Drone Pilots – la t-shirt che strizza l’occhio ad una futura Federazione Unita di Piloti di Droni

Ricerca, sorveglianza e applicazioni civili. Sono le tre macro aree operative attorno alle quali si fonda la “United Federation of Drone Pilots” riassunta nell’acronimo UFPD.

Futuro prossimo venturo.

Sono passati diversi anni dall’introduzione dei primi regolamenti locali nati per disciplinare l’uso dei droni civili. Oggi si affronta la costituzione della Federazione Unita di Piloti di Droni che sotto un’unica egida si propone di rappresentare e riunire piloti, regole e intenti.

Tutti gli stati membri sono oramai concordi che l’impiego degli UAV (Unmanned Aerial Vehicle) sia fondamentale per l’intera umanità e ancor di più per le numerose ricadute che ne potranno derivare negli anni a venire.

I sistemi a controllo remoto sono oramai una realtà. I robot terrestri e quelli acquatici hanno già avuto ampio riconoscimento attraverso i rispettivi organi di gestione e di controllo e da anni sono largamente impiegati in vari ambiti.

Non è stato così immediato anche per gli UAV a causa delle regole dell’aria, più restrittive e oggettivamente più vincolate a questioni complesse legate alla sicurezza, sia nell’ambito della safety che in quello della security. Sono state motivo di accese discussioni tra gli operatori e i legislatori, tali per cui, almeno fino ad oggi, non era stato possibile introdurre un regolamento globale e ancor meno definire una formazione per i piloti civili di UAV in seno ad un syllabus condiviso e adottato da tutti.

I sistemi di sicurezza e i protocolli operativi messi a punto nel corso dell’ultimo decennio hanno permesso di impiegare più diffusamente gli UAV decretandoli a tutti gli effetti come mezzi indispensabili, sempre più affidabili, grazie anche all’introduzione di alcuni dispositivi che prevedono interventi di self repair durante la fase di volo.

Le statistiche di incidenti sono drasticamente calate e l’opinione pubblica in merito all’uso degli UAV ha assunto un atteggiamento positivo; questo anche grazie all’introduzione degli airbag intelligenti e del Sistema Elettronico di Gestione della Terminazione di Volo (EMSTF Electronic Management System for the Termination of Flight), in grado di guidare automaticamente gli UAV, in caso di avaria, in aree isolate facendoli atterrare o precipitare in modo controllato, limitando i danni alle cose, alle persone, agli stessi UAV e alla merce e/o apparecchiature trasportate.

L’elettronica ridondata, il sistema di controllo e trasmissione dati del UAV, ad uso esclusivo di questi aeromobili, l’alimentazione basata su batterie a polimeri di alluminio ricaricabili attraverso i pannelli fotovoltaici installati  e il recupero dell’energia, hanno permesso di sviluppare flotte di UAV commerciali dalle altissime prestazioni ed estremamente sicure.

Nasce oggi la United Federation of Drone Pilots, un’unica federazione mondiale, capillare, presente in ogni stato membro che oramai ha coinvolto la quasi totalità delle Nazioni del nostro pianeta.

Uomini e donne che condividono progetti, intenti e tecnologie per portare avanti lo sviluppo e l’impiego degli UAV in moltissimi ambiti.

In seno all’UFPD il settore della sorveglianza è quello tra i più articolati e impiega la maggior parte del personale. In questo ambito l’UFPD ha sviluppato strumenti e metodologie dedicate all’osservazione del territorio per la prevenzione dei dissesti idrogeologici, per il monitoraggio dell’ambiente, dell’inquinamento, per la prevenzione degli ecoreati ma anche per la repressione di atti criminosi, per l’ordine pubblico, la protezione civile, la lotta al terrorismo e per l’intelligence.

UFPD Surveillance opera a stretto contatto con gli enti di ricerca, le università ma anche con le forze di polizia e militari coadiuvando interventi mirati, offrendo un supporto tecnico, logistico, mezzi e persone.

In questo ambito il personale UFPD è equipaggiato in modo adeguato e la t-shirt camouflage col logo United Federation of Drone Pilots fa parte della dotazione personale.

United Federation of Drone Pilots


No, non mi faccio di sostanze proibite, a meno che il Kefir non rientri tra queste a mia insaputa.

Comunque, come si evince dal mio racconto, la passione per i DRONI ma anche per la fantascienza, emergono dalla mia storia. L’immaginario creato dalla mente di Gene Roddenberry col suo meraviglioso Star Trek mi ha portato a sviluppare una futuribile Federazione Unita di Piloti di Droni, in linea con quella in cui opera la Flotta Astrale che Star Trek ci ha regalato – attraverso i film e le serie TV – in quasi 50 anni di intrattenimento, descrivendoci in ogni dettaglio un futuro di pace, d’intesa, di sviluppo culturale e tecnologico, di condivisione tra popoli di ogni razza e provenienza. Anche se spesso sono “botte e schianti” tra un quadrante della galassia e un altro.

La t-shirt United Federation of Drone Pilots è realizzata in cotone pettinato stampato con effetto Camouflage Grey, prodotta dalla JRC. Il logo UFDP è stampato in serigrafia, colore bianco.

UFDP logo

Per tutte le info su questo prodotto potete cliccare qui.

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In questo blog troverete la categoria DRONI E DRONISTI all’interno della quale sono pubblicati diversi articoli dedicati all’argomento.

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Star Trek e Star Trek into darkness, live in concert – esperienza indimenticabile

Tutto ebbe inizio alla fine di settembre 2013. Da qualche post su Facebook becco la notizia che a Londra, dal 29 al 31 maggio 2014, si sarebbe tenuto un concerto live della colonna sonora di “Star Trek into darkness”, composta da Micheal Gioacchino.

Detto così, la prima reazione che ho avuto è stata semplicemente… “Forte!”

Da qui sono passato a condividere questa notizia con mia moglie ottenendo come risposta: “Si va?!” con la stessa intonazione che il grande Oreste Lionello utilizzò nel doppiare Gene Wilder in Frankenstein Junior.

A scopo terapeutico vi invito a farvi qualche risata, vedendo o rivedendo la scena del film di cui vi parlavo.

Rapida consultazione familiare. Per l’appunto il concerto si sarebbe tenuto a Londra, quasi ad un anno dal nostro matrimonio, proprio nella città in cui abbiamo passato una settimana meravigliosa per festeggiare le nostre nozze.

Tra un “che si fa?” e un “come sarà?”, passando da “a Londra ci siamo stati da poco”, fino ad arrivare a “andiamoci e vediamo anche altre cose oltre ad assistere al concerto e così festeggiamo 1 anno di matrimonio”, è stato un susseguirsi di ragionamenti e decisioni. Ebbene, computer alla mano digitiamo un bel www.royalalberthall.com. Entriamo nella pagina dedicata al concerto e cominciamo ad orientarci per capire un po’.

Premesso che il nostro inglese è più basato su un’attenta gestualità piuttosto che su una grammatica corretta, abbiamo attivato Google per fare un po’ di traduzioni del sito e, spippola di qui, spippola di là, strisciamo la carta di credito e in men che non si dica abbiamo prenotato due posti per il concerto del 31 maggio 2014. Urca, circa 8 mesi prima dell’evento.

“O che s’è combinato?!”, è stato uno dei primi pensieri che abbiamo palesato pochi istanti dopo aver sollevato tutto quel polverone. Bè, il gioco è stato fatto, i biglietti elettronici sono arrivati, non ci resta che fissare il viaggio ma, per quello c’era ancora tempo.

Vi lascio perdere tutti i passaggi per arrivare al giorno della partenza per Londra. Vi basti sapere che di questo concerto avevamo capito poco, più che altro non era molto chiaro cosa venisse suonato di Star Trek into darkness e soprattutto se Micheal Gioacchino sarebbe stato presente alla Royal Albert Hall; magari attraverso un messaggio video registrato. Chissà!?

Mah! Diciamo che con quella giusta dose di “stiamo al caso, comunque vada è Star Trek”, abbiamo cominciato la nostra avventura unendo l’occasione del concerto al festeggiamento del nostro primo anno di nozze.

