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C’era una volta il Corona Virus

Arrivò da un Paese lontano, lontano per creare scompiglio e tanto baccano…

Eppure mi pare davvero una favola, forse a tratti inquietante, come ogni favola che si rispetti.

Non so ancora quale sia il finale, non è stato ancora scritto o non ci è stato raccontato, “ma è già un successo di pubblico a livello planetario”.

Abbiamo sentito ogni cosa su questo virus.

Ho fatto la collezione di affermazioni più o meno deliranti su come è nato e come si è diffuso; sull’emivita del virus che variava ad ogni telegiornale andando da un massimo di undici giorni, sugli oggetti toccati da persone infette, ad un minimo di pochi minuti; sulla ricerca del “paziente zero”; sulle scuole, musei, teatri e pure stazioni ferroviarie chiuse; sul coinvolgimento dell’esercito per gestire l’emergenza; sulle zone rosse…

Si è detto che è un virus altamente contagioso, pareva quasi che solo a pensarci ci si poteva infettare, poi ci è stato riferito che è difficilissimo da prendere declassandolo a “poco più di un’influenza stagionale”additando quest’ultima come responsabile di molti più morti (allora sì che stiamo tranquilli).

Ci hanno consigliato di usare la mascherina protettiva, sì quella che adesso costa come un foulard di una nota griffe di alta moda e che pareva fosse la panacea di tutti i mali mentre adesso, si sente dire, che serva solo se sei già infetto ad evitare di contagiare gli altri ma… se sei infetto, e non lo sai, evidentemente non la indosserai e se sai di esserlo, molto probabilmente, sei in ospedale o a casa in quarantena, quindi vedo poco utile l’impiego di questo dispositivo se non a farti notare dalla massa impaurita come il possibile untore.

Dimenticavo alcune raccomandazioni fondamentali: “Non toccatevi occhi, bocca e naso con le mani“, come se l’atto di toccarsi possa essere compiuto anche tramite proboscide, eventualità che in tal caso concordo che richiederebbe una puntualizzazione sull’uso dell’arto di cui sopra.

Comunque, non voglio aggiungermi alla lunga lista dei sedicenti esperti anche perché non sono un virologo, tantomeno un esperto virologo e nemmeno un opinionista o un giornalista.

Il giornalista… “figura mitologica”. Si narra che scriva articoli documentandosi, verificando le fonti, intervistando, facendo inchieste, agendo in prima linea e soprattutto seguendo un codice deontologico. Non generalizziamo, qualche bravo giornalista c’è ma resta una voce fuori dal coro e, come tale, “stona”. Viene messo da parte o invitato a “non limitarsi a riportare LA notizia reale perché non farebbe notizia”.

Oggi, in un mondo sempre più connesso, dove la notizia deve essere diffusa rapidamente – pena essere superati dalla concorrenza e non chiudere contratti con gli sponsor – è indispensabile scriverla ancora prima che la notizia sia tale e quindi ancor prima che l’evento di cui si parla sia accaduto.

Oggi la stampa si occupa di futuro, un po’ come faceva Tom Cruise in Minority Report. Attraverso un complesso sistema riusciva a prevedere gli omicidi e a fermare gli assassini prima che questi commettessero l’atto criminale.

Oggi la notizia deve essere sensazionale, deve rompere ogni indugio. I titoli devono essere dirompenti, parossistici, altrimenti non è notizia e soprattutto non vendi i giornali o non inchiodi il pubblico davanti allo schermo della televisione. I talk e gli speciali in tv non fanno che trattare l’argomento Corona Virus. Se ne straparla cercando di portare tutto sul piano del catastrofismo. Si intervista chiunque pur di catturare l’attenzione dello spettatore ma soprattutto per prendere del tempo durante il quale “sperare” che nel corso della diretta qualcuno cada a terra stecchito, magari accadrà pure, per stanchezza, o stroncato da un infarto per via delle lunghissime dirette, non certo per il virus; ma vuoi mettere riuscire a trasformare quella diretta in una cronaca in diretta?

Il brodo è sempre più annacquato e la notizia cresce, cresce, cresce e poi, ad un certo punto, tutto si sgonfia.

Da qualche ora pare che il Corona Virus non sia più così letale.

“Chi muore lo fa perché non aveva più voglia di campare. L’influenza stagionale fa più danni della grandine ed è tutta colpa dei cambiamenti climatici. Greta lo diceva ma voi non avete ascoltato le sue parole e adesso dovete farvi la coda ai supermercati per comprarvi 70kg di pasta – che si mangeranno le farfalle o le locuste, meglio quest’ultime, ai fini della notizia sensazionalistica – pur sapendo che l’indomani potrete trovarne altri 70kg, al solito supermercato perché di fatto non siamo, fortunatamente, né in guerra né in carestia”.

Detto ciò… se vogliamo davvero capire cosa accade ai giorni del Corona Virus, basta girare per le città e avere a che fare con le realtà lavorative colpite da questa piaga, questa peste o malattia dilagante che si chiama sciacallaggio mediatico, amplificato dai social network.

“Sto leggendo cose che voi giornalisti non avreste mai dovuto scrivere”, parafrasando parte di una celebre frase tratta dal film Blade Runner.

Sabato scorso, verso l’ora di pranzo, mi trovavo al centro commerciale I GIGLI a Campi Bisenzio (FI). Ripeto, sabato, giornata tipica per fare compre e altrettanto tipica per restare imbottigliati nelle code alle casse o in fila ai parcheggi di qualsiasi centro commerciale. Tutt’altro, c’erano pochissime persone e trovavi tutti i posti che volevi per lasciare l’auto.

A distanza di una settimana pensavo che le cose si sarebbero un po’ calmate o almeno che fossero rientrate in una sorta di “normalità”.Ieri sera, VENERDI, quindi serata di weekend, nuova giratina a I Gigli. Mi aspettavo di trovare un turbinio di persone e il solito clima da fine settimana. Invece… pareva un film di Romero dove i pochi sopravvissuti si guardavano l’un l’altro impauriti nell’attesa dell’arrivo degli zombie; nel nostro caso, almeno tra gli esercenti, il pensiero che ho interpretato era: “Siamo a fine mese e da almeno 15 giorni non battiamo chiodo… Affitto, tasse, stipendi…chi li paga?”. Questo era lo zombie che vagava tra le corti del noto centro commerciale.

Mia moglie ed io abbiamo cenato a “I Banchi”, l’area dedicata alla gastronomia, sita al secondo piano de I Gigli. E’ un luogo carino, a noi piace perché sviluppato con in format in stile “mercato” dove trovi varie specialità, per lo più preparate sul momento, che puoi acquistare e mangiare sul posto. Beh… Vorrei postare qualche foto e un breve video girato sul momento, VENERDI 28 febbraio, intorno alle venti per mostrarvi la situazione assurda che si è palesata ai nostri occhi. Evito di postare questi file perché potrei essere, io, denunciato per aver pubblicato foto non autorizzate dalla direzione del centro commerciale… Vi invito a credermi sulla parola, o meglio, vi esorto a non credermi e a tornare a frequentare I Gigli come tutti gli altri negozi della vostra città.

La paura è comprensibile, soprattutto se fomentata da chi dovrebbe informare e non terrorizzare ma, il mondo va avanti e il coraggio, non l’incoscienza, deve prevalere sulla paura.Tornate a frequentare teatri, musei e cinema. Fate solo più attenzione a come vi muovete cercando di mantenere un livello di igiene personale (generale, non solo per le mani) adeguato ad un popolo cosiddetto civile e in perenne contatto con molti suoi simili.

Lancio un appello ai comici italiani… C’è bisogno urgente di voi, più dell’Amuchina.

La gente ha bisogno di ridere perché ha paura e la risata è il miglior vaccino contro la paura. Comici italiani, fatevi sentire attraverso i social e tornando nei teatri, soprattutto in quelli più piccoli che in questo momento stanno durando una fatica pazzesca per restare aperti.

Invito le persone di cultura a fare cultura a dispensare pensieri positivi ad elevare la paura allo stato di bellezza parlando di arte e di sentimenti positivi.

Dopotutto la storia insegna: dopo periodi bui ne seguono altri di luce.

Che la risata sia con noi… Che l’ironia sia nostra maestra di vita. Che la bellezza pervada i nostri cuori e le paure ci insegnino ad apprezzare ciò che abbiamo e ciò che siamo, con tutti i nostri pregi e limiti, da persone libere e capaci di intelletto…

Questo è il finale che vorrei leggere di: “C’era una volta il Corona Virus”…