo attribuito all’uso di cotale dispositivo, che non discuto, è l’effetto visivo e l’idea in sé che trovo un po’ troppo riciclate dall’Albero delle Anime di Avatar.

Piccola divagazione. A che punto Jor-El ha pronunciato: “al mio segnale scatenate l’inferno”? Ah, non c’è stato? Era in un altro film, scusate mi ero distratto.

Oltre a questo, su Krypton possiamo assistere ad una coreografia di congegni e dispositivi vari che hanno il solo compito di ricordare allo spettatore che si trova in un luogo che non è la Terra, come se la parola Krypton e le atmosfere di un pianeta esteticamente diverso dalla Terra non fossero sufficienti a rimarcare questo fatto. E’ così che ci troviamo passivamente ad assistere ad un balletto ridicolo e mal concepito di “robot inservienti” o “dispositivi di assistenza remota” che asservono i kryptoniani, o quantomeno la nobiltà residente in questo luogo. Oggetti fluttuanti di forma ovoidale che comunicano con i loro padroni attraverso una serie di infografiche visualizzate su dispositivi 3D generati da una sorta di sostanza semiliquida che, anche in questo caso, ricorda “roba” già vista; per esempio il T-1000 di Terminator.

Passiamo alla culla dove viene deposto Superman appena nato. E’ adorna di orpelli e meccanismi vari che rischiano di sconfinare nel ridicolo per la loro eccessiva specificità che non trasmette la sensazione di reale utilità. O meglio, con meno sforzo anche la civiltà meno progredita avrebbe trovato una soluzione più funzionale per assolvere tale scopo. Si muovono cose, girano, ruotano, si spostano e poi il bimbo sparisce dentro una capsula. Sempre per ricordare agli spettatori della Terra che ci troviamo su Krypton, e non da “Mondo Bimbo”, la culla e la capsula sono state disegnate in modo tale da conferirgli un “aspetto alieno a tutti i costi”. Vedendo questi manufatti tecnologici dobbiamo per forza dire, con estrema sicurezza: “Sì, è vero, non è l’Apollo 11. Lì per lì mi ero sbagliato ma guardandola bene si vede che non è roba terrestre”.

Già dalle prime scene tutto appare un po’ troppo carico ed eccessivo. Un occhio attento rivede nelle architetture di Krypton quelle viste in Dune con accenni stilistici a “Le cronache di Riddick” e più recentemente al pianeta dei Predator, per non citare altri mille film che cavalcano la scia di quelli appena citati. Architetture arcaiche mescolate a casaccio con la presunzione che il risultato ottenuto sia quello più verosimile per rappresentare una civiltà aliena. Nessuno ha una ricetta per risolvere questo problema ed è bene che la fantasia faccia da padrona ma, prendere spunto non significa copiare e neppure seguire le medesime intuizioni stilistiche che se non scaturite da ragionamenti precisi, limitandosi ad una mera copiatura, il rischio è di scadere nel kitsch.

Ma facciamo un rapido balzo sulla Terra e arriviamo a Gesù che all’età di 33 anni si sacrifica… Scusate, non stiamo parlando della vita di Gesù ma di quella di Kal-El che a 33 anni si trova a dover fare una scelta. Sacrificare se stesso per salvare l’uomo. Mi pareva di aver sentito anche questa storia… Anche qui non mi soffermo in noiose spiegazioni. Vi basti sapere che Superman si consegna all’invasore di turno che minaccia i terrestri per salvare quest’ultimi.

Possiamo trascurare la questione “genitori adottivi” di Superman se non ricordare a Kevin Kostner che The Man of Steel non è il sequel de “L’uomo dei sogni“.

