Coronavirus. Niente sarà più come prima.

C’è chi sentenzia sventolando la bandiera del “Niente sarà più come prima“, quasi fosse una sorta di anatema o di avvertimento.

Vi ricordate la scena del celebre film “Non ci resta che piangere” dove il frate arriva sotto il davanzale dal quale si affaccia Massimo Troisi?

Al sentire “Niente sarà più come prima” mi verrebbe di rispondere “Mo’ me lo segno”, a cui potrebbero seguire tutta una serie di gesti scaramantici.

Preferisco pensare in termini più costruttivi, rispetto a quelli disfattisti evocati da coloro che cercano di riempire pagine dei giornali o i palinsesti televisivi con frasi ad alto contenuto negativo. Vorrei pensare al concetto di opportunità e anche di risorse piuttosto che ad un contesto post bellico o distopico che ultimamente pare andare per la maggiore.

“Niente sarà più come prima” pare un monito, un avvertimento o addirittura una minaccia. Una sorta di mantra negativo che deve essere continuamente ripetuto per creare ulteriore disagio, sconforto e paura; come se il Coronavirus di per sé non fosse già un problema importante a cui pensare. Almeno parrebbe così stando a ciò che spesso segue dopo “Niente sarà più come prima”. Sentiamo solo parlare di mascherine che devono costare 50 Centesimi ma che non si trovano a questa cifra; di come e quando portarle ma poi ogni Regione decide per conto proprio; di distanziamento sociale; di sistema sanitario nazionale che negli ultimi decenni ha subito tagli al bilancio a cui sono seguiti i problemi, evidenti a tutti, nell’ambito della situazione emergenziale legata al Coronavirus; di segno negativo del PIL con cifre che ogni giorno vengono ritoccate al ribasso; di un’Europa che non c’è o che non risponde come dovrebbe e che quando si fa sentire lo fa per batter cassa o imporre restrizioni; di nazioni, come la Germania, che legiferano a loro favore – come mi parrebbe giusto che sia – anche a dispetto delle norme europee – questo mi parrebbe un po’ meno giusto se tali decisioni si riflettono negativamente sulla sorte delle altre nazioni europee – . Sentiamo che alla Caritas sono aumentati i poveri, addirittura raddoppiati; che molti negozi, attività commerciali, aziende e professionisti non riapriranno più; che il Governo vuole regolarizzare chi lavora a nero e gli extracomunitari ma intanto non arriva la cassa integrazione ai regolari; che il debito pubblico italiano è insostenibile e che il rischio di default non è uno scenario impossibile. Potrei continuare ma il mio scopo non è abbrutirvi oltre misura e amplificare l’aura di negatività ma offrire degli strumenti di analisi per comprendere una certa comunicazione che si insinua e pervade le nostre menti e che necessita di una sorta di “antiacido” per essere digerita.

Oramai il COVID-19 è un macro argomento all’interno del quale risiedono temi vari sui quali prevale l’onnipresente catastrofismo legato alla salute caratterizzato dalla conta dei morti, dall’esposizione delle bare e dal susseguirsi di teorie e pratiche mediche che paiono miracolose per sconfiggere il Coronavirus per poi essere subito smentite o considerate addirittura perfette cialtronerie dai soliti indefessi e sovraesposti esperti che continuano, sempre e comunque, a parlare dell’efficacia del vaccino che non c’è. Con la “Fase 2” si aggiunge il catastrofismo legato all’economia, a quella ripresa che non si riprende e che parte da quel “restiamo tutti a casa” arrivando al “torniamo a lavorare ma non tutti”, comportando, come gli esperti dovrebbero sapere, un gap nella ridistribuzione dei proventi dovuto alla mancanza di alcune categorie produttive che non lavorando non si inseriscono nel circuito economico. L’esempio più lampante è il ristorante che non aprendo non compra vino, pesce, carne, verdure e quindi non dà lavoro alle aziende vitivinicole, agli allevamenti, alle aziende agricole, etc.

C’è un altro modo di vedere il “niente sarà più come prima” ed è il modo dell’atteggiamento pronto al cambiamento.

L’atteggiamento di quella “resilienza fattibile” e non di quella più sterile, continuamente evocata solo perché piace come parola e alla quale non seguono consigli o esempi a cui ispirarsi. Essere resilienti non è facile ma è una caratteristica che ognuno di noi possiede e che può attivare, consciamente o inconsciamente, lavorandoci o semplicemente ascoltandosi. E’ latente e si attiva nel momento in cui arrivano le difficoltà. Ognuno di noi, lungo il proprio cammino di vita, si trova puntualmente ed inevitabilmente ad impattare con situazioni brutte, alle quali apparentemente non trova risposta e via di uscita. La vita è una strada che si caratterizza anche per la presenza di pendenze impervie, scivolose che possono essere affrontate solo attraverso il coraggio e la determinazione. La resilienza è la sorella, di opposto carattere, della disperazione. La prima ti permette di rialzarti più forte e determinato di prima. La seconda è quella che porta alla depressione e poi, se “prende residenza nella mente”, ai gesti più estremi; non è un caso che in questo periodo siano aumentati i suicidi.

Continuare a parlare di male, di crisi, di tragedie, di negatività in generale non fa altro che aumentare la possibilità che la disperazione prevalga sulla resilienza.

Pare un gioco perverso che esiste da sempre ma che in occasione di eventi drammatici tende a rinnovarsi col preciso intento di aumentare la performance dell’aura di negatività diffusa e persistente che tutti avvertiamo. Pare che le notizie cattive facciano vendere di più e catalizzino maggiormente l’attenzione delle persone, almeno rispetto alle buone notizie. Viviamo in una società basata su modelli creati dall’uomo, radicati nella cultura di tutti e che prendiamo come assiomi. Sappiamo che nasciamo, che dobbiamo andare a scuola, poi a lavorare, poi ci sposiamo, compriamo la casa, ci indebitiamo e quindi occorre lavorare ancora di più ma con il desiderio e l’obiettivo di arrivare all’estate per andare al mare e poi a dicembre facciamo l’albero di Natale e poi si invecchia, si va in pensione – forse – e poi si muore. A parte il primo e l’ultimo step, comuni a tutti, questo è ciò che accade; almeno in occidente, con tutte le variazioni sul tema, a seconda delle religioni e delle zone in cui uno vive.

Ma siamo sicuri che questo sia il modello ideale?

Da quando l’uomo calpesta questo pianeta esistono le disparità tra chi sta sopra e chi sta sotto: economicamente, intellettivamente, intellettualmente, militarmente, muscolarmente, geograficamente… Esistono guerre, malattie, carestie, tragedie, anche naturali e non solo create dall’incuria o dalla presunzione dell’uomo, lo sappiamo.

Cosa ci fa percepire il “COVID-19 e dintorni” come una condizione particolarmente tragica, eccezionale e grave?

Sono tre i fattori fondamentali:

  1. ci tocca, lo stiamo vivendo. Quindi il primo è il fattore tempo, siamo coevi a questo casino
  2. l’amplificazione che viene data a questo momento, grazie alla capacità e alla diffusione dei mezzi di comunicazione di cui oggi disponiamo
  3. l’interesse “di chi sta sopra” nel mantenere una condizione di emergenza e di disagio sociale attraverso la quale poter governare, decidere, vendere, comprare, creare ed eliminare…

Allora…

Pensate che la diffusione delle notizie in rete, quelle vere, quelle edulcorate, quelle enfatizzate o le cosiddette fake news, possa portare sulle vostre tavole una qualche differenza? Credete che se oggi la BCE legiferasse a favore dell’Italia o se la Germania “abbassasse la cresta” o se Trump twittasse di meno, o lo facesse evitando di minacciare qualcuno, questo possa cambiare la condizione della vostra salute o del vostro conto in banca? Pensate che la politica dica cose fondamentali, utili e risolutive per l’andamento dell’economia, per la tutela della salute o per lo sviluppo culturale, sociale, demografico, etc.? Sono anni che si continua a tagliare la sanità. Sono anni che sentiamo politici rassicurarci, spendere parole a favore della nostra economia e delle imprese. Sono anni che sentiamo parlare degli F-35 e delle spese militari. Sono anni che ci raccontano che verranno tagliati gli stipendi ai politici e ai dirigenti pubblici. Sono anni che sentiamo parlare anche di alcune tragedie delle quali poi, nella sostanza, non se ne è più occupato nessuno; vedi, più recentemente, l’incendio che si è propagato nei boschi intorno a Chernobyl in pieno Coronavirus, e che ha sollevato una nube radioattiva verso l’Italia. Ne hai sentito parlare?

“Il mondo esiste da sempre” e fino ad oggi lo ha fatto senza troppi problemi. Questi, semmai, li creano gli uomini, come il fatto che ci venga imposto un concetto, peraltro di per sé molto astratto, riassumibile nella frase “Niente sarà più come prima”.

Ma perché? E soprattutto, dico, menomale!

Eh sì, menomale. Tutto cambia, non possiamo pensare che il modello sociale che vi ho descritto sia quello perfetto, definitivo e immutabile. Da cacciatori raccoglitori siamo diventati “divanati ipocondriaci“, bipedi sedentari, fobici per ogni cosa che ci circonda. Non viviamo più se non per difenderci da qualcosa. Dalle malattie, dalla politica, dai ladri, dagli extracomunitari, dai Rom, dai cinesi, dai concorrenti, dai virus informatici, dai virus biologici, dal vicino di casa, dal commerciante, dalle frodi telematiche, dagli hacker, dal sole, dai vegani, dalla musica trap, dai comunisti e …isti di vario genere. Stiamo attenti a tutto, a troppo, arrivando a vivere una condizione di non vita, di perenne allerta. Vigiliamo su tutto e quando si richiede attenzione per qualcosa, di fondamentale, non lo facciamo affatto perché richiede troppa attenzione e rischia di rompere gli schemi (leggi routine o zona di conforto).

Essere resilienti in modo realistico è fattibile, partendo dal dispensare positività, di quella sana, non mielosa fatta di finto buonismo come certe pubblicità in epoca Covid-19 hanno enfatizzato, in cui tutti sono belli, sono bravi, sono impegnati in qualcosa di apparentemente molto utile, tutti hanno la mascherina, insieme ce la faremo, colori caldi, dissolvenza, musica emozionante e poi logo finale del brand in questione. No, parlo di quella positività più testosteronica, fatta di un vero e sano patriottismo dove non occorre nemmeno pensare lontanamente di dover ribadire il concetto che quest’anno faremo le vacanze a casa nostra (chi potrà) perché lo faremo e basta, con orgoglio e soprattutto con piacere; dove non dovremmo nemmeno minimamente pensare di acquistare prodotti alimentari stranieri ma privilegiare, anzi, incentivare i nostri distributori, e prima ancora i nostri produttori, a fornirci prodotti italiani e noi ad acquistarli con altrettanto orgoglio e piacere.

Abbiamo bisogno di più orgoglio nazional popolare condito con una dose di effetto “Gladiatore”, grazie al quale evocare un sano e liberatorio: “Al mio segnale scatenare l’inferno”. Quell’inferno che deve essere pura energia positiva, voglia di fare e di lottare per i propri ideali. Ecco cos’è la resilienza, è la trasformazione di quella “loffiaggine” diffusa che si è amplificata con questa quarantena in una chiamata all’azione collettiva, tesa ad aiutare il più debole e a rinforzare le proprie linee difensive. Parliamo di un’Italia che si è sempre distinta per ingegno e per tenacia. Voglio pensare ad una Nazione e non ad un paese. Voglio pensare alle persone e non alle greggi, alle pecorelle e a tutti questi concetti di transumanza cognitiva in cui la persona viene sostituita all’agnello – che si sa poi che fine fa -. Voglio pensare all’eccellenza individuale che deve emergere e non affondare in un mondo sempre più globalizzato, impegnato in un processo di appiattimento sociale e culturale teso ad omologare tutto e tutti. Siamo individui e vogliamo continuare ad esserlo in un mondo che in realtà è fatto di diversità e dove ognuna è fondamentale per garantirci la bellezza della vita stessa. Che senso avrebbe se tutto fosse uguale da per tutto.

Lo stiamo assistendo da decenni, basta guardare le nostre città. Sono sempre più uguali le une alle altre. Stesse catene di negozi, stessi colori, stesse musiche, stesso cibo. Le piazze principali sono sfregiate dalla presenza di manifesti pubblicitari che rivestono intere pareti di edifici, le vetrine dei negozi hanno le stesse cose, ovunque; compri un souvenir delle nostre città e monumenti e poi vedi che è “made in China”…

Come ritrovare la strada e uscire dalla difficoltà? Il concetto è:

  • diversificare, non pensare al lavoro come ad una cosa stabile e unica ma come ad un insieme di azioni quotidiane che vengono compiute per produrre un reddito.
  • innovazione e tradizione, dare spazio alla creatività, alla manualità, all’unicità del prodotto, all’idea, all’esecuzione attraverso le piattaforme digitali. Non occorre tirare su siti web costosi per farsi conoscere ma occorre farsi conoscere attraverso piattaforme web esistenti.
  • non copiare ma ispirarsi proprio per mantenere unica ogni scintilla creativa dalla quale genera l’idea successiva, un’evoluzione di idee, di menti che devono pensare al bello, al buono e al nuovo, valorizzando le tradizioni e tutelando l’unicità e l’originalità.

In concreto? Beh, non ho la ricetta universale e sicura al 100% ma ho delle indicazioni che possono aiutare e adattarsi un po’ a tutti. Ovvio che poi ognuno deve elaborarle e farle diventare delle “linee guida personali”.

  • Dedica mezz’ora al giorno ad ascoltare le persone. A S C O L T A R E ! ! !
  • Dedica mezz’ora al giorno ad aiutare qualcuno, anche solo infondendogli forza e coraggio; la resilienza è contagiosa, se infondi positività anche gli altri si risollevano. Se hai figli comincia da loro.
  • Non dedicare più di mezz’ora al giorno all’informazione, alle news in generale e soprattutto non farlo dopo le diciotto perché la mente deve cominciare a settarsi per la sera e deve lasciarsi alle spalle le negatività per poi dormire bene e senza interruzioni.
  • Dedica mezz’ora al giorno alla meditazione o alla preghiera. La meditazione serve per rivolgersi all’io e la preghiera per rivolgersi a Dio; se siamo veramente fatti a sua immagine e somiglianza credo che le due cose siano compatibili, complementari, intercambiabili e probabilmente interconnesse.
  • Ricorda che il lavoro ti deve permettere di vivere bene e non è che vivendo per il lavoro potrai stare bene. L’impegno nelle cose è fondamentale ma immolarsi per il lavoro, anche no.
  • Dedica un’ora al giorno alla formazione per imparare cose nuove o per migliorare quelle che sai fare o diventa tu maestro e insegna ai più giovani a fare ciò che hai imparato negli anni.
  • Dedica un’ora al tuo corpo per tenerlo in forma ed efficiente per garantirti una vecchiaia in salute.
  • Il resto della giornata dedicalo alle attività che ti permettono di guadagnare. Non un’attività ma più di una. Non occorre essere tuttologi o tuttofare ma occorre essere lungimiranti e capire cosa richiede il mercato. Se temi la concorrenza, fai cose che la concorrenza non può fare o non lo farebbe nel modo in cui lo faresti tu.
  • Se puoi evita di accendere prestiti. Il credito al consumo ha permesso di acquistare tante cose ma ha creato un indebitamento ad oltranza, facilitato anche dalle metodiche di accesso al credito stesso, sempre più performanti e alla portata di chiunque.
  • Dispensa sorrisi, anche con la mascherina. Se sono sorrisi veri si vedranno dai tuoi occhi. Lavora sul cambiamento di te stesso e sii portatore di positività.
  • Non dimenticare di trovare un po’ di tempo per ammirare la natura. Tu fai parte della natura e se non ti riconcili con essa il tuo corpo e la tua mente non potranno stare bene.
  • Leggi e ascolta musica.
  • Nei fine settimana riposa ma trova il modo di scoprire posti, persone e cose nuove.

Coronavirus o altri problemi, ci sarà sempre modo e occasione per dare la colpa a qualcuno, per sentirti male, a disagio, per non vivere la vita. Se continuiamo ad alimentarci di nefandezze, il nostro corpo, ma ancor prima la nostra mente, ci daranno segnali altrettanto negativi. Allora, nell’affrontare la “Fase 2” o la “3” o addirittura la “33”, ciò che fa o farà la differenza sei e sarai tu. Ecco perché menomale “niente sarà più come prima”.

Non puoi fermare il mondo e riavviarlo, tanto vale è farci più giri possibile cercando di volersi più bene per voler più bene agli altri, godendo di ciò che la vita può offrirci. E’ fondamentale godere di ciò che ci viene offerto dalla vita e non di ciò che siamo costretti a comprare.

 


 

Crediti:

  • Un frammento video tratto dal film “Non ci resta che piangere“, del 1984 – Regia Massimo Troisi, Roberto Benigni – dal canale YouTube di Giuseppe Di Giovanna
  • Mascherine a 50 centesimi introvabili: un “pasticcio di Stato” che danneggia tutti – da QuiFinanza
  • Coronavirus, le stime dell’Ue: ‘In Italia forte recessione, il pil 2020 crollerà del 9,5% – da ANSA.it Europa
  • L’Italia e l’Europa. Le imprese sono la soluzione, non il problema – da LaGazzettadelMezzogiorno.it
  • Germania, sul QE sgambetto alla BCE: è la fine dell’Unione Europea? – da QuiFinanza
  • Emergenza. Caritas: “Raddoppiati i nuovi poveri”. Il virus cambia i servizi diocesani – da Avvenire.it
  • La strage delle imprese che non riapriranno – da AGI, Agenzia Italia
  • Governo, scontro su regolarizzazione lavoro nero. M5S frena, Bellanova minaccia dimissioni – da Sky TG24
  • Cig in deroga, Regioni contro l’Inps: “I ritardi non dipendono da noi” – da Repubblica.it, Economia & Finanza
  • Il debito pubblico dell’Italia è sostenibile? – da Globalist Syndacation
  • Coronavirus, l’incertezza fa una strage: è impennata di suicidi. I numeri del dramma in Italia – da Liberoquotidiano.it
  • Caccia F-35, come prima, peggio di prima – da Il Manifesto
  • Incendio Chernobyl, nube radioattiva arrivata sull’Italia – da Quotidiano.net
  • Foto soldato/gladiatore: spartan-3696073_1280 da Pixabay

#cancroalsenomaschile Vogliamo parlarne?

“Alzi la mano chi di voi sapeva che ad un uomo poteva venire il cancro al seno…”

Lasciando perdere chi vi scrive, che comunque non sapeva dell’esistenza di questo problema prima che gli capitasse, è assai raro che le persone con cui ho occasione di parlare siano a conoscenza del cancro al seno come un male che può affliggere anche l’uomo, almeno prima di aver trattato l’argomento con me. Ora… non è che mi metto a parlare con tutti di cancro al seno, si badi bene, è che “ultimamente” mi capita di farlo poiché non sono rimasto “al palo” col mio problema ma l’ho affrontato pubblicamente fin da subito.

Il fatto che non si conosca non mette al sicuro nessuno, tantomeno gli uomini che ignorano completamente la cosa. “Pare che a noi non ci tocchi nulla”, figuriamoci se può capitarci “una roba da femmine” come questa. Oltretutto non se ne parla, “figuriamoci se può esistere”…

Noi uomini siamo spesso affetti dalla sindrome dell’Highlander che ci induce a pensare che “il male” non ci possa riguardare. Siamo forti, facciamo sport, abbiamo una vita frenetica e piena d’impegni. Abbiamo da fare… Non abbiamo tempo per ammalarci e soprattutto… “figuriamoci se capita a me”… e con questo pensiamo di aver risolto tutto.

Nel mio percorso di “nuova vita”, perché di fatto la vita ti cambia se non altro perché hai ricevuto la mazzata tra capo e collo che ti fa rendere conto che non sei così indenne da certe cose, ho incontrato degli uomini operati di cancro al seno come me. Più o meno tutti quelli con cui ho parlato, nel raccontarmi la loro storia, hanno manifestato le fasi che ho vissuto anche io: stupore, incredulità, imbarazzo, rassegnazione e pudore o vergogna; io no, come è evidente. Ho commutato queste ultime due fasi in incazzatura e lotta; più che altro perché non ho trovato e non trovo giusto che molte persone, me compreso fino a qualche mese fa, associno il cancro al seno legato alla donna e alla sfera sessuale femminile. Che poi la questione sessuale è marginale. Non è che una donna che ha il cancro al seno si reca dal ginecologo per trattarlo ma va dal senologo e “pare”, udite, udite, che il seno sia presente nelle donne come nell’uomo.

Seno, mammella, capezzolo… che parole eh? A sentirle, noi maschietti, assumiamo quell’aria un po’ inebetita che scaturisce dall’immagine che abbiamo in mente del seno femminile, senza pensare che le stesse parole possono riferirsi alle medesime aree del corpo anche in un uomo.

Aaaagh! Abbiamo il seno? La mammella?!?! Non è possibile!

Eppure, quando ti dicono che hai un cancro al seno, o alla mammella, devi cominciare a farci l’abitudine. Questo ti fa capire come siamo influenzati dalle parole; spesso usate male o solo “in esclusiva” in certi ambiti.

Preso coscienza di questo fatto… di per sé già inquietante, devi entrare in un vortice di eventi che ti portano a rivedere la tua vita, o almeno parte di essa, e a dover accettare tutta una serie di situazioni che fino a poco prima non avresti immaginato minimamente di dover affrontare.

Entra in gioco la resilienza: la capacità di adattarsi ad un evento importante, traumatico, rendendo questo momento come un’esperienza dalla quale poter imparare qualcosa. Riceviamo la botta, la reggiamo, reagiamo e ne facciamo un totem per affrontare le difficoltà della vita. Diciamo pure che tutto il resto assume un aspetto più leggero, meno “urgente” e “importante”.

Allora… se di cancro al seno, anche noi uomini, possiamo ammalarci, non vedo perché non se ne debba parlare.

Ecco perché su questo blog sto trattando questo argomento. Ecco perché ho aperto un gruppo chiuso e una pagina Facebook all’interno delle quali riportare notizie, eventi, fatti che possono essere utili per la collettività. Ecco perché mi batto affinché si possa fare un po’ di luce su questo argomento.

Voglio che sia chiara una cosa: NON VOGLIO FARE PARAGONI UOMO/DONNA. So benissimo che le percentuali di rischio per le donne di riscontrare questo problema siano assolutamente a loro svantaggio, diversamente dall’uomo. So bene che le campagne di sensibilizzazione sono una manna dal cielo e che devono esserci e che non sono mai troppe. Ma una parolina per noi maschietti, vogliamo spenderla?

Criticità:

In primo luogo, un dato certo sull’entità di questo problema non è ancora stato comunicato, o per lo meno non è di così immediata reperibilità se non mettendo insieme più fonti:

  • Contattando la AIRTUM mi è stato riferito che in Italia si registrano in media 133 nuovi casi all’anno, con una leggera prevalenza nelle regioni del Nord Italia.
  • Sempre sul sito AIRTUM è possibile scaricare “I numeri del cancro in Italia 2018” e consultando questo documento, a pagina 23, troviamo la TABELLA 5. “Numero di nuovi casi tumorali, totale e per alcune delle principali sedi, stimati per il 2018 -popolazione italiana residente da previsioni ISTAT – www.demo.istat.it ” con differenze tra uomini e donne. Scorrendo la pagina, verso la metà, si legge: Mammella – Uomini: 500 – Donne: 52.300 
  • Il sito dell’AIRC riporta un dato simile a quello che vedrete riportato da Repubblica (vedi sotto): Cito dal sito AIRC: “Il carcinoma della mammella maschile rappresenta lo 0.5-1 per cento di tutti i tumori della mammella. Si stima che in Italia interessi un uomo ogni 620 circa.” Se le donne che si ammalano di cancro al seno sono circa 50.000 all’anno. Tornerebbe il dato che riporta 500 uomini (l’1% del totale). A pagina 25, invece, si legge il dato più sconcertante che riguarda il “numero di decessi per causa e per sesso osservati in Italia durante l’anno 2015. ISTAT 2015″. Per quanto riguarda i casi di morte per tumori maligni del seno: Uomini: 107 e Donne: 12.274 per un totale di: 12.381 persone.
  • Il sito di Repubblica, articolo a firma di Franz Rossi del 10 Aprile 2018, parla di 500 casi nel 2017
  • Il sito della Fondazione Umberto Veronesi, che peraltro mi ha citato e approfitto per ringraziare pubblicamente, riporta: “Il tumore al seno colpisce all’incirca 300 uomini ogni anno in Italia.

Quindi, primo problema: quanti uomini si ammalano ogni anno di cancro al seno? Quanti di questi vengono trattati per tempo? Ovvero, quanti “se la cavano” come me rinunciando al massimo ad un capezzolo e ad una manciatina di linfonodi, o anche meno?

Quanti sopravvivono?

Facendo una semplice sottrazione, basandoci sui presunti 500 uomini che scoprono di avere il cancro al seno, riportati sul documento dell’AIRTUM, il calcolo è semplice: 500-107= 393 (dati del 2015). Quali regioni d’Italia manifestano maggiori criticità? In tal caso, se così fosse, perché ciò si verifica di più in certe aree piuttosto che in altre?!

Riflessione rapida… non mi pare che siano pochi o così rari i casi di tumore maschile. Cinquecento uomini l’anno non sono da ritenersi una “rarità” o dei “casi eccezionali”.

Tempistiche per la diagnosi.

In Toscana, o per lo meno a Prato, devo dire che tra supporre vagamente che possa esserci qualcosa di sospetto ed essere operato per togliersi qualsiasi dubbio passa poco tempo. L’iter è davvero rapido e il flusso che permette di gestire le varie fasi è ampiamente rodato ed efficiente. Se soventemente parliamo di “mala sanità” devo riconoscere che per lo meno a Prato, almeno in ambito oncologico, le cose funzionano. Il problema probabilmente è nelle altre città o regioni d’Italia. Ho un amico romano che ha dovuto peregrinare per arrivare ad una diagnosi chiara e quando c’è arrivato ha dovuto subire un intervento piuttosto invasivo perché l’estensione del cancro era tale da richiedere il sacrificio anche di una parte del suo muscolo pettorale.

Campagna di prevenzione:

Non si tratta di mettere in piedi un sistema di prevenzione dedicato all’uomo. Si tratta semplicemente di “aggiungere una parolina”: “UOMO” quando si parla di prevenzione nella donna. Non si tratta di creare percorsi dedicati ma di far capire all’uomo che il proprio pettorale, che ospita un seno, deve essere trattato bene, deve essere osservato e palpato per verificare che non vi siano escrescenze, noduli, evidenti asimmetrie, ginecomastie o perdite di liquido dal capezzolo o qualsiasi cosa che fino a poco tempo prima non c’era.

La prevenzione del cancro al seno maschile passa dalla donna!

Questo è quanto ritengo più logico e plausibile. La donna, almeno da qualche anno, viene educata all’autopalpazione, ad osservare i suoi seni, a monitorarsi secondo certi criteri, oltre ad essere sottoposta a mammografie e/o ecografie soprattutto dopo una certa età. L’uomo è ignaro di tutto questo. Ringrazio Dio che mi ha fatto conoscere mia moglie, per tanti motivi ma in particolare per ciò che fece quella sera del 17 agosto del 2017 quando si accorse del nodulo che avevo al mio seno sinistro. Grazie alla sua sensibilità e alla sua capacità di capire subito che quella anomalia doveva essere ulteriormente indagata da medici esperti che oggi molto probabilmente posso dire di poter essere “uscito dal tunnel” con “danni limitati”. Devo a lei la mia vita!

Esorto tute le coppie ad applicarsi nella palpazione reciproca intesa come forma di prevenzione veicolata attraverso un gesto d’amore semplice, importante e serio. Se non sapete come farla vi consiglio di guardare questo video:

Sì, lo so… si parla di seno femminile… ancora non lo avete capito? Cambiano le dimensioni e la forma ma la sostanza è la stessa. Quindi, le donne le invito a fare un “ripassino” sul metodo in questione e gli uomini li esorto a imparare il metodo e ad applicarlo su voi stessi e sulle vostre partner. Vogliamoci un po’ più di bene!

Prevenzione:

Ecco il tasto dolente… la prevenzione del cancro al seno passa da un tipo di prevenzione detta di secondo livello, ovvero, l’autopalpazione in primis e poi recarsi presso un centro specializzato dove effettuano screening per il tumore del seno. Questo in linea di massima e soprattutto vale per le donne. Gli uomini è bene che si applichino nella suddetta tecnica di auto-monitoraggio e, qualora riscontrassero delle anomalie è bene che si rechino da uno specialista. Di solito l’iter è: MEDICO DI BASE > ECOGRAFIA > SENOLOGO ma se occorre potete “passare direttamente dal VIA” facendovi fare almeno un’ecografia in un centro privato. In poco tempo riuscite ad avere una risposta e a costi accessibili.

Con l’ecografia potrete recarvi dallo specialista il quale valuterà il da farsi.

Esistono anche fattori scatenanti di tipo ereditario, le cosiddette mutazioni genetiche, in particolare dei due geni BRCA1 e BRCA2. Se in famiglia avete avuto casi di tumore al seno vi consiglio di effettuare il test genetico, sulla base delle indicazioni che potrà darvi un senologo o un oncologo. Esiste un’associazione italiana che in merito si sta operando per diffondere una corretta informazione e aiutare chi ha una mutazione di questo tipo nel fornire supporto e risposte. L’associazione si chiama www.abrcadabra.it

Stile di vita:

Che ve lo dico a fare… pur non essendo state ancora comprese le dinamiche che provocano il cancro al seno, un buon stile di vita permette di ridurre la soglia di rischio. La prevenzione di primo livello non è applicabile a questo tipo di tumore; es. “non posso dirti di non mangiare una certa cosa perché so che quella è la causa del tumore”. Non ci sono indicazioni di questo tipo perché non se ne conoscono le cause. Quindi… nei prossimi post parleremo anche di una corretta alimentazione, di stile di vita, attività fisica e di integrazione alimentare supportando le mie tesi con dati e autorevoli testimonianze. Tutte cose importantissime per stare bene, vivere il più a lungo possibile e in salute ma… come evitare di ammalarsi di cancro al seno, almeno al momento, non c’è dato sapere.

Terapie ed effetti collaterali

Un altro dei miei obiettivi è, o sarebbe, riuscire a creare un database nazionale o migliorare eventualmente quelli che già ci sono, per condividere in rete, tra “addetti ai lavori” (personale sanitario / ospedaliero / medici oncologi, senologi, endocrinologi) le informazioni sui singoli casi di cancro al seno maschile, sulle terapie adottate e, soprattutto, sugli eventuali effetti collaterali che ne possono derivare. In questo caso la ricerca cosa ci dice? Che non esiste una terapia diversificata uomo/donna ma ad entrambi si somministrano farmaci sulla base dell’esperienza acquisita negli anni dall’utilizzo di questi in ambito femminile. Ora… va bene che abbiamo entrambi un seno (e prima non lo sapevamo) ma “forse”, qualche differenza tra uomo e donna c’è, soprattutto quando entrano in gioco le terapie ormonali.

Non voglio entrare nel merito di cosa debba o non debba essere somministrato ad un uomo o ad una donna che ha avuto il cancro al seno ma, raccogliere informazioni a riguardo, confrontarle e capire, per poi migliorare metodi, farmaci e posologie, sarebbe più che opportuno, senza aspettare che siano le case farmaceutiche a farlo arrivando ad “imporre metodi e farmaci”.

Ecco perché ritengo sia importante creare informazione, fare rete e condividere le esperienze. Ecco perché vorrei che l’opinione pubblica, i media, ma soprattutto chi si occupa di prevenzione, spendessero un po’ del loro tempo per parlare del cancro al seno maschile.

Per quanto mi riguarda, spero, di aver superato il problema e di poterlo vivere come un’esperienza in più che ho maturato nella mia vita. Ciò che desidero è che la popolazione in generale, più che altro quella maschile, possa sapere di questa possibilità. Anche se “rara” è pur sempre una possibilità. Di sicuro è più facile ammalarsi di cancro al seno che vincere un milione di euro con un gratta e vinci. Nel nostro caso, siamo tutti in gioco senza saperlo e chi vince paga pegno.

Leggi anche:

Credit: