Star Trek e Star Trek into darkness, live in concert – esperienza indimenticabile

Tutto ebbe inizio alla fine di settembre 2013. Da qualche post su Facebook becco la notizia che a Londra, dal 29 al 31 maggio 2014, si sarebbe tenuto un concerto live della colonna sonora di “Star Trek into darkness”, composta da Micheal Gioacchino.

Detto così, la prima reazione che ho avuto è stata semplicemente… “Forte!”

Da qui sono passato a condividere questa notizia con mia moglie ottenendo come risposta: “Si va?!” con la stessa intonazione che il grande Oreste Lionello utilizzò nel doppiare Gene Wilder in Frankenstein Junior.

A scopo terapeutico vi invito a farvi qualche risata, vedendo o rivedendo la scena del film di cui vi parlavo.

Rapida consultazione familiare. Per l’appunto il concerto si sarebbe tenuto a Londra, quasi ad un anno dal nostro matrimonio, proprio nella città in cui abbiamo passato una settimana meravigliosa per festeggiare le nostre nozze.

Tra un “che si fa?” e un “come sarà?”, passando da “a Londra ci siamo stati da poco”, fino ad arrivare a “andiamoci e vediamo anche altre cose oltre ad assistere al concerto e così festeggiamo 1 anno di matrimonio”, è stato un susseguirsi di ragionamenti e decisioni. Ebbene, computer alla mano digitiamo un bel www.royalalberthall.com. Entriamo nella pagina dedicata al concerto e cominciamo ad orientarci per capire un po’.

Premesso che il nostro inglese è più basato su un’attenta gestualità piuttosto che su una grammatica corretta, abbiamo attivato Google per fare un po’ di traduzioni del sito e, spippola di qui, spippola di là, strisciamo la carta di credito e in men che non si dica abbiamo prenotato due posti per il concerto del 31 maggio 2014. Urca, circa 8 mesi prima dell’evento.

“O che s’è combinato?!”, è stato uno dei primi pensieri che abbiamo palesato pochi istanti dopo aver sollevato tutto quel polverone. Bè, il gioco è stato fatto, i biglietti elettronici sono arrivati, non ci resta che fissare il viaggio ma, per quello c’era ancora tempo.

Vi lascio perdere tutti i passaggi per arrivare al giorno della partenza per Londra. Vi basti sapere che di questo concerto avevamo capito poco, più che altro non era molto chiaro cosa venisse suonato di Star Trek into darkness e soprattutto se Micheal Gioacchino sarebbe stato presente alla Royal Albert Hall; magari attraverso un messaggio video registrato. Chissà!?

Mah! Diciamo che con quella giusta dose di “stiamo al caso, comunque vada è Star Trek”, abbiamo cominciato la nostra avventura unendo l’occasione del concerto al festeggiamento del nostro primo anno di nozze.

Londra…

Siamo arrivati il venerdi pomeriggio. Albergo, camera, bagagli, dove siamo, dov’è il teatro, cosa mangiamo, pappa!!! I neuroni rispondevano in questo modo e sequenza, fiduciosi però del fatto che almeno l’albergo l’avevamo prenotato nei pressi dal teatro, una condizione fondamentale nell’organizzazione di questa vacanza soprattutto dovendo rientrare in albergo di notte, dopo aver visto lo spettacolo. La sicurezza non è mai troppa. Boh, forse sono pensieri da “italiano da scampagnata domenicale” più che da “London mission” ma, memore del viaggio precedente a Londra, in cui nella zona dove era ubicato il nostro albergo campeggiavano ovunque questi cartelli (vedi foto sotto), direi che il pensiero alla sicurezza non era poi così fuori luogo.

crime area

Fatti quattro passi ci siamo subito resi conto che la zona della Royal Albert Hall (South Kensington, vicino ad Hyde Park) è tutt’altra cosa rispetto a quella dove eravamo un anno prima (Whitechapel, dove verso la fine del ‘800, evidentemente non a caso, si consumarono i delitti di Jack lo squartatore).

Ma torniamo all’evento…

Veloce sopralluogo nella zona del teatro, con 24 ore di anticipo rispetto all’evento per capire l’effettiva distanza da percorrere. Arriviamo ad uno dei numerosi ingressi. Non parlerei di “lato” visto che la pianta del teatro è circolare e gli ingressi sono tanti e tutti disseminati lungo il perimetro.

Noto subito un totem nel quale era affisso il manifesto dello spettacolo che avremo visto la sera successiva. “Fiuuuu…” è quasi un conforto. Parte la prima foto per suggellare quel momento. Eccola.

startrek poster

Foto fatta, luogo del teatro visto, adesso pappa.

Diciamo che a Londra si mangia ovunque e di tutto ma, per noi italiani, soprattutto mia moglie ed io, amanti e praticanti del fitness e dediti ad una cucina molto particolare, Londra sta al cibo come un vulcaniano sta a Zelig con il ruolo di capocomico. Ecco, per chi legge questo post, in buona parte appassionati della saga di Star Trek, potrà capire cosa intendo. Per tutti gli altri, diciamo che chi non ha avuto il piacere di visitare Londra e ama la buona cucina italiana o comunque non si accontenta di Sushi, fast food, cucina indiana, vietnamita, messicana, brasiliana, gaelica, pakistana e, ovviamente, il tradizionale “fish & chips”, è dura… anche perchè i menù sono tutti in inglese o inglese + la lingua dell’etnia in questione (e quindi dovresti conoscere tutti i nomi degli ingredienti usati da tutto il mondo, almeno nella lingua inglese) e, cosa per noi “inammissibile”, non usano l’olio extravergine d’oliva. Come se non bastasse ti portano tutto condito con “qualcosa” che ha la capacità di “ripresentarsi” anche ore dopo averlo ingurgitato. Per la serie: “mangio l’insalatina così mi tengo leggero”… utopia!

Morale della favola, prima sera, SUPERMERCATO, spesa e cena in camera.

Ok lo so, tediosissimo discorso che con Star Trek non ci incastra molto. Arriviamo quindi alla serata mitica.

Serata mitica…

Ore 19:30 inizia lo spettacolo. Con largo anticipo ci presentiamo all’ingresso del teatro indicato sul nostro biglietto scaricato online. Ci accolgono due marcantoni. Ci leggono il codice a barre riportato sui nostri biglietti. Lo scanner fa un bel “bip” e i due messi del teatro ci sorridono facendo cenno di entrare.

“RiFiuuuuu…” anche questa è andata. O via, siamo dentro.

Prima di entrare avevo notato che in un’area del teatro, visibile dall’esterno, era stato allestito un desk con t-shirt e altra robetta di merchandising realizzata per l’evento in questione. Ovviamente cerchiamo subito questa zona e una volta individuata ci dirigiamo verso il desk. Prendo la t-shirt, il programma e il poster. Giusto per non farsi mancare nulla e soprattutto perchè il gentile ma inglesissimo stewart del teatro incaricato alle vendite, aveva cominciato ad incalzare un discorso, rigorosissimamente in inglese stretto (o Klingon, non so), del quale ho capito solo t-shirt e poster. In pratica poi ho compreso che acquistando la tripletta avremmo avuto uno sconto particolare. Come rifiutare, no?

Preso tutto… Adesso andiamo a prendere i posti.

Gira, rigira e gira ancora, ci ritroviamo al punto di partenza. La perfezione del cerchio non tradisce mai. Al secondo giro pensavo che venisse qualcuno a darci una medaglia o un integratore di sali minerali. Rallentiamo la marcia e grazie a questo ingegnosissimo espediente riusciamo a trovare le indicazioni per la platea. Scendiamo le scale e poi saliamo altre scale dopo aver passato una porta. Fatti i primi scalini cominciamo a intravedere le luci della sala e via, via che salivamo scoprivamo elementi architettonici suggestivi, illuminati perfettamente da luci colorate.

Siamo in sala.

Mi volto verso il palco e scorgo tutti gli strumenti musicali dell’orchestra e, imponente e trionfale sopra il palco, uno schermo grandissimo sul quale si stagliava la scritta Star Trek into darkness.

Ho avuto un nodo alla gola.

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Incredibile…

Un’incaricata del teatro ci invita a mostrarle i nostri biglietti e, guarda caso, nel punto in cui ci trovavamo ci indica che i due posti alla sua sinistra erano per noi.

Ci sediamo. Nel frattempo la sala comincia a riempirsi. Gente, gente, gente… Tanta gente. Qualcuno del pubblico si presenta vestito con le uniformi di Star Trek. Altri indossano la t-shirt appena comprata al desk del teatro.

Il teatro è gremito.

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Ci siamo. 19:35, si abbassano le luci. Entrano i musicisti e a seguire prendono posto i coristi. Circa 160 persone sul palco. Gli applausi riempiono la sala. Ancora qualche istante e arriva il direttore d’orchestra, il maestro Ludwig Wicki, di nazionalità svizzera, fondatore della 21st Century Symphony Orchestra di Lucerna, disposta al completo sul palco della Royal Albert Hall.

OK, ci siamo. Il maestro saluta il pubblico e rivolgendosi verso un lato del palco invita a salirvi Michael Gioacchino.

Guardo mio moglie e le dico: “Sieeeee! O lui?!?!?” Incredibile sorpresa. Il premio Oscar, vincitore del Golden Globe, degli Emmy… Insomma, “lui”. Non ci credevo. E’ proprio lui, il compositore della colonna sonora di Star Trek, in carne e ossa. Michael Gioacchino, di origini italiane e cittadino italiano dal 2009.

Michael si avvicina al maestro Wicki accolto dal pubblico in ovazione. Saluta, prende il microfono e comincia a parlare. Alterna momenti di serietà ad altri di grande ironia, tali da suscitare nel pubblico (inglese) un’incredibile ilarità. “Noi”, non capendo una mazza, ci adeguiamo e accenniamo qualche sorriso. A me veniva piuttosto facile visto l’entusiasmo che comunque provavo, a prescindere da ciò che stava dicendo Gioacchino. Avrebbe potuto parlare di lenticchie e avrei comunque sorriso.

Terminata la sua introduzione, lascia il palco dando modo al maestro Ludwig Wicki di concentrarsi e di dare inizio allo spettacolo.

Le luci si abbassano ulteriormente lasciando illuminare la grande sala della Albert Hall solo dai bagliori dei fotogrammi che cominciano a scorrere sul schermo.

Arrivano le stelle animate che compongono il logo della Paramount. L’orchestra comincia a produrre i primi suoni. Ho i brividi, lo giuro. Arrivano gli altri loghi delle case di produzione, la musica incalza in un crescendo di fiati.

Ma… ma è il film. Non è una sorta di medley studiato per l’occasione.

Osservo il maestro che davanti a sé ha un monitor sul quale passano le stesse immagini che il pubblico vede sul grande schermo ma a queste sono aggiunte, in sovrimpressione, una serie di elementi indicatori di cui alcuni numerici ed altri grafici. Quest’ultimi sono caratterizzati da bande colorate che scorrono da sinistra verso destra a intervalli di tre alla volta, prima che ogni scena cambi, segnando con un colore diverso l’ultimo passaggio prima di chiudere una scena per passare alla successiva. Questo permette al maestro di chiudere un motivo e riaprire con un altro scandendo gli eventi in piena sincronia con quanto avviene sullo schermo, scena dopo scena.

In pratica, Star Trek into darkness viene proiettato integralmente. Al film originale è stata tolta la traccia audio della colonna sonora che per l’occasione viene eseguita live, tutta, direttamente dalla 21st Century Symphony Orchestra.

Provo un’emozione intensa e francamente incredibile da descrivere. Sento i brividi sulla pelle e gli occhi mi si appannano per le lacrime. La potenza della musica, la magnificenza delle immagini, l’orchestra, il coro, la Royal Albert Hall e mia moglie vicino a me, mi fanno decollare verso mondi lontani, dove nessuno è mai arrivato prima….

Lucciconi a parte, mi trovo in piena estasi. L’orchestra è perfetta. Seguo il film sullo schermo che propone i dialoghi in lingua originale e sottotitolati in inglese. Questo un po’ mi facilità nel comprendere le parole, anche se ricordo gran parte del film visto in italiano diverse volte.

Arriva la scena i cui l’Enterprise esce dall’acqua, dove si era nascosta in attesa di recuperare parte dell’equipaggio in missione su Nibiru. Altra botta di adrenalina, brividi e lucciconi. Caspita, siamo appena all’inizio. Se continuo così alla fine del film mi trovano disteso a terra e mi ricoverano.

Le scene scorrono sullo schermo. Io alterno la visione del film a ciò che vede il maestro dal suo monitor, distante da me non più di 7-8 metri al massimo.

Dopo un po’ la musica entra a far parte del film stesso, non dando più la sensazione che sia eseguita dal vivo e in quel preciso momento.

Butto un occhio agli orchestrali, dal lato in cui siamo seduti vediamo benissimo tutti gli archi e intravediamo il sintetizzatore e le percussioni. Il coro è più in alto, subito sotto allo schermo.

Che spettacolo incredibile. Riesco ad apprezzare ogni sfumatura della colonna sonora. Anche le parti apparentemente meno significative ma “di riempimento”, che fanno da “tappeto” ai dialoghi, in questo contesto riescono a dare maggior senso al film e si capisce l’immane lavoro che c’è dietro per realizzare una colonna sonora per un film di questo genere e budget.

Arriva il primo tempo, proprio come al cinema.

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E come al cinema, incredibilmente, anche qui arriva l’omino dei gelati e popcorn… Ma come?!?! Alla Royal Albert Hall, l’omino dei gelati? Sì, anche qui. E non solo. Il pubblico pare abituato e apprezzare questo tipo di servizio. Ma come se non bastasse, dall’accesso alla platea che era vicino a noi, vedo tornare degli spettatori dal bar con in mano boccali di birra.

“Paese che vai costume che trovi”

L’intervallo dura una decina di minuti o poco più. Le luci in sala si abbassano nuovamente ma non del tutto, lasciando modo all’orchestra di rientrare dalla pausa e di essere raggiunta dal maestro Ludwig Wicki che in chiave meravigliosamente trekker e con grande ironia, si ripresenta sul palco indossando la maglia di Spock.

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Il pubblico è entusiasta. Un boato di applausi lo accoglie e lui dimostra compiacimento per il gesto fatto e gratitudine verso il pubblico per come viene accolto.

Si ricomincia. Silenzio, partono nuovamente le immagini sullo schermo.

Mi rituffo nel delirio di emozioni. Benedict Cumberbatch nel ruolo di Khan è perfetto e lo è ancor di più sentendolo recitare con la propria voce, senza nulla togliere al doppiatore italiano che ha fatto un lavoro magistrale.

Siamo alle scene più concitate. La musica la fa da padrona sottolineando la drammaticità degli eventi, la concitazione e la sfida. Ogni attimo è riempito da note che esprimono perfettamente il senso di “COLONNA sonora”, intesa proprio come pilastro portante del suono. Per chi non è un musicista o un tecnico del suono probabilmente questo concetto è perfettamente assimilato ma io ho avuto la sensazione di realizzarlo per la prima volta in quel momento.

L’immensa astronave Vengeance si sta per schiantare sulla Terra. La musica è al massimo, suoni e immagini si fondono per offrire un coinvolgimento “total immersion” (giusto per usare una frase in inglese, concedetemela). Mi arriva un’altra bordata di brividi e lucciconi. La pelle d’oca ha lasciato il posto a quella di cinghiale, poiché nel frattempo, a forza di brividi, si è stimolato il bulbo pilifero creando sulle mie braccia un maremoto di peluria. Credo che all’uscita dal teatro mi abbiano scambiato per Chewbecca (Star Wars).

Siamo alla fine, partono i titoli di coda e con essi l’arrangiamento musicale di Gioacchino che miscela il motivo musicale trainante della serie classica di Star Trek con quella attuale da lui composta. Il coro esprime tutta la sua potenza ricalcando le note dell’orchestra, donando al pubblico l’emozione di udire il classico Star Trek in una versione dal vivo meravigliosa.

Fino all’ultimo passaggio di titoli e crediti l’orchestra dà il meglio di sé, non perdendo mai un colpo, offrendo uno spettacolo di inaudita bellezza.

Pubblico in delirio, tutti in piedi. Non perdo un istante e anche io, non occorre sapere l’inglese in quei casi, mi alzo e mi finisco le mani dagli applausi. Che emozione.

Ma non finisce qui, è ovvio… Aspettiamo, tutti, il bis.

Il maestro esce e qualche istante dopo torna sul palco con Michael Gioacchino. Entrambi si prendono gli applausi meritatissimi. Poi Gioacchino si rivolge al pubblico ringraziandolo e dispensando qualche parola e… non ci credevo, altra incredibile sorpresa. Il maestro Ludwig Wicki cede a Gioacchino la sua bacchetta per permettergli di condurre personalmente l’orchestra per il bis.

Guardo Antonella e ancora una volta, increduli, entrambi pronunciamo all’unisono: “Sieeeee!”

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Gioacchino si volta verso l’orchestra. Il pubblico si siede e in sala torna a regnare il silenzio. Solo per poco. Qualche istante dopo partono le prime note. Francamente è un brano che non conosco. I primi accordi sono, per mia cultura e gusto, un po’ stridenti. Suoni strani, pause lunghe. Poi arriva il motivo trainante che echeggia in sala coinvolgendo tutto il pubblico nell’ascolto di un brano che non è parte integrante della colonna sonora di Star Trek. Una cosa diversa, nuova. Probabilmente, qui chiedo venia, Michael Gioacchino lo avrà introdotto spiegando di cosa si trattava ma, purtroppo, e in quel caso sarebbe stato utile, il mio livello d’inglese non mi ha permesso di comprendere cosa stesse dicendo.

Certo è che è stato un susseguirsi di sorprese che hanno reso la serata indimenticabile. Tre ore di spettacolo intrise di emozioni e soprattutto caratterizzate da un altissimo livello professionale di esecuzione e direzione/composizione.

Tutto perfettamente miscelato e senza alcuna “nota dolente”. INDIMENTICABILE!

Link utili e approfondimenti:

 

L’incontro ravvicinato… inaspettato. Luca Parmitano al museo delle scienze di Londra

Avete presente un bambino, la mattina del 25 dicembre, appena alzato, che corre a guardare sotto l’albero se Babbo Natale gli ha portato il regalo che attendeva da lungo tempo?

downloadEcco… la sensazione che ho provato nel vedere Luca Parmitano al Museo delle Scienze di Londra è stata decisamente superiore (e si vede dalla mia faccia inebetita) rispetto a ciò che può provare il piccolo protagonista della scena che vi ho appena descritto. Quel bambino sa che è Natale e che quel regalo, o qualcos’altro di pari importanza, lo riceverà.

L'astronauta italiano Luca Parmitano ed io... vi prego di contenere i commenti, grazie.
L’astronauta italiano Luca Parmitano ed io… vi prego di contenere i commenti, grazie.

Io stavo visitando con mia moglie il padiglione dedicato alle esplorazioni spaziali. Ero di fianco alla riproduzione della navicella Eagle che atterrò sulla Luna nel corso della missione Apollo 11. Ad un certo punto, così, dal nulla, mi passa davanti quest’uomo in tuta blu. Non l’ho riconosciuto subito, devo essere sincero, anche perché mi sarei aspettato di tutto ma non certo di trovarmi davanti proprio lui, a Londra, in quel museo, in quella stanza, quel giorno a quell’ora… Non me lo aspettavo proprio.

Sul momento pensavo che fosse una sorta di “mascotte” del museo, una guida o un animatore/educatore che si stava preparando a sciorinare un po’ di nozioni sullo spazio a studenti delle scuole.  La mia totale, già appagata, inebriante sensazione di trovarmi in una stanza piena di oggetti intrisi di significato per la storia delle missioni spaziali, per me, era già indice di un notevole stato confusionario. Ero talmente contento che avrei preso la residenza in quel padiglione del museo.

Poi è arrivato “lui”. Si è fermato da una parte per parlare con una persona, presumo sia stato il direttore del museo, data anche “l’atmosfera ufficial-celebrativa” che si era venuta a creare. Un fotografo ha mitragliato qualche scatto con la sua reflex. Luca ha sorriso, ha stretto la mano al “tipo” che era con lui e, terminati i convenevoli di rito, si sono avvicinati all’astronauta un paio di turisti per porgergli un saluto.

Durante tutto questo contesto io ero lì, in attesa di capire se stessi sognando o se “lui” era davvero “lui”…
Mia moglie mi sussurra nell’orecchio, dopo aver letto la patch sulla tuta blu su cui era ricamato il nome dell’astronauta: “E’ Luca Parmitano“… Ed io… “Si?!?”
Poi, grazie a un lampo di lucidità, brevissimo peraltro, ho preso la mia reflex che avevo al collo, l’ho passata a mia moglie e le ho detto: “Anto, premi qui, gira qua, fai qualcosa, comincia a scattare”.
Appena Parmitano si è congedato dai due ammiratori, gli sono andato incontro e gli ho chiesto se potevo avere il piacere e l’onore di fare una foto con lui. Non ha esitato, anzi, è stato gentilissimo e disponibile. Ci siamo entrambi rivolti verso Antonella e lei dopo aver spippolato un po’ con la reflex, candidamente mi dice…

“ma non scatta… eppure…”.

Sudavo… Mentre cercavo, senza riuscirci, di togliermi quel sorriso da imbecille oramai congelato in uno stato di semi-paresi, con un impercettibile labiale, limitato dal suddetto stato, sussurro all’astronauta:

“Vede… C’è chi va e torna dallo spazio con una certa disinvoltura e chi non ha ancora capito come scattare una foto. Abbia pazienza…”

Magicamente parte il flash. Antonella era riuscita a fare quello scatto. In quel momento ho amato mia moglie al quadrato o forse ad un livello pandimensionale.

Mi rivolgo nuovamente verso Luca Parmitano, gli stringo la mano per ringraziarlo e salutarlo ma, all’improvviso, mi viene voglia di investirlo con uno tsunami di domande che lentamente ma inesorabilmente mi stavano arrivando e che faticavo a contenere. Troppo tardi, parte la prima, alla quale lui cortesemente risponde; parte la seconda, la terza…. In pratica avrebbe potuto denunciarmi per sequestro di persona.

Parliamo della ISS, delle future missioni, che lui è responsabile dell’addestramento astronauti a Houston, pur essendo un astronauta dell’ESA integrato nell’organico NASA, che le missioni nello spazio sono importantissime per gli innumerevoli risultati ottenuti nei vari ambiti scientifici e tecnici e del fatto che il suo fisico, nonostante i 6 mesi trascorsi a bordo della ISS in assenza di gravità, al ritorno sulla Terra non ha manifestato i “consueti” effetti deleteri su muscoli e ossa, evidenti su altri astronauti.

Resta con me qualche minuto. Ad un certo punto ho avuto quasi la sensazione di conoscerlo da una vita. Continuiamo a parlare fino a quando arriva un’addetta del museo che, attenta ad una scaletta di appuntamenti, a me del tutto sconosciuta ma che evidentemente esisteva e che la presenza dell’astronauta italiano imponeva di rispettare, tenta di portarlo via. La tipa mi sorride, nascondendo tra le labbra un paio di missili terra-aria diretti alla mia persona mentre gesticola indicando all’astronauta di seguirla.

Passano pochi istanti, Parmitano scambia altre due parole con un paio di addetti dello staff del museo e lentamente sparisce dalla mia vista.

Io guardo Antonella e le dico: “eh?!?…”

e lei: “Sì amore, sì!”.

Mi prende per “la manina” e ci incamminiamo verso il padiglione successivo del museo. Per tutto il giorno sono rimasto all’interno di una “bolla”, a un metro di altezza da terra; molto più felice di quel bambino la mattina di Natale.

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Tutto questo pare un caso ma nulla accade per caso, come mi ha fatto notare la mia amica Angela quando ha letto di questo incontro, da me riassunto a sommi capi su Facebook pochi istanti dopo averlo vissuto.

In effetti… ho incontrato Luca Parmitano solo perché a fine settembre 2013 ho acquistato con mia moglie due biglietti per assistere al concerto “Star Trek Live” che si è tenuto alla Royal Albert Hall sabato 31 maggio, di cui parlerò in un prossimo post. E’ accaduto perché domenica mattina, durante il nostro weekend lungo a Londra, volevamo visitare il Museo di Storia Naturale e nel pomeriggio quello delle scienze ma, come era abbastanza intuibile immaginare, visitando il primo non abbiamo avuto modo di vedere nello stesso giorno quello delle scienze, optando così per rimandare la visita di quest’ultimo al giorno successivo.

Non finisce qui…

Lunedì mattina, 2 giugno, siamo entrati al Museo delle Scienze e, nonostante l’irrefrenabile voglia di vedere il padiglione dedicato allo spazio, Antonella ed io ci siamo prima fermati allo shop, posto nei pressi dell’ingresso del museo. Abbiamo preso il tempo necessario per girellare comodamente tra gli scaffali, per ciacciare curiosi la merce esposta e, con tutta calma, abbiamo cominciato il nostro tour.

terraTempismo perfetto. Una serie di fortunati eventi ha fatto in modo che in quel preciso momento mi trovassi in quella sala, in quel punto esatto.

Avevo già percorso quel padiglione dall’ingresso verso il lato opposto, lungo il lato sinistro e stavo ultimando di vedere gli oggetti esposti sul lato destro. Ho fatto una breve sosta presso il modulo Eagle e successivamente nei pressi di un’installazione multimediale che mostrava gli eventi meteorologici ripresi dai satelliti, svolti in un certo arco temporale. Le immagini venivano inviate da 4 proiettori puntati su una grande sfera bianca sospesa a mezz’aria. Devo dire molto suggestivo e ben realizzato.

Poi è avvenuto l’incontro… Un paio di minuti prima o dopo e non si sarebbe mai verificato.

Ovviamente, come non avrei potuto farlo, ho pensato che tutto ciò fosse stato generato per causa di una breccia spazio temporale e che il Torchwood o il Dottore sarebbero intervenuti da un momento all’altro per verificare l’anomalia. Non vedendoli arrivare ho dovuto concludere che era scritto, da qualche parte, che mi dovesse accadere.

“Non dimenticherò mai quell’incontro ravvicinato con quel tipo” 🙂