Londra…

Siamo arrivati il venerdi pomeriggio. Albergo, camera, bagagli, dove siamo, dov’è il teatro, cosa mangiamo, pappa!!! I neuroni rispondevano in questo modo e sequenza, fiduciosi però del fatto che almeno l’albergo l’avevamo prenotato nei pressi dal teatro, una condizione fondamentale nell’organizzazione di questa vacanza soprattutto dovendo rientrare in albergo di notte, dopo aver visto lo spettacolo. La sicurezza non è mai troppa. Boh, forse sono pensieri da “italiano da scampagnata domenicale” più che da “London mission” ma, memore del viaggio precedente a Londra, in cui nella zona dove era ubicato il nostro albergo campeggiavano ovunque questi cartelli (vedi foto sotto), direi che il pensiero alla sicurezza non era poi così fuori luogo.

crime area

Fatti quattro passi ci siamo subito resi conto che la zona della Royal Albert Hall (South Kensington, vicino ad Hyde Park) è tutt’altra cosa rispetto a quella dove eravamo un anno prima (Whitechapel, dove verso la fine del ‘800, evidentemente non a caso, si consumarono i delitti di Jack lo squartatore).

Ma torniamo all’evento…

Veloce sopralluogo nella zona del teatro, con 24 ore di anticipo rispetto all’evento per capire l’effettiva distanza da percorrere. Arriviamo ad uno dei numerosi ingressi. Non parlerei di “lato” visto che la pianta del teatro è circolare e gli ingressi sono tanti e tutti disseminati lungo il perimetro.

Noto subito un totem nel quale era affisso il manifesto dello spettacolo che avremo visto la sera successiva. “Fiuuuu…” è quasi un conforto. Parte la prima foto per suggellare quel momento. Eccola.

startrek poster

Foto fatta, luogo del teatro visto, adesso pappa.

Diciamo che a Londra si mangia ovunque e di tutto ma, per noi italiani, soprattutto mia moglie ed io, amanti e praticanti del fitness e dediti ad una cucina molto particolare, Londra sta al cibo come un vulcaniano sta a Zelig con il ruolo di capocomico. Ecco, per chi legge questo post, in buona parte appassionati della saga di Star Trek, potrà capire cosa intendo. Per tutti gli altri, diciamo che chi non ha avuto il piacere di visitare Londra e ama la buona cucina italiana o comunque non si accontenta di Sushi, fast food, cucina indiana, vietnamita, messicana, brasiliana, gaelica, pakistana e, ovviamente, il tradizionale “fish & chips”, è dura… anche perchè i menù sono tutti in inglese o inglese + la lingua dell’etnia in questione (e quindi dovresti conoscere tutti i nomi degli ingredienti usati da tutto il mondo, almeno nella lingua inglese) e, cosa per noi “inammissibile”, non usano l’olio extravergine d’oliva. Come se non bastasse ti portano tutto condito con “qualcosa” che ha la capacità di “ripresentarsi” anche ore dopo averlo ingurgitato. Per la serie: “mangio l’insalatina così mi tengo leggero”… utopia!

Morale della favola, prima sera, SUPERMERCATO, spesa e cena in camera.

Ok lo so, tediosissimo discorso che con Star Trek non ci incastra molto. Arriviamo quindi alla serata mitica.

Serata mitica…

Ore 19:30 inizia lo spettacolo. Con largo anticipo ci presentiamo all’ingresso del teatro indicato sul nostro biglietto scaricato online. Ci accolgono due marcantoni. Ci leggono il codice a barre riportato sui nostri biglietti. Lo scanner fa un bel “bip” e i due messi del teatro ci sorridono facendo cenno di entrare.

“RiFiuuuuu…” anche questa è andata. O via, siamo dentro.

Prima di entrare avevo notato che in un’area del teatro, visibile dall’esterno, era stato allestito un desk con t-shirt e altra robetta di merchandising realizzata per l’evento in questione. Ovviamente cerchiamo subito questa zona e una volta individuata ci dirigiamo verso il desk. Prendo la t-shirt, il programma e il poster. Giusto per non farsi mancare nulla e soprattutto perchè il gentile ma inglesissimo stewart del teatro incaricato alle vendite, aveva cominciato ad incalzare un discorso, rigorosissimamente in inglese stretto (o Klingon, non so), del quale ho capito solo t-shirt e poster. In pratica poi ho compreso che acquistando la tripletta avremmo avuto uno sconto particolare. Come rifiutare, no?

Preso tutto… Adesso andiamo a prendere i posti.

Gira, rigira e gira ancora, ci ritroviamo al punto di partenza. La perfezione del cerchio non tradisce mai. Al secondo giro pensavo che venisse qualcuno a darci una medaglia o un integratore di sali minerali. Rallentiamo la marcia e grazie a questo ingegnosissimo espediente riusciamo a trovare le indicazioni per la platea. Scendiamo le scale e poi saliamo altre scale dopo aver passato una porta. Fatti i primi scalini cominciamo a intravedere le luci della sala e via, via che salivamo scoprivamo elementi architettonici suggestivi, illuminati perfettamente da luci colorate.

Siamo in sala.

Mi volto verso il palco e scorgo tutti gli strumenti musicali dell’orchestra e, imponente e trionfale sopra il palco, uno schermo grandissimo sul quale si stagliava la scritta Star Trek into darkness.

Ho avuto un nodo alla gola.

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Incredibile…

Un’incaricata del teatro ci invita a mostrarle i nostri biglietti e, guarda caso, nel punto in cui ci trovavamo ci indica che i due posti alla sua sinistra erano per noi.

Ci sediamo. Nel frattempo la sala comincia a riempirsi. Gente, gente, gente… Tanta gente. Qualcuno del pubblico si presenta vestito con le uniformi di Star Trek. Altri indossano la t-shirt appena comprata al desk del teatro.

Il teatro è gremito.

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Ci siamo. 19:35, si abbassano le luci. Entrano i musicisti e a seguire prendono posto i coristi. Circa 160 persone sul palco. Gli applausi riempiono la sala. Ancora qualche istante e arriva il direttore d’orchestra, il maestro Ludwig Wicki, di nazionalità svizzera, fondatore della 21st Century Symphony Orchestra di Lucerna, disposta al completo sul palco della Royal Albert Hall.

OK, ci siamo. Il maestro saluta il pubblico e rivolgendosi verso un lato del palco invita a salirvi Michael Gioacchino.

Guardo mio moglie e le dico: “Sieeeee! O lui?!?!?” Incredibile sorpresa. Il premio Oscar, vincitore del Golden Globe, degli Emmy… Insomma, “lui”. Non ci credevo. E’ proprio lui, il compositore della colonna sonora di Star Trek, in carne e ossa. Michael Gioacchino, di origini italiane e cittadino italiano dal 2009.

Michael si avvicina al maestro Wicki accolto dal pubblico in ovazione. Saluta, prende il microfono e comincia a parlare. Alterna momenti di serietà ad altri di grande ironia, tali da suscitare nel pubblico (inglese) un’incredibile ilarità. “Noi”, non capendo una mazza, ci adeguiamo e accenniamo qualche sorriso. A me veniva piuttosto facile visto l’entusiasmo che comunque provavo, a prescindere da ciò che stava dicendo Gioacchino. Avrebbe potuto parlare di lenticchie e avrei comunque sorriso.

Terminata la sua introduzione, lascia il palco dando modo al maestro Ludwig Wicki di concentrarsi e di dare inizio allo spettacolo.

Le luci si abbassano ulteriormente lasciando illuminare la grande sala della Albert Hall solo dai bagliori dei fotogrammi che cominciano a scorrere sul schermo.

Arrivano le stelle animate che compongono il logo della Paramount. L’orchestra comincia a produrre i primi suoni. Ho i brividi, lo giuro. Arrivano gli altri loghi delle case di produzione, la musica incalza in un crescendo di fiati.

Ma… ma è il film. Non è una sorta di medley studiato per l’occasione.

Osservo il maestro che davanti a sé ha un monitor sul quale passano le stesse immagini che il pubblico vede sul grande schermo ma a queste sono aggiunte, in sovrimpressione, una serie di elementi indicatori di cui alcuni numerici ed altri grafici. Quest’ultimi sono caratterizzati da bande colorate che scorrono da sinistra verso destra a intervalli di tre alla volta, prima che ogni scena cambi, segnando con un colore diverso l’ultimo passaggio prima di chiudere una scena per passare alla successiva. Questo permette al maestro di chiudere un motivo e riaprire con un altro scandendo gli eventi in piena sincronia con quanto avviene sullo schermo, scena dopo scena.

In pratica, Star Trek into darkness viene proiettato integralmente. Al film originale è stata tolta la traccia audio della colonna sonora che per l’occasione viene eseguita live, tutta, direttamente dalla 21st Century Symphony Orchestra.

Provo un’emozione intensa e francamente incredibile da descrivere. Sento i brividi sulla pelle e gli occhi mi si appannano per le lacrime. La potenza della musica, la magnificenza delle immagini, l’orchestra, il coro, la Royal Albert Hall e mia moglie vicino a me, mi fanno decollare verso mondi lontani, dove nessuno è mai arrivato prima….

Lucciconi a parte, mi trovo in piena estasi. L’orchestra è perfetta. Seguo il film sullo schermo che propone i dialoghi in lingua originale e sottotitolati in inglese. Questo un po’ mi facilità nel comprendere le parole, anche se ricordo gran parte del film visto in italiano diverse volte.

Arriva la scena i cui l’Enterprise esce dall’acqua, dove si era nascosta in attesa di recuperare parte dell’equipaggio in missione su Nibiru. Altra botta di adrenalina, brividi e lucciconi. Caspita, siamo appena all’inizio. Se continuo così alla fine del film mi trovano disteso a terra e mi ricoverano.

Le scene scorrono sullo schermo. Io alterno la visione del film a ciò che vede il maestro dal suo monitor, distante da me non più di 7-8 metri al massimo.

Dopo un po’ la musica entra a far parte del film stesso, non dando più la sensazione che sia eseguita dal vivo e in quel preciso momento.

Butto un occhio agli orchestrali, dal lato in cui siamo seduti vediamo benissimo tutti gli archi e intravediamo il sintetizzatore e le percussioni. Il coro è più in alto, subito sotto allo schermo.

Che spettacolo incredibile. Riesco ad apprezzare ogni sfumatura della colonna sonora. Anche le parti apparentemente meno significative ma “di riempimento”, che fanno da “tappeto” ai dialoghi, in questo contesto riescono a dare maggior senso al film e si capisce l’immane lavoro che c’è dietro per realizzare una colonna sonora per un film di questo genere e budget.

Arriva il primo tempo, proprio come al cinema.

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E come al cinema, incredibilmente, anche qui arriva l’omino dei gelati e popcorn… Ma come?!?! Alla Royal Albert Hall, l’omino dei gelati? Sì, anche qui. E non solo. Il pubblico pare abituato e apprezzare questo tipo di servizio. Ma come se non bastasse, dall’accesso alla platea che era vicino a noi, vedo tornare degli spettatori dal bar con in mano boccali di birra.

“Paese che vai costume che trovi”

L’intervallo dura una decina di minuti o poco più. Le luci in sala si abbassano nuovamente ma non del tutto, lasciando modo all’orchestra di rientrare dalla pausa e di essere raggiunta dal maestro Ludwig Wicki che in chiave meravigliosamente trekker e con grande ironia, si ripresenta sul palco indossando la maglia di Spock.

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Il pubblico è entusiasta. Un boato di applausi lo accoglie e lui dimostra compiacimento per il gesto fatto e gratitudine verso il pubblico per come viene accolto.

Si ricomincia. Silenzio, partono nuovamente le immagini sullo schermo.

Mi rituffo nel delirio di emozioni. Benedict Cumberbatch nel ruolo di Khan è perfetto e lo è ancor di più sentendolo recitare con la propria voce, senza nulla togliere al doppiatore italiano che ha fatto un lavoro magistrale.

Siamo alle scene più concitate. La musica la fa da padrona sottolineando la drammaticità degli eventi, la concitazione e la sfida. Ogni attimo è riempito da note che esprimono perfettamente il senso di “COLONNA sonora”, intesa proprio come pilastro portante del suono. Per chi non è un musicista o un tecnico del suono probabilmente questo concetto è perfettamente assimilato ma io ho avuto la sensazione di realizzarlo per la prima volta in quel momento.

L’immensa astronave Vengeance si sta per schiantare sulla Terra. La musica è al massimo, suoni e immagini si fondono per offrire un coinvolgimento “total immersion” (giusto per usare una frase in inglese, concedetemela). Mi arriva un’altra bordata di brividi e lucciconi. La pelle d’oca ha lasciato il posto a quella di cinghiale, poiché nel frattempo, a forza di brividi, si è stimolato il bulbo pilifero creando sulle mie braccia un maremoto di peluria. Credo che all’uscita dal teatro mi abbiano scambiato per Chewbecca (Star Wars).

Siamo alla fine, partono i titoli di coda e con essi l’arrangiamento musicale di Gioacchino che miscela il motivo musicale trainante della serie classica di Star Trek con quella attuale da lui composta. Il coro esprime tutta la sua potenza ricalcando le note dell’orchestra, donando al pubblico l’emozione di udire il classico Star Trek in una versione dal vivo meravigliosa.

Fino all’ultimo passaggio di titoli e crediti l’orchestra dà il meglio di sé, non perdendo mai un colpo, offrendo uno spettacolo di inaudita bellezza.

Pubblico in delirio, tutti in piedi. Non perdo un istante e anche io, non occorre sapere l’inglese in quei casi, mi alzo e mi finisco le mani dagli applausi. Che emozione.

Ma non finisce qui, è ovvio… Aspettiamo, tutti, il bis.

Il maestro esce e qualche istante dopo torna sul palco con Michael Gioacchino. Entrambi si prendono gli applausi meritatissimi. Poi Gioacchino si rivolge al pubblico ringraziandolo e dispensando qualche parola e… non ci credevo, altra incredibile sorpresa. Il maestro Ludwig Wicki cede a Gioacchino la sua bacchetta per permettergli di condurre personalmente l’orchestra per il bis.

Guardo Antonella e ancora una volta, increduli, entrambi pronunciamo all’unisono: “Sieeeee!”

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Gioacchino si volta verso l’orchestra. Il pubblico si siede e in sala torna a regnare il silenzio. Solo per poco. Qualche istante dopo partono le prime note. Francamente è un brano che non conosco. I primi accordi sono, per mia cultura e gusto, un po’ stridenti. Suoni strani, pause lunghe. Poi arriva il motivo trainante che echeggia in sala coinvolgendo tutto il pubblico nell’ascolto di un brano che non è parte integrante della colonna sonora di Star Trek. Una cosa diversa, nuova. Probabilmente, qui chiedo venia, Michael Gioacchino lo avrà introdotto spiegando di cosa si trattava ma, purtroppo, e in quel caso sarebbe stato utile, il mio livello d’inglese non mi ha permesso di comprendere cosa stesse dicendo.

Certo è che è stato un susseguirsi di sorprese che hanno reso la serata indimenticabile. Tre ore di spettacolo intrise di emozioni e soprattutto caratterizzate da un altissimo livello professionale di esecuzione e direzione/composizione.

Tutto perfettamente miscelato e senza alcuna “nota dolente”. INDIMENTICABILE!

Link utili e approfondimenti:

 

Elysium di Neill Blomkamp – Pura esperienza visiva ma non tutto mi convince

Desidero trattare l’argomento Elysium nel modo che mi appassiona di più, soffermandomi sui dettagli, le scenografie e le ambientazioni. Elementi che a parer mio spesso in un film riescono a mascherare pennellate narrative meno riuscite…

ELYSIUM poster
ELYSIUM poster

ELYSIUM, luogo destinato ad un idilliaco esilio ma anche ultima dimora delle anime di coloro che sono stati prescelti dagli dei. Detto anche Eliseo o Campi Elisi. Il titolo del film fa riferimento a questi ingredienti evocando attorno a sé, e all’omonima, enorme stazione spaziale orbitante, scenari ancestrali. Elysium ospita facoltosi umani lì rifugiatisi da oltre sessant’anni per sfuggire alla fame e alle sofferenze che dilagano sulla Terra a seguito dello viluppo demografico e la conseguente riduzione delle risorse del nostro pianeta. Elysium è una sorta di terra promessa ma destinata solo a chi può permetterselo. Questa premessa riassume gli elementi su cui ruota la storia, sceneggiata e diretta da Neill Blomkamp, reduce dal successo del 2009 con il film District 9.

Chi segue la mia rubrica “InCinema alla Classifica” sa che non amo fare troppi commenti in merito agli aspetti narrativi e alla sceneggiatura di un film. Posso solo dire che le scelte estetiche adottate da Neill Blomkamp ripagano ampiamente alcune trovate del regista che non ho gradito moltissimo. Preferisco quindi dirottare le mie energie su ciò che mi piace trattare.

ELYSIUM - logo
ELYSIUM – logo

Il logo del film: ELYSIUM è caratterizzato da una font che ha un forte richiamo al carattere grafico che era possibile ottenere, nell’era pre-digitale, con un normografo usato per realizzare brevi testi, didascalie, titoli in ambito tecnico. Linee pure, semplici, prive di spessore, essenziali. Questa scelta minimal esprime pulizia ma anche freddezza, rigidità e rigore geometrico. Tutti elementi che ben rappresentano la società “sterile” che si è sviluppata a bordo di Elysium.

La font del logo la ritroviamo anche nei titoli del film ma questa volta la scelta dei creativi si spinge oltre. E’ simile ma non uguale. La ricerca di originalità di un logo impone qualche eccezione rispetto alla realizzazione di un’eventuale font che ne deriva. Per scrivere i nomi del cast, produttori, ecc… è stato effettuato un ulteriore esercizio di sintesi che ha portato a stilizzare la lettera “E”, rispetto a quella che compare nel logo ELYSIUM. Viene privata dell’asta verticale lasciando visibili solo le tre linee rette parallele che costituiscono le aste orizzontali della lettera.

Elysium - font titoli
Elysium – font titoli

Il concept di questa font è simile a quello che ritroviamo in altri film di fantascienza. E’ quasi un cliché che è in grado di dipingere futuri “immaginifici” e che si auto alimenta ad ogni uscita di un film di questo genere. E’ come se ci fosse un filo conduttore, un silente accordo tra registi, grafici e creativi. Tutto unito da un sottile legame invisibile volto a classificare il film come “di fantascienza, di futuro, di spazio”. Di sicuro utilizzando una font “Comic Sans” il risultato non sarebbe lo stesso.

Ecco alcuni esempi di loghi, simili tra loro, che evocano immediatamente lo spazio, il silenzio, il vuoto. Nel cinema anche questo si chiama fantascienza.

In OBLIVION,  di Joseph Kosinski, la font, assume ancor di più la caratteristica del testo realizzato con un normografo o stencil. Il tratto in alcuni casi viene interrotto come accade utilizzando una maschera stencil.

In Gravity, di Alfonso Quaròn, la font, pur minimal e pulita, è più “standard” ma mantiene le caratteristiche delle precedenti, tra cui lo spazio tra lettere ampio, forzatamente aumentato.

ALIEN, di Ridley Scott, forse è stato il precursore di questo stile grafico che poi è stato adottato, come abbiamo visto, in pellicole di fantascienza uscite anni dopo. Spazi tra lettere molto ampi, lettere bianche su fondo scuro. Caratteri bastone molto puliti, senza grazie, nessun elemento di troppo. Tutto al loro posto.

Ma torniamo a ELYSIUM…

Neill Blomkamp  viene dal mondo della pubblicità e degli effetti visivi. E’ un regista, sceneggiatore ma anche un tecnico degli effetti digitali. Non a caso, si circonda per il suo ELYSIUM di uno staff tecnico di altissimo livello riuscendo in questo film a rendere tutto ancor più realistico superando sé stesso e il suo DISTRICT 9. L’esperienza degli alieni “gamberoni” relegati in una sorta di ghetto in SudAfrica richiese a suo tempo notevoli espedienti tecnici che permisero di raggiungere un incredibile realismo rendendo l’interazione tra attori e elementi digitali davvero sorprendente. Questa cosa si amplifica nel film Elysium in cui Blomkamp riesce a rendere tutto credibile; le atmosfere, i mezzi e i robot presenti sulla Terra. Tutto è plausibile e anche meravigliosamente fatiscente, logoro dall’eccessivo utilizzo e dalla scarsa manutenzione dovuta alle esigue risorse del 2154. I colori sono opachi, scuri, stentano ad emergere dalle superfici sudice dei vari apparati. Graffiti e scritte varie completano la rosa di elementi che contribuiscono a rendere le scene drammaticamente vere.

Elysium - robot burocrate
Elysium – robot burocrate

Su Elysium, la stazione spaziale, tutto si ribalta, lo stile è minimal e i colori quasi assenti se non per la presenza dei toni di verde della vegetazione che circonda le ville di lusso. Pulizia e perfezione vanno a braccetto con la ricchezza. Tutto è candido, si va dal bianco lucido delle superfici degli elementi di arredo al grigio o beige opachi dei vestiti, fatta eccezione per qualche nota di azzurro presente nell’atmosfera di Elysium che porta poi al nero più totale dello spazio infinito.

Jodie Foster su ELYSIUM
Jodie Foster su ELYSIUM

Elysium è una struttura imponente, si vede addirittura dalla Terra. Il suo design ricorda moltissimo quello della stazione spaziale di “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick ma anche i magnifici disegni del designer americano Sydney Jay Mead che ha realizzato progetti visionari di ambienti e strutture architettoniche appartenenti a remoti futuri, collaborando alla realizzazione di concept artistici per le scenografie di molti film di fantascienza tra cui Blade Runner, Tron, Aliens ed il primo film di Star Trek.

ELYSIUM
ELYSIUM
English: Neill Blomkamp the 2009 film District...
English: Neill Blomkamp the 2009 film District 9 at San Diego Comic-Con. (Photo credit: Wikipedia)

Neill Blomkamp si spinge oltre quella stazione “già vista”, trovando il modo di omaggiare chi lo ha preceduto e sposandone in gran parte il concept. Realizza qualcosa che solo Lucas aveva immaginato prima di lui nella saga di StarWars. L’atmosfera di Elysium è trattenuta all’interno di una struttura circolare a sezione concava (una “C” ribaltata, come una grondaia). La grandezza di Elysium, la forma e la rotazione imprimono una forza tale da contenere un microcosmo abitativo che non richiede strutture di contenimento dell’atmosfera. Lucas ci aveva mostrato soluzioni simili durante gli atterraggi e i decolli delle navette imperiali dalla “Morte Nera” che potevamo vedere librarsi senza ostacoli da e verso gli hangar, senza dover aprire o chiudere doppi sistemi di paratie per mantenere l’atmosfera artificiale all’interno del grosso satellite.

Elysium è l’ostentazione di questa soluzione che pur con tutte le riserve scientifiche del caso, conferisce alla stazione Elysium un ulteriore elemento di forte caratterizzazione e, se vogliamo, di originalità. Questa soluzione consente al regista di provocare lo spettatore offrendo scene in cui le navette provenienti dalla Terra atterrano su ELYSIUM in luoghi più disparati, penetrando l’atmosfera e atterrando su prati e giardini perfettamente curati.

ELYSIUM - zona abitativa e aree verdi
ELYSIUM – zona abitativa e aree verdi

Ottimo il design delle navette spaziali da trasporto, militari e mediche. Interessante la scelta di introdurne una “vip” firmata Bugatti (Elysian Fulgar Shuttle), al servizio di Carlyle, interpretato da William Fichtner, abitante di Elysium, ricchissimo e potente uomo d’affari che gestisce i suoi interessi sulla Terra. La sua Bugatti rappresenta l’assoluta perfezione stilistica in netto contrasto con tutti i malconci mezzi di trasporto a disposizione dei terresti, tra cui si intravedono anche vetusti autobus.

Elysium - navetta spaziale firmata Bugatti
Elysium – navetta spaziale firmata Bugatti

Gli sforzi tecnici sono infiniti e pare che non abbiano soluzione di continuità. Le trovate ingegneristiche sono molte e piuttosto interessanti anche se tutto ha il sapore di “già visto”, pur in una versione migliorata. La navetta da battaglia che affianca il mercenario Kruger (Sharlto Copley – visto anche in District 9) è interessante e il registra trova il modo di mostrarcela in ogni angolazione anche se non crea un precedente stilistico ma ripercorre e forse migliora i design di alcune navette presenti in film precedenti, tra cui i droni della saga di Terminator, le “Hunter Killer”, o le “Low Altitude Assault Transport” di Star Wars (vedi foto più avanti)

Elysium - navetta del mercenario Kruger - design TyRuben Ellingson
Elysium – navetta del mercenario Kruger – design TyRuben Ellingson
Terminator - Hunter Killer
Terminator – Hunter Killer
Star Wars - Low Altitude Assault Transport
Star Wars – Low Altitude Assault Transport

Comunque, la livrea mimetica del “Raven”, il corvo,  (questo è il nome della navetta) le conferisce un aspetto intrigante e grintoso anche se lo spettatore stenta a capire come faccia a mantenere un’efficienza tale da consentirle di volare, soprattutto nello spazio. Nel film, la struttura dello scafo, diversamente dal disegno sopra proposto, è vistosamente compromessa. Ogni volta che decolla se ne percepisce il peso e la potenza dei suoi motori che contrastano con la struttura fatiscente che mette a rischio la sua integrità.

I droni utilizzati per intercettare Max (Matt Damon) durante il suo tentativo di fuga, non mi convincono molto. Sono molto simili ai robot che possiamo trovare oggi nella grande distribuzione, impiegati per pulire in casa. Nel film volano e inseguono il loro obiettivo ma non creano alcuna emozione lasciando indifferenti. Una sorta di pausa visiva che distoglie dal fragore emanato dei moltissimi elementi presenti nel film che l’occhio deve cogliere e metabolizzare.

Arriviamo all’esoscheletro di Matt Demon. Sotto il profilo del design lo trovo interessante. Non originale ma interessante. La cosa che mi ha lasciato sgomento è la tecnologia bio neurale che permette di interagire con l’esoscheletro. L’estrema “faciloneria” con cui viene impiantato il sistema nel cervello e negli arti di Max, oltre ai tempi con cui viene effettuato l’intervento e la totale assenza di igiene, ti lascia completamente frastornato. Tutto viene ridotto ad un semplice intervento “ambulatoriale” in regime di day ospital fai da te, pur richiedendo un intervento piuttosto complesso che richiede addirittura impianti nella corteccia cerebrale. Cosa ancora più assurda è che Max entra nell’ambiente dove viene operato con la sua T-Shirt e ne esce con tanto di esoscheletro montato e funzionante e la sua T-shirt sempre addosso.

Cliccando sulla foto qui sotto potrete accedere ad un sito nel quale l’immagine, in corrispondenza dei segni (+), permette di approfondire alcuni dettagli tecnici dell’esoscheletro.

Elysium - esoscheletro - Weta artwork by Aaron Beck; Thumbdrive image by Kimberley French
Elysium – esoscheletro – Weta artwork by Aaron Beck; Thumbdrive image by Kimberley French

Devo dire che mi è piaciuto molto l’uso dei tatuaggi 3D, visti dal regista come simbolo di uno status sociale facoltoso in grado di impiegarli sia per uso estetico/decorativo del proprio corpo sia, soprattutto, per marcare geneticamente il proprio passaporto di appartenenza alla comunità di Elysium. I cittadini di Elysium hanno tutti un tatuaggio sul braccio che ne certifica la loro appartenenza. Il glifo non lascia solamente un segno in rilievo sulla pelle ma si associa indelebilmente al DNA di ogni cittadino in modo univoco e permanente. Con questo tatuaggio si accede ad Elysium e si può beneficiare di tutti i diritti e servizi previsti. Senza, non si ha diritto praticamente a nulla, soprattutto non si accede in alcun modo ad Elysium.

Nel 2154 è piuttosto semplice realizzare tatuaggi 3D, a condizione che si appartenga alla classe abbiente di Elysium, ovviamente. Quello sul braccio viene impresso mediante una speciale pistola laser. Quello sul volto o su altre parti del corpo viene realizzato attraverso un raggio laser emesso dal medesimo apparecchio medicale che ogni cittadino di Elysium possiede nella propria abitazione.

Elysium - realizzazione del tatuaggio 3D contraffatto, impresso a Max per apparire come un abitante di Elysium
Elysium – realizzazione del tatuaggio 3D contraffatto, impresso a Max per apparire come un abitante di Elysium
Elysium - Med-Pod 3000
Elysium – Med-Pod 3000

La fotografia, curata da Trent Opaloch che ha affiancato Blomkamp anche in District 9, riesce a regalare inquadrature meravigliose, forti contrasti cromatici e uno stile narrativo assimilabile alla video cronaca di guerra, tipica dei reportage che vediamo nei telegiornali dalle zone “calde” del pianeta. Le scene sulla Terra sono caratterizzate da questo stile che ritroviamo anche in District 9. Su Elysium invece tutto è più morbido. Carrellate in slider permettono di scorgere gli ambienti con una certa calma e di percepirne la totale efficienza, e singolarità, insite nella società di Elysium. Solo nelle scene più concitate si torna anche su Elysium a riprendere uno stile più “in soggettiva” o comunque dinamico, con camera a spalla, raramente in steady cam, proprio per mantenere quella irregolarità di inquadratura, tipica di un movimento libero di camera che conferisce alla scena dinamismo, naturalezza e coinvolgimento per lo spettatore.

Elysium è un gran prodotto di altissimo livello artistico e concettuale. E’ un film meritevole di attenzione e di ulteriori approfondimenti tecnici. Si potrebbe porre come spin off di District 9, per lo stile, le ambientazioni e per il livello di decadenza della società terrestre che Blomkamp riesce a rendere; nel caso di District 9 all’interno del ghetto omonimo. Elysium è anche un progetto che riprende a tratti l’esperienza del regista Sud Africano, poi interrotta, sul progetto HALO nel quale ha investito molto tempo realizzando un corto davvero interessante che avrebbe meritato di essere sviluppato in un film completo.

Elysium è però un film, a parer mio, che stenta a decollare, soprattutto nella parte centrale dove si dilunga in tediose questioni che portano a ben poco in termini di attenzione e interesse da parte dello spettatore. Ci sono vari elementi nella storia che non mi convincono ma resto dell’idea che un film, in quanto prodotto di intrattenimento ma anche artistico, risultato di mesi o addirittura anni di lavoro da parte di migliaia di maestranze, debba essere apprezzato in ogni suo aspetto e non etichettato come “bello” o “brutto” limitandosi ad analizzarne solo qualche elemento. Personalmente non sono rimasto affascinato da Elysium come invece ebbi modo di esserlo con District 9 ma il lavoro meticoloso di ricerca e sviluppo di ogni dettaglio e il realismo, comunque apprezzabili in questo film, permettono di avvolgere perfettamente lo spettatore in un contesto globale, sociale e tecnologico di un possibile futuro, offrendo una solida base su cui fondare un’interessante esperienza visiva che merita di essere provata.

Link e crediti:

Approfondimenti tecnici:

Effetti visivi curati dalle seguenti società:

Doctor Who Experience – Cardiff Bay. Due fans del dottore sulle tracce del signore del tempo e della squadra di Torchwood

Quando mi chiedono: “che passioni hai?” oppure: “cosa ti piace fare nel tempo libero?”, non so mai da dove cominciare. Direi che sono una persona a cui piace fare, a prescindere. Ho molti interessi e tutti alimentati dalla mia buona dose di curiosità e voglia di mettermi in gioco.

Tra le mie numerose passioni c’è la fantascienza. Lo so, lo sapete ma qualcuno prima o poi capiterà su questo post senza avermi conosciuto o senza aver letto la mia presentazione “io e la fantascienza“. Pertanto, dicevo.. amando la fantascienza, non potevo esimermi dall’essere fan anche del Dottor Who e di Torchwood. Direi che questa passione me l’ha trasmessa un mio carissimo amico d’infanzia, un vero cultore ed esperto di queste due serie televisive. Anni fa mi chiese se stessi seguendo in televisione Dottor Who e Torchwood. Entrambe le serie all’epoca non erano tra quelle che seguivo. Il dottore che mi ricordavo era quello della quarta generazione, per chi non segue la serie è un casino spiegarlo in poche parole. Pensate ad un umanoide che vaga nel tempo e nello spazio e che “non muore” ma si rigenera. Ogni tanto cambia completamente prendendo le sembianze di un nuovo individuo. Ogni cambiamento segna una generazione del dottore. Attualmente siamo alla undicesima ed è stato annunciato già il dodicesimo dottore.

Decimo e undicesimo Dottore
Decimo e undicesimo Dottore

Comunque, a prescindere da questi dettagli da nerds direi che la serie Doctor Who è da considerarsi un cult per il genere a cui appartiene e, se non erro, non esiste altra serie televisiva più longeva di questa. Batte anche Star Trek. Pensate che quest’anno Doctor Who  festeggia i suoi 50 anni dalla prima messa in onda sul circuito televisivo inglese.

Dal Dottor Who nasce nel 2006 uno spinoff che prende il nome di Torchwood.

Team Torchwood
Team Torchwood

Questa serie si svolge in gran parte a Cardiff, capitale del Galles nel Regno Unito. Prendete un gruppo di persone che fanno parte di una squadra segreta fondata dalla regina Vittoria con lo scopo di controllare una “breccia temporale”, che per l’appunto è proprio a Cardiff, e le varie razze aliene che vi transitano mietendo panico, catastrofi o semplicemente insediandosi per anni tra gli umani gestendo menti e controllando lo sviluppo dell’umanità. Col passare del tempo la squadra dei Torchwood si è rinnovata, tutti tranne una persona che è il Capitano Jack Harkness, immortale. Anche qui è un gran casino raccontare tutti i retroscena, i perché e i per come… Vi basti sapere che “il Dottore” sovrintende Torchwood ma le due serie sono separate e ben distinte anche se ogni tanto qualche crossover tra una e l’altra permettono di miscelare gli eventi, dando allo spettatore qualche elemento in più su entrambi i versanti.

Detto ciò, a giugno scorso, Antonella ed io siamo andati a Londra in viaggio di nozze. E bé, dopo 18 di vita di coppia ci siamo decisi e siamo convolati a nozze. Abbiamo scelto Londra per una serie di motivi, tra cui, la vicinanza a Cardiff, visto che entrambi siamo appassionati delle suddette serie televisive.

Decidiamo quindi di inserire nel nostro viaggio di nozze una giornata dedicata al Dottore e a Torchwood.

Partenza dalla stazione ferroviaria di Paddington, Londra. Saliamo su uno dei puzzolentissimi treni a diesel delle ferrovie britanniche e, dopo aver attraversato campagne, colline, visto casette, mucche, qualche pala eolica, qualche pannello solare e una mastodontica, inquietante centrale elettrica (vedi foto), dopo circa due ore di viaggio arriviamo a Cardiff.

Centrale elettrica sul percorso Londra - Cardiff
Centrale elettrica sul percorso Londra – Cardiff

Scesi dal treno seguiamo le indicazioni per Cardiff Bay dove si trova una delle principali location esterne di Torchwood e la Doctor Who Experience. Decidiamo di percorrere questo tragitto a piedi, totalmente ignari di quanti chilometri ci separino dalla stazione di Cardiff a Cardiff Bay.

Per gli amanti dei dati, mappe e chilometraggi, eccovi serviti: indicazioni da Google Map dalla stazione dei treni di Cardiff alla Doctor Who Experience. Clicca QUI

Il percorso a piedi è piuttosto semplice ma decisamente poco interessante da vedersi. Zona periferica, strade alquanto squallide e case popolari. Questo ovviamente usciti da Cardiff e prima di arrivare a Cardiff Bay. La baia invece è piuttosto interessante. Non grandissima ma ricca di contrasti architettonici decisamente forti e strani, soprattutto per via delle mescolanze tra lo stile vittoriano decadente, palazzi di edilizia popolare moderna e edifici hi-tech degni, non a caso, di essere usati come location di film di fantascienza.

Arriviamo a Cardiff Bay, ci guardiamo attorno per qualche istante e scorgiamo il Wales Millennium Centre, edificio straordinario per forma e materiali impiegati.

Wales Millennium Centre - Cardiff Bay
Wales Millennium Centre – Cardiff Bay

Un’enorme struttura che pare quasi una immensa balena spiaggiata rivestita in rame, almeno per una buona parte della costruzione. Altri l’hanno paragonata ad un grosso armadillo. L’edificio è ulteriormente caratterizzato da un’enorme scritta incavata nella superficie della facciata su cui sono state incastonate le vetrate che danno luce all’interno.  La frase è scritta in gallese e in lingua inglese e recita “Creu Gwir Fel Gwydr O Ffwrnais Awen (gallese) In These Stones Horizons Sing (inglese)“. Il complesso ospita regolarmente spettacoli di opera lirica, balletto, danza, commedie e musical ed è la sede della Welsh National Opera.

Questa struttura è diventata famosa anche tra i seguaci italiani della serie televisiva Torchwood, in particolar modo la piazza antistante dove si trova una fontana monolitica che indica l’area d’accesso alla base segreta Torchwood. L’espediente usato nella storia per celare l’ingresso al Torchwood, oltretutto posto nel bel mezzo di una piazza in vista a tutti, ruota attorno ad un “campo di distorsione della percezione” che nel punto esatto di accesso, una grossa pietra del marciapiede che funge da ascensore, permette agli agenti Torchwood di entrare e uscire a loro piacimento senza dare nell’occhio ai passanti.

Questo è stato il nostro primo POI Point Of Interest. Non poteva mancare la foto alla fontana e un bel giretto in tutta l’area che per anni abbiamo visto in televisione senza poter mai verificare, fino a quel momento, quanto di ciò che vedevamo fosse reale o finzione. Bè, è piuttosto reale, fatta eccezione per qualche “ritocchino” qua e là teso a nascondere alcune parti delle architetture urbane più vicine, meno “telegeniche”.

Da qui siamo andati sparati verso il punto più estremo della baia di Cardiff. Percorriamo dei vialetti lungo costa, attraversiamo un ponte e ci troviamo davanti un edificio blu, che ricorda vagamente il Wales Millennium Centre, quantomeno per le sue forme sinuose, non certo per il colore del rivestimento.

Doctor Who Experience - Cardiff Bay
Doctor Who Experience – Cardiff Bay

Comunque, prima di raggiungere l’edificio scorgiamo sulla destra, in prossimità di un piccolo molo d’imbarco per i natanti, la mitica cabina telefonica del Dottore, segno inequivocabile che la nostra meta è raggiunta.

Doctor Who Experience - Cardiff Bay - la cabina del Dottore, sul molo della baia
Doctor Who Experience – Cardiff Bay – la cabina del Dottore, sul molo della baia

La Doctor Who Experience è una struttura moderna, inaugurata nel luglio del 2012 alla presenza di numerose specie aliene venute da ogni dove e tempo.

Attraversiamo la porta d’ingresso e ci troviamo in un’ampia hall piuttosto sobria, senza troppi fronzoli, fatta eccezione per un paio di Dalek, di cui uno interamente realizzato in LEGO, una vetrina con qualche “action figures” del dottore e compagni, l’auto d’epoca gialla del Dottore e qualche disegno evocativo alle pareti, nonché l’immancabile bar, punto ristoro.

Capiamo che per entrare alla Doctor Who Experience è necessario formare un gruppo di persone. Non passa molto tempo e lo scopo viene raggiunto grazie all’arrivo di un flusso lento ma costante di visitatori.

Una ragazza dello staff ci accoglie, biascica qualcosa tra l’inglese e il gallese e ci invita a oltrepassare ordinatamente la porta che è dietro alle sue spalle. Da qui dovrebbe cominciare la parte cosiddetta “Experience”, ovvero, quella più vicina ad un’attrazione stile parchi di divertimento.

In effetti l’intento è quello. Entriamo in una sala dove sono disposte a semicerchio delle panche. Davanti a noi c’è uno schermo, indossiamo gli occhialini per il 3D che ci vengono consegnati dalla “tipa” e pochi istanti dopo appaiono le immagini tanto attese.

Francamente, sarà che oramai Antonella ed io siamo piuttosto avvezzi ad ogni genere di 3D, 4D, ecc… questa parte dell’esperienza ci lascia un po’ vuoti. Vedo però che le altre persone che sono con noi sono piuttosto interessate e stupite. Questo conferma la mia ipotesi. Evidentemente siamo troppo abituati ad attrazioni di questo tipo per meravigliarci o provare un particolare interesse.

Il filmato dura pochi minuti. Finisce per mostrare sullo schermo la “crepa temporale” che ricorda, per forma ed effetti, quelle viste più volte nella serie televisiva. La proiezione si trasforma in qualcosa di più tangibile. Ecco cos’era quella strana macchia che fin dall’inizio mi stava dando fastidio. Corrispondeva perfettamente al punto di giunzione tra le due parti dello schermo che in quel punto, perfettamente a registro con l’immagine della fessura temporale proiettata, si apre, separando a metà quello che fino a qualche istante prima era un mero schermo. Le due parti scorrono una destra e l’altra a sinistra mostrando lentamente la sala successiva dove siamo invitati ad entrare.

Doctor Who Experience - Cardiff Bay - Riproduzione dell'undicesimo dottore - interpretato da Matt Smith
Doctor Who Experience – Cardiff Bay – Riproduzione dell’undicesimo dottore – interpretato da Matt Smith

In questo nuovo ambiente troviamo numerosi oggetti e scenografie che ci portano alla memoria diversi episodi della serie. Anche qui comincia un “teatrino” di effetti programmati. Da una parte abbiamo il dottore che parla, nell’undicesima versione interpretato da Matt Smith, dall’altra abbiamo delle aree che si illuminano, schermi che proiettano tunnel spaziali ed effetti vari. Poi, su un lato della stanza compare “magicamente” la cabina blu del Dottore da cui si spalanca un’ampia porta lignea che ci mostra un nuovo percorso da seguire.

Il gruppo eterogeneo di appassionati umani del Dottore oltrepassa la cabina telefonica. Un piccolo corridoio ci separa da un altro ambiente nel quale troviamo una sala che dovrebbe più o meno rappresentare il Tardis. Comandi vari, luci, aggeggi inseriti qua e là. Mi ricorda immediatamente una delle attrazioni presenti al Disney Studios di Eurodisney a Parigi: l’Armageddon Special Effects. Stessa struttura circolare, stessa disposizione del pubblico e stesse aspettative. Nel caso dell’attrazione parigina, veniva riprodotta la MIR che compare nel film Armageddon, bombardata da meteoriti, qui invece siamo nel Tardis in balia degli eventi temporali. Comincia la sequenza del programma che ha lo scopo di mettere il pubblico ai comandi del Tardis nel corso di una simulazione di viaggio coadiuvata dalla presenza su uno schermo del nostro Dottore. Nulla di speciale. Qualche piccolo scossone, un po’ di fumo, luci, rumori. Tutto apparentemente gestito dai vari visitatori intervenendo ognuno su delle consolle di comando munite di joystick. Una mera illusione che qualcuno, tra il pubblico, ha anche apprezzato…

Finisce la “giostra” e si apre un’altra porta che mostra l’ennesimo corridoio che porta ad un’ennesima sala. Mi auguro vivamente che sia l’ultima. Qui è stato riprodotto l’interno di un’astronave. Su un lato ci sono dei grossi oblò che mostrano lo spazio stellare. Dalla parte opposta compare un Dalek, piuttosto lento e petulante. “Noi siamo i Dalek, voi siete gli umani, sarete sterminati, noi Dalek, umani, sterm…, Dal…, uman, ecc..,”. Come se non bastasse ne arriva un secondo e poi un terzo. Tutti e tre insieme “ci avrebbero circondati” e continuando la loro nenia, ci sfracassato i cosiddetti per qualche minuto facendo avanti e indietro, scuotendo il loro cannoncino a proboscide in modo quasi imbarazzante ed equivoco.

Ovviamente in tutto questo contesto il Dottore continuava a comparire e scomparire dagli schermi cercando di tranquillizzarci. Come se fosse necessario…

Finisce questo delirante siparietto e si apre un’altra porta che ci conduce in una sala buia, piena di “angeli piangenti”. Il percorso che ci viene mostrato passa nel bel mezzo di quest’area in penombra. Suoni e luci soffuse creano una certa atmosfera e i vari angeli piangenti contribuiscono a rendere il tutto piuttosto inquietante. Mi sarei aspettato qualche attore travestito da angelo piangente che si avvicinasse a noi ma niente di tutto ciò; semplici manichini, fermi. Percorriamo questa sala e, FINALMENTE arriviamo alla fine della parte “interattiva” della Experience. A questo punto comincia la parte “mostra”, dove sono esposti oggetti e scenografie originali della serie. Era qui che volevo arrivare!

Eccoci giunti in una grande sala. Il “lunapark” si è concluso e adesso, con tutta calma, senza dover per forza seguire i dettami di una liturgia poco convincente, ovviamente per chi vi scrive, possiamo indugiare e soffermarci quanto vogliamo su ogni oggetto e costume di scena.

La prima cosa che possiamo ammirare in questa sala sono i costumi di tutti i dottori, dal primo all’undicesimo, disposti su manichini attorno ad una cabina/Tardis. Nella sala sono presenti, inoltre, le scenografie di ben tre tardis, presi da epoche differenti della serie, altri costumi di scena, diversi cacciavite sonici disposti in una teca, qualche strumento usato dal dottore per risolvere situazioni impossibili e paradossali e un set dove fare una bella foto su chroma key scegliendo alcune immagini di sfondo “a catalogo” su cui cimentarsi come protagonisti in un’improbabile posa di scena.

Da questa sala è possibile accedere ad un piano superiore dove è stato allestito il resto della mostra. Saliamo le scale e troviamo ad accoglierci un paio di “silenti”, messi in posa al centro di una bella scenografia. Intorno a loro sono disposti numerosi alieni comparsi nel corso di questi 50 anni nella saga. Dagli odiosi e sempre presenti Dalek ai Cyberman in varie versioni fino ad arrivare alla Testa di Boe e ai numerosi altri esseri, tutti ben collocati e ammirabili. Peccato che le sale siano piuttosto buie e che non sia ammesso usare i flash. Sparo un po’ gli ISO della mia fotocamera per cercare di catturare tutta la luce possibile. Scatto foto a prescindere. Qualcosa succederà.

Continuiamo la nostra visita. Dalle razze aliene passiamo ad altri costumi di scena, a qualche scenografia e ai modellini utilizzati per le fasi di progettazione dei set. Bozzetti, disegni (meravigliosi) e qualche calco utilizzato per realizzare le maschere in lattice di alcuni alieni.

Se tutta la Doctor Who Experience fosse stata incentrata sulla parte “memorabilia” anziché sviluppare, a mio avviso, la noiosa e “poco attraente attrazione a tema”, sarebbe stato sicuramente tutto più interessante.

Considerando che la serie ha 50 anni, mi aspettavo di trovare molti più oggetti di scena, costumi ed altro materiale proveniente dall’universo del Dottore. Non che sia rimasto deluso, diciamo che la seconda parte della visita compensa quella più debole a cui siamo stati sottoposti all’inizio, nostro malgrado. La parte della Experience dovrebbe essere più curata ed emozionante. Oramai, non solo Antonella ed io ma gran parte dei fruitori dei parchi a tema in generale, è abituato ad attrazioni di gran lunga più coinvolgenti. Il teatrino con le luci, il cinema 3D e qualche animatronics è oramai roba passata. Considerando che questa struttura è stata inaugurata nel 2012, la cosa ci ha lasciati un po’ perplessi soprattutto perché è firmata BBC e non “Cincirinella”.

Doctor Who Experience - La struttura vista dalla baia
Doctor Who Experience – La struttura vista dalla baia

Fine della mostra. Il percorso ci conduce all’immancabile shop dove si trova un po’ di tutto. Anche qui… quel “un po’ di tutto” non è poi così “tutto”. Ci sono tanti oggetti ma molti di questi, forse un buon 90%, sono prodotti estremamente commerciali, molti dei quali li abbiamo ritrovati in altri negozi di giocattoli o dedicati alla fantascienza. Nulla di particolarmente interessante o pensato per i collezionisti in cerca di oggetti a tiratura limitata e non robetta in plastica che riporta il simbolino +3 che indica l’età dell’utente da cui il prodotto può essere utilizzato.

Alla fine sono uscito con un modellino di un Dalek… che tristezza, una t-shirt e un cacciavite sonico che ho regalato al mio amico d’infanzia di cui ho parlato all’inizio di questo articolo.

Fine della Doctor Who Experience. Antonella ed io usciamo dalla grossa struttura blu e ripercorriamo la strada a ritroso fino a quella che abbiamo ribattezzato come la “piazza di Torchwood”. Troviamo un ristorantino italiano. Mangiamo qualcosa e torniamo, sempre a piedi, a Cardiff. Abbiamo ancora qualche ora di tempo prima che parta il nostro treno per tornare a Londra. Ne approfittiamo per girare la capitale del Galles. Fantastica. Meriterebbe vederla con più calma in un’altra occasione.  Modernità e antichità fuse in modo unico e coinvolgente. Antichi pub gallesi circondati da costruzioni in acciaio e vetro. Piccoli edifici storici che vengono incorniciati dall’enorme e nuovissimo stadio di calcio da 26.500 posti a sedere. Tanti negozi, gente… tutto molto bello.

Giornata intensa, faticosa ma appagante, all’insegna del Dottore e di Torchwood, entrambe storie che raccontano di viaggi nel tempo e mondi lontani. Di paladini della giustizia e detentori di verità assolute. Di grandi battaglie tra il bene e il male e dell’eterna lotta tra chi detiene la conoscenza e coloro che vivono ignorando.

Buon 50° compleanno Doctor Who!

Link di approfondimento e crediti:

Tutte le foto, fatta eccezione per le prime due immagini (Doctor Who e Torchwood) sono state realizzate da Stefano Saldarelli durante la visita a Cardiff e Cardiff Bay – Giugno 2013

L’auto per il matrimonio. Essere originali uscendo dai soliti cliché

Quando ti sposi devi pensare ad un sacco di cose, tra cui anche l’auto da utilizzare per i tuoi spostamenti nel giorno del fatidico sì. Cosa scegliere, quale auto usare per il tuo matrimonio? Dove trovarla e soprattutto, quale ti piacerebbe guidare o su quale vorresti essere trasportato?

Si avvicina quel giorno tanto atteso e nelle infinite cose a cui pensare devi includere anche la questione auto. Tutto dipende da come si affrontano le questioni, è ovvio. La prima cosa è cercare di non vederle come problemi ma come opportunità, altrimenti tutto diventa stress e può creare dissapori pre-matrimoniali. Converrete sul fatto che soprattutto quest’ultimo punto non è propedeutico per il raggiungimento degli obiettivi di cui stiamo parlando.

Detto ciò, la fortuna o il fato (fate voi), ha voluto che Antonella ed io coltivassimo diverse passioni in comune, non è quindi un caso che abbiamo deciso il 15 giugno 2013 di “convolare a giuste nozze” (che frase desueta). Tra le tante cose che ci piacciono c’è la fantascienza e ciò che riguarda lo spazio in generale e in qualche modo queste passioni dovevano riflettersi sul nostro matrimonio. In un primo momento avevo pensato di sposarmi vestito con l’uniforme di Star Trek ma dopo un breve ed esaustivo confronto con i parenti, la questione è stata, come dire…  portata su un altro livello. Quindi, accantonata la questione uniforme “star-trekiana” e non potendoci presentare al nostro matrimonio con un’Aquila di Spazio 1999 o con un caccia Ala-X (X-Wing) di Guerre Stellari, abbiamo attentamente valutato le possibilità a nostra disposizione per dare un tocco di “futuro” alle nostre nozze. Ovviamente parliamo sempre di scelte che da un lato puntano alla personalizzazione e caratterizzazione di questo particolare giorno e dall’altra puntano a tenere i costi molto “low”.

Di solito, almeno una percentuale molto elevata di coppie che si sposano, propendono per scegliere un’auto di lusso, moderna o vintage ma sempre di un certo livello e poco “low-cost”. Non stiamo qui a fare elenchi di marche e modelli ma più o meno coloro che hanno assistito ad un matrimonio o che hanno partecipato attivamente al loro, avranno sperimentato l’emozione di vedere o di salire su un mezzo di particolare stile e livello. Questa scelta non poteva essere la nostra, non solo perchè non volevamo spendere troppi soldi per l’auto ma soprattutto perchè né ad Antonella e né a me piacciono le auto di lusso e non ci sentiamo rappresentati da auto “lusso – vintage”, anche se entrambi non siamo proprio di “primo pelo”.

Quale auto poteva rappresentare il nostro “sogno di futuro”? Quale mezzo di locomozione poteva accompagnarci nel giorno del fatidico sì in modo originale e che fosse in grado di ostentare tecnologia, spazio, mobilità ecosostenibile (perché il futuro dovrebbe essere anche questo)?

Facciamo un rapidissimo passo indietro. Andiamo fino agli anni ’70, nei pressi della Luna. Durante le missioni Apollo gli astronauti si servirono di un rover lunare per spostarsi sul nostro satellite. Questo probabilmente è il mezzo di superficie più avveniristico che l’uomo abbia inventato e realmente utilizzato nello spazio.

Rover lunare – fonte NASA

Tale e tanto è stato il fascino che ha destato questo veicolo in me, e di riflesso anche in Antonella, che il rover lunare è entrato a far parte del mio immaginario e nelle storie fanta umoristiche che ho scritto nel mio libro GoodMooning!

Non potendo interpellare direttamente la NASA per noleggiare un rover lunare, Antonella ed io abbiamo cercato qualcosa di più “terrestre”, di siffatte sembianze e che soprattutto che potesse essere noleggiabile. Pensa che ti ripensa, facendo qualche fugace escursus iconografico nei vari film di fantascienza, tra cui anche il recente Oblivion, l’immagine che ci è venuta alla mente e che ha prodotto la risposta immediata in entrambi è stata: Renault Twizy.

In questo momento la Twizy è per noi il veicolo che più rappresenta l’immagine di tecnologia pensata per il futuro, unita ad una forte personalità che viene espressa dal concept stilistico che ha generato questa auto elettrica di casa Renault. Twizy era l’obiettivo, adesso dovevamo averla!

Consapevoli del fatto che per motivi di omologazione del veicolo che ne impedisce gli spostamenti su autostrade e superstrade non potevamo spostarci con la Twizy da Prato, dove abitiamo, a Colle di Val d’Elsa, comune del senese presso il quale ci sposiamo, abbiamo optato per concentrare le nostre ricerche nella provincia di Siena. In effetti i concessionari Renault di zona interpellati si sono rivelati cortesi e anche “portatori sani” di questo veicolo  se tra le nostre opzioni fosse stata inclusa la voce “acquisto”. Le concessionarie, per loro mission, non hanno la possibilità di offrire veicoli a noleggio, anche per motivi assicurativi, d’immatricolazione, ecc. Se volevamo la Twizy a noleggio dovevamo rivolgerci a qualcuno in grado di offrire questo servizio.

Cerca che ti ricerca, dopo estenuanti passa parola, email tra amici e conoscenti, grazie ad una nostra amica siamo riusciti a trovarne una, destando anche un po’ di curiosità in casa Renault. La nostra pedissequa ricerca di una Twizy da utilizzare per il nostro matrimonio e il relativo raggiungimento di questo obiettivo è arrivato all’orecchio della nota casa automobilistica francese, divenendo di fatto argomento d’interesse per Renault Italia.

Vi risparmio tutte le e-mail e scambi di telefonate intercorse e vi proietto direttamente a ciò che avverrà intorno al nostro matrimonio.

Assodato che Twizy sarà l’auto ufficiale del nostro matrimonio e che verrà guidata dalla mia dolce metà, nonchè novella sposa il 15 giugno prossimo, sulla pagina Facebook Twizy Italia potrete assistere “live” alla nostra avventura.

Il progetto “Twizy for Wedding” è riuscito. La lista delle cose da fare per il matrimonio alla voce auto riporta: “Fatto”!

La visualizzazione del nostro obiettivo.
La visualizzazione del nostro obiettivo.