Siamo quindi sul pianeta Terra. Klark Kent fa la sua vita, più o meno intensa, fin tanto che non va a mettere le mani sulla consolle dell’astronave sepolta dai ghiacci dell’artico, inviata da Krypton e progettata da Jor-El 20 mila anni prima, giorno più o giorno meno. Qui francamente mi sono perso un attimo, si mescolano varie ipotesi non ben sviluppate. Panspermia? Colonizzazione della Terra non riuscita? Boh! Se qualcuno lo ha capito me lo comunichi, così passo meglio la giornata. A parte tutte le ipotesi fantacazziste sul motivo della presenza di questa astronave lunga più di 300 metri sepolta ta i ghiacci, resta il fatto che Klark non resiste alla tentazione e infila la sua “USB” nella consolle della nave attivandone tutti i meccanismi interni, tra cui una sorta di GPS che richiama l’attenzione del generale Zod, un uomo tanto risoluto quanto frustrato e carico d’odio che ha trascorso gli ultimi anni della sua vita a giro per la galassia in cerca proprio di Superman. Ma guarda alle volte le coincidenze…

Ed ecco che arriviamo agli spremiagrumi Juicy Salif di Philippe Stark.

Il generale Zod decide di “spremere” la Terra con una macchina per terraformare il nostro pianeta in modo da farlo assomigliare a Krypton. Tutto questo decide di farlo con un paio di grossissimi Juicy Salif, uno posto nell’emisfero australe e l’altro in quello boreale. Due aggeggi in grado di stravolgere il clima del nostro pianeta, come se già non bastasse ciò che stiamo facendo noi. Bastava attendere ancora un po’ senza prendersi il disturbo di portare fino sulla Terra questi oggettini di design (oltretutto già presenti nei negozi della ALESSI). Eccovi due immagini che possono suffragare la mia affermazione. Ditemi se i due oggetti non hanno qualche “somiglianza”. Non ho trovato fotogrammi migliori ma se vedrete il film avrete modo e tempo di fare tutti i paragoni del caso.

Astronave del Generale Zod - The man of steel.

Astronave del Generale Zod – The man of steel.

Juicy Salif, spremiagrumi disegnato da Philippe Starck

Juicy Salif, spremiagrumi disegnato da Philippe Starck

Gli interni delle varie navi spaziali, nonostante i numerosi design e le diverse dimensioni, appaiono angusti e tetri. Si percepisce qualche vano tentativo nel cercare di evocare uno stile Gigeriano da cui vengono prese le forme sinuose delle pareti, i cubicoli e gli anfratti vari che conferiscono all’ambiente gotici chiaroscuri. Tutto è poco convincente. Il pubblico abituato ai tecnicismi dettati dalla fantascienza per decenni, non accetta le soluzioni tecno-estetiche presenti in questo film che non sono in grado di comunicare allo spettatore la funzione di ogni apparato o ambiente, scadendo in un flop ingegneristico. Stessa cosa per i costumi, armature e divise dei kryptoniani. In generale, pare che sia stata messa in atto una ricerca volta alla complicazione dell’estetica più che al raggiungimento dell’efficienza e della funzionalità.

Spremute a parte e lasciando perdere le varie armature, tanto è vero che il Generale Zod ad un certo punto non ne può più della sua e se la toglie per mostrare la sua tutina nera da palestrato,  Superman trova il tempo per scambiare due chiacchiere con suo padre morto. Hummmm… Va bé, sì è morto ma in realtà Klark interagisce con un’immagine olografica interattiva di suo padre. Il computer dell’astronave arrivata sulla Terra 20 mila anni prima, è programmato per raccontare a Klark un sacco di cose attraverso la proiezione “total body” di  Jor-El.

Qui credo che la casa di produzione degli effetti visivi, la Weta Digital, si sia letteralmente sbizzarrita. Secondo me il regista in quel momento si è assentato e al suo ritorno il danno era già stato fatto.

Superman assiste alla spiegazione di suo padre in merito alla dipartita di Krypton e ascolta molte altre fantastiche avventure che il suo popolo e lui stesso, ancora in fasce, hanno vissuto. Tutto questo viene raccontato ma anche mostrato attraverso una proiezione olografica che permette a Klark di vivere questa narrazione circondato dalle immagini. Non si tratta di immagini tradizionali. La scelta estetica dei creativi ricade sullo stesso espediente stilistico, quello del fluido 3D di colore grigiastro che si modella come plastilina prendendo forme varie. Tutto è perfettamente sincronizzato con le parole di Jor-El. Lui parla e il fluido si configura in modo adeguato. Ogni elemento viene rappresentato in modo scultoreo con una tecnica che ricorda l’altorilievo. A questo punto le immagini  proposte attingono ad un bagaglio estetico di felliniana memoria dove tutto si tinge di grottesco. Il sistema solare di Krypton viene rappresentato in modo stilizzato, elementare. I riferimenti estetici sono moltissimi, dalle scenografie di François Vatel alla corte di Re Sole passando da quelle tratte dal film Viaggio nella Luna, film fantastico del 1902 realizzato da Georges Méliès. Aggiungi a tutto questo l’iconografia dei manifesti sovietici in piena era comunista e mescola tutto ripetutamente. Bellissimi risultati sotto il profilo tecnico estetico ma del tutto inappropriato per questo film. Ne Le avventure del barone di Münchausen sarebbe stato perfetto ma nell’Uomo d’acciaio anche no.

Proseguendo in questa analisi, il regista ci regala una serie di trovate estetiche che la metà sarebbero bastate ad annoiare. Passiamo da uno dei due spremiagrumi di Starck che si trasforma, e non si sa perché, in un “octopus” alla Spiderman dal quale emergono dei tentacoli che afferrano Superman e lo sbatacchiano un po’ ovunque. Poi arriviamo al catalogo dei “100 modi per distruggere Metropolis. Guida per i cineasti in ricerca di effetti speciali per radere al suolo una città“. Verso la fine del film, finalmente, ci troviamo in piena Metropolis dove il Generale Zod sta facendo i suoi comodi con il suo spremiagrumi terraformante. Tra gli effetti devastanti di questo congegno e ciò che combinano Superman e il Generale Zod in una simpatica rimpatriata tra concittadini, lo spettatore viene fagocitato in un blob mostruoso di trovate assurde che mirano ad ostentare solo la perfezione tecnica delle scene di distruzione della città. Grattacieli demoliti in ogni modo. Onde d’urto, esplosioni, perforazioni, collisione tra edifici, raggi di luce emanati dagli occhi del Generale Zod, roba pesante decine di tonnellate scagliata contro i palazzi…

Che noia. Bravini sì! Abbiamo capito. Con gli effetti speciali ci siamo, sapete farli. Lo avevamo intuito 10 isolati prima senza dover ricorrere alla distruzione di gran parte di Metropolis. Le stesse comparse, coinvolte nel solito siparietto che dovrebbe contribuire a trasmettere orrore e pathos attraverso le espressioni dei malcapitati, non convincono. Sembrano annoiate pure loro.

I pochi minuti di proiezione meritevoli di attenzione vengono letteralmente inghiottiti e dimenticati per le numerosissime scene lunghe, estremamente veloci e sature di effetti digitali.

I due cari compagni di Krypton se le danno di santa ragione. Arriviamo alla scena finale di questa interminabile battaglia nella quale lo spettatore stremato capisce che sarebbe bastata una mossa alla Jean-Claude Van Damme per risolvere il contenzioso. Quindi, non esplosioni, non schiacciamenti sotto edifici interi o sotto astronavi distrutte, non sbatacchiamenti da una parte all’altra di Metropolis ma per mettere fuori gioco il Generale Zod sarebbe bastata una semplice mossa di arti marziali dal sapore anni ’80, mai passata di moda. Mi veniva da piangere…

Finalmente il film è quasi giunto alla fine. Non ne posso più. Ho visto di tutto e troppo. Gli eccessi si sommano senza soluzione di continuità arrivando quasi alla nausea. Esco dal cinema, rifletto a mente calda e mi chiedo. Ma in questa brochure di effetti speciali Superman cosa c’entrava? The man of steel di Zack Snyder ha ben poco a che fare con il fumetto del supereroe nel quale, oltretutto,  i cattivi non venivano uccisi ma sconfitti.

 

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