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Star Trek e Star Trek into darkness, live in concert – esperienza indimenticabile

Tutto ebbe inizio alla fine di settembre 2013. Da qualche post su Facebook becco la notizia che a Londra, dal 29 al 31 maggio 2014, si sarebbe tenuto un concerto live della colonna sonora di “Star Trek into darkness”, composta da Micheal Gioacchino.

Detto così, la prima reazione che ho avuto è stata semplicemente… “Forte!”

Da qui sono passato a condividere questa notizia con mia moglie ottenendo come risposta: “Si va?!” con la stessa intonazione che il grande Oreste Lionello utilizzò nel doppiare Gene Wilder in Frankenstein Junior.

A scopo terapeutico vi invito a farvi qualche risata, vedendo o rivedendo la scena del film di cui vi parlavo.

Rapida consultazione familiare. Per l’appunto il concerto si sarebbe tenuto a Londra, quasi ad un anno dal nostro matrimonio, proprio nella città in cui abbiamo passato una settimana meravigliosa per festeggiare le nostre nozze.

Tra un “che si fa?” e un “come sarà?”, passando da “a Londra ci siamo stati da poco”, fino ad arrivare a “andiamoci e vediamo anche altre cose oltre ad assistere al concerto e così festeggiamo 1 anno di matrimonio”, è stato un susseguirsi di ragionamenti e decisioni. Ebbene, computer alla mano digitiamo un bel www.royalalberthall.com. Entriamo nella pagina dedicata al concerto e cominciamo ad orientarci per capire un po’.

Premesso che il nostro inglese è più basato su un’attenta gestualità piuttosto che su una grammatica corretta, abbiamo attivato Google per fare un po’ di traduzioni del sito e, spippola di qui, spippola di là, strisciamo la carta di credito e in men che non si dica abbiamo prenotato due posti per il concerto del 31 maggio 2014. Urca, circa 8 mesi prima dell’evento.

“O che s’è combinato?!”, è stato uno dei primi pensieri che abbiamo palesato pochi istanti dopo aver sollevato tutto quel polverone. Bè, il gioco è stato fatto, i biglietti elettronici sono arrivati, non ci resta che fissare il viaggio ma, per quello c’era ancora tempo.

Vi lascio perdere tutti i passaggi per arrivare al giorno della partenza per Londra. Vi basti sapere che di questo concerto avevamo capito poco, più che altro non era molto chiaro cosa venisse suonato di Star Trek into darkness e soprattutto se Micheal Gioacchino sarebbe stato presente alla Royal Albert Hall; magari attraverso un messaggio video registrato. Chissà!?

Mah! Diciamo che con quella giusta dose di “stiamo al caso, comunque vada è Star Trek”, abbiamo cominciato la nostra avventura unendo l’occasione del concerto al festeggiamento del nostro primo anno di nozze.

Londra…

Siamo arrivati il venerdi pomeriggio. Albergo, camera, bagagli, dove siamo, dov’è il teatro, cosa mangiamo, pappa!!! I neuroni rispondevano in questo modo e sequenza, fiduciosi però del fatto che almeno l’albergo l’avevamo prenotato nei pressi dal teatro, una condizione fondamentale nell’organizzazione di questa vacanza soprattutto dovendo rientrare in albergo di notte, dopo aver visto lo spettacolo. La sicurezza non è mai troppa. Boh, forse sono pensieri da “italiano da scampagnata domenicale” più che da “London mission” ma, memore del viaggio precedente a Londra, in cui nella zona dove era ubicato il nostro albergo campeggiavano ovunque questi cartelli (vedi foto sotto), direi che il pensiero alla sicurezza non era poi così fuori luogo.

crime area

Fatti quattro passi ci siamo subito resi conto che la zona della Royal Albert Hall (South Kensington, vicino ad Hyde Park) è tutt’altra cosa rispetto a quella dove eravamo un anno prima (Whitechapel, dove verso la fine del ‘800, evidentemente non a caso, si consumarono i delitti di Jack lo squartatore).

Ma torniamo all’evento…

Veloce sopralluogo nella zona del teatro, con 24 ore di anticipo rispetto all’evento per capire l’effettiva distanza da percorrere. Arriviamo ad uno dei numerosi ingressi. Non parlerei di “lato” visto che la pianta del teatro è circolare e gli ingressi sono tanti e tutti disseminati lungo il perimetro.

Noto subito un totem nel quale era affisso il manifesto dello spettacolo che avremo visto la sera successiva. “Fiuuuu…” è quasi un conforto. Parte la prima foto per suggellare quel momento. Eccola.

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Foto fatta, luogo del teatro visto, adesso pappa.

Diciamo che a Londra si mangia ovunque e di tutto ma, per noi italiani, soprattutto mia moglie ed io, amanti e praticanti del fitness e dediti ad una cucina molto particolare, Londra sta al cibo come un vulcaniano sta a Zelig con il ruolo di capocomico. Ecco, per chi legge questo post, in buona parte appassionati della saga di Star Trek, potrà capire cosa intendo. Per tutti gli altri, diciamo che chi non ha avuto il piacere di visitare Londra e ama la buona cucina italiana o comunque non si accontenta di Sushi, fast food, cucina indiana, vietnamita, messicana, brasiliana, gaelica, pakistana e, ovviamente, il tradizionale “fish & chips”, è dura… anche perchè i menù sono tutti in inglese o inglese + la lingua dell’etnia in questione (e quindi dovresti conoscere tutti i nomi degli ingredienti usati da tutto il mondo, almeno nella lingua inglese) e, cosa per noi “inammissibile”, non usano l’olio extravergine d’oliva. Come se non bastasse ti portano tutto condito con “qualcosa” che ha la capacità di “ripresentarsi” anche ore dopo averlo ingurgitato. Per la serie: “mangio l’insalatina così mi tengo leggero”… utopia!

Morale della favola, prima sera, SUPERMERCATO, spesa e cena in camera.

Ok lo so, tediosissimo discorso che con Star Trek non ci incastra molto. Arriviamo quindi alla serata mitica.

Serata mitica…

Ore 19:30 inizia lo spettacolo. Con largo anticipo ci presentiamo all’ingresso del teatro indicato sul nostro biglietto scaricato online. Ci accolgono due marcantoni. Ci leggono il codice a barre riportato sui nostri biglietti. Lo scanner fa un bel “bip” e i due messi del teatro ci sorridono facendo cenno di entrare.

“RiFiuuuuu…” anche questa è andata. O via, siamo dentro.

Prima di entrare avevo notato che in un’area del teatro, visibile dall’esterno, era stato allestito un desk con t-shirt e altra robetta di merchandising realizzata per l’evento in questione. Ovviamente cerchiamo subito questa zona e una volta individuata ci dirigiamo verso il desk. Prendo la t-shirt, il programma e il poster. Giusto per non farsi mancare nulla e soprattutto perchè il gentile ma inglesissimo stewart del teatro incaricato alle vendite, aveva cominciato ad incalzare un discorso, rigorosissimamente in inglese stretto (o Klingon, non so), del quale ho capito solo t-shirt e poster. In pratica poi ho compreso che acquistando la tripletta avremmo avuto uno sconto particolare. Come rifiutare, no?

Preso tutto… Adesso andiamo a prendere i posti.

Gira, rigira e gira ancora, ci ritroviamo al punto di partenza. La perfezione del cerchio non tradisce mai. Al secondo giro pensavo che venisse qualcuno a darci una medaglia o un integratore di sali minerali. Rallentiamo la marcia e grazie a questo ingegnosissimo espediente riusciamo a trovare le indicazioni per la platea. Scendiamo le scale e poi saliamo altre scale dopo aver passato una porta. Fatti i primi scalini cominciamo a intravedere le luci della sala e via, via che salivamo scoprivamo elementi architettonici suggestivi, illuminati perfettamente da luci colorate.

Siamo in sala.

Mi volto verso il palco e scorgo tutti gli strumenti musicali dell’orchestra e, imponente e trionfale sopra il palco, uno schermo grandissimo sul quale si stagliava la scritta Star Trek into darkness.

Ho avuto un nodo alla gola.

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Incredibile…

Un’incaricata del teatro ci invita a mostrarle i nostri biglietti e, guarda caso, nel punto in cui ci trovavamo ci indica che i due posti alla sua sinistra erano per noi.

Ci sediamo. Nel frattempo la sala comincia a riempirsi. Gente, gente, gente… Tanta gente. Qualcuno del pubblico si presenta vestito con le uniformi di Star Trek. Altri indossano la t-shirt appena comprata al desk del teatro.

Il teatro è gremito.

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Ci siamo. 19:35, si abbassano le luci. Entrano i musicisti e a seguire prendono posto i coristi. Circa 160 persone sul palco. Gli applausi riempiono la sala. Ancora qualche istante e arriva il direttore d’orchestra, il maestro Ludwig Wicki, di nazionalità svizzera, fondatore della 21st Century Symphony Orchestra di Lucerna, disposta al completo sul palco della Royal Albert Hall.

OK, ci siamo. Il maestro saluta il pubblico e rivolgendosi verso un lato del palco invita a salirvi Michael Gioacchino.

Guardo mio moglie e le dico: “Sieeeee! O lui?!?!?” Incredibile sorpresa. Il premio Oscar, vincitore del Golden Globe, degli Emmy… Insomma, “lui”. Non ci credevo. E’ proprio lui, il compositore della colonna sonora di Star Trek, in carne e ossa. Michael Gioacchino, di origini italiane e cittadino italiano dal 2009.

Michael si avvicina al maestro Wicki accolto dal pubblico in ovazione. Saluta, prende il microfono e comincia a parlare. Alterna momenti di serietà ad altri di grande ironia, tali da suscitare nel pubblico (inglese) un’incredibile ilarità. “Noi”, non capendo una mazza, ci adeguiamo e accenniamo qualche sorriso. A me veniva piuttosto facile visto l’entusiasmo che comunque provavo, a prescindere da ciò che stava dicendo Gioacchino. Avrebbe potuto parlare di lenticchie e avrei comunque sorriso.

Terminata la sua introduzione, lascia il palco dando modo al maestro Ludwig Wicki di concentrarsi e di dare inizio allo spettacolo.

Le luci si abbassano ulteriormente lasciando illuminare la grande sala della Albert Hall solo dai bagliori dei fotogrammi che cominciano a scorrere sul schermo.

Arrivano le stelle animate che compongono il logo della Paramount. L’orchestra comincia a produrre i primi suoni. Ho i brividi, lo giuro. Arrivano gli altri loghi delle case di produzione, la musica incalza in un crescendo di fiati.

Ma… ma è il film. Non è una sorta di medley studiato per l’occasione.

Osservo il maestro che davanti a sé ha un monitor sul quale passano le stesse immagini che il pubblico vede sul grande schermo ma a queste sono aggiunte, in sovrimpressione, una serie di elementi indicatori di cui alcuni numerici ed altri grafici. Quest’ultimi sono caratterizzati da bande colorate che scorrono da sinistra verso destra a intervalli di tre alla volta, prima che ogni scena cambi, segnando con un colore diverso l’ultimo passaggio prima di chiudere una scena per passare alla successiva. Questo permette al maestro di chiudere un motivo e riaprire con un altro scandendo gli eventi in piena sincronia con quanto avviene sullo schermo, scena dopo scena.

In pratica, Star Trek into darkness viene proiettato integralmente. Al film originale è stata tolta la traccia audio della colonna sonora che per l’occasione viene eseguita live, tutta, direttamente dalla 21st Century Symphony Orchestra.

Provo un’emozione intensa e francamente incredibile da descrivere. Sento i brividi sulla pelle e gli occhi mi si appannano per le lacrime. La potenza della musica, la magnificenza delle immagini, l’orchestra, il coro, la Royal Albert Hall e mia moglie vicino a me, mi fanno decollare verso mondi lontani, dove nessuno è mai arrivato prima….

Lucciconi a parte, mi trovo in piena estasi. L’orchestra è perfetta. Seguo il film sullo schermo che propone i dialoghi in lingua originale e sottotitolati in inglese. Questo un po’ mi facilità nel comprendere le parole, anche se ricordo gran parte del film visto in italiano diverse volte.

Arriva la scena i cui l’Enterprise esce dall’acqua, dove si era nascosta in attesa di recuperare parte dell’equipaggio in missione su Nibiru. Altra botta di adrenalina, brividi e lucciconi. Caspita, siamo appena all’inizio. Se continuo così alla fine del film mi trovano disteso a terra e mi ricoverano.

Le scene scorrono sullo schermo. Io alterno la visione del film a ciò che vede il maestro dal suo monitor, distante da me non più di 7-8 metri al massimo.

Dopo un po’ la musica entra a far parte del film stesso, non dando più la sensazione che sia eseguita dal vivo e in quel preciso momento.

Butto un occhio agli orchestrali, dal lato in cui siamo seduti vediamo benissimo tutti gli archi e intravediamo il sintetizzatore e le percussioni. Il coro è più in alto, subito sotto allo schermo.

Che spettacolo incredibile. Riesco ad apprezzare ogni sfumatura della colonna sonora. Anche le parti apparentemente meno significative ma “di riempimento”, che fanno da “tappeto” ai dialoghi, in questo contesto riescono a dare maggior senso al film e si capisce l’immane lavoro che c’è dietro per realizzare una colonna sonora per un film di questo genere e budget.

Arriva il primo tempo, proprio come al cinema.

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E come al cinema, incredibilmente, anche qui arriva l’omino dei gelati e popcorn… Ma come?!?! Alla Royal Albert Hall, l’omino dei gelati? Sì, anche qui. E non solo. Il pubblico pare abituato e apprezzare questo tipo di servizio. Ma come se non bastasse, dall’accesso alla platea che era vicino a noi, vedo tornare degli spettatori dal bar con in mano boccali di birra.

“Paese che vai costume che trovi”

L’intervallo dura una decina di minuti o poco più. Le luci in sala si abbassano nuovamente ma non del tutto, lasciando modo all’orchestra di rientrare dalla pausa e di essere raggiunta dal maestro Ludwig Wicki che in chiave meravigliosamente trekker e con grande ironia, si ripresenta sul palco indossando la maglia di Spock.

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Il pubblico è entusiasta. Un boato di applausi lo accoglie e lui dimostra compiacimento per il gesto fatto e gratitudine verso il pubblico per come viene accolto.

Si ricomincia. Silenzio, partono nuovamente le immagini sullo schermo.

Mi rituffo nel delirio di emozioni. Benedict Cumberbatch nel ruolo di Khan è perfetto e lo è ancor di più sentendolo recitare con la propria voce, senza nulla togliere al doppiatore italiano che ha fatto un lavoro magistrale.

Siamo alle scene più concitate. La musica la fa da padrona sottolineando la drammaticità degli eventi, la concitazione e la sfida. Ogni attimo è riempito da note che esprimono perfettamente il senso di “COLONNA sonora”, intesa proprio come pilastro portante del suono. Per chi non è un musicista o un tecnico del suono probabilmente questo concetto è perfettamente assimilato ma io ho avuto la sensazione di realizzarlo per la prima volta in quel momento.

L’immensa astronave Vengeance si sta per schiantare sulla Terra. La musica è al massimo, suoni e immagini si fondono per offrire un coinvolgimento “total immersion” (giusto per usare una frase in inglese, concedetemela). Mi arriva un’altra bordata di brividi e lucciconi. La pelle d’oca ha lasciato il posto a quella di cinghiale, poiché nel frattempo, a forza di brividi, si è stimolato il bulbo pilifero creando sulle mie braccia un maremoto di peluria. Credo che all’uscita dal teatro mi abbiano scambiato per Chewbecca (Star Wars).

Siamo alla fine, partono i titoli di coda e con essi l’arrangiamento musicale di Gioacchino che miscela il motivo musicale trainante della serie classica di Star Trek con quella attuale da lui composta. Il coro esprime tutta la sua potenza ricalcando le note dell’orchestra, donando al pubblico l’emozione di udire il classico Star Trek in una versione dal vivo meravigliosa.

Fino all’ultimo passaggio di titoli e crediti l’orchestra dà il meglio di sé, non perdendo mai un colpo, offrendo uno spettacolo di inaudita bellezza.

Pubblico in delirio, tutti in piedi. Non perdo un istante e anche io, non occorre sapere l’inglese in quei casi, mi alzo e mi finisco le mani dagli applausi. Che emozione.

Ma non finisce qui, è ovvio… Aspettiamo, tutti, il bis.

Il maestro esce e qualche istante dopo torna sul palco con Michael Gioacchino. Entrambi si prendono gli applausi meritatissimi. Poi Gioacchino si rivolge al pubblico ringraziandolo e dispensando qualche parola e… non ci credevo, altra incredibile sorpresa. Il maestro Ludwig Wicki cede a Gioacchino la sua bacchetta per permettergli di condurre personalmente l’orchestra per il bis.

Guardo Antonella e ancora una volta, increduli, entrambi pronunciamo all’unisono: “Sieeeee!”

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Gioacchino si volta verso l’orchestra. Il pubblico si siede e in sala torna a regnare il silenzio. Solo per poco. Qualche istante dopo partono le prime note. Francamente è un brano che non conosco. I primi accordi sono, per mia cultura e gusto, un po’ stridenti. Suoni strani, pause lunghe. Poi arriva il motivo trainante che echeggia in sala coinvolgendo tutto il pubblico nell’ascolto di un brano che non è parte integrante della colonna sonora di Star Trek. Una cosa diversa, nuova. Probabilmente, qui chiedo venia, Michael Gioacchino lo avrà introdotto spiegando di cosa si trattava ma, purtroppo, e in quel caso sarebbe stato utile, il mio livello d’inglese non mi ha permesso di comprendere cosa stesse dicendo.

Certo è che è stato un susseguirsi di sorprese che hanno reso la serata indimenticabile. Tre ore di spettacolo intrise di emozioni e soprattutto caratterizzate da un altissimo livello professionale di esecuzione e direzione/composizione.

Tutto perfettamente miscelato e senza alcuna “nota dolente”. INDIMENTICABILE!

Link utili e approfondimenti:

 

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Gravity di Alfonso Cuarón. Il nuovo modo di raccontare lo Spazio

Gravity di Alfonso Cuarón segna un nuovo modo di fare cinema. Qualcosa del genere avvenne nel 1999 con il primo Matrix dei fratelli Wachowski e la tecnica di ripresa “bullet time” da loro perfezionata e resa celebre.

Gravity non è un film di fantascienza se per fantascienza si intendono quei film che parlano di invasioni aliene, mostri spaziali, astronavi provenienti da un lontano futuro o roba simile. Gravity è un film drammatico che parla di una missione spaziale terrestre, della NASA, durante la quale si verificano una serie di sfortunati eventi che determinano il fallimento del sistema satellitare mondiale e la distruzione di tutti gli avamposti terrestri in orbita. In modo piuttosto sintetico e approssimativo, senza far troppo danno con gli spoiler, questo è Gravity.

Gli gli spettatori più avvezzi a certi tecnicismi noteranno che il film “è portatore sano” di errori che nella realtà delle missioni spaziali sarebbero considerati come “eventi non plausibili”.  Il regista si è preso qualche libertà per rendere tutto più fluido e cinematograficamente funzionale e questo gli è concesso ampiamente poiché il risultato finale complessivo del suo lavoro è decisamente coinvolgente e innovativo.

Il film è uscito in versione 2D e 3D ma nella zona dove abito, Prato e zone limitrofe, non ho trovato una sola sala che proiettasse il film in 2D, peccato; lo avrei preferito in una versione 2K invece che stereoscopica.

Il 3D oltre ad essere una tecnologia che ritengo ancora ad uno stadio d’indefinita evoluzione, penalizza le immagini tendendo a ridurne notevolmente la luminosità e i contrasti, a fronte di una notevole desaturazione dei colori. Il 3D lo trovo stancante ed è, per certi versi, un espediente tecnico che trovo troppo “commerciale” e che spesso penalizza l’alto livello dei contenuti visivi. La ricerca di soluzioni estetiche atte ad aumentare la percezione del 3D, rende tutto stucchevole e, contrariamente a quanto si pensi, anche molto finto. Riassumendo, per mio gusto, il 3D lo trovo vincente nei film per bambini o per i teenager in generale in cerca di esperienze ludico ricreative, non in un film pensato per appassionare un pubblico più adulto.

Alfonso Cuarón at the 2005 San Sebastian Inter...

Alfonso Cuarón at the 2005 San Sebastian International Film Festival. (Photo credit: Wikipedia)

Cuarón cade vittima della sua stessa scelta. Più volte mostra piccoli oggetti, come le penne a sfera o le lacrime della Bullock, in lento movimento verso l’osservatore. Dopo qualche scena nella quale sono presenti questi elementi ho percepito la sensazione di trovarmi all’interno di un’attrazione di un parco di divertimenti, dove oggi si arriva ad ostentare il 4D e addirittura la 5D experience. L’attenzione per la storia viene meno nel tentativo di inseguire l’oggetto che si muove sullo schermo. Una sorta di ipnotico balletto che fa precipitare lo spettatore in un inesorabile ritorno alla realtà penalizzandone il continuum emotivo.

Lasciando perdere il 3D mi soffermo brevemente su alcuni aspetti che ho citato all’inizio del mio post. Uno in particolare, legato alla descrizione della vita nello spazio, se pur in un contesto di evidente situazione di estrema emergenza e soprattutto di fiction. Mi rivolgo a coloro che non hanno mai seguito le missioni della NASA in streaming video o che non hanno avuto l’occasione di vedere dei documentari sull’argomento. Un astronauta indossa la propria tuta spaziale, fatta su misura, non ne prende altre a caso. Per indossarla, ma anche per toglierla, occorrono diverse ore e non può fare questa operazione da solo. Da qui si evince che Cuarón non avrebbe potuto, per ovvi motivi, allungare il film di diverse ore solo per vedere indossare una tuta dalla Dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock); operazione comunque impossibile da fare in solitaria ma che grazie alle meraviglie del cinema diventa pure plausibile.

Come piace fare a me, sono andato a scavare un po’ sul web per trovare delle informazioni su Gravity, per saziare la mia curiosità e parlare di grafica, fotografia, cinema e tutto quello che si nasconde dietro l’obiettivo della macchina.

Il film si svolge prevalentemente nello spazio, fatta eccezione per alcune brevi sequenze finali. Uno dei punti più importanti da affrontare in un contesto narrativo caratterizzato dalla totale assenza di gravità è quello di fare in modo che lo spettatore non avverta che gli attori sono appesi a fili, magari costretti a evoluzioni circensi nel tentativo di creare l’illusione di essere nello spazio, pur trovandosi all’interno di un set cinematografico.

Cuarón ci è riuscito benissimo avvalendosi di diverse tecniche miscelate tra loro.

Gli effetti visivi del film sono stati curati dalla Framestore con la preziosa supervisione di Tim Webber che dal 1988 collabora con questa società che si è specializzata nello sviluppo di telecamere virtuali, offrendo soluzioni tecniche innovative impiegate in vari film e spot pubblicitari di grande successo.

Le soluzioni tecniche:

Come rendere credibile in un film l’assenza di gravità? Come poter girare lunghe sequenze senza dare l’impressione che George Clooney, che interpreta l’astronauta Matt Kowalsky e Sandra Bullock nei panni della Dottoressa Ryan Stone, siano appesi a dei fili e vittime degli inevitabili effetti della gravità terrestre se appesi a testa in giù o con il viso rivolto verso il pavimento?

Domande a cui Framestore e il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki hanno dovuto dare delle risposte trovandosi ad affrontare una sfida senza precedenti, risolta magnificamente grazie all’esperienza, all’ingegno e alla tecnologia.

Le telecamere utilizzate per girare il film sono state montate su braccia meccaniche robotizzate, simili a quelle utilizzate in alcuni ambiti industriali, soprattutto in campo automobilistico. Il sistema, IRIS e SCOUT fornito della Bot & Dolly, composto da software e hardware, hanno permesso di controllare l’esatta posizione delle camere, permettendo di ottenere movimenti pre-programmati straordinariamente fluidi e dinamici attorno ai soggetti.

Questo sistema ha permesso agli attori di mantenere una posizione semi sdraiata, concentrandosi sui movimenti delle articolazioni e sulle espressioni del viso, senza mostrare sforzi in volto causati dalla rotazione del corpo rispetto alla normale gravità terrestre.

In alcune scene sono stati utilizzati modelli virtuali dei volti degli attori inseriti in post produzione sui corpi digitali degli astronauti generati in computer grafica. Questo video mostra alcuni test realizzati per elaborare il Facial Performance Capture

Per rendere tutto più credibile il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki ha dovuto studiare un metodo per ottenere una corretta illuminazione degli attori, in un contesto ricreato digitalmente che solitamente non è percepibile mentre vengono girate le scene. E’ stato realizzato un set a forma di cubo, interamente rivestito con pannelli luminosi a led, su cui sono state inviate le immagini degli ambienti in cui gli attori si dovevano cimentare. Praticamente è stata realizzata la versione cubica di un video wall che di solito siamo abituati a vedere nei concerti o grandi eventi, di lato e/o sullo sfondo del palco. Questo espediente ha offerto due interessanti vantaggi. Il primo, permettere agli attori di rendersi effettivamente conto di ciò che avviene nella scena e di interagire con gli elementi in essa contenuti. Le dinamiche della scena avvengono in tempo reale, nello stesso istante in cui gli attori recitano con tutti i vantaggi immaginabili che un attore può ottenere da questo espediente. Il secondo, è poter illuminare in modo naturale e corretto gli attori ricevendo sul loro corpo sia le luci dirette sia quelle riflesse e relