La mia storia parla di cancro al seno maschile

Voglio raccontarvi una storia con l’intento di offrirvi elementi validi su cui riflettere e, se possibile, aiutare qualcuno di voi.

La mia storia parla di cancro al seno. Sono un uomo di 48 anni, sono stato operato di cancro al seno e adesso sto facendo chemioterapia.

Prima di addentrarmi nelle pieghe di questa vicenda ho deciso di iniziare il mio racconto mitigando subito il tenore generale dell’argomento. Per farlo, prendo in prestito un frammento da una scena tratta dal celebre film con Roberto Benigni: “Berlinguer ti voglio bene”.

Si parla, GIUSTAMENTE, di cancro al seno femminile, di prevenzione, di diagnosi precoce ma, sinceramente, avevate mai sentito parlare di cancro al seno maschile? Fatta eccezione per chi come me lo ha subito?

“O ì maschio?”

Questa battuta, in estrema sintesi e con meravigliosa ironia, riassume la domanda fondamentale che mi accompagna da mesi: perché a me? Perché a un uomo che ha sempre curato la propria alimentazione, che è sempre stato attento al proprio peso corporeo, che frequenta palestre da oltre 35 anni, che è stato istruttore di bodybuilding e fitness che ha una vita sana, senza vizi: mai fumato, non beve alcool, etc… gli è stato diagnosticato un carcinoma duttale infiltrante alla mammella?

Beh… i perché arriveranno. Intanto vi racconto la mia storia.

La scoperta:

Agosto 2017. Siamo alla vigilia della partenza per le nostre vacanze al mare. La sera prima, in cucina, davanti alla tv, poco dopo aver finito di cenare, mia moglie Antonella si avvicina e come spesso accade mi accarezza, mi abbraccia e mi massaggia stando in piedi alle mie spalle. Durante questo tenero e affettuoso momento la mano di mia moglie si sofferma a lungo nella zona inferiore dell’areola del mio capezzolo sinistro. Poco dopo mi fa presente che stava sentendo qualcosa che non le piaceva. Prende la mia mano e mi indica con la sua il punto dove toccarmi. Sento un piccolo rigonfiamento, abbastanza consistente. Non ci avevo mai fatto caso. “Per me non è nulla”, le dico subito in modo piuttosto diretto e forse anche un po’ brusco. Lei insiste: “A me non piace e domani vai a farti un’ecografia”. Con l’immagine del mare negli occhi le dico: “Sieee! Domattina si va a Follonica, casomai quando si torna dal mare mi farò fare l’ecografia”. Lei in modo perentorio mi dice: “NO! Domattina ci vai e di corsa!”.

Il percorso di accertamento:

Beh… a parte il siparietto di coppia alla “Sandra e Raimondo”, il risultato è stato che prima di andare a Follonica sono passato da un centro medico diagnostico per farmi fare l’ecografia.

Per darvi elementi utili per prevenire e giocare d’anticipo nei confronti di un problema come questo, voglio riportarvi integralmente il referto del 17.08.2017 eseguito a Prato:

"La tumefazione a sede mammaria sinistra è sostenuta da una nodularità solida e disomogenea di 15x12x8mm con margini netti e priva di significativa vascolarizzazione. Il reperto non univoca interpretazione ecografica necessita di approfondimento con agobiopsia: cisti sebacea? Lesione benigna? Altro? Niente di rilevo a destra. Non linfoadenopatie ascellari bilaterali".

In pratica, qualcosa c’era: non era ben definito cosa fosse e occorreva approfondire l’indagine attraverso agobiopsia (detta anche: ago aspirato).

Va beh… ora pensiamo al mare e al rientro andremo dal nostro medico curante per parlare con lui di questa cosa.

NOTA*: Da adesso in poi dovrei citare il nome di alcune persone, medici professionisti. Trattandosi di post pubblico, ho chiesto l’autorizzazione ai diretti interessati prima di pubblicare in chiaro il nome di ciascuno. Pertanto, in corrispondenza dei nomi, in attesa di  ricevere l’approvazione, troverete l’acronimo (r.a.d.i.*) Richiesta Autorizzazione al Diretto Interessato per la pubblicazione del nome.

I primi di settembre ci siamo recati dal nostro medico curante, Dott. (r.a.d.i.*), persona meravigliosa, medico ineccepibile. Preso atto dell’esito dell’ecografia mi indica di rivolgermi al Centro di Prevenzione Oncologica Eliana Martini di Prato per sottopormi ad ulteriori accertamenti.

Fissato l’appuntamento vengo ricevuto dal Dott. (r.a.d.i.*) altro medico a cui devo molto. Nel suo ambulatorio mi sottopone ad ago aspirato e il campione prelevato viene inviato al laboratorio per effettuare le analisi.

Dopo circa un mese e mezzo vengo convocato nuovamente presso l’ambulatorio del Dott. (r.a.d.i.*) per presentarmi l’esito degli esami.

Questo è il risultato:

"C4 sospetto. Cellule duttali con anisocariosi sullo sfondo di sangue. Si consigliano ulteriori indagini. (AE1/AE3+,CD45-)."

Ciò che deve risaltare all’occhio è la parte in grassetto che si riferisce ad una scala di classificazione internazionale alla quale i patologi fanno riferimento:

  • C1 quadro citologico non sufficiente per definire la diagnosi
  • C2 quadro citologico normale
  • C3 quadro citologico dubbio, verosimilmente benigno
  • C4 quadro citologico dubbio, verosimilmente maligno
  • C5 quadro citologico sicuramente maligno.

Di fatto, come mi spiegò perfettamente il Dott. (r.a.d.i.*), con questo tipo di risultato è estremamente indicato l’approccio chirurgico, quindi la rimozione del nodulo e la relativa analisi istologica più approfondita.

So che in questo momento ti stai chiedendo come mai dall’esame con ago aspirato non sia emersa una diagnosi più precisa. La risposta che posso darti è che il campione prelevato, tramite questa tecnica, non è sufficiente a stabilire con certezza “con chi abbiamo a che fare”. Per dare “un nome, un’identità precisa” a questo elemento oscuro, l’unico modo per farlo è rimuoverlo chirurgicamente e analizzarlo in toto. L’esame con ago aspirato ci propone la classificazione di cui sopra che di per sé configura o meno un certo approccio da seguire per approfondire l’analisi.

Beh… a questo punto, cominciano le prime preoccupazioni.

Il Dott. (r.a.d.i.*) mi spiegò le fasi dell’intervento:

  1. rimozione chirurgica del nodulo
  2. esame di laboratorio intraoperatorio

Da qui si dividono le strade a seconda dell’esito ottenuto:

  1. non è maligno, quindi l’intervento si conclude e si procede alla fase di dimissione ospedaliera nell’ambito della stessa giornata.
  2. è maligno, quindi si procede all’asportazione del capezzolo (quindi ciò che nell’uomo resta della ghiandola mammaria) e alla rimozione del “linfonodo sentinella“.

In breve, dopo quell’incontro col Dott. (r.a.d.i.*), se pur caratterizzato dalla completa disponibilità, pazienza e competenza del professionista, ne uscii piuttosto provato e preoccupato, oltre ad essere, de facto, già inserito in un protocollo di preospedalizzazione che mi avrebbe portato ad affrontare l’intervento chirurgico.

L’intervento:

5 dicembre 2017, dopo aver svolto, nei giorni precedenti, l’iter di preospedalizzazione che prevede le analisi del sangue e la linfoscintigrafia per la ricerca del linfonodo sentinella, la mattina alle 7:00 vengo convocato presso l’ospedale Santo Stefano di Prato per sottopormi ad intervento chirurgico.

Intorno alle 10.30 vengo condotto in sala operatoria. Non ricordo i volti delle persone che ho incrociato tra medici e paramedici; non avevo gli occhiali e senza non vedo nulla. In pratica mi affidavo alle voci e a qualche sagoma sfocata che si inseriva nel mio campo visivo.

Tra queste presenze che si alternavano intorno a me ho incrociato quella dell’anestesista, che con toni molto pacati e rassicuranti mi propose di affrontare la questione nel seguente modo:

Effettuare un’anestesia locale, anziché totale, rimuovere il nodulo e procedere ad immediato esame istologico intraoperatorio. In caso di esito negativo, grazie alla sola anestesia locale e a pochi punti, sarei potuto tornare a casa dopo poche ore. Nel caso in cui l’esito fosse stato positivo, avrebbe successivamente effettuato l’anestesia totale per consentire al chirurgo di proseguire l’intervento…

Come mio solito, nonostante non beva alcolici, mi gioco l’opzione del “bicchiere mezzo pieno” e decido per l’approccio indicato dall’anestesista, confidando in un esito favorevole (non posso dire positivo perché nel caso specifico avrebbe configurato una situazione sfavorevole).

Beh… non entro in ulteriori dettagli sull’intervento chirurgico, almeno in questo post. Vi basti sapere che mi sono svegliato dopo qualche ora con il drenaggio e qualche parte di me è finita in un qualche laboratorio di analisi. Sono uscito dall’ospedale di Prato dopo due giorni di ricovero.

Oramai era chiaro: cancro al seno… Francamente ignoravo, fino ad oggi, che potesse capitare anche agli uomini.

La consapevolezza:

Nelle settimane successive all’intervento ho incontrato più volte il Dott. (r.a.d.i.*) per sottopormi alle medicazioni post operatorie. Durante i momenti di attesa nella sala d’aspetto del Centro Eliana Martini, ho visto tante pazienti, donne che erano lì per il mio stesso problema. Donne che avevano già fatto un intervento o che stavano per affrontare per la prima volta il loro calvario. Qualcuna di loro anche per la seconda volta. Ascolti, sei lì, in attesa, senti i commenti e le confidenze che queste donne si scambiano. In qualcuna avverti rassegnazione, in altre la più completa serenità intesa come “accettazione del problema”. In altre preoccupazione mista a paura.

Francamente io ancora non riuscivo a capire perché mi trovavo lì. Perché stava accadendo a me e che ci facevo in mezzo a tutte quelle donne.

Col passare dei giorni, durante le sessioni di medicazione, oltre ad incrociare lo sguardo con molte “compagne di viaggio”, ho visto due ragazzi. Uno piuttosto giovane, credo che non avesse più di 25 anni. L’altro poco più grande. Due uomini… tre con me. Non potevano essere lì per altri motivi se non per un problema del tutto simile al mio.

In uno di quegli appuntamenti approfittai per girare al Dott. (r.a.d.i.*) la domanda che mi assillava da tempo. Quella riassunta in modo ironico nel video che ho inserito in apertura all’interno di questo post. Ovviamente non nel medesimo modo con cui si rivolge l’attore al pubblico in sala e agli ospiti che assistono al famigerato dibattito del film “Berlinguer ti voglio bene”. Fui piuttosto chiaro e diretto: “Dottore… perché è capitato a me, uomo?” La risposta fu altrettanto diretta: “Saldarelli, ogni anno a Prato operiamo 400 pazienti di cui circa il 2% sono uomini. Questa percentuale corrisponde, grossomodo, a 7 pazienti di sesso maschile. Saldarelli, le quest’anno è il settimo!”. La mia risposta del tutto spontanea non tardò ad arrivare, anche se avevo raggiunto una buona dose di consapevolezza, presa di coscienza e una certa dose di rassegnazione. Non riuscii a trattenermi e mi permisi di esclamare al medico: “Che culo… ho rispettato tutte le statistiche!”.

E’ vero anche che i dati in possesso, fino a quel momento, ci dicevano solo che avevamo avuto a che fare con un cancro al seno, che era maligno e che andava tolto, come era stato fatto. L’esame istologico completo, derivante dall’analisi del campione biologico prelevato in fase intraoperatoria, non era ancora disponibile.

Di più, al momento, non era possibile sapere.

Dopo la rimozione delle bende cercai di cominciare a prendere confidenza con quella parte del mio corpo. Se pur mutata in modo meno radicale come spesso, purtroppo, capita a donne operate di cancro al seno, era comunque diversa. Restava il fatto che dovevo prendere coscienza di questa nuova situazione: niente capezzolo sinistro e al suo posto avevo una bella cicatrice ma soprattutto: ero stato operato di cancro al seno.

Continuavo a pormi i perché, a cercare risposte in rete, a capire se stesse accadendo veramente o se fosse una sorta di visione di un clone di me stesso proveniente da una vita parallela. Insomma… mi mancavano diversi punti di appoggio, dei riferimenti a cui aggrapparmi per accettare questa “anomalia” che era avvenuta nel mio corpo.

Possibili cause

Inizi a pensare che il lavoro possa essere una delle cause a cui aggrapparti. Svolgo l’attività di grafico e da circa 30 anni lavoro a stretto contatto con modem, poi router, poi router wifi, diversi computer, telefoni cellulari, tablet, monitor di grosse dimensioni, prima a tubo catodico e poi a lcd, led, etc… Diciamo che le fonti elettromagnetiche non mi mancano.

Poi cominci a pensare all’alimentazione. Sono stato un bodybuilder natural e nei tempi in cui gareggiavo consumavo secchi e secchi di proteine in polvere, di aminoacidi, di integratori alimentari e nei periodi di gara mangiavo anche 3kg di petto di pollo al giorno. All’epoca non si parlava nemmeno di allevamenti intensivi e di animali che sopravvivono in promiscuità solo grazie all’uso di antibiotici. Si faceva e basta.

Pensi che nella zona dove abiti, a pochi chilometri in linea d’aria da casa tua, si trovava l’Inceneritore di Baciacavallo (c’è ancora ma non è più in uso, vedi anche questo link) e che anni addietro è stato oggetto di animate discussioni in quanto additato come possibile responsabile di inquinamento e in particolare di emissioni di diossine nell’aria.

Pensi ai deodoranti. Anche questo argomento fino a qualche anno fa era del tutto trascurato. Oggi un buon prodotto deodorante si distingue anche dalla dicitura riportata sulla confezione: “Senza alcool e senza alluminio”. Vai a sapere tu, spruzzando o cospargendo con gli stick sulle ascelle cosa è stato causato negli anni, cosa ha assorbito il corpo.

Pensi anche allei possibili cause genetiche; dopotutto né i genitori né il DNA possono essere scelti prima della nascita. Pare che una buona percentuale di tumori al seno nell’uomo possa essere di origine ereditaria. Nella mia famiglia ci sono stati casi di tumori.

Pensi… pensi… qualsiasi risposta ti venga in mente non sarà mai la risposta giusta.

Mentre ti fai mentalmente del male, cominci a capire che “capita”. Leggi in rete che il cancro al seno nell’uomo è sì raro ma si verifica e i dati che ho letto mostrano una casistica in aumento e un abbassamento dell’età in cui si manifesta.

Il cancro, in generale, può venire e purtroppo, volenti o nolenti, quando si manifesta dobbiamo affrontarlo. Non c’è da vergognarsi di nulla anche se capita ad un uomo a cui viene alla mammella. Non c’è da sentirsi “eroi coraggiosi” nell’affrontarlo. Si metabolizza “la cosa” e si affronta; ognuno a proprio modo e ognuno con i propri tempi ma una strada si trova e si inizia a percorrerla.

Le risposte dell’esame istologico:

Dopo circa un mese e mezzo dall’intervento chirurgico, arriva il tanto atteso esame istologico con la relativa relazione del GOM (Gruppo Oncologico Multidisciplinare). Sono dati tecnici ma in parte comprensibili ai più e comunque utili a chi è più preparato in ambito medico:

"Referto istologico E/225/2017 del 5/12/2017 relativo ad esame estemporaneo del nodulo: carcinoma duttale infiltrante scarsamente differenziato nella sezione esaminata.

Referto istologico I/21625/2017 del 10/1/2018: Carcinoma duttale infiltrante (N.O.S= della mammella sinistra scarsamente differenziato (diametro massimo: 1.7cm) (G3 Bloom-Richardson). Non si evidenziano emboli neoplastici negli spazi linfovascolari peritumorali. Micrometastasi in 1/3 linfonodi sentinella esaminati con metodica Osna (620 copie CK19). Nessuna documentabile proliferazione neoplastica nel parenchima contiguo, nella cute e nel capezzolo. pT1c (1.7cm); G3; pN1ml-sn; Mx; LV0. ER 90%; PgR 40%; ki67 35%, c-erB-2 equivoco, score 2. Dish in corso.

Discussione multidisciplinare del 10/1/2018: indicazione chemioterapia adiuvante +/- Trastuzuab in base all'esito della dish seguito da ormonoterapia (...) Da inviare a valutazione genetica."

In sostanza, il mio cancro aveva un nome e un cognome, una dimensione, un profilo e soprattutto, da quello che mi veniva presentato, sarei dovuto ricorrere al trattamento chemioterapico a scopo preventivo. Il cancro era stato rimosso ma se pur remota vi era la possibilità che alcune cellule cancerogene potessero migrare altrove. Ecco perché ricorrere al trattamento chemioterapico.

La chemio:

Non volevo accettare questa cosa. Non ne volevo assolutamente sapere. Dopotutto mi sentivo bene, stavo bene e volevo continuare a star bene.

Nella mia mente avevo un’immagine: quella dei malati oncologici sotto trattamento chemioterapico. Persone provate, bianche, senza capelli. Fisici mortificati dalla chimica che ciecamente pervade tutto l’organismo in “cerca” delle cellule tumorali, con l’obiettivo di fermarle, regredirle o annientarle. In tutto questo processo mentale mi vedevo completamente debilitato, abbrutito, già minato nella mia virilità in quanto affetto da tumore al seno… non si può nemmeno classificare “tumore al pettorale”, per conferirgli quantomeno una connotazione più maschile… “Seno”… altra parola che echeggia nella mia mente preceduta da “carcinoma duttale infiltrante al…”. Frase che mi accompagnava tutte le sere prima di addormentarmi e che trovavo ad attendermi tutte le mattine al mio risveglio.

Ora avevo a che fare anche col termine: “chemioterapia”; ecco il nuovo tormentone mentale.

Ricevuta questa ennesima doccia gelata decisi di “guardarmi attorno”, di confrontarmi con altri medici ma anche di consultarmi con parenti e conoscenti. Ognuno, purtroppo, in quasi tutte le famiglie, ha una storia di tumori da raccontare. Pare la piaga di questa società, una silente epidemia che si è diffusa ovunque. Nel confrontarmi con le persone salta fuori la solita frase: “anche io… oppure: ho un amico/parente/conoscente che è stato operato e che ha dovuto fare la chemioterapia”….

Ti trovi in un attimo ad essere protagonista e spettatore di una situazione drammatica, dilagante e diffusa.

Mi presi qualche giorno di tempo per riflettere anche se il tempo che avevo a disposizione per decidere non era molto. Non puoi rimandare ad oltranza una scelta del genere. Il trattamento chemioterapico deve cominciare entro un paio di mesi dall’intervento chirurgico. Mi trovavo già alla fine di gennaio. Il 5 febbraio sarebbero trascorsi i due mesi dall’intervento. Avvertivo la pressione ed ero nel pieno della fase di elaborazione di un pensiero preciso ma ancora non lo avevo maturato. Da una parte ero scettico sull’efficacia del trattamento e certo, a mio giudizio, degli effetti collaterali che avrei subito. Dall’altra pensavo al poco tempo che mi restava per prendere la decisione e ai rischi possibili a cui mi sarei esposto nel caso in cui avessi deciso di non fare la chemio. Dall’altra ancora “ascoltavo il mio corpo” che di fatto stava bene.

Perché avrei dovuto fare ‘sta roba?

Il mio corpo come un tempio

I giorni passavano. Mi sentivo alle strette. Mi continuavo a confrontare con varie persone, anche medici ovviamente, nel tentativo di approfondire l’argomento, per capire. Ho sempre considerato il mio corpo come un tempio inviolabile. Ne ho sempre avuto cura.

Fino a qualche anno fa soffrivo di forti riniti allergiche stagionali; evitavo di prendere cortisone limitandomi, solo in casi estremi, ad assumere antistaminici. Se non ho febbre alta non prendo mai farmaci e in tal caso si parla al massimo di una Tachipirina. Non uso nulla al di fuori di integratori alimentari naturali e una sana alimentazione. In effetti, circa sette anni fa, solo modificando l’alimentazione ho risolto problemi di allergie stagionali e altri problemi di natura allergica che si presentavano dopo l’assunzione di alcuni alimenti.

Insomma, “non prendo nemmeno le Zigulì” e qui mi si propone di bombardarmi con farmaci chemioterapici? Oltretutto, approfondendo la questione, compresi che insieme al farmaco chemioterapico avrei dovuto assumere: cortisone, un secondo farmaco, detto “intelligente”, e poi proseguire con la terapia ormonale per 5 anni!

Già, nel sentir parlare di “farmaco intelligente” mi venivano in mente le immagini televisive della Guerra del Golfo e i bombardamenti su Baghdad con missili Tomahawk. Missili definiti intelligenti e che contribuirono ad uccidere civili inermi. L’associazione del farmaco con “intelligente” mi suonava come “bellicosa” e un ossimoro del tipo “intelligentemente stupido”.

Insomma… No! No s’ha da fare.

La decisione

Durante questo pellegrinaggio di consultazioni varie e a vario titolo, passando da tutte le possibili scuole di pensiero e i protocolli ufficiali, mi imbattei nel proverbiale incontro con l’oncologa di riferimento che mi avrebbe poi seguito durante tutto il trattamento chemioterapico. Fu un incontro programmato, tra quelli inseriti nel protocollo del GOM per accompagnarmi verso la terapia. Incontrai così la Dott.ssa (r.a.d.i*). Un lungo incontro, quasi due ore, “durante il quale penso di averle fatto perdere qualche anno di vita”. Le ho rivoltato addosso “il sacco” di domande e di dubbi che avevo in serbo. Ero un fiume in piena, coadiuvato dalla onnipresente meravigliosa moglie che mi ha seguito in tutte le fasi, fin dalla prima sua “intuizione” che oggi posso tranquillamente definire: “salva vita”.

Insomma, uscito dall’incontro con l’oncologa avevo dissipato quasi tutti i dubbi. Diciamo che ero moderatamente soddisfatto anche se in parte ero anche turbato per via dei farmaci che mi erano stati consegnati, a titolo preventivo, per contrastare gli eventuali effetti collaterali dovuti alla chemioterapia.

Farmaci che mi sono stati consegnati qualche giorno prima di cominciare la chemioterapia. Utili per contrastare l’insorgenza di eventuali effetti collaterali

La notte porta consiglio… o molti dubbi…

La mattina alle 4 mi svegliai, scosso dai pensieri. I dubbi erano tornati a dominare la mia mente. Il mio fisico.. la palestra… non potrò fare questo, quello… i capelli… come faccio col lavoro… i clienti.. insomma, ero punto e a capo e non volevo saperne di fare la chemio.

“Starò alla sorte”, dicevo tra me.

Dopo essermi più volte girato nel letto decisi di alzarmi per scrivere una email alla Dottoressa (r.a.d.i.*) la quale, molto disponibile, mi aveva lasciato il suo indirizzo email insieme al suo numero di cellulare. Ovviamente alle 5 del mattino non potevo chiamarla altrimenti mi avrebbe mandato alla neuro, altro che a fare la chemio. Le scrissi una lunga mail. Ci misi dentro tutto… Verso le 8.30 le mandai un SMS per avvertirla che gliela avevo inviata. Nel primo pomeriggio mi contattò telefonicamente.

Più di mezz’ora di telefonata durante la quale sentii la forte presenza del medico oncologo professionista ma avvertii anche e soprattutto una forte componente umana, quella che riuscì a far cadere le ultime barriere di riluttanza nei confronti della chemio.

Eravamo già a martedì pomeriggio; il venerdì avrei iniziato la prima chemio.

Oggi sono alla quinta chemioterapia. Il ciclo ne prevede 12 in tutto. Per adesso non ho dovuto usare farmaci per contrastare effetti collaterali poiché non ho avuto alcun problema di sorta se non limitatamente a qualche giornata pessima dal punto di vista della stanchezza e della concentrazione.

Mi era stato annunciato che avrei perso i capelli. Per evitare di assistere impotente a questo repentino evento ho deciso di radermi barba e capelli. Ho notato, per adesso, che la crescita in generale della peluria è rallentata ma non ho riscontrato una vera e propria perdita di capelli, almeno fino ad ora. Come “vantaggio” mi faccio la barba meno frequentemente.

Stefano Saldarelli, foto di Francesco Bolognini, Prato

Avrò modo, in post successivi, di entrare in dettagli su ciò che è l’esperienza chemioterapica, per me.

Sto attendendo anche l’esito del test genetico che attualmente è in corso e che dovrebbe offrire dati ulteriori per stabilire le possibili cause. La risposta non arriva in tempi rapidi: si parla di 3/4 mesi dal prelievo del sangue e pertanto, prima di maggio/giugno non saprò nulla.

Desidero raccontarvi questa esperienza affinché tutte queste parole possano servire a qualcuno per prendere una decisione, per entrare nella sfera della consapevolezza e soprattutto della prevenzione. E’ chiaro che l’uomo può avere il cancro al seno non capita solo a Stefano Saldarelli (e qui potete trascendere a gesti tribali, ancestrali).

Se non era per mia moglie, col cavolo che me ne sarei accorto e chissà adesso che sorte mi sarebbe toccata.

Invito tutti gli uomini a dare inizio ad un’autopalpazione, “un po’ diversa da quella a cui siamo abituati: un po’ più su”.

E’ arrivato il momento di toccarsi i PETTORALI in cerca di noduli, protuberanze, di qualsiasi elemento anomalo. Fatelo da voi o fatevelo fare dalle vostre partner, sicuramente più avvezze a questo genere di tecnica preventiva. Fatevelo reciprocamente. Potrebbe essere un bel gioco che potrebbe salvare la vita ad entrambi.

Ho deciso di avviare una campagna di sensibilizzazione sul problema del cancro al seno maschile. Se fino a qualche mese fa non pensavo nemmeno che potesse verificarsi su un uomo, al pari del cancro alla prostata per una donna, oggi ne sono pienamente consapevole e mio malgrado anche paziente.

Come grafico creativo e persona direttamente coinvolta in questo “episodio della vita”, grazie alla preziosa collaborazione del mio amico e grande professionista Francesco Bolognini www.fotobolognini.it ho deciso di espormi e di mettermi “a nudo” attraverso questa immagine che apre di fatto la mia campagna di sensibilizzazione su questo tema.

Spero solo che possa porre l’attenzione su un problema che di fatto “NON E’ SOLO ROBA DA FEMMINE… FAI PREVENZIONE” anche tu.

Alla prossima e… W la vita!

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Vado l’ammazzo e torno. L’operazione ombra di Publiacqua

Educazione, responsabilità, professionalità, buon senso e rispetto per i clienti, tutte cose che evidentemente Publiacqua non conosce.
Cambiano i contatori dell’acqua. Ok, siamo tutti d’accordo che sia una cosa importante da farsi se effettivamente si guastano o diventano obsoleti.
Peccato però che nessuno avvisi gli utenti che è in atto una campagna di sostituzione di questi dispositivi.
acqua
Per chiedere spiegazioni in merito telefono al numero verde di Publiacqua (800 238 238 Informazioni e Pratiche).
Mi risponde un’operatrice la quale mi riferisce che è normale l’intervento di sostituzione dei contatori da parte di Publiacqua.
In linea di massima sono concorde con quanto riferitomi ma faccio presente che è la modalità con cui viene eseguito l’intervento che non è corretta, anche se è richiede pochi minuti.
Ho fatto presente che sarebbe bastato scrivere in fattura che Publiacqua ha in corso una campagna di sostituzione dei contatori a seguito della quale:
  1. Tecnici autorizzati Publiacqua si recheranno presso le utenze (dicesi abitazioni) per la sostituzione dei contatori.
  2. Che a seguito di ciò si verificheranno brevi interruzioni della fornitura dell’acqua e… magari… CI SCUSIAMO CON I CLIENTI PER IL DISAGIO MA TALI INTERVENTI SONO NECESSARI PER MIGLIORARE IL SERVIZIO…bla, bla, bla…
Tutto qui.
Semplice, no?!
L’operatrice al telefono mi ha fatto presente che stavo facendo un reclamo e in tal caso avrei dovuto scrivere a PUBLIACQUA per riferire il mio disappunto.
IO devo scrivere?
Vieni a casa mia, mi cambi il contatore, mi stacchi l’acqua e se chiedo spiegazioni, manifestando delle perplessità su come operi, IO devo scrivere a TE?
Riceviamo fatture piene di fogli con un’infinità di numeri, note, rimandi, tabelle, dati, ecc. e non vi preoccupate di riportarvi gli avvisi utili all’utenza?
Non informate i clienti sui prossimi interventi di manutenzione agli impianti, delle possibili ricadute che avranno sui cittadini e, magari, se sono interventi gratuiti o se ci dobbiamo anche aspettare delle sorprese in bolletta?
OTTIMO SERVIZIO!
GRAZIE PUBLIACQUA!!!
Ecco, ho scritto, ma qui sul mio blog almeno ho informato i cittadini pratesi di una cosa della quale avrebbe dovuto farsi carico Publiacqua.
Sicuramente dopo questo giochino di Publiacqua farò molta attenzione se in fattura saranno addebitati agli utenti i costi per la sostituzione del contatore, allora sì che si partirà con i reclami.
Forse abbiamo smascherato “l’operazione ombra Publiacqua”.
“Spectre ha i giorni conta…tori”.

Il drone sul vulcano pratese

Qualche mattina fa ho deciso di effettuare qualche test col mio drone. Di solito il mio “campo di volo” è il parco antistante casa mia. L’area verde adiacente all’ex fabbrica Banci, a Prato.

Come spesso accade quando effettuo questi test, vista anche l’ora in cui li faccio, di solito la mattina sul presto, vengo avvicinato da alcune persone che portano a spasso il loro amico a quattro zampe. Loro escono col cane, io col mio drone…

In volo col mio drone sugli amici a quattro zampe
In volo col mio drone sugli amici a quattro zampe

Mentre mi accingevo a collegare i cavi ai connettori, verificare la trasmissione video, controllare i vari dispositivi, ecc. mi si avvicina una signora col suo bel cane. Si ferma, mi guarda e gentilmente mi chiede:

“Scusi, ma cos’è” indicando il mio esacottero ancora immobile a terra.

“E’ un drone che serve per effettuare riprese foto e video dall’alto”, le rispondo io.

“Ma vola?!”

“Sì, signora, vola e con questo si comanda da terra”, mostrandole il radiocomando che avevo in mano.

“Ma qui che ci fa?” mi chiede la signora.

“Effettuo dei test sulla trasmissione video ed altre cose che ho modificato e che devo verificare in volo”, le rispondo.

“Ma che si può riprendere?” mi chiede lei.

“Quello che si vuole Signora. Lo uso per lavoro. I droni sono impiegati in vari ambiti; io lo utilizzo, tra l’altro, per promuovere strutture turistiche”. Provo a risponderle così perché non sai mai chi hai davanti, magari la signora è proprietaria di un B&B nel Chianti o conosce qualcuno che ha un bell’agriturismo in Maremma, chi lo può mai dire. Quindi proseguo su questa linea: “Pensi di poter riprendere dall’alto la propria struttura ricettiva inserita nel contesto paesaggistico che la circonda. E’ molto suggestivo”.

Attendo una qualche risposta, pensando ingenuamente di potermi sentir dire “Caspita, bello, ho un casolare verso Artimino che vorrei promuovere…”

Invece, con un tono entusiasta, quasi fanciullesco esclama:

“Quindi potrebbe riprendere anche un Vulcano!”

A quel punto ho esitato qualche istante prima di darle una risposta, e cercando di restare sul cortese, ho riflettuto un “nano secondo” in più per poi dirle: “Certo Signora! Anche un vulcano… (pausa) Magari a Prato non se ne trovano tanti ma di sicuro in Sicilia qualche collega avrà pensato di fare una capatina col proprio drone sull’Etna.”

La signora mi ha guardato, mi ha ringraziato e si è incamminata col suo cane verso l’interno del parco borbottando qualcosa fra sé.

Mentre stavo ripensando al curioso incontro mi sono chiesto del perché voleva mandare il drone proprio su un Vulcano. Con tutti i posti che potevano venirle in mente… un vulcano, assurdo! A Prato poi… ma come si fa solo a pensarlo??”

Chiuso quell’episodio ho effettuato i miei test col drone e poi, soddisfatto, sono rientrato a casa. Accendo il mio PC per trasferire i files video appena girati e, per ingannare l’attesa, apro il mio browser per leggere la posta su GMail. Come ogni giorno, anche più volte al giorno, mi arrivano le news sui droni da Google. Stamani, incredibile, non volevo crederci, tra le notizie che mi sono arrivate ne ho trovata una con questo titolo “Spedire un drone in un vulcano attivo e filmare tutto. È successo a Vanuatu e le immagini sono da brividi”.

Pensavo di essere vittima di una candid-camera. Ho cliccato sulla news e si è aperto questo articolo a cui era collegato l’incredibile video che potete vedere qui sotto:

E’ una storia che analizzata a posteriori ha dell’incredibile. Posso solo dire di aver imparato qualcosa di nuovo dalla vita: mai mettere limiti alla fantasia, all’audacia e alle capacità umane. Questo in riferimento a quanto si evince nel vedere il video. Poi, se vogliamo trarre un insegnamento dall’incontro con la signora: “Mai giudicare dall’apparenza. Anche l’affermazione più strana e apparentemente più ingenua, può essere foriera di idee e spunti interessanti”.

Bè, è stata una bella mattinata, direi “espolsiva” 🙂

CorelDraw a Prato, il corso dedicato agli operatori della grafica

Per coloro che operano nel settore della grafica questo è un appuntamento da non perdere! CorelDraw, il software per la grafica professionale tra i più potenti e diffusi al mondo, sarà oggetto del corso che si svolgerà a Prato il 2 aprile 2014.

Il corso sarà tenuto da Roberto Capuozzo, Corel Specialist Italia ed è organizzato da COM&TEC, Associazione Italiana per la Comunicazione Tecnica con sede in Via Valentini 14 c/o Palazzo dell’Industria.

Nell’arco di un’intera giornata i professionisti che operano nel settore della arti grafiche potranno assistere ad un corso teorico e pratico di grande valore. Saranno approfondite numerose tematiche volte a sfruttare al meglio le incredibili potenzialità che Corel Draw X6 offre ai propri utenti professionali.

CorelDrawX6Il corso ruoterà principalmente sull’ottimizzazione dei processi di lavoro finalizzata alla realizzazione di files di stampa, leggeri, distribuibili e capaci di mantenere integre tutte le caratteristiche di progettazione. Una particolare attenzione sarà rivolta alle tematiche legate alla gestione del colore e alla relativa fedeltà cromatica degli elaborati grafici in fase di stampa, alla gestione delle trasparenze (canale alpha) e dei gradienti. Un training per addetti ai lavori ma anche per appassionati che desiderano approfondire la conoscenza di questo software professionale, indispensabile strumento di lavoro per molti grafici e operatori del settore.

Personalmente lavoro con tutta la suite grafica CorelDraw da una ventina d’anni e non rimpiango mai di aver fatto questa scelta. Ho impostato tutta la mia attività su CorelDraw e ritengo che sia uno strumento di lavoro di incredibile potenza e dalle molteplici possibilità di utilizzo.

Non esiste un solo modo per fare le cose con CorelDraw ma infiniti modi attraverso i quali arrivare a realizzare i propri progetti. Solo utilizzando al meglio il software e comprendendone tutte le potenzialità sarà possibile personalizzare i processi di lavoro e ridurre i tempi di realizzazione dei propri layout.

Libera la creatività e la tua fantasia abbattendo tutte le barriere, spesso dettate da personali limitazioni tecniche, scoprendo le molteplici potenzialità che CorelDraw ti offre. Questo corso può fare la differenza tra il saper fare o non saper fare una cosa o tra il farla in un’ora o in pochi minuti.

CSI_italiaRoberto Capuozzo, nell’arco delle 7 ore di corso, vi fornirà gli strumenti per sfruttare al meglio il vostro CorelDraw X6 mettendo subito in pratica quanto appreso durante lo svolgimento della lezione. Il corso prevede che i partecipanti portino il proprio PC sul quale sarà necessario pre-installare la versione “trial” di CorelDraw, se non è già installata quella con licenza in uso dall’utente.

Per conoscere nel dettaglio le condizioni e il programma del corso, potete consultare il sito della COM&TEC attraverso questo LINK

Per scaricare la versione trial di CorelDraw X6 cliccate qui

Fate presto! Le iscrizioni al corso dovranno pervenire entro il 24 marzo p.v. 

Ulteriori approfondimenti:

Danno alla tua auto per buche sull’asfalto? 8 consigli per ottenere un risarcimento.

Come si dice in questi casi: “speriamo che non accada mai” ma se accadesse o vi è già accaduto è utile sapere come fare.

Parliamo d’incidenti che possono verificarsi per la presenza di buche sull’asfalto e per i quali non ci sono stati feriti. I consigli che darò in questo post sono relativi a danni che si possono verificare all’interno del Comune di Prato poiché abito in questo comune e perché ho vissuto in prima persona questa esperienza. Direi però che questi consigli siano utili un po’ per tutti, facendo ovviamente riferimento agli uffici pubblici del vostro territorio presso i quali dovrete recarvi o rivolgervi per produrre la documentazione necessaria finalizzata alla richiesta di risarcimento del danno subito.

Vi dico subito una cosa. Scordatevi di riscuotere il 100% del danno richiesto. Comunque vada, nella migliore delle ipotesi, il danno verrà liquidato stabilendo una sorta di “concorso di colpa”. Nel mio caso, avendo spaccato uno pneumatico prendendo una buca, il danno mi è stato riconosciuto al 60%, praticamente decurtando un 20% per usura dello pneumatico e di un ulteriore 20% per una ravvisata corresponsabilità in quanto la zona era soggetta al limite di velocità di 50Km/h. Questo anche se la velocità non è stata rilevata da un agente di polizia. Quindi, mettetevi l’anima in pace e fatevi due conti se può o meno convenirvi richiedere un risarcimento.

Fatto?

Bene, se avete deciso che vi conviene potete continuare a leggere il resto del post…

Primo consiglio – evitate le buche: pare banale e scontato ma è forse il più importante di tutti. Cercate di evitare le buche. Lo so, pare una genialata dirlo ma è il modo più sensato e sicuro per non avere problemi di sorta. Sono beghe… Tempo, soldi, attese… Comunque, se siete approdati in questo post, con molta probabilità il primo consiglio è superfluo e siete alla ricerca di suggerimenti per tentare di recuperare un po’ di soldi che avete mandato in fumo beccando proprio quella stramaledetta buca.

Secondo consiglio – fotografare tutto. Se avete già preso la buca assicuratevi di fare subito le foto. E’ l’ora di fare un buon uso del vostro smartphone:

  • foto dell’area in cui si è verificato il sinistro: mi raccomando, fotografate l’asfalto, le condizioni generali del tratto di strada nel quale si è verificato l’incidente. Fotografate il punto esatto in cui è avvenuto (buca, dosso, crepa, ecc), fotografate dei punti di riferimento limitrofi al punto di impatto, importanti per identificare la zona esatta anche a distanza di tempo e qualora il tratto di strada venisse riparato (cartelli stradali, negozi, numero civico di un edificio, lampioni).
  • foto del mezzo e relativo danno causato dall’impatto: fotografate il vostro veicolo assicurandovi di includere degli scatti che comprendano la targa del veicolo e il danno. Poi realizzate delle foto in cui dettagliate il danno. Ad esempio, se il danno si limita allo scoppio di uno pneumatico, fotografate la ruota sgonfia e le eventuali imperfezioni al cerchio qualora si fossero presentate.

Terzo consiglio – il testimone. Se siete in auto con qualcuno fatevi rilasciare una dichiarazione firmata su quanto è accaduto. Vi sarà richiesta l’eventuale presenza di testimoni in loco durante l’incidente. Fatevi mandare dal vostro testimone una copia della sua carta di identità.

Quarto consiglio – digitalizzate tutto. Se siete avvezzi all’uso del computer, vi consiglio di digitalizzare tutta la documentazione e di farne un unico documento (magari un Word) nel quale allegare/inserire tutta la documentazione che produrrete.

Quinto consiglio – a chi rivolgersi. Per chi abita a Prato, l’ufficio competente che accoglie le vostre richieste di risarcimento danni è l’ASM in Via Paronese. Poiché la pratica andrà avanti per diversi mesi e vi sarà richiesto di produrre strada facendo (è il caso di dirlo) diversi documenti, vi consiglio di non ricorrere alla Raccomandata per inviare la documentazione ma di recarvi personalmente rivolgendovi all’Ufficio di Protocollo. Il tempo che impiegate alle Poste per fare la Raccomandata è decisamente superiore a quello che vi occorre per recarvi in Via Paronese e farvi protocollare i documenti che presenterete. Ricordatevi di produrre due copie degli atti che andrete a depositare. Uno lo lascerete all’impiegato e l’altro lo fate timbrare come ricevuta di consegna dei documenti.

Se poi decidete di spedire tutto per raccomandata, eccovi l’indirizzo:

A.S.M.
Via Paronese, 110, 59100 Prato
Uff. Sinistri attività di manutenzione ordinaria delle strade

Sesto consiglio – documentate tutte le spese con ricevute e fatture, soprattutto dell’eventuale pezzo danneggiato (ad esempio fattura del gommista per acquisto pneumatici, nel caso di rottura di una gomma).

Settimo consiglio – la documentazione da allegare. E’ importante che non dimentichiate nemmeno un documento. Rischiereste di veder passare alcuni mesi dalla consegna della vostra richiesta di risarcimento danni e poi vi viene richiesto un documento che non avete prodotto a suo tempo, allungando ulteriormente le tempistiche di liquidazione del danno. Quindi…. ecco cosa dovete presentare:

  • Foto descritte al punto due di questo post
  • Mappa dell’area in cui si è verificato il sinistro (fate uno screenshot da GoogleMap del punto esatto in cui è avvenuto l’incidente)
  • Fotocopia del vostro documento d’identità (fronte e retro)
  • Fotocopia del vostro libretto di circolazione (dell’auto danneggiata)
  • Fotocopia della patente di guida
  • Lettera di richiesta danno minuziosamente dettagliata. Scrivete tutto descrivendo quando, dove e come sono avvenuti i fatti. Non entrate nel polemico o nel personale. Limitatevi ai fatti descrivendoli con accuratezza e veridicità.
  • La lettera che vi rilascerà il vostro testimone in cui descriverà, dal suo punto di vista, come sono andati i fatti.
  • Fotocopia del documento d’identità del testimone
  • Fatture per cui richiedete il risarcimento del danno (carro attrezzi, carrozziere, gommista, ecc)
  • Eventuali verbali della Polizia Municipale (vedi sotto al paragrafo Consigli supplementari)

Ottavo consiglio – non esagerare. Il risarcimento si chiede su cose documentabili. Non includete cifre ipotetiche per cose soggettive non documentabili, tipo: “ho avuto tanta paura e per questo richiedo 1.000 Euro”, oppure: “a causa di questo incidente mi sono venuti i capelli bianchi e quindi chiedo una fornitura a vita di tintura per capelli”. Scherzi a parte, sono cose difficili da provare, a meno che non mettiate la questione nelle meni di un legale……

…..

…..

….lo perdiamo….. biiiiiiiip!

Consiglio supplementare 1

Come ho già detto se siete in questo post probabilmente il danno si è già verificato. Diversamente, se siete qui a titolo informativo, vi consiglio di tenere presente anche questo consiglio. Contattate subito, al momento del sinistro, la Polizia Municipale. Non i Carabinieri o la Polizia, solo la Polizia Municipale, sono loro che se ne occupano. Il loro intervento è utile a più scopi:

  • Darvi un supporto in caso d’impossibilità a proseguire il vostro percorso col mezzo accidentato
  • Verbalizzare l’incidente e produrre di conseguenza un’adeguata documentazione che allegherete alla vostra richiesta di risarcimento danno
  • Segnalare agli organi competenti la presenza di un evidente problema che va risolto con adeguati interventi da parte del personale addetto alla manutenzione stradale. Vi posso dire che se vi è successo un incidente che ha causato danni alla vostra auto, non potete immaginarvi cosa potrebbe accadere a qualcuno che percorre lo stesso tratto stradale con un motoveicolo che va a collidere con la medesima anomalia presente sull’asfalto. Potreste salvare al vita a qualcuno segnalando tempestivamente l’accaduto.

Richiesta documento Polizia Municipale PratoQualora il personale della Polizia Municipale non potesse intervenire, per qualsiasi ragione, vi suggerisco, una volta fatta la segnalazione per telefono appena avvenuto il sinistro, di recarvi i giorni a seguire presso il comando della Polizia Municipale per richiedere la trascrizione telefonica della vostra segnalazione. Tecnicamente si definisce “Richiesta rilascio copia atti”. A tale scopo vi consiglio di scaricare il documento che trovate qui a fianco e che dovrete riempire e consegnare all’ufficio che vi sarà indicato dal piantone all’ingresso del Comando della Polizia Municipale di Prato. Scrivete anche “due righe” in cui motivate la richiesta di tale documentazione e allegate il tutto in fase di presentazione.

L’atto richiesto non vi sarà rilasciato subito ma dopo qualche giorno. Dovrete tornare a ritirarlo presso il medesimo ufficio dove avete depositato la richiesta.

Consiglio supplementare 2

Vi suggerisco di riportare nella documentazione che consegnerete alla ASM il vostro indirizzo di posta certificata (ovviamente se lo avete) e di richiedere all’ufficio di protocollo della ASM l’indirizzo di posta certificata di riferimento a cui eventualmente inoltrare documenti integrativi che potrebbero esservi richiesti. In tal caso avrete un nominativo di un referente a cui rivolgervi, la certezza del ricevimento e accettazione della documentazione (prova certa, valida come una raccomandata) e eviterete di dover tornare i Via Paronese a consegnare ulteriori documenti.

Sempre per esperienza personale vi dico che dovrete comunque avere pazienza.  Ho avuto l’incidente a dicembre del 2012 e sono stato risarcito, nella percentuale che vi ho detto all’inizio di questo post, a ottobre del 2013 dopo una raccomandata, due viaggi alla ASM e un paio di e-mail tramite posta certificata.

Per concludere, vi presento “la mia buca”. Dopo il mio incidente e la relativa segnalazione alla Polizia Municipale è stata ricoperta:

La "mia buca"
La “mia buca”

Spero di esservi stato utile.

Se avete avuto esperienze simili e volete lasciare un vostro commento siete liberi di farlo; potreste essere d’aiuto per qualcuno.

Altri articoli su questo blog dedicati all’argomento buche sull’asfalto:

A Prato apre l’ufficio postale per cinesi

Come se gli altri uffici postali fossero interdetti ai cinesi…

Facciamo qualche passo indietro. Parliamo di Prato, ridente (una volta) cittadina bagnata dalle lacrime di molti imprenditori che si sono visti portare via il lavoro dalla manovalanza a basso costo, leggi a nero, “offerta” in gran parte dai cittadini cinesi trapiantati nella suddetta città toscana. E’ inutile girarci intorno, la situazione più o meno è questa.

Pare che la notizia abbia del sensazionalistico, come parecchie delle notizie che passano dagli organi d’informazione. Di solito sono precedute da parole pesanti come STRAGE, GUERRA, LOTTA o ancora BOMBA, anche se quest’ultima è stata sdoganata dai soli eventi delittuosi divenendo in uso, in largo uso, in ambito meteo-giornalistico.

Poiché qui, per fortuna, non c’è nulla di imperativo o grave legato ad una particolare tragedia, non vedo perché si debba distorcere l’informazione per caratterizzarla in modo così assurdo. A Prato ha aperto il primo ufficio postale per i Cinesi. Evviva! Adesso sì che possiamo dire che siamo aperti all’integrazione. “Non so se avviene anche nelle altre città italiane”,  ma a Prato, negli uffici postali ma anche in qualsiasi altro ufficio pubblico, possono recarvisi i cittadini di qualsiasi nazionalità e tutti ricevere pari servizio e attenzione.

Diciamo che in realtà la notizia sarebbe la seguente: A Prato ha aperto un ufficio postale che ha sviluppato dei servizi e un’accoglienza per i clienti di etnia cinese, con personale che parla il cinese e una segnaletica in doppia lingua. Fermo restando che e gli italiani NON sono esclusi da questo ufficio (e ci mancherebbe altro).

Comunque, che c’era proprio bisogno di aprire un ufficio di così fatta natura e destinazione d’uso? Magari sarebbe bastato mettere negli uffici postali esistenti qualche persona in grado di parlare il cinese e farla schiodare dalla sedia ogni qual volta un cinese, che ben si sogna di imparare l’italiano in Italia, (che usi strani che abbiamo), mostrasse evidenti difficoltà di comprensione durante l’interazione col dipendente di Poste Italiane, che per l’appunto non sa il cinese (ignorante atavico). Forse sarebbe bastato ma questo non avrebbe “fatto notizia”.

Aggiungo… I cinesi a Prato rappresentano la prima etnia, come numero di persone straniere in città. Dopo i cinesi vengono gli albanesi, i rumeni e i pakistani. Ora… devo aspettarmi uffici postali specializzati per ogni etnia (e ho citato solo quelle più numerose, in realtà se ne contano in città oltre 100) o magari, scusate se sono “antico”, vogliamo aprire più scuole d’italiano per stranieri?

Lancio questa proposta a Poste Italiane. Se proprio, che apra lei o aiuti i Comuni delle città italiane a finanziare l’apertura di scuole per stranieri invece di creare uffici postali che rischiano di emarginare invece d’integrare.

Mi chiedo, e rivolgo questa domanda a chi legge questo post, ma negli altri Paesi sono presenti uffici postali o uffici pubblici dedicati agli italiani dove si parla italiano e i cartelli sono tradotti anche nella nostra lingua?

Onore al TG3 RAI Toscana che nell’edizione delle ore 14:00 del 10 dicembre ha dato la notizia con un servizio firmato da Sara Polica nel quale è stato specificato che l’ufficio postale di Via Borgioli a Prato è bilingue e che al suo interno ci son 3 operatori di madre lingua cinese. Sempre nel servizio veniva mostrato l’ufficio postale aperto anche gli italiani che usufruivano dei normali servizi erogati da tutti gli uffici postali della nostra penisola.

Approfondimenti sulla notizia:

Le luminarie natalizie a Prato. Ora sì, ora no, ora sì, ora no…

Come ogni anno, verso la fine di novembre, tornano puntuali le luminarie natalizie. Ogni città, chi più, chi meno, si veste di luci colorate contribuendo a diffondere il clima natalizio. 

Anche Prato accenderà le proprie luci di Natale anche se i bilanci comunali non permettono di disporre per gli allestimenti degli addobbi cifre equiparabili agli anni passati. Infatti, come si legge su Notizie di Prato, la giunta Cenni ha stanziato poco meno di 83 mila euro, contro i 120 mila investiti negli scorsi anni per addobbare la città a festa.

Mi chiedo… ma nel 2013 c’è bisogno di stanziare cifre di questa portata per addobbare qualche strada del centro quando poi mancano soldi per fare qualsiasi altra cosa? A casa mia 83 mila euro sono sempre tanti soldi che potrebbero fruttare meglio se investiti in modo meno “passivo”, cercando di attivare meccanismi più “social” in grado di coinvolgere i cittadini in un progetto globale di addobbo della città. Fino ad oggi si è pensato solo a stanziare dei soldi per mettere qualche albero di Natale e qualche lucetta qua e là, magari facendo contento qualche negoziante del centro e scontentando quelli appena fuori che spesso sono costretti a consorziarsi tra loro per dare alla propria via una parvenza di festa.

natale

Ma un progetto web sul “Natale 2.0”?  Qualcosa del tipo “Come addobberesti la tua città per questo Natale?” Puntando all’ecologia, al risparmio energetico, all’ottimizzazione delle risorse economiche, al riciclo. Inviterei a partecipare le scuole, i singoli cittadini ma anche le aziende del territorio che magari, grazie alle proprie idee e know-how, potrebbero presentarsi e trovare un’occasione per farsi della sana pubblicità presentando proposte interessanti. In questo modo è la città che verrebbe coinvolta, sia nelle proposte per i nuovi addobbi, sia nella votazione delle idee migliori. L’idea sarebbe quella di riuscire ad addobbare più strade possibili. Non solo il Centro di Prato ma anche le altre zone.

Sono sicuro che un progetto del genere, in chiave social, avrebbe un riscontro incredibile e riuscirebbe a coinvolgere tante persone. Farebbe da cassa di risonanza per altre attività complementari, come il rilancio del territorio in tutte le sue forme, e darebbe modo ad ognuno di sentirsi parte di qualcosa. Non c’è occasione migliore del Natale per sentirsi parte di qualcosa, no?

Inoltre dove c’è visibilità è più facile attrarre soldi. Ecco che potrebbero intervenire gli sponsor che grazie al ritorno mediatico di un’iniziativa ben concertata avrebbero il giusto ritorno d’immagine e nelle casse dei Comuni non uscirebbero ma entrerebbero dei soldi.

Ma tutto questo richiede sforzi. Non tanto economici ma mentali. Probabilmente è più facile stanziare dei soldi per qualche alberello, che poi alla “fine dei giochi” viene messo da parte in un magazzino o gettato in cassonetto, piuttosto che cercare altre strade per rilanciare la città e dare modo a tanti cittadini di vivere il Natale coralmente, magari riuscendo ad addobbare Prato in un modo nuovo e originale. Dai, quelle cose che magari poi finiscono sui giornali nazionali e ne parlano in televisione.

Comunque, oramai il Natale 2013 è alle porte e i vari abeti sono già stati allertati. Visto che per il Natale 2014 c’è un po’ più di tempo e le elezioni amministrative a Prato si terranno l’anno prossimo, chi sa se qualcuno coglierà questa idea per metterla in pratica… Cittadini di Prato unitevi e conservate le vostre idee per il prossimo Natale!

Approfondimenti:

  • Notizie di Prato – Luminarie natalizie, il Comune riduce i fondi. Ecco le strade dove verranno installate

La gente, le persone, gli individui e la crisi

In tempo di crisi cambiano i costumi e le abitudini degli italiani e aumenta il divario tra ciò che fa la gente e come agisce l’individuo.

Quando parliamo di gente nessuno di noi si sente chiamato in causa. La “gente” è cosa che riguarda “gli altri”, un po’ come nella serie televisiva di LOST. “Gli altri”… Chi sono poi questi oscuri soggetti che, identificati come “gente”, “popolo”, talvolta “persone”, ma di quest’ultime ne parliamo più avanti, creano tendenze, determinano statistiche, modificano i costumi di una società e stabiliscono la base per formare le nuove regole?

La gente è comunque, per noi, composta da tanti “altri”. Individui che non conosciamo, che non sono tra i nostri familiari né tra i nostri amici e neppure rientrano tra i lontani conoscenti. Sono gli altri, punto  e basta. E allora, sugli altri, possiamo dire quello che vogliamo e soprattutto, viene detto di tutto e di più.

Parliamo quindi della gente che in tempo di crisi cambia le proprie abitudini, che si adatta, che trova nuove opportunità o rinuncia ad alcune cose.

Durante l’estate mi sono “divertito” a leggere notizie sui giornali in cui venivano sciorinate statistiche e numeri vari sui comportamenti della gente nei confronti delle loro abitudini. Dal cibo ai vizi, dalle auto ai trasporti, cinema, teatri, abbigliamento, ecc. Tutte cose “molto interessanti”. Statistiche e valutazioni che dipingono un quadro dell’Italia preciso, per alcuni allarmante, per altri catastrofico, per altri ancora in linea con il resto d’Europa.

Resta il fatto che la gente, a patire dal 2008 ad oggi, ha cambiato le proprie abitudini, almeno stando a quanto si legge e direi, soprattutto, stando a quanto si vede.  Non mi occupo di economia; ricordo solo che il 2008 viene preso come anno di riferimento per l’inizio della crisi mondiale. Si è letto e detto molto in merito. Personalmente ho altre idee sull’argomento che mi spingono a rivedere l’inizio della crisi per il nostro Paese nel lontano 2002, anno in cui fu introdotto l’Euro come moneta unica… ma questa è un’altra storia.

Torniamo alla gente.

Via Pugliesi a Prato durante la serata del giovedì dedicata allo shopping - foto Stefano Saldarelli

Se da una parte i nostri politici ci rincuorano dicendoci che siamo oramai usciti dalla recessione… sì, per chi non avesse sentito questa splendida notizia può rinfrancarsi lo spirito e sicuramente automaticamente rimpinguare il proprio portafoglio, leggendo quanto è stato detto in proposito dal Ministro Saccomanni (clicca qui). Dall’altra leggo di migliaia di aziende che stanno chiudendo, di lavoratori in cassa integrazione (quindi non lavoratori), di disoccupati (anche questi non lavoratori), di giovani che non trovano lavoro (pure questi non lavoratori), ecc…

Però, qui arriva il però, la gente fa altro. Quelle sopra citate sono categorie ben definite; potrei arrivare addirittura a dire che tra queste ci sono anche coloro che conosciamo, i parenti o addirittura “noi”. Wow! Fa effetto vero?

Ma la definizione di “gente” non comprende queste categorie. O meglio, le comprende tutte ma si pone al di sopra di ognuna. Fa numerone. La gente non prevede etichette. La gente “è tanta roba”, è impersonale, è qualcosa che non possiamo contenere, quasi un’entità astratta ma che comunque, in un modo o nell’altro, fa parlare di sé, nutre gli istituti di statistica, genera infografiche e incide sul nostro modo di “vivere”.

Quanta gente frequenta le discoteche? Quanta gente va al cinema? Quanta gente era sulle spiagge questa estate? Quanta gente si sballa con alcool e droghe? Quanta gente consuma pane e pasta?…

Qualcuno parla di persone. Cerca di avvicinare la gente all’individuo, di farlo sentire più coinvolto attribuendo al singolo soggetto una qualche responsabilità. Il contributo del singolo in ambito globale è difficile da far percepire. Se il gruppo lo definisci “gente”non lo senti vicino a te. Se invece lo definisci “persone” allora cominci a dire: “ma allora mi riguarda”, “ci sono dentro anche io?” Quantomeno ti poni la domanda e scatta la molla dell’attenzione… “forse parlano anche di me?” I giornalisti più abili usano anche il termine “famiglie”, efficacissimo ma che di fatto serve a ben poco se non a focalizzare l’attenzione su un gruppo più circoscritto di persone, di solito composto da un padre, una madre e due pargoli; tipica famiglia da film che nell’immaginario collettivo tende ad avvicinarsi ancor di più a “noi”, rappresentandoci in un contesto particolare ma spesso lontano dalle realtà quotidiane che ci circondano.

In questo clima di sconvolgimenti sociali, in cui la crisi è diventata il capro espiatorio per tutte le colpe del mondo che nessuno vuole addossarsi, l’equilibrio tra gente e persone viene continuamente messo in gioco in modo tale da avvicinare o allontanare il coinvolgimento del singolo in merito ad una questione specifica.

L’effetto è il seguente. La gente dà l’idea di un numero potenzialmente infinito di soggetti di vario tipo, estrazione sociale, età, sesso e colore. Se non specificati sono sempre e comunque gente. Nella gente è possibile trovare le “persone” che rappresentano gruppi più definiti e identificabili di soggetti che nei sotto gruppi diventano “individui”. Se ti dico: “La gente soffre la fame”, ti fa poco effetto. Se ti dico: “le persone soffrono la fame”, ti viene un po’ di fame anche a te…

Ma il Popolo, dov’è finito?

E’ un termine un po’ vetusto, usato principalmente in ambito costituzionale e legale. Va a braccetto con una comunicazione di vecchio stampo, retaggio di una società e di una vecchia politica in cui effettivamente il “popolo” andava nelle piazze (ma non per il ritorno di Kakà al Milan). In cui il “popolo andava avanti alla riscossa” o in cui il “popolo” si levava a gran voce. Oggi per sentir pronunciare questa parola dobbiamo ascoltare i discorsi del Presidente della Repubblica o quelli di un giudice mentre pronuncia una sentenza “nel nome del popolo italiano”. E’ un termine che i media preferiscono dosare con attenzione, non si sa mai che poi si faccia “di tutta un’erba un fascio” e si dica loro di essere di sinistra o, appunto, fascisti.

Ma… in tutto questo elucubrare tra gente, persone, individui e popolo, la crisi come si colloca?

A dispetto di mille statistiche incide sugli individui in modo diverso. Per questo i giornali sono pieni di statistiche sulla gente, si fa prima e fa più clamore che parlare dei suicidi o tentati suicidi che in ogni città si registrano ogni settimana a causa degli effetti nefasti della crisi. In tal caso si dovrebbe parlare di individui e non di gente, troppo complicato…

Ma tra le varie notizie che riguardano gli usi e costumi della gente, leggo che a Prato, in occasione della riapertura, post restyling, di un supermercato di una notissima catena della grande distribuzione, centinaia di PERSONE, non più la gente, si sono riversate fin dalle prime ore della mattina all’interno dell’esercizio commerciale.

Per cosa? Direte voi. Per acquistare della frutta o verdure a sconto? Dell’ottimo pesce in offerta? Cibo per i propri figli? Quaderni e astucci per la scuola sottocosto? No, quelle sono cose che fanno gli individui, non la gente e neppure le persone. Quelle persone erano lì per accaparrarsi gli IPhone 5 a 549 euro (anziché 729) e Tv Samsung da 42 pollici a 419 euro.

E allora… ciò che fa la gente è tutta un’altra cosa rispetto a come agiscono le persone.  La gente è un’entità senza corpo e senza anima che si muove nell’etere e sulla carta e che non ha nulla a che fare con ciò che poi fanno realmente le persone.

Per fortuna che tra i miei contatti ho solo amici, parenti e conoscenti…

Link di approfondimento:

Alcon Napapijri. PFP Store rilancia per un autunno all’insegna della moda uomo di marca ma low cost

Si chiama Alcon ed è uno dei capispalla della collezione primavera-estate 2013 Napapijri. Ma perché parlarne adesso? Può essere un valido motivo il prezzo scontato del 50%?

Vestirsi alla moda con abbigliamento di marca in momenti come questi non è proprio facile. Ma se un prodotto di marca può essere acquistato ad un prezzo davvero conveniente non vedo perché pensare alla stagione. Dopotutto, “non ci sono più le mezze stagioni”, no? E allora… che Alcon possa tornare utile in primavera o nel prossimo autunno o addirittura la prossima estate, fa la differenza se oltretutto adesso è possibile acquistarlo a soli 125 Euro anziché 250 Euro?

Parliamo di un giacchetto da uomo davvero comodo, elegante e soprattutto, al di là delle mode, è un “evergreen”, ben indossabile anche a distanza di anni. I colori blu e beige lo rendono un capospalla indossabile in ogni occasione. Il taglio classico stile sahariana si adatta bene ad un abbigliamento sportivo e moderno ma anche ad uno più formale ed elegante.

A questo giacchetto non mancano le tasche, sia interne che esterne. L’interno foderato permette di indossarlo e sfilarlo più comodamente evitando l’attrito con i capi sottostanti conferendo maggiore confort e isolamento termico. E’ impermeabile, ha il cappuccio ed è ovviamente ben rifinito, come tutti i prodotti Napapijri che trovano elevati consensi a livello mondiale per le loro rifiniture curate e le performance di durata, oltre che per il proprio stile, sportivo e pratico, pensato per le persone dinamiche.

Sul taschino, lato cuore, è riportata la patch in tessuto con la bandiera norvegese e la “N” della Napapijri; sulla spalla sinistra la patch circolare col logo Napapijri – Expedition Experience.

Possiamo dire che sono 125 Euro spesi bene e che possono essere ben ammortizzati nel corso degli anni, visto proprio lo stile di questo giubbotto, classico/sportivo e la qualità dei materiali che permettono di utilizzarlo senza problemi per diverse stagioni.

A Prato lo trovate al PFP Store, l’unico rivenditore ufficiale autorizzato Napapijri della città laniera. Provatelo, andate dal titolare dello store, Francesco Paoletti, chiedetegli di poter indossare il capospalla Alcon e vedrete che ne rimarrete entusiasti. Ma affrettatevi, la nuova collezione sta arrivando e presto non troverete più Alcon, soprattutto a questo prezzo!

Dati tecnici prodotto:

  • Nome: Alcon
  • Dettagli: Tela, Cappuccio, Multitasche, Una tasca interna, Zip e automatici, Interno foderato, Logo
  • Composizione: 70% Cotone, 30% Poliammide

Dati rivenditore Napapijri Prato:

Messaggio con finalità commerciali. I marchi appartengono ai legittimi proprietari. Le immagini del giubbotto / capospalla Alcon sono tratte dal sito Napapijri

Poggio e buca non fa pari, almeno sull’asfalto.

Come ti risolvo la buca? Semplice, la trasformo in un dosso.

Se questo inverno i cittadini si lamentavano perché le strade erano piene di buche, oggi possono stare più sereni perché dove prima regnava la voragine ora domina il dosso. Il problema è comune a molte città italiane. La questione dei tagli ai bilanci comunali non ha di certo migliorato le cose ma di sicuro la lungimiranza dei nostri amministratori non ha contribuito a risolvere la problematica, anzi.

Durante lo scorso inverno ho assistito in televisione a delle interviste meravigliose in cui assessori e tecnici giustificavano il progressivo degrado delle strade e il mancato intervento di ripristino a causa delle abbondanti piogge. In pratica potevamo fare enduro con i nostri mezzi quanto volevamo ma il manto stradale non veniva ripristinato perché pioveva. Come se nei paesi nordici, per non andare in altri continenti, non realizzassero mai interventi di manutenzione sulle proprie strade perché tendenzialmente piove quasi sempre.

A parte le giustificazioni di tipo politico (non certo tecnico), posso essere d’accordo che d’inverno faccia freddo e uscire a riparare le strade, magari anche sotto la pioggia, scocci un po’. Va bé, l’inverno è passato e adesso? Adesso nelle varie città italiane regnano i cantieri per dare al cittadino un adeguato, confortevole, sicuro, nuovo manto stradale.

Nella nostra città, abituata da sempre a gestire i tessuti in modo creativo, a rammendare e riciclare il filato, è venuto spontaneo pensare di rattoppare piuttosto che rinnovare. Cimentarsi nell’arte dello scampolo, del merletto e del rammendo mi sta bene in ambito tessile o nella moda in generale ma non su una strada pensando sia la soluzione per poterla riparare a regola d’arte.

Da quando l’amministrazione comunale ha deciso di riparare le strade i cittadini pratesi possono percorrerle con un certo orgoglio, purché dotati di mezzi con ammortizzatori adeguati. Adesso le strade di Prato sono diventate “roba” da fare invidia ai creativi e stilisti delle maison di moda più famose.

“Lunghe pezze di asfalto caratterizzate da scale di grigio costituite da intarsi e geoglifi, seguono un andamento apparentemente caotico ma in realtà attentamente ponderato in virtù di un percorso che tende a mettere in evidenza tutta al capacità artistica e il genio creativo tipicamente made in Italy. L’uso dell’alto rilevo contribuisce a rendere unici questi manufatti evitando possibili contraffazioni, conferendo il cosiddetto valore aggiunto, tale per cui, ogni chilometro di asfalto diventa un’opera d’arte a sé,  unica e irripetibile. La tecnica che permette di realizzare questi capolavori tende a dare risalto all’aspetto estetico della superficie ma, purtroppo, viene meno la durata del prodotto che diventa ancor più prezioso perché di estrema delicatezza.”

L’ironia è l’unica cosa che non è stata ancora tagliata dalla spending review.

Sicuramente ogni pratese ha una propria storia da raccontare in merito alla condizione del tratto stradale che solitamente percorre col proprio mezzo. Ognuno ha “il piacere” di percorrere gli infiniti dossi che sono spuntati a Prato (e sicuramente non solo a Prato) dopo una stagione infinita di buche. Un esempio che posso testimoniare è relativo a Via Galileo Ferraris, un lungo viale che permette di apprezzare tutto il valore artistico e il cimento che i tecnici del Comune hanno applicato per produrre il risultato che tutti possono ammirare percorrendo col proprio mezzo questa via. Cito questa perché la percorro spesso ed è piuttosto lunga, a tal punto da offrire una vastissima gamma di variazioni sul tema in materia di “toppe d’asfalto”.

Questo video l’ho girato il 17 luglio; nulla di che ma mostra chiaramente il quadro della situazione. Ho ripreso solo una parte della via, meno della metà. Dall’altezza dell’edicola fino alla rotonda, in direzione autostrada.

Mi è capitato involontariamente di assistere a tutta la fase di realizzazione dell’opera. Molto interessante. Potrebbe essere suggerita a Giovanni Muciaccia per una puntata di Art Attack, dopodichè, lui, con la sua bravura ed estrema chiarezza che lo contraddistinguono, potrebbe descrivervi tutta la fase di realizzazione dell’opera nel seguente modo:

  1. Prendete una bomboletta spray di un colore brillante, come il fucsia, l’arancio o il verde acido. Fatto?
  2. Recatevi presso una via che presenta numerose buche e crepe sull’asfalto. Fatto?
  3. Osservate la strada con molta attenzione e poi cominciate a segnare con la vostra bomboletta tutti i punti, in corrispondenza delle buche, che a vostro insindacabile giudizio dovrebbero essere riparate. Fatto?
  4. Spruzzate lo spray della vostra bomboletta in modo tale da creare delle parentesi quadre attorno alle crepe e buche. Fatto?
  5. Adesso, dopo aver impiegato alcune ore per fare questo lavoro, compiacetevi per qualche minuto e pensate come sarebbe stato bello farlo con un altro colore.
  6. Tornate a casa e prendete qualche cartello. Qualche freccia, qualche divieto, qualche “birillo”… Fatto?
  7. Adesso spargete questi segnali lungo il tratto stradale che avete caratterizzato con il vostro spray e ricordatevi di scrivere qualche cartello per ricordare agli abitanti della zona che non potranno parcheggiare le proprie auto dal giorno tale al talaltro perché tornerete a giocare con tanti altri amici per cui vi serve spazio..
  8. Ora chiamate i vostri amici muniti di bitume, pale e una pressa pneumatica portatile. In mancanza di questa, usate un piccolo schiacciasassi. Fatto?
  9. Adesso dite ai vostri amici di coprire con il bitume tutte le buche e le crepe evidenziate dai vostri segni. Attenzione però. Dite ai vostri amici di non uscire dai segni, di essere precisi e di non sporcare fuori dal tracciato che avete preparato. Fatto?
  10. Dopo qualche giorno i vostri amici avranno finito. Se sono stati bravi avranno realizzato dei magnifici disegni a quadri sull’asfalto. Mi raccomando però, non fate questo gioco sull’autostrada!!!

Morale della favola. Via Galileo Ferraris (e molte altre vie della città) è diventata una strada a dossi sparsi a macchia di leopardo. La via pare la livrea di un dalmata. La questione non è tanto l’impatto visivo ma quanto quello fisico/acustico/meccanico. Lasciamo stare l’aspetto sicurezza che a questo punto diventa del tutto inutile affrontare. Restiamo sul “semplice”.

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Ogni qual volta passa un veicolo aumenta la rumorosità prodotta poiché l’insieme dei dossi creati dai vari sormonti delle nuove parti di asfalto sulle vecchie, creano una successione di scalini ascendenti e discendenti. Quando lo pneumatico collide con il rilievo si avverte un suono netto e nel momento in cui il mezzo passa da un tipo di asfalto ad un altro variano i toni che rendono irregolare il  tipico effetto acustico prodotto del passaggio dei veicoli su un asfalto uniforme.

“Auto che sembrano treni”. Sound pratese (alzare il volume delle vostre casse)

Ma ovviamente anche questo è un problema marginale. Quali sono secondo voi i veri problemi derivanti dall’impiego della tecnica di “appiccica la toppa sull’asfalto” in voga ultimamente?

Eccoli:

1) drenaggio delle acque piovane compromesso. Ogni toppa crea aree di impermeabilità diversa tra il vecchio e il nuovo asfalto. Le sagome che si sono venute a creare, in rilievo, agiscono da barriere per l’acqua creando pozze e rigoli.

2) Il passaggio dei veicoli, i cambiamenti di temperatura, il sole e l’acqua, insistono sulle parti in rilievo creando progressivamente (e neppure tanto lentamente) distaccamenti di parti di asfalto sempre più rilevanti, fino a creare sulla strada nuove aree disomogenee che formeranno prima delle crepe e poi delle buche.

3) con questo metodo non si va a risparmiare nulla. Non è che facendo la toppa, col concetto di risparmiare bitume, si sia evitata una spesa. Tutt’altro. Se seguite con attenzione le fasi descritte “nell’Art Attack” che vi ho proposto, noterete quanti passaggi si sono succeduti per arrivare al risultato finale. Per realizzare tutto il lavoretto sono trascorse più di due settimane. Considerate che le toppe non sono presenti su tutta la via Ferraris ma si concentrano in alcune aree della via. Ciò vuol dire che, le parti di asfalto non trattato da questo magnifico intervento, che presentano comunque delle crepe, saranno presto interessate da buche. Quelle invece trattate col metodo della “toppa bituminosa” saranno preda facile del generale inverno che potrà divertirsi a sfogliare le nuove toppe una ad una fino a riportare alla luce, “in tutto il loro splendore”, le vecchie buche che andranno a far compagnia a quelle nuove.

In pratica, per un po’ di bitume risparmiato oggi ci troviamo ad usurare maggiormente i nostri pneumatici e a vedere col prossimo inverno delle strade che presto si presenteranno nuovamente come dei colabrodo e con pezzi di asfalto disperso che finirà negli scarichi e fognature, oltre che a contribuire a rendere pericolose le nostre strade.

Almeno in questo caso, “poggio e buca non fa pari!”

Voi cosa ne pensate?