Gravity di Alfonso Cuarón. Il nuovo modo di raccontare lo Spazio

Gravity di Alfonso Cuarón segna un nuovo modo di fare cinema. Qualcosa del genere avvenne nel 1999 con il primo Matrix dei fratelli Wachowski e la tecnica di ripresa “bullet time” da loro perfezionata e resa celebre.

Gravity non è un film di fantascienza se per fantascienza si intendono quei film che parlano di invasioni aliene, mostri spaziali, astronavi provenienti da un lontano futuro o roba simile. Gravity è un film drammatico che parla di una missione spaziale terrestre, della NASA, durante la quale si verificano una serie di sfortunati eventi che determinano il fallimento del sistema satellitare mondiale e la distruzione di tutti gli avamposti terrestri in orbita. In modo piuttosto sintetico e approssimativo, senza far troppo danno con gli spoiler, questo è Gravity.

Gli gli spettatori più avvezzi a certi tecnicismi noteranno che il film “è portatore sano” di errori che nella realtà delle missioni spaziali sarebbero considerati come “eventi non plausibili”.  Il regista si è preso qualche libertà per rendere tutto più fluido e cinematograficamente funzionale e questo gli è concesso ampiamente poiché il risultato finale complessivo del suo lavoro è decisamente coinvolgente e innovativo.

Il film è uscito in versione 2D e 3D ma nella zona dove abito, Prato e zone limitrofe, non ho trovato una sola sala che proiettasse il film in 2D, peccato; lo avrei preferito in una versione 2K invece che stereoscopica.

Il 3D oltre ad essere una tecnologia che ritengo ancora ad uno stadio d’indefinita evoluzione, penalizza le immagini tendendo a ridurne notevolmente la luminosità e i contrasti, a fronte di una notevole desaturazione dei colori. Il 3D lo trovo stancante ed è, per certi versi, un espediente tecnico che trovo troppo “commerciale” e che spesso penalizza l’alto livello dei contenuti visivi. La ricerca di soluzioni estetiche atte ad aumentare la percezione del 3D, rende tutto stucchevole e, contrariamente a quanto si pensi, anche molto finto. Riassumendo, per mio gusto, il 3D lo trovo vincente nei film per bambini o per i teenager in generale in cerca di esperienze ludico ricreative, non in un film pensato per appassionare un pubblico più adulto.

Alfonso Cuarón at the 2005 San Sebastian Inter...
Alfonso Cuarón at the 2005 San Sebastian International Film Festival. (Photo credit: Wikipedia)

Cuarón cade vittima della sua stessa scelta. Più volte mostra piccoli oggetti, come le penne a sfera o le lacrime della Bullock, in lento movimento verso l’osservatore. Dopo qualche scena nella quale sono presenti questi elementi ho percepito la sensazione di trovarmi all’interno di un’attrazione di un parco di divertimenti, dove oggi si arriva ad ostentare il 4D e addirittura la 5D experience. L’attenzione per la storia viene meno nel tentativo di inseguire l’oggetto che si muove sullo schermo. Una sorta di ipnotico balletto che fa precipitare lo spettatore in un inesorabile ritorno alla realtà penalizzandone il continuum emotivo.

Lasciando perdere il 3D mi soffermo brevemente su alcuni aspetti che ho citato all’inizio del mio post. Uno in particolare, legato alla descrizione della vita nello spazio, se pur in un contesto di evidente situazione di estrema emergenza e soprattutto di fiction. Mi rivolgo a coloro che non hanno mai seguito le missioni della NASA in streaming video o che non hanno avuto l’occasione di vedere dei documentari sull’argomento. Un astronauta indossa la propria tuta spaziale, fatta su misura, non ne prende altre a caso. Per indossarla, ma anche per toglierla, occorrono diverse ore e non può fare questa operazione da solo. Da qui si evince che Cuarón non avrebbe potuto, per ovvi motivi, allungare il film di diverse ore solo per vedere indossare una tuta dalla Dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock); operazione comunque impossibile da fare in solitaria ma che grazie alle meraviglie del cinema diventa pure plausibile.

Come piace fare a me, sono andato a scavare un po’ sul web per trovare delle informazioni su Gravity, per saziare la mia curiosità e parlare di grafica, fotografia, cinema e tutto quello che si nasconde dietro l’obiettivo della macchina.

Il film si svolge prevalentemente nello spazio, fatta eccezione per alcune brevi sequenze finali. Uno dei punti più importanti da affrontare in un contesto narrativo caratterizzato dalla totale assenza di gravità è quello di fare in modo che lo spettatore non avverta che gli attori sono appesi a fili, magari costretti a evoluzioni circensi nel tentativo di creare l’illusione di essere nello spazio, pur trovandosi all’interno di un set cinematografico.

Cuarón ci è riuscito benissimo avvalendosi di diverse tecniche miscelate tra loro.

Gli effetti visivi del film sono stati curati dalla Framestore con la preziosa supervisione di Tim Webber che dal 1988 collabora con questa società che si è specializzata nello sviluppo di telecamere virtuali, offrendo soluzioni tecniche innovative impiegate in vari film e spot pubblicitari di grande successo.

Le soluzioni tecniche:

Come rendere credibile in un film l’assenza di gravità? Come poter girare lunghe sequenze senza dare l’impressione che George Clooney, che interpreta l’astronauta Matt Kowalsky e Sandra Bullock nei panni della Dottoressa Ryan Stone, siano appesi a dei fili e vittime degli inevitabili effetti della gravità terrestre se appesi a testa in giù o con il viso rivolto verso il pavimento?

Domande a cui Framestore e il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki hanno dovuto dare delle risposte trovandosi ad affrontare una sfida senza precedenti, risolta magnificamente grazie all’esperienza, all’ingegno e alla tecnologia.

Le telecamere utilizzate per girare il film sono state montate su braccia meccaniche robotizzate, simili a quelle utilizzate in alcuni ambiti industriali, soprattutto in campo automobilistico. Il sistema, IRIS e SCOUT fornito della Bot & Dolly, composto da software e hardware, hanno permesso di controllare l’esatta posizione delle camere, permettendo di ottenere movimenti pre-programmati straordinariamente fluidi e dinamici attorno ai soggetti.

Questo sistema ha permesso agli attori di mantenere una posizione semi sdraiata, concentrandosi sui movimenti delle articolazioni e sulle espressioni del viso, senza mostrare sforzi in volto causati dalla rotazione del corpo rispetto alla normale gravità terrestre.

In alcune scene sono stati utilizzati modelli virtuali dei volti degli attori inseriti in post produzione sui corpi digitali degli astronauti generati in computer grafica. Questo video mostra alcuni test realizzati per elaborare il Facial Performance Capture

Per rendere tutto più credibile il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki ha dovuto studiare un metodo per ottenere una corretta illuminazione degli attori, in un contesto ricreato digitalmente che solitamente non è percepibile mentre vengono girate le scene. E’ stato realizzato un set a forma di cubo, interamente rivestito con pannelli luminosi a led, su cui sono state inviate le immagini degli ambienti in cui gli attori si dovevano cimentare. Praticamente è stata realizzata la versione cubica di un video wall che di solito siamo abituati a vedere nei concerti o grandi eventi, di lato e/o sullo sfondo del palco. Questo espediente ha offerto due interessanti vantaggi. Il primo, permettere agli attori di rendersi effettivamente conto di ciò che avviene nella scena e di interagire con gli elementi in essa contenuti. Le dinamiche della scena avvengono in tempo reale, nello stesso istante in cui gli attori recitano con tutti i vantaggi immaginabili che un attore può ottenere da questo espediente. Il secondo, è poter illuminare in modo naturale e corretto gli attori ricevendo sul loro corpo sia le luci dirette sia quelle riflesse e relative dominanti presenti nella scena, senza dover intervenire pesantemente in post-produzione per ricreare artificialmente gli effetti d’illuminazione necessari a rendere la scena verosimile.

L'interno del cubo di LED utilizzato per girare alcune scene in Gravity
L’interno del cubo di LED utilizzato per girare alcune scene in Gravity

Il film è stato girato interamente in 2D e poi elaborato in post produzione in 3D dalla Framestore con il partner tecnico Prime Focus. La scelta tecnica ha permesso alla produzione di utilizzare cineprese 2D digitali, di dimensioni contenute, e di controllare selettivamente gli effetti 3D in una fase successiva, gestendo elementi virtuali fluttuanti ed incrementando le fughe prospettiche riprese con lenti grandangolari, sia sui set reali e sia su quelli digitali.

Il film elabora un nuovo linguaggio che fino ad ora era stato lasciato all’immaginazione dello spettatore o affidato a rapide e più improvvisate interpretazioni della vita nello spazio, realizzate con metodiche più tradizionali che tenevano meno conto delle leggi della fisica, per ovvi limiti tecnici.

Grazie al realismo ottenuto nelle scene, Cuarón riesce ad inchiodare lo spettatore sulla propria poltrona trascinandolo in un continuo alternarsi tra sgomento e gioia, disperazione e forza d’animo.

Le scene lunghe, ricche di dettagli e pathos, caratterizzano da sempre il lavoro di questo regista che in questo suo Gravity mette a dura prova le capacità tecniche dei suoi collaboratori arrivando ad impegnarli fin dal 2010 nella fase di pre-produzione e poi realizzazione di questo incredibile e originale film che arriva a regalare immagini mai viste prima al cinema.

Ottime le riprese in spazio aperto che conducono lentamente verso i volti degli astronauti fino ad oltrepassare la barriera del casco e a proporre l’inquadratura in soggettiva, ulteriormente enfatizzata dal suono del respiro degli astronauti offrendo allo spettatore la percezione di essere, “lui”, nello spazio.

Incredibili le scene in cui sono presenti esplosioni e urti con e tra i detriti dei vari satelliti e stazioni orbitali. Ogni elemento è artefice e vittima dei medesimi rottami che ad ogni giro d’orbita attorno al nostro pianeta tornano a collidere con i già danneggiati e costosissimi avamposti spaziali, producendo altri rottami che andranno ad incrementare la massa di detriti che tornerà a infliggere ulteriori danni ai passaggi successivi. Il lavoro sulle textures, sui solidi e i vari elementi particellari inseriti nella scena, curati dai maestri degli effetti visivi, ha richiesto migliaia d’ore di rendering per ottenere il realismo richiesto da Cuarón. La stessa Terra è stata elaborata tenendo presente la sua rotazione, quindi non imponendo allo spettatore una visione geostazionaria in cui sviluppare la storia ma seguendo le orbite e quindi le varie porzioni del nostro pianeta che variano col variare della rotazione terrestre. Immagini satellitari e tanto lavoro di texture hanno permesso di gestire la rotazione del nostro pianeta in modo completo, a vantaggio della sensazione di realismo che tende ad aumentare nel corso delle varie sequenze.

Gravity è una sorta di compendio sulle nuove tecniche e sui nuovi linguaggi per “raccontare lo spazio e la vita dell’uomo in assenza di gravità”. Da oggi, nulla sarà come prima nell’immaginario della fantascienza a vantaggio di film sempre più coinvolgenti e realistici. Come fece Stanley Kubrick col suo 2001 Odissea nello spazio, grazie alle le sue incredibili intuizioni, trovate estetiche e tecniche, sancì l’inizio di una nuova era del cinema della fantascienza, celebrata e omaggiata oggi con Gravity anche dallo stesso Cuaron. In seguito fu la volta di George Lucas con Star Wars, di Ridley Scott con Blade Runner e dei fratelli Wachowski  con Matrix.  Ognuno affrontò qualcosa che i loro predecessori ebbero il coraggio di cambiare e che a loro volta furono in grado di rielaborare, creando qualcosa di nuovo capace di lasciare un segno.

I prossimi registi che vorranno trattare l’argomento spazio, dovranno fare i conti anche con il maestro Alfonso Cuarón.

Crediti:

Approfondimenti:

Effetti visivi – Studi che hanno collaborato con la Framestone:

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Man of steel. Dallo spremi agrumi di Philippe Starck alle estetiche felliniane… e Superman?

Più che un film su Superman questo Man of steel è un gran teaser utile solo a promuovere le case che realizzano effetti speciali. Nulla di più che puro virtuosismo tecnico fine a se stesso.

Poster The man of steel
Poster The man of steel

Dall’incipit del mio post potete comprendere che il film non mi ha “particolarmente entusiasmato”. Come sapete non indugio in commenti o critiche generali sui film di cui parlo, preferisco di gran lunga trattarli sotto il profilo estetico e così farò anche per Man of Steel di Zack Snyder, scritto da David S. Goyer, Christopher Nolan, Joe Shuster e Jerry Siegel.

In generale posso dire che gran parte delle scelte estetiche di questo film le ritengo ridondanti, eccessive, barocche, pese, faziose e terribilmente noiose. Sono andato giù troppo duro? Andiamo per gradi e facciamo qualche analisi.

Avvertimento di rito per chi non ha visto il film: occhio! Qui ci sono degli spooler.

Krypton, il pianeta natale di Superman (Kal-El o Clark Kent per i terrestri), viene proposto allo spettatore come un pianeta morente, sull’orlo di una catastrofe definitiva. Dopo un fugace momento di apparente appagamento, dovuto alla scelta interessante dei colori utilizzati per dipingere le atmosfere del pianeta e alla presenza di un certo numero di astronavi fluttuanti e “indaffarate”, sparse nei cieli di Krypton, lo spettatore si sente subito smarrito per la scelta, in particolare, di due elementi scenici che a mio dire si sono rivelati piuttosto discutibili.

Il primo è il “drago volante”, utilizzato da Jor-El, padre di Superman, interpretato da Russell Crowe. Non lo avevamo già visto in Avatar? Stesse caratteristiche solo un po’ più massiccio e meno cangiante rispetto ai Banshee di James Cameron. Era proprio indispensabile? Con tutto il traffico di velivoli e astronavi varie il nobile kryptoniano deve ripiegare su un drago volante per fuggire dai suoi inseguitori?

Il secondo, la camera di gestazione dei futuri abitanti di Krypton. Non vi tedio con tutte le motivazioni per cui è stato ideato un dispositivo di questo genere. Ciò che è da notare è la scelta estetica adottata per rappresentare questa location. Ricorda moltissimo la scena in cui Neo è in sospensione vitale all’interno del Matrix, dove, oltre a lui, coesistono milioni di umani che attraverso le connessioni bio-neurali nutrono il sistema con i loro pensieri e le loro emozioni.

La Matrice - THE MATRIX
La Matrice – THE MATRIX

Tornando ad Avatar, prendiamo in “prestito” un altro elemento. Al regista evidentemente piaceva ricreare un sistema di connessione tra la “matrice del pianeta” e i gestanti presenti nella sala sopra citata. Tutto è collegato attraverso un flusso di energia che fa capo a un “capo”. Sì, ad uno strano cranio, oltretutto incompleto, che pare avere il potere di donare la vita e perpetuare la specie kryptoniana. Comunque, a parte il nobilissimo motivo attribuito all’uso di cotale dispositivo, che non discuto, è l’effetto visivo e l’idea in sé che trovo un po’ troppo riciclate dall’Albero delle Anime di Avatar.

Piccola divagazione. A che punto Jor-El ha pronunciato: “al mio segnale scatenate l’inferno”? Ah, non c’è stato? Era in un altro film, scusate mi ero distratto.

Oltre a questo, su Krypton possiamo assistere ad una coreografia di congegni e dispositivi vari che hanno il solo compito di ricordare allo spettatore che si trova in un luogo che non è la Terra, come se la parola Krypton e le atmosfere di un pianeta esteticamente diverso dalla Terra non fossero sufficienti a rimarcare questo fatto. E’ così che ci troviamo passivamente ad assistere ad un balletto ridicolo e mal concepito di “robot inservienti” o “dispositivi di assistenza remota” che asservono i kryptoniani, o quantomeno la nobiltà residente in questo luogo. Oggetti fluttuanti di forma ovoidale che comunicano con i loro padroni attraverso una serie di infografiche visualizzate su dispositivi 3D generati da una sorta di sostanza semiliquida che, anche in questo caso, ricorda “roba” già vista; per esempio il T-1000 di Terminator.

Passiamo alla culla dove viene deposto Superman appena nato. E’ adorna di orpelli e meccanismi vari che rischiano di sconfinare nel ridicolo per la loro eccessiva specificità che non trasmette la sensazione di reale utilità. O meglio, con meno sforzo anche la civiltà meno progredita avrebbe trovato una soluzione più funzionale per assolvere tale scopo. Si muovono cose, girano, ruotano, si spostano e poi il bimbo sparisce dentro una capsula. Sempre per ricordare agli spettatori della Terra che ci troviamo su Krypton, e non da “Mondo Bimbo”, la culla e la capsula sono state disegnate in modo tale da conferirgli un “aspetto alieno a tutti i costi”. Vedendo questi manufatti tecnologici dobbiamo per forza dire, con estrema sicurezza: “Sì, è vero, non è l’Apollo 11. Lì per lì mi ero sbagliato ma guardandola bene si vede che non è roba terrestre”.

Già dalle prime scene tutto appare un po’ troppo carico ed eccessivo. Un occhio attento rivede nelle architetture di Krypton quelle viste in Dune con accenni stilistici a “Le cronache di Riddick” e più recentemente al pianeta dei Predator, per non citare altri mille film che cavalcano la scia di quelli appena citati. Architetture arcaiche mescolate a casaccio con la presunzione che il risultato ottenuto sia quello più verosimile per rappresentare una civiltà aliena. Nessuno ha una ricetta per risolvere questo problema ed è bene che la fantasia faccia da padrona ma, prendere spunto non significa copiare e neppure seguire le medesime intuizioni stilistiche che se non scaturite da ragionamenti precisi, limitandosi ad una mera copiatura, il rischio è di scadere nel kitsch.

Ma facciamo un rapido balzo sulla Terra e arriviamo a Gesù che all’età di 33 anni si sacrifica… Scusate, non stiamo parlando della vita di Gesù ma di quella di Kal-El che a 33 anni si trova a dover fare una scelta. Sacrificare se stesso per salvare l’uomo. Mi pareva di aver sentito anche questa storia… Anche qui non mi soffermo in noiose spiegazioni. Vi basti sapere che Superman si consegna all’invasore di turno che minaccia i terrestri per salvare quest’ultimi.

Possiamo trascurare la questione “genitori adottivi” di Superman se non ricordare a Kevin Kostner che The Man of Steel non è il sequel de “L’uomo dei sogni“.

Siamo quindi sul pianeta Terra. Klark Kent fa la sua vita, più o meno intensa, fin tanto che non va a mettere le mani sulla consolle dell’astronave sepolta dai ghiacci dell’artico, inviata da Krypton e progettata da Jor-El 20 mila anni prima, giorno più o giorno meno. Qui francamente mi sono perso un attimo, si mescolano varie ipotesi non ben sviluppate. Panspermia? Colonizzazione della Terra non riuscita? Boh! Se qualcuno lo ha capito me lo comunichi, così passo meglio la giornata. A parte tutte le ipotesi fantacazziste sul motivo della presenza di questa astronave lunga più di 300 metri sepolta ta i ghiacci, resta il fatto che Klark non resiste alla tentazione e infila la sua “USB” nella consolle della nave attivandone tutti i meccanismi interni, tra cui una sorta di GPS che richiama l’attenzione del generale Zod, un uomo tanto risoluto quanto frustrato e carico d’odio che ha trascorso gli ultimi anni della sua vita a giro per la galassia in cerca proprio di Superman. Ma guarda alle volte le coincidenze…

Ed ecco che arriviamo agli spremiagrumi Juicy Salif di Philippe Stark.

Il generale Zod decide di “spremere” la Terra con una macchina per terraformare il nostro pianeta in modo da farlo assomigliare a Krypton. Tutto questo decide di farlo con un paio di grossissimi Juicy Salif, uno posto nell’emisfero australe e l’altro in quello boreale. Due aggeggi in grado di stravolgere il clima del nostro pianeta, come se già non bastasse ciò che stiamo facendo noi. Bastava attendere ancora un po’ senza prendersi il disturbo di portare fino sulla Terra questi oggettini di design (oltretutto già presenti nei negozi della ALESSI). Eccovi due immagini che possono suffragare la mia affermazione. Ditemi se i due oggetti non hanno qualche “somiglianza”. Non ho trovato fotogrammi migliori ma se vedrete il film avrete modo e tempo di fare tutti i paragoni del caso.

Astronave del Generale Zod - The man of steel.
Astronave del Generale Zod – The man of steel.
Juicy Salif, spremiagrumi disegnato da Philippe Starck
Juicy Salif, spremiagrumi disegnato da Philippe Starck

Gli interni delle varie navi spaziali, nonostante i numerosi design e le diverse dimensioni, appaiono angusti e tetri. Si percepisce qualche vano tentativo nel cercare di evocare uno stile Gigeriano da cui vengono prese le forme sinuose delle pareti, i cubicoli e gli anfratti vari che conferiscono all’ambiente gotici chiaroscuri. Tutto è poco convincente. Il pubblico abituato ai tecnicismi dettati dalla fantascienza per decenni, non accetta le soluzioni tecno-estetiche presenti in questo film che non sono in grado di comunicare allo spettatore la funzione di ogni apparato o ambiente, scadendo in un flop ingegneristico. Stessa cosa per i costumi, armature e divise dei kryptoniani. In generale, pare che sia stata messa in atto una ricerca volta alla complicazione dell’estetica più che al raggiungimento dell’efficienza e della funzionalità.

Spremute a parte e lasciando perdere le varie armature, tanto è vero che il Generale Zod ad un certo punto non ne può più della sua e se la toglie per mostrare la sua tutina nera da palestrato,  Superman trova il tempo per scambiare due chiacchiere con suo padre morto. Hummmm… Va bé, sì è morto ma in realtà Klark interagisce con un’immagine olografica interattiva di suo padre. Il computer dell’astronave arrivata sulla Terra 20 mila anni prima, è programmato per raccontare a Klark un sacco di cose attraverso la proiezione “total body” di  Jor-El.

Qui credo che la casa di produzione degli effetti visivi, la Weta Digital, si sia letteralmente sbizzarrita. Secondo me il regista in quel momento si è assentato e al suo ritorno il danno era già stato fatto.

Superman assiste alla spiegazione di suo padre in merito alla dipartita di Krypton e ascolta molte altre fantastiche avventure che il suo popolo e lui stesso, ancora in fasce, hanno vissuto. Tutto questo viene raccontato ma anche mostrato attraverso una proiezione olografica che permette a Klark di vivere questa narrazione circondato dalle immagini. Non si tratta di immagini tradizionali. La scelta estetica dei creativi ricade sullo stesso espediente stilistico, quello del fluido 3D di colore grigiastro che si modella come plastilina prendendo forme varie. Tutto è perfettamente sincronizzato con le parole di Jor-El. Lui parla e il fluido si configura in modo adeguato. Ogni elemento viene rappresentato in modo scultoreo con una tecnica che ricorda l’altorilievo. A questo punto le immagini  proposte attingono ad un bagaglio estetico di felliniana memoria dove tutto si tinge di grottesco. Il sistema solare di Krypton viene rappresentato in modo stilizzato, elementare. I riferimenti estetici sono moltissimi, dalle scenografie di François Vatel alla corte di Re Sole passando da quelle tratte dal film Viaggio nella Luna, film fantastico del 1902 realizzato da Georges Méliès. Aggiungi a tutto questo l’iconografia dei manifesti sovietici in piena era comunista e mescola tutto ripetutamente. Bellissimi risultati sotto il profilo tecnico estetico ma del tutto inappropriato per questo film. Ne Le avventure del barone di Münchausen sarebbe stato perfetto ma nell’Uomo d’acciaio anche no.

Proseguendo in questa analisi, il regista ci regala una serie di trovate estetiche che la metà sarebbero bastate ad annoiare. Passiamo da uno dei due spremiagrumi di Starck che si trasforma, e non si sa perché, in un “octopus” alla Spiderman dal quale emergono dei tentacoli che afferrano Superman e lo sbatacchiano un po’ ovunque. Poi arriviamo al catalogo dei “100 modi per distruggere Metropolis. Guida per i cineasti in ricerca di effetti speciali per radere al suolo una città“. Verso la fine del film, finalmente, ci troviamo in piena Metropolis dove il Generale Zod sta facendo i suoi comodi con il suo spremiagrumi terraformante. Tra gli effetti devastanti di questo congegno e ciò che combinano Superman e il Generale Zod in una simpatica rimpatriata tra concittadini, lo spettatore viene fagocitato in un blob mostruoso di trovate assurde che mirano ad ostentare solo la perfezione tecnica delle scene di distruzione della città. Grattacieli demoliti in ogni modo. Onde d’urto, esplosioni, perforazioni, collisione tra edifici, raggi di luce emanati dagli occhi del Generale Zod, roba pesante decine di tonnellate scagliata contro i palazzi…

Che noia. Bravini sì! Abbiamo capito. Con gli effetti speciali ci siamo, sapete farli. Lo avevamo intuito 10 isolati prima senza dover ricorrere alla distruzione di gran parte di Metropolis. Le stesse comparse, coinvolte nel solito siparietto che dovrebbe contribuire a trasmettere orrore e pathos attraverso le espressioni dei malcapitati, non convincono. Sembrano annoiate pure loro.

I pochi minuti di proiezione meritevoli di attenzione vengono letteralmente inghiottiti e dimenticati per le numerosissime scene lunghe, estremamente veloci e sature di effetti digitali.

I due cari compagni di Krypton se le danno di santa ragione. Arriviamo alla scena finale di questa interminabile battaglia nella quale lo spettatore stremato capisce che sarebbe bastata una mossa alla Jean-Claude Van Damme per risolvere il contenzioso. Quindi, non esplosioni, non schiacciamenti sotto edifici interi o sotto astronavi distrutte, non sbatacchiamenti da una parte all’altra di Metropolis ma per mettere fuori gioco il Generale Zod sarebbe bastata una semplice mossa di arti marziali dal sapore anni ’80, mai passata di moda. Mi veniva da piangere…

Finalmente il film è quasi giunto alla fine. Non ne posso più. Ho visto di tutto e troppo. Gli eccessi si sommano senza soluzione di continuità arrivando quasi alla nausea. Esco dal cinema, rifletto a mente calda e mi chiedo. Ma in questa brochure di effetti speciali Superman cosa c’entrava? The man of steel di Zack Snyder ha ben poco a che fare con il fumetto del supereroe nel quale, oltretutto,  i cattivi non venivano uccisi ma sconfitti.

 

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Link correlati e crediti:

Oblivion. E’ lo stato in cui si trova lo spettatore nel vedere il film di Joseph Kosinski

Tom Cruise veste i panni di Jack Harper, un tecnico riparatore di droni che svolge la sua mansione sul pianeta Terra, oramai devastato da molti decenni una catastrofe nucleare causata da un conflitto bellico tra terrestri e una razza aliena di invasori.

Locandina OBLIVION
Locandina OBLIVION

La trama del film è reperibile sul web, quindi non mi addentro nel merito. Ciò che desidero riportare in questo post è il mio senso di compiacimento per un verso e quello di delusione dall’altro che ho provato nel vedere questo film.

Cominciamo dalla prima condizione:

Il compiacimento.

L’ho provato apprezzando il lavoro meticoloso e direi quasi maniacale svolto dai designer e creativi. Mi riferisco in particolar modo a tre elementi fondamentali che oltretutto ritengo siano quelli che fanno di questa pellicola un prodotto accettabile. Accettabile e non eccelso perché poi subentra la seconda condizione che è appunto la delusione, legata alla sceneggiatura del film che tende a riportare il livello di Oblivion, a mio giudizio, su una condizione di “accettabile”.

Procediamo per gradi. Torniamo a parlare del compiacimento. Devo rafforzare questo termine usandone uno più forte per tentare di trasferirvi la sensazione che ho provato nel vedere le soluzioni estetiche adottate in Oblivion. Devo quindi dire che ho goduto nel poter apprezzare il design della navetta da trasporto e ricognizione “bubbleship” utilizzata da Tom Cruise e nel vedere tutti i dettagli stilistici e tecnici che la caratterizzano.

Ho goduto nel momento in cui mi sono lasciato trascinare dalle inquadrature che si insinuavano in ogni angolo dell’abitazione del capitano Jack Harper e della sua compagna Victoria (Andrea Riseborough) potendo apprezzarne non solo l’architettura dell’edificio ma anche tutti gli elementi di interior design.

Ho goduto nel poter vedere il lavoro prodotto dal costume designer, in particolare in merito alla realizzazione delle varie tute e vari indumenti indossati dagli attori.

Devo riconoscere che la scelta del bianco che prevale sui vari oggetti presenti nella scena, conferisce un senso di estrema pulizia e minimalismo. Il bianco rafforza l’esperienza visiva offrendo allo spettatore la sensazione di estrema funzionalità e di assoluta efficienza di ogni manufatto su cui è presente questo colore. Inoltre, il bianco, si lega al colore delle navette spaziali della NASA e da cui tutti i registi di fantascienza si sono ispirati per realizzare i propri caccia stellari, incrociatori, navette da trasporto, ecc.. Diciamo pure che il bianco è il colore che più si associa allo spazio, assieme al suo esatto opposto che è il nero che ne rappresenta la dimensione, l’oscurità e l’ignoto.

Oblivion - BubbleShip
Oblivion – BubbleShip

Il primo a subire il fascino minimal del bianco è la “bubbleship”, la navetta o astronave utilizzata da Tom Cruise per spostarsi velocemente nei cieli del desolato pianeta Terra. Il lavoro dei designer (Daniel Simon)e degli esperti in computer grafica è stato davvero meticoloso. Ogni dettaglio dell’astronave raggiunge livelli di perfezione assoluti allontanando lo spettatore dalla sensazione di artificioso o irreale. Potrei arrivare a dire che la bubbleship sia la coprotagonista del film. E’ presente in moltissime scene e viene inquadrata in ogni dettaglio, sia internamente e sia esternamente. Non solo, l’attenzione dei creativi scende in questioni più vicine alla fisica arrivando a simulare diverse condizioni di volo determinate dalla massa e dalla propulsione del veicolo, dalla sua velocità e dall’altitudine in relazione con le condizioni atmosferiche e con gli elementi circostanti che interferiscono (droni in primis).

Oblivion - motocicletta
Oblivion – motocicletta

Meno curata è la motocicletta impiegata per gli spostamenti a terra attraverso le lande desertiche del nostro pianeta apparentemente morente. E’ una moto che ricorda quelle utilizzate in film “post apocalittici” a basso budget dove per dare un “senso di futuro” ad un design contemporaneo, lo si trasforma applicandovi elementi in plastica del tutto inutili e poco credibili ma dal sapore, evidentemente per qualcuno, dal sapore fantascientifico. Se da un lato troviamo una bubbleship perfetta in ogni dettaglio, dall’altra abbiamo una motocicletta che a parer mio è stata un po’ trascurata nel suo design e sopravvalutata in prestazioni rendendola piuttosto ridicola e non credibile. Faccio riferimento al suo utilizzo come argano di traino e al suo display di controllo che è disallineato come design da tutto il resto.

Oblivion - Drone
Oblivion – Drone

Altra cosa piuttosto scontata è il design dei droni. Soluzione estetica e funzionalità ampiamente viste in Matrix, StarWars, Terminator e, nel sempre onnipresente citato, omaggiato, celebrato, “2001 Odissea nello spazio” da cui ogni regista prende in prestito un “pezzo”. In questo caso l’inquietante occhio scrutatore di Hall 9000 che rivediamo su ogni drone di Oblivion e sul nucleo centrale dell’astronave aliena.

Oblivion - SkyHome
Oblivion – SkyHome

Torniamo velocemente alle cose che mi hanno compiaciuto. Parliamo di architettura e design di interni. La SkyHome di Jack Harper è qualcosa di pazzesco sotto ogni punto di vista. Se vogliamo essere critici possiamo soffermarci sulla struttura che la mantiene al di sopra delle nuvole. Struttura esilissima che francamente conferisce un senso di estrema fragilità e di poca credibilità in termini di efficienza statica. Lasciando perdere questo elemento, spingiamoci verso l’alto, appunto sopra le nuvole, dove si erge l’abitazione dei due controllori di droni che vivono la loro vita apparentemente felice e perfetta. Il design dell’edificio è sicuramente un omaggio, o ne trae ispirazione, alla celebre Fallingwater o “casa sulla cascata” ad opera dell’architetto statunitense Lloyd Wright.

Oblivion - SkyHome e BubbleShip
Oblivion – SkyHome e BubbleShip

Il concept di questa abitazione è basato sulla totale efficienza e il massimo comfort. Non ci sono elementi di disturbo. Le lunghe linee da cui si generano le consolle, i mobili e pensili, sono interrotte solo da elementi curvi che ne deviano la direzione col preciso scopo di offrire la sensazione di trovarci in uno spazio ben concepito, pensato per abitarvi comodamente e lavorarvi efficientemente all’interno di grandi ambienti luminosi e puliti.

Oblivion - sistema di controllo touch screen
Oblivion – sistema di controllo touch screen

Le interfacce software presenti nella sala di controllo di volo, ad uso di Victoria, compagna e assistente di volo di Harper, si “spalmano” su un lungo sistema di monitor a touch screen. Le mansioni svolte da Victoria sono plausibili e riescono a soddisfare qualsiasi utilizzatore di tecnologie evolute, offrendo una carrellata di funzioni e interazioni del tutto credibili. Molto interessante è il “drag and drop” estremamente potenziato e resto efficiente dal sistema operativo in uso, grazie al quale lo spettatore più attento può seguire una serie di azioni che permettono la gestione delle comunicazioni tra la Terra e il centro di controllo nello spazio, l’attivazioni di droni e di seguire e intervenire sulle dinamiche della bubbleship; tutto attraverso il trascinamento di icone da un punto all’altro dello schermo mostrando, in tempo reale, la relativa condizione di ogni sistema.

I costumi.

Oblivion - costume di Jack Harper
Oblivion – costume di Jack Harper

Minimal e funzionali, in  linea con gli elementi architettonici della Skyhouse. Questo vale sia per la tuta di volo di Harper e sia per l’abbigliamento elegante ma formale di Victoria che contribuisce a conferirle un aspetto algido ma anche sexy. Stando sola a casa a seguire le operazioni svolte da Jack Harper attraverso la sua postazione di controllo, il look di Victoria è a totale beneficio dello spettatore che la può ammirare in tutta la sua eleganza e perfezione nell’ambito dello svolgimento delle sue mansioni quotidiane. La tuta di Harper è perfetta. Giacchetto e pantalone bianchi, lievemente usurati a testimoniare un utilizzo frequente, conferendo al personaggio che la indossa carattere e una certa operatività sul campo. Non male anche l’uso delle patch in rilievo poste sul pettorale di Harper che indicano il numero della squadra a cui appartiene.

Adesso mi tocca parlare dei punti dolenti del film. Ecco che arriva il mio senso di delusione che mi appresto a motivarvi.

La delusione

Joseph Kosinski

Joseph Kosinski, che ha diretto nel 2010 “Tron Legacy”, deve avere qualche “sassolino nella scarpa” nei confronti di Duncan Jones, regista del film Moon, del 2009. Se non lo avete ancora fatto vi invito a vedere Moon. E’ un film di fantascienza interessante, ben scritto e altrettanto ben girato. Kosinski deve averlo visto, probabilmente gli è anche piaciuto ma poi deve esserne rimasto turbato a tal punto da esserne plagiato, almeno per buona parte di Oblivion.

Alcuni dettagli che mi portano ad invocare il plagio…

1) All’inizio di Oblivion, dopo le prime scene girate in una NewYork dei nostri giorni, ci troviamo sulla Terra nel 2049 dove possiamo osservare, in cielo, il nostro satellite semi distrutto i cui frammenti, più o meno grandi, fluttuano in orbita. Ho interpretato questa scelta come un chiaro: “No, questo film non c’entra nulla con Moon, infatti distruggo subito la Luna”. Quasi a voler mettere subito i puntini sulle “i”.

2) Il punto 1 non avrebbe alcun senso se non vi trovaste a leggere un punto 2 e i successivi. Jack Harper è un clone e lui non lo sa. Non solo, come lui ce ne sono altri, probabilmente a migliaia. Stessa cosa per Moon. L’attore Sam Rockwell interpreta un operatore addetto ad un impianto minerario. n clone al servizio di una compagnia che lo ha duplicato in migliaia di copie. Tutto questo per assicurare una produzione efficiente e nessuna perdita in vite umane.

3) in Oblivion sono state collocate negli oceani delle piattaforme per l’estrazione dell’acqua per poi trasformarla in energia. Non mi dilungo in spiegazioni ulteriori, vi basti pensare che queste “idrovore” trovano in Moon qualcosa di molto simile dedito alla raccolta di “polvere lunare” dalla quale estrarre, invece dell’acqua, dell’Elio 3, elemento essenziale per la produzione di energia sulla Terra.

4) In Oblivion il comandante Jack Harper si accorge di avere un clone vedendo se stesso svolgere il proprio lavoro in una particolare condizione e circostanza, del tutto imprevista dalla compagnia (ed evidentemente dal clone stesso). In Moon, stessa cosa.

5) In Oblivion Jack Harper e Victoria sono in procinto di lasciare il pianeta Terra per congiungersi agli umani sopravvissuti rifugiati sulla luna di Titano. Durante il film, i messaggi provenienti dalla stazione di controllo missione a cui fanno capo i due protagonisti, confermano a più riprese la condizione di imminente partenza creando un senso di attesa e uno scopo preciso per cui la missione vale la pena condurre al meglio, fino alla fine. In Moon stessa cosa. La compagnia mineraria rassicura costantemente Sam Bell (il protagonista del film) sul fatto che a breve finirà la sua missione e che tornerà sulla Terra. In entrambi i casi tali affermazioni sono solo delle bugie ripetute come una sorta di mantra.

Insomma, Moon si svolge sulla Luna e Oblivion in gran parte sulla Terra ma gli elementi in comune sono parecchi.

Non finisce qui. Lasciamo perdere Moon e dirottiamo l’attenzione sulla seconda parte della sceneggiatura di Oblivion. Diciamo da quando si comincia a capire che Tom Cruise ha un suo bel clone e probabilmente molti altri come lui.

Il regista a questo punto decide di percorrere la traccia di Matrix con un leader stile Morpheus, in chiave Morgan Freeman, alla guida di un gruppo di malconci umani che vagano nelle lande desolate della Terra spacciandosi per alieni. Anche qui non mi dilungo in ulteriori dettagli. Diciamo che l’allegra compagnia di terrestri, anche se mal concepita e stravista in decine di film, è nulla a confronto se paragonata all’inefficienza e idiozia della razza aliena che orbita intorno alla Terra.

Joseph Kosinski si perde in dettagli fantastici offrendo allo spettatore un piano sequenza meraviglioso del comandante Harper all’interno della sua astronave Odyssey, durante la scena in cui prende coscienza di ciò che gli è accaduto una sessantina di anni prima. All’interno di questa nave, simile per alcuni aspetti ad uno Space Shuttle, Tom Cruise fluttua in assenza di gravità tra un ambiente e l’altro nel tentativo di sganciare alcuni moduli che suo malgrado dovrà abbandonare nello spazio. Gli interni della nave sono meravigliosi e ogni dettaglio non è lasciato assolutamente al caso. Si legge infatti, nei titoli di coda, che il regista si è avvalso, non a caso, della consulenza di astronauti NASA rendendo tutto molto realistico e convincente.

Poi…

Poi accade qualcosa. “Joseph Kosinski probabilmente assegna la realizzazione della scena finale del film ad uno stagista o è vittima di un crollo psicologico, non lo so; qualcosa deve essergli accaduto”.

Per tutto il film siamo stati testimoni di una strategia premeditata, pianificata in ogni dettaglio, che ha visto gli alieni, nonostante la loro apparente disfatta, sterminare gran parte dell’umanità, trascinando la Terra nella desolazione. Abbiamo visto tecnologie pazzesche e sistemi di difesa avanzatissimi largamente impiegati da tutti i droni presenti nel film. Sistemi che riescono a rivelare scie di DNA di un individuo riuscendo a tracciarne la traiettoria su cui si è spostato. Tecnologie in grado di scansionare sotto la superficie terrestre, di riconoscere gli individui con sistemi di riconoscimento facciale, ecc.

Tutto ciò accade sulla Terra, figuratevi poi cosa potrebbe accadere sulla nave madre nello spazio. ALmeno questo è quello che si chiede lo spettatore.

Ecco… qui casca tutto.

Harper imbottisce la sua navetta di esplosivo, trasporta un umano all’interno di un’apposita capsula palesando all’entità aliena che si tratta di una donna terrestre che è riuscito a catturare. In realtà si tratta di un uomo, di colore (Morgan Freeman) che è si è sostituito alla donna per compiere il gesto estremo insieme a Jack Harper. L’astronave aliena apre il suo boccaporto all’arrivo della bubbleship lasciando passare il comandante Harper e il suo contenuto. L’astronave riesce ad attraversare vari ambienti della nave madre tra cui uno pieno di droni.  Solo il tono della voce del comandante Harper insospettisce, ma non troppo, l’entità aliena che si limita a chiedere al clone quali fossero le sua intenzioni. Harper rassicura la “voce” la quale gli permette di proseguire il suo viaggio all’interno della nave madre. Interni che oltretutto, annoiano mortalmente riportando alla memoria la parodia di Mel Brooks “Balle spaziali” dove si prendeva in giro Guerre Stellari e l’eccessiva lunghezza degli incrociatori imperiali.

Addirittura in una delle sale in cui transita la bubbleship ci troviamo nella fotocopia della sala in cui Neo e migliaia di umani, in Matrix, sono mantenuti in vita grazie ad un efficientissimo sistema di tecnologie sviluppato dalle “macchine”.

Insomma, gli alieni non si accorgono di nulla a tal punto che il regista, visto che ha osato fin qui, si permette di insultarci consentendo al comandante Harper di adagiare la sua bubbleship a pochi metri dal nucleo centrale del sistema alieno. Di scendere dal velivolo, di sganciare la capsula con l’umano al suo interno, di aprirla, di scambiare due chiacchiere con Morgan Freeman e di schiacciare il pulsante per detonare ogni cosa. Tutto sotto gli occhi “vigili” del nucleo centrale alieno che, ovviamente, viene distrutto e con esso tutta la tecnologia aliena presente nello spazio e sulla Terra.

Oblivion è in realtà lo stato in cui si trova lo spettatore nel vedere questo film, fatta eccezione per pochi attimi di lucidità del regista che ci permettono di apprezzare alcune scelte (scenografie, effetti visivi, fotografia, costumi, musica). Sicuramente chi è appassionato di fantascienza dovrà fare i conti con tutta una serie di richiami ai vari film di questo genere che hanno preceduto Oblivion. Chi non lo particolarmente dovrà comunque rassegnarsi a godere principalmente dell’aspetto visivo che è comunque insufficiente per coprire le scelte maldestre che hanno portato il regista a chiudere il film in questo modo.

Peccato, un’occasione mancata!

Video degli M83 con Susanne Sundfør

 

Crediti e link di approfondimento:

Foto tratte dal film di proprietà della UNIVERSAL PICTURE.

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