Elysium di Neill Blomkamp – Pura esperienza visiva ma non tutto mi convince

Desidero trattare l’argomento Elysium nel modo che mi appassiona di più, soffermandomi sui dettagli, le scenografie e le ambientazioni. Elementi che a parer mio spesso in un film riescono a mascherare pennellate narrative meno riuscite…

ELYSIUM poster
ELYSIUM poster

ELYSIUM, luogo destinato ad un idilliaco esilio ma anche ultima dimora delle anime di coloro che sono stati prescelti dagli dei. Detto anche Eliseo o Campi Elisi. Il titolo del film fa riferimento a questi ingredienti evocando attorno a sé, e all’omonima, enorme stazione spaziale orbitante, scenari ancestrali. Elysium ospita facoltosi umani lì rifugiatisi da oltre sessant’anni per sfuggire alla fame e alle sofferenze che dilagano sulla Terra a seguito dello viluppo demografico e la conseguente riduzione delle risorse del nostro pianeta. Elysium è una sorta di terra promessa ma destinata solo a chi può permetterselo. Questa premessa riassume gli elementi su cui ruota la storia, sceneggiata e diretta da Neill Blomkamp, reduce dal successo del 2009 con il film District 9.

Chi segue la mia rubrica “InCinema alla Classifica” sa che non amo fare troppi commenti in merito agli aspetti narrativi e alla sceneggiatura di un film. Posso solo dire che le scelte estetiche adottate da Neill Blomkamp ripagano ampiamente alcune trovate del regista che non ho gradito moltissimo. Preferisco quindi dirottare le mie energie su ciò che mi piace trattare.

ELYSIUM - logo
ELYSIUM – logo

Il logo del film: ELYSIUM è caratterizzato da una font che ha un forte richiamo al carattere grafico che era possibile ottenere, nell’era pre-digitale, con un normografo usato per realizzare brevi testi, didascalie, titoli in ambito tecnico. Linee pure, semplici, prive di spessore, essenziali. Questa scelta minimal esprime pulizia ma anche freddezza, rigidità e rigore geometrico. Tutti elementi che ben rappresentano la società “sterile” che si è sviluppata a bordo di Elysium.

La font del logo la ritroviamo anche nei titoli del film ma questa volta la scelta dei creativi si spinge oltre. E’ simile ma non uguale. La ricerca di originalità di un logo impone qualche eccezione rispetto alla realizzazione di un’eventuale font che ne deriva. Per scrivere i nomi del cast, produttori, ecc… è stato effettuato un ulteriore esercizio di sintesi che ha portato a stilizzare la lettera “E”, rispetto a quella che compare nel logo ELYSIUM. Viene privata dell’asta verticale lasciando visibili solo le tre linee rette parallele che costituiscono le aste orizzontali della lettera.

Elysium - font titoli
Elysium – font titoli

Il concept di questa font è simile a quello che ritroviamo in altri film di fantascienza. E’ quasi un cliché che è in grado di dipingere futuri “immaginifici” e che si auto alimenta ad ogni uscita di un film di questo genere. E’ come se ci fosse un filo conduttore, un silente accordo tra registi, grafici e creativi. Tutto unito da un sottile legame invisibile volto a classificare il film come “di fantascienza, di futuro, di spazio”. Di sicuro utilizzando una font “Comic Sans” il risultato non sarebbe lo stesso.

Ecco alcuni esempi di loghi, simili tra loro, che evocano immediatamente lo spazio, il silenzio, il vuoto. Nel cinema anche questo si chiama fantascienza.

In OBLIVION,  di Joseph Kosinski, la font, assume ancor di più la caratteristica del testo realizzato con un normografo o stencil. Il tratto in alcuni casi viene interrotto come accade utilizzando una maschera stencil.

In Gravity, di Alfonso Quaròn, la font, pur minimal e pulita, è più “standard” ma mantiene le caratteristiche delle precedenti, tra cui lo spazio tra lettere ampio, forzatamente aumentato.

ALIEN, di Ridley Scott, forse è stato il precursore di questo stile grafico che poi è stato adottato, come abbiamo visto, in pellicole di fantascienza uscite anni dopo. Spazi tra lettere molto ampi, lettere bianche su fondo scuro. Caratteri bastone molto puliti, senza grazie, nessun elemento di troppo. Tutto al loro posto.

Ma torniamo a ELYSIUM…

Neill Blomkamp  viene dal mondo della pubblicità e degli effetti visivi. E’ un regista, sceneggiatore ma anche un tecnico degli effetti digitali. Non a caso, si circonda per il suo ELYSIUM di uno staff tecnico di altissimo livello riuscendo in questo film a rendere tutto ancor più realistico superando sé stesso e il suo DISTRICT 9. L’esperienza degli alieni “gamberoni” relegati in una sorta di ghetto in SudAfrica richiese a suo tempo notevoli espedienti tecnici che permisero di raggiungere un incredibile realismo rendendo l’interazione tra attori e elementi digitali davvero sorprendente. Questa cosa si amplifica nel film Elysium in cui Blomkamp riesce a rendere tutto credibile; le atmosfere, i mezzi e i robot presenti sulla Terra. Tutto è plausibile e anche meravigliosamente fatiscente, logoro dall’eccessivo utilizzo e dalla scarsa manutenzione dovuta alle esigue risorse del 2154. I colori sono opachi, scuri, stentano ad emergere dalle superfici sudice dei vari apparati. Graffiti e scritte varie completano la rosa di elementi che contribuiscono a rendere le scene drammaticamente vere.

Elysium - robot burocrate
Elysium – robot burocrate

Su Elysium, la stazione spaziale, tutto si ribalta, lo stile è minimal e i colori quasi assenti se non per la presenza dei toni di verde della vegetazione che circonda le ville di lusso. Pulizia e perfezione vanno a braccetto con la ricchezza. Tutto è candido, si va dal bianco lucido delle superfici degli elementi di arredo al grigio o beige opachi dei vestiti, fatta eccezione per qualche nota di azzurro presente nell’atmosfera di Elysium che porta poi al nero più totale dello spazio infinito.

Jodie Foster su ELYSIUM
Jodie Foster su ELYSIUM

Elysium è una struttura imponente, si vede addirittura dalla Terra. Il suo design ricorda moltissimo quello della stazione spaziale di “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick ma anche i magnifici disegni del designer americano Sydney Jay Mead che ha realizzato progetti visionari di ambienti e strutture architettoniche appartenenti a remoti futuri, collaborando alla realizzazione di concept artistici per le scenografie di molti film di fantascienza tra cui Blade Runner, Tron, Aliens ed il primo film di Star Trek.

ELYSIUM
ELYSIUM
English: Neill Blomkamp the 2009 film District...
English: Neill Blomkamp the 2009 film District 9 at San Diego Comic-Con. (Photo credit: Wikipedia)

Neill Blomkamp si spinge oltre quella stazione “già vista”, trovando il modo di omaggiare chi lo ha preceduto e sposandone in gran parte il concept. Realizza qualcosa che solo Lucas aveva immaginato prima di lui nella saga di StarWars. L’atmosfera di Elysium è trattenuta all’interno di una struttura circolare a sezione concava (una “C” ribaltata, come una grondaia). La grandezza di Elysium, la forma e la rotazione imprimono una forza tale da contenere un microcosmo abitativo che non richiede strutture di contenimento dell’atmosfera. Lucas ci aveva mostrato soluzioni simili durante gli atterraggi e i decolli delle navette imperiali dalla “Morte Nera” che potevamo vedere librarsi senza ostacoli da e verso gli hangar, senza dover aprire o chiudere doppi sistemi di paratie per mantenere l’atmosfera artificiale all’interno del grosso satellite.

Elysium è l’ostentazione di questa soluzione che pur con tutte le riserve scientifiche del caso, conferisce alla stazione Elysium un ulteriore elemento di forte caratterizzazione e, se vogliamo, di originalità. Questa soluzione consente al regista di provocare lo spettatore offrendo scene in cui le navette provenienti dalla Terra atterrano su ELYSIUM in luoghi più disparati, penetrando l’atmosfera e atterrando su prati e giardini perfettamente curati.

ELYSIUM - zona abitativa e aree verdi
ELYSIUM – zona abitativa e aree verdi

Ottimo il design delle navette spaziali da trasporto, militari e mediche. Interessante la scelta di introdurne una “vip” firmata Bugatti (Elysian Fulgar Shuttle), al servizio di Carlyle, interpretato da William Fichtner, abitante di Elysium, ricchissimo e potente uomo d’affari che gestisce i suoi interessi sulla Terra. La sua Bugatti rappresenta l’assoluta perfezione stilistica in netto contrasto con tutti i malconci mezzi di trasporto a disposizione dei terresti, tra cui si intravedono anche vetusti autobus.

Elysium - navetta spaziale firmata Bugatti
Elysium – navetta spaziale firmata Bugatti

Gli sforzi tecnici sono infiniti e pare che non abbiano soluzione di continuità. Le trovate ingegneristiche sono molte e piuttosto interessanti anche se tutto ha il sapore di “già visto”, pur in una versione migliorata. La navetta da battaglia che affianca il mercenario Kruger (Sharlto Copley – visto anche in District 9) è interessante e il registra trova il modo di mostrarcela in ogni angolazione anche se non crea un precedente stilistico ma ripercorre e forse migliora i design di alcune navette presenti in film precedenti, tra cui i droni della saga di Terminator, le “Hunter Killer”, o le “Low Altitude Assault Transport” di Star Wars (vedi foto più avanti)

Elysium - navetta del mercenario Kruger - design TyRuben Ellingson
Elysium – navetta del mercenario Kruger – design TyRuben Ellingson
Terminator - Hunter Killer
Terminator – Hunter Killer
Star Wars - Low Altitude Assault Transport
Star Wars – Low Altitude Assault Transport

Comunque, la livrea mimetica del “Raven”, il corvo,  (questo è il nome della navetta) le conferisce un aspetto intrigante e grintoso anche se lo spettatore stenta a capire come faccia a mantenere un’efficienza tale da consentirle di volare, soprattutto nello spazio. Nel film, la struttura dello scafo, diversamente dal disegno sopra proposto, è vistosamente compromessa. Ogni volta che decolla se ne percepisce il peso e la potenza dei suoi motori che contrastano con la struttura fatiscente che mette a rischio la sua integrità.

I droni utilizzati per intercettare Max (Matt Damon) durante il suo tentativo di fuga, non mi convincono molto. Sono molto simili ai robot che possiamo trovare oggi nella grande distribuzione, impiegati per pulire in casa. Nel film volano e inseguono il loro obiettivo ma non creano alcuna emozione lasciando indifferenti. Una sorta di pausa visiva che distoglie dal fragore emanato dei moltissimi elementi presenti nel film che l’occhio deve cogliere e metabolizzare.

Arriviamo all’esoscheletro di Matt Demon. Sotto il profilo del design lo trovo interessante. Non originale ma interessante. La cosa che mi ha lasciato sgomento è la tecnologia bio neurale che permette di interagire con l’esoscheletro. L’estrema “faciloneria” con cui viene impiantato il sistema nel cervello e negli arti di Max, oltre ai tempi con cui viene effettuato l’intervento e la totale assenza di igiene, ti lascia completamente frastornato. Tutto viene ridotto ad un semplice intervento “ambulatoriale” in regime di day ospital fai da te, pur richiedendo un intervento piuttosto complesso che richiede addirittura impianti nella corteccia cerebrale. Cosa ancora più assurda è che Max entra nell’ambiente dove viene operato con la sua T-Shirt e ne esce con tanto di esoscheletro montato e funzionante e la sua T-shirt sempre addosso.

Cliccando sulla foto qui sotto potrete accedere ad un sito nel quale l’immagine, in corrispondenza dei segni (+), permette di approfondire alcuni dettagli tecnici dell’esoscheletro.

Elysium - esoscheletro - Weta artwork by Aaron Beck; Thumbdrive image by Kimberley French
Elysium – esoscheletro – Weta artwork by Aaron Beck; Thumbdrive image by Kimberley French

Devo dire che mi è piaciuto molto l’uso dei tatuaggi 3D, visti dal regista come simbolo di uno status sociale facoltoso in grado di impiegarli sia per uso estetico/decorativo del proprio corpo sia, soprattutto, per marcare geneticamente il proprio passaporto di appartenenza alla comunità di Elysium. I cittadini di Elysium hanno tutti un tatuaggio sul braccio che ne certifica la loro appartenenza. Il glifo non lascia solamente un segno in rilievo sulla pelle ma si associa indelebilmente al DNA di ogni cittadino in modo univoco e permanente. Con questo tatuaggio si accede ad Elysium e si può beneficiare di tutti i diritti e servizi previsti. Senza, non si ha diritto praticamente a nulla, soprattutto non si accede in alcun modo ad Elysium.

Nel 2154 è piuttosto semplice realizzare tatuaggi 3D, a condizione che si appartenga alla classe abbiente di Elysium, ovviamente. Quello sul braccio viene impresso mediante una speciale pistola laser. Quello sul volto o su altre parti del corpo viene realizzato attraverso un raggio laser emesso dal medesimo apparecchio medicale che ogni cittadino di Elysium possiede nella propria abitazione.

Elysium - realizzazione del tatuaggio 3D contraffatto, impresso a Max per apparire come un abitante di Elysium
Elysium – realizzazione del tatuaggio 3D contraffatto, impresso a Max per apparire come un abitante di Elysium
Elysium - Med-Pod 3000
Elysium – Med-Pod 3000

La fotografia, curata da Trent Opaloch che ha affiancato Blomkamp anche in District 9, riesce a regalare inquadrature meravigliose, forti contrasti cromatici e uno stile narrativo assimilabile alla video cronaca di guerra, tipica dei reportage che vediamo nei telegiornali dalle zone “calde” del pianeta. Le scene sulla Terra sono caratterizzate da questo stile che ritroviamo anche in District 9. Su Elysium invece tutto è più morbido. Carrellate in slider permettono di scorgere gli ambienti con una certa calma e di percepirne la totale efficienza, e singolarità, insite nella società di Elysium. Solo nelle scene più concitate si torna anche su Elysium a riprendere uno stile più “in soggettiva” o comunque dinamico, con camera a spalla, raramente in steady cam, proprio per mantenere quella irregolarità di inquadratura, tipica di un movimento libero di camera che conferisce alla scena dinamismo, naturalezza e coinvolgimento per lo spettatore.

Elysium è un gran prodotto di altissimo livello artistico e concettuale. E’ un film meritevole di attenzione e di ulteriori approfondimenti tecnici. Si potrebbe porre come spin off di District 9, per lo stile, le ambientazioni e per il livello di decadenza della società terrestre che Blomkamp riesce a rendere; nel caso di District 9 all’interno del ghetto omonimo. Elysium è anche un progetto che riprende a tratti l’esperienza del regista Sud Africano, poi interrotta, sul progetto HALO nel quale ha investito molto tempo realizzando un corto davvero interessante che avrebbe meritato di essere sviluppato in un film completo.

Elysium è però un film, a parer mio, che stenta a decollare, soprattutto nella parte centrale dove si dilunga in tediose questioni che portano a ben poco in termini di attenzione e interesse da parte dello spettatore. Ci sono vari elementi nella storia che non mi convincono ma resto dell’idea che un film, in quanto prodotto di intrattenimento ma anche artistico, risultato di mesi o addirittura anni di lavoro da parte di migliaia di maestranze, debba essere apprezzato in ogni suo aspetto e non etichettato come “bello” o “brutto” limitandosi ad analizzarne solo qualche elemento. Personalmente non sono rimasto affascinato da Elysium come invece ebbi modo di esserlo con District 9 ma il lavoro meticoloso di ricerca e sviluppo di ogni dettaglio e il realismo, comunque apprezzabili in questo film, permettono di avvolgere perfettamente lo spettatore in un contesto globale, sociale e tecnologico di un possibile futuro, offrendo una solida base su cui fondare un’interessante esperienza visiva che merita di essere provata.

Link e crediti:

Approfondimenti tecnici:

Effetti visivi curati dalle seguenti società:

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Oblivion. E’ lo stato in cui si trova lo spettatore nel vedere il film di Joseph Kosinski

Tom Cruise veste i panni di Jack Harper, un tecnico riparatore di droni che svolge la sua mansione sul pianeta Terra, oramai devastato da molti decenni una catastrofe nucleare causata da un conflitto bellico tra terrestri e una razza aliena di invasori.

Locandina OBLIVION
Locandina OBLIVION

La trama del film è reperibile sul web, quindi non mi addentro nel merito. Ciò che desidero riportare in questo post è il mio senso di compiacimento per un verso e quello di delusione dall’altro che ho provato nel vedere questo film.

Cominciamo dalla prima condizione:

Il compiacimento.

L’ho provato apprezzando il lavoro meticoloso e direi quasi maniacale svolto dai designer e creativi. Mi riferisco in particolar modo a tre elementi fondamentali che oltretutto ritengo siano quelli che fanno di questa pellicola un prodotto accettabile. Accettabile e non eccelso perché poi subentra la seconda condizione che è appunto la delusione, legata alla sceneggiatura del film che tende a riportare il livello di Oblivion, a mio giudizio, su una condizione di “accettabile”.

Procediamo per gradi. Torniamo a parlare del compiacimento. Devo rafforzare questo termine usandone uno più forte per tentare di trasferirvi la sensazione che ho provato nel vedere le soluzioni estetiche adottate in Oblivion. Devo quindi dire che ho goduto nel poter apprezzare il design della navetta da trasporto e ricognizione “bubbleship” utilizzata da Tom Cruise e nel vedere tutti i dettagli stilistici e tecnici che la caratterizzano.

Ho goduto nel momento in cui mi sono lasciato trascinare dalle inquadrature che si insinuavano in ogni angolo dell’abitazione del capitano Jack Harper e della sua compagna Victoria (Andrea Riseborough) potendo apprezzarne non solo l’architettura dell’edificio ma anche tutti gli elementi di interior design.

Ho goduto nel poter vedere il lavoro prodotto dal costume designer, in particolare in merito alla realizzazione delle varie tute e vari indumenti indossati dagli attori.

Devo riconoscere che la scelta del bianco che prevale sui vari oggetti presenti nella scena, conferisce un senso di estrema pulizia e minimalismo. Il bianco rafforza l’esperienza visiva offrendo allo spettatore la sensazione di estrema funzionalità e di assoluta efficienza di ogni manufatto su cui è presente questo colore. Inoltre, il bianco, si lega al colore delle navette spaziali della NASA e da cui tutti i registi di fantascienza si sono ispirati per realizzare i propri caccia stellari, incrociatori, navette da trasporto, ecc.. Diciamo pure che il bianco è il colore che più si associa allo spazio, assieme al suo esatto opposto che è il nero che ne rappresenta la dimensione, l’oscurità e l’ignoto.

Oblivion - BubbleShip
Oblivion – BubbleShip

Il primo a subire il fascino minimal del bianco è la “bubbleship”, la navetta o astronave utilizzata da Tom Cruise per spostarsi velocemente nei cieli del desolato pianeta Terra. Il lavoro dei designer (Daniel Simon)e degli esperti in computer grafica è stato davvero meticoloso. Ogni dettaglio dell’astronave raggiunge livelli di perfezione assoluti allontanando lo spettatore dalla sensazione di artificioso o irreale. Potrei arrivare a dire che la bubbleship sia la coprotagonista del film. E’ presente in moltissime scene e viene inquadrata in ogni dettaglio, sia internamente e sia esternamente. Non solo, l’attenzione dei creativi scende in questioni più vicine alla fisica arrivando a simulare diverse condizioni di volo determinate dalla massa e dalla propulsione del veicolo, dalla sua velocità e dall’altitudine in relazione con le condizioni atmosferiche e con gli elementi circostanti che interferiscono (droni in primis).

Oblivion - motocicletta
Oblivion – motocicletta

Meno curata è la motocicletta impiegata per gli spostamenti a terra attraverso le lande desertiche del nostro pianeta apparentemente morente. E’ una moto che ricorda quelle utilizzate in film “post apocalittici” a basso budget dove per dare un “senso di futuro” ad un design contemporaneo, lo si trasforma applicandovi elementi in plastica del tutto inutili e poco credibili ma dal sapore, evidentemente per qualcuno, dal sapore fantascientifico. Se da un lato troviamo una bubbleship perfetta in ogni dettaglio, dall’altra abbiamo una motocicletta che a parer mio è stata un po’ trascurata nel suo design e sopravvalutata in prestazioni rendendola piuttosto ridicola e non credibile. Faccio riferimento al suo utilizzo come argano di traino e al suo display di controllo che è disallineato come design da tutto il resto.

Oblivion - Drone
Oblivion – Drone

Altra cosa piuttosto scontata è il design dei droni. Soluzione estetica e funzionalità ampiamente viste in Matrix, StarWars, Terminator e, nel sempre onnipresente citato, omaggiato, celebrato, “2001 Odissea nello spazio” da cui ogni regista prende in prestito un “pezzo”. In questo caso l’inquietante occhio scrutatore di Hall 9000 che rivediamo su ogni drone di Oblivion e sul nucleo centrale dell’astronave aliena.

Oblivion - SkyHome
Oblivion – SkyHome

Torniamo velocemente alle cose che mi hanno compiaciuto. Parliamo di architettura e design di interni. La SkyHome di Jack Harper è qualcosa di pazzesco sotto ogni punto di vista. Se vogliamo essere critici possiamo soffermarci sulla struttura che la mantiene al di sopra delle nuvole. Struttura esilissima che francamente conferisce un senso di estrema fragilità e di poca credibilità in termini di efficienza statica. Lasciando perdere questo elemento, spingiamoci verso l’alto, appunto sopra le nuvole, dove si erge l’abitazione dei due controllori di droni che vivono la loro vita apparentemente felice e perfetta. Il design dell’edificio è sicuramente un omaggio, o ne trae ispirazione, alla celebre Fallingwater o “casa sulla cascata” ad opera dell’architetto statunitense Lloyd Wright.

Oblivion - SkyHome e BubbleShip
Oblivion – SkyHome e BubbleShip

Il concept di questa abitazione è basato sulla totale efficienza e il massimo comfort. Non ci sono elementi di disturbo. Le lunghe linee da cui si generano le consolle, i mobili e pensili, sono interrotte solo da elementi curvi che ne deviano la direzione col preciso scopo di offrire la sensazione di trovarci in uno spazio ben concepito, pensato per abitarvi comodamente e lavorarvi efficientemente all’interno di grandi ambienti luminosi e puliti.

Oblivion - sistema di controllo touch screen
Oblivion – sistema di controllo touch screen

Le interfacce software presenti nella sala di controllo di volo, ad uso di Victoria, compagna e assistente di volo di Harper, si “spalmano” su un lungo sistema di monitor a touch screen. Le mansioni svolte da Victoria sono plausibili e riescono a soddisfare qualsiasi utilizzatore di tecnologie evolute, offrendo una carrellata di funzioni e interazioni del tutto credibili. Molto interessante è il “drag and drop” estremamente potenziato e resto efficiente dal sistema operativo in uso, grazie al quale lo spettatore più attento può seguire una serie di azioni che permettono la gestione delle comunicazioni tra la Terra e il centro di controllo nello spazio, l’attivazioni di droni e di seguire e intervenire sulle dinamiche della bubbleship; tutto attraverso il trascinamento di icone da un punto all’altro dello schermo mostrando, in tempo reale, la relativa condizione di ogni sistema.

I costumi.

Oblivion - costume di Jack Harper
Oblivion – costume di Jack Harper

Minimal e funzionali, in  linea con gli elementi architettonici della Skyhouse. Questo vale sia per la tuta di volo di Harper e sia per l’abbigliamento elegante ma formale di Victoria che contribuisce a conferirle un aspetto algido ma anche sexy. Stando sola a casa a seguire le operazioni svolte da Jack Harper attraverso la sua postazione di controllo, il look di Victoria è a totale beneficio dello spettatore che la può ammirare in tutta la sua eleganza e perfezione nell’ambito dello svolgimento delle sue mansioni quotidiane. La tuta di Harper è perfetta. Giacchetto e pantalone bianchi, lievemente usurati a testimoniare un utilizzo frequente, conferendo al personaggio che la indossa carattere e una certa operatività sul campo. Non male anche l’uso delle patch in rilievo poste sul pettorale di Harper che indicano il numero della squadra a cui appartiene.

Adesso mi tocca parlare dei punti dolenti del film. Ecco che arriva il mio senso di delusione che mi appresto a motivarvi.

La delusione

Joseph Kosinski

Joseph Kosinski, che ha diretto nel 2010 “Tron Legacy”, deve avere qualche “sassolino nella scarpa” nei confronti di Duncan Jones, regista del film Moon, del 2009. Se non lo avete ancora fatto vi invito a vedere Moon. E’ un film di fantascienza interessante, ben scritto e altrettanto ben girato. Kosinski deve averlo visto, probabilmente gli è anche piaciuto ma poi deve esserne rimasto turbato a tal punto da esserne plagiato, almeno per buona parte di Oblivion.

Alcuni dettagli che mi portano ad invocare il plagio…

1) All’inizio di Oblivion, dopo le prime scene girate in una NewYork dei nostri giorni, ci troviamo sulla Terra nel 2049 dove possiamo osservare, in cielo, il nostro satellite semi distrutto i cui frammenti, più o meno grandi, fluttuano in orbita. Ho interpretato questa scelta come un chiaro: “No, questo film non c’entra nulla con Moon, infatti distruggo subito la Luna”. Quasi a voler mettere subito i puntini sulle “i”.

2) Il punto 1 non avrebbe alcun senso se non vi trovaste a leggere un punto 2 e i successivi. Jack Harper è un clone e lui non lo sa. Non solo, come lui ce ne sono altri, probabilmente a migliaia. Stessa cosa per Moon. L’attore Sam Rockwell interpreta un operatore addetto ad un impianto minerario. n clone al servizio di una compagnia che lo ha duplicato in migliaia di copie. Tutto questo per assicurare una produzione efficiente e nessuna perdita in vite umane.

3) in Oblivion sono state collocate negli oceani delle piattaforme per l’estrazione dell’acqua per poi trasformarla in energia. Non mi dilungo in spiegazioni ulteriori, vi basti pensare che queste “idrovore” trovano in Moon qualcosa di molto simile dedito alla raccolta di “polvere lunare” dalla quale estrarre, invece dell’acqua, dell’Elio 3, elemento essenziale per la produzione di energia sulla Terra.

4) In Oblivion il comandante Jack Harper si accorge di avere un clone vedendo se stesso svolgere il proprio lavoro in una particolare condizione e circostanza, del tutto imprevista dalla compagnia (ed evidentemente dal clone stesso). In Moon, stessa cosa.

5) In Oblivion Jack Harper e Victoria sono in procinto di lasciare il pianeta Terra per congiungersi agli umani sopravvissuti rifugiati sulla luna di Titano. Durante il film, i messaggi provenienti dalla stazione di controllo missione a cui fanno capo i due protagonisti, confermano a più riprese la condizione di imminente partenza creando un senso di attesa e uno scopo preciso per cui la missione vale la pena condurre al meglio, fino alla fine. In Moon stessa cosa. La compagnia mineraria rassicura costantemente Sam Bell (il protagonista del film) sul fatto che a breve finirà la sua missione e che tornerà sulla Terra. In entrambi i casi tali affermazioni sono solo delle bugie ripetute come una sorta di mantra.

Insomma, Moon si svolge sulla Luna e Oblivion in gran parte sulla Terra ma gli elementi in comune sono parecchi.

Non finisce qui. Lasciamo perdere Moon e dirottiamo l’attenzione sulla seconda parte della sceneggiatura di Oblivion. Diciamo da quando si comincia a capire che Tom Cruise ha un suo bel clone e probabilmente molti altri come lui.

Il regista a questo punto decide di percorrere la traccia di Matrix con un leader stile Morpheus, in chiave Morgan Freeman, alla guida di un gruppo di malconci umani che vagano nelle lande desolate della Terra spacciandosi per alieni. Anche qui non mi dilungo in ulteriori dettagli. Diciamo che l’allegra compagnia di terrestri, anche se mal concepita e stravista in decine di film, è nulla a confronto se paragonata all’inefficienza e idiozia della razza aliena che orbita intorno alla Terra.

Joseph Kosinski si perde in dettagli fantastici offrendo allo spettatore un piano sequenza meraviglioso del comandante Harper all’interno della sua astronave Odyssey, durante la scena in cui prende coscienza di ciò che gli è accaduto una sessantina di anni prima. All’interno di questa nave, simile per alcuni aspetti ad uno Space Shuttle, Tom Cruise fluttua in assenza di gravità tra un ambiente e l’altro nel tentativo di sganciare alcuni moduli che suo malgrado dovrà abbandonare nello spazio. Gli interni della nave sono meravigliosi e ogni dettaglio non è lasciato assolutamente al caso. Si legge infatti, nei titoli di coda, che il regista si è avvalso, non a caso, della consulenza di astronauti NASA rendendo tutto molto realistico e convincente.

Poi…

Poi accade qualcosa. “Joseph Kosinski probabilmente assegna la realizzazione della scena finale del film ad uno stagista o è vittima di un crollo psicologico, non lo so; qualcosa deve essergli accaduto”.

Per tutto il film siamo stati testimoni di una strategia premeditata, pianificata in ogni dettaglio, che ha visto gli alieni, nonostante la loro apparente disfatta, sterminare gran parte dell’umanità, trascinando la Terra nella desolazione. Abbiamo visto tecnologie pazzesche e sistemi di difesa avanzatissimi largamente impiegati da tutti i droni presenti nel film. Sistemi che riescono a rivelare scie di DNA di un individuo riuscendo a tracciarne la traiettoria su cui si è spostato. Tecnologie in grado di scansionare sotto la superficie terrestre, di riconoscere gli individui con sistemi di riconoscimento facciale, ecc.

Tutto ciò accade sulla Terra, figuratevi poi cosa potrebbe accadere sulla nave madre nello spazio. ALmeno questo è quello che si chiede lo spettatore.

Ecco… qui casca tutto.

Harper imbottisce la sua navetta di esplosivo, trasporta un umano all’interno di un’apposita capsula palesando all’entità aliena che si tratta di una donna terrestre che è riuscito a catturare. In realtà si tratta di un uomo, di colore (Morgan Freeman) che è si è sostituito alla donna per compiere il gesto estremo insieme a Jack Harper. L’astronave aliena apre il suo boccaporto all’arrivo della bubbleship lasciando passare il comandante Harper e il suo contenuto. L’astronave riesce ad attraversare vari ambienti della nave madre tra cui uno pieno di droni.  Solo il tono della voce del comandante Harper insospettisce, ma non troppo, l’entità aliena che si limita a chiedere al clone quali fossero le sua intenzioni. Harper rassicura la “voce” la quale gli permette di proseguire il suo viaggio all’interno della nave madre. Interni che oltretutto, annoiano mortalmente riportando alla memoria la parodia di Mel Brooks “Balle spaziali” dove si prendeva in giro Guerre Stellari e l’eccessiva lunghezza degli incrociatori imperiali.

Addirittura in una delle sale in cui transita la bubbleship ci troviamo nella fotocopia della sala in cui Neo e migliaia di umani, in Matrix, sono mantenuti in vita grazie ad un efficientissimo sistema di tecnologie sviluppato dalle “macchine”.

Insomma, gli alieni non si accorgono di nulla a tal punto che il regista, visto che ha osato fin qui, si permette di insultarci consentendo al comandante Harper di adagiare la sua bubbleship a pochi metri dal nucleo centrale del sistema alieno. Di scendere dal velivolo, di sganciare la capsula con l’umano al suo interno, di aprirla, di scambiare due chiacchiere con Morgan Freeman e di schiacciare il pulsante per detonare ogni cosa. Tutto sotto gli occhi “vigili” del nucleo centrale alieno che, ovviamente, viene distrutto e con esso tutta la tecnologia aliena presente nello spazio e sulla Terra.

Oblivion è in realtà lo stato in cui si trova lo spettatore nel vedere questo film, fatta eccezione per pochi attimi di lucidità del regista che ci permettono di apprezzare alcune scelte (scenografie, effetti visivi, fotografia, costumi, musica). Sicuramente chi è appassionato di fantascienza dovrà fare i conti con tutta una serie di richiami ai vari film di questo genere che hanno preceduto Oblivion. Chi non lo particolarmente dovrà comunque rassegnarsi a godere principalmente dell’aspetto visivo che è comunque insufficiente per coprire le scelte maldestre che hanno portato il regista a chiudere il film in questo modo.

Peccato, un’occasione mancata!

Video degli M83 con Susanne Sundfør

 

Crediti e link di approfondimento:

Foto tratte dal film di proprietà della UNIVERSAL PICTURE.

Altre foto tratte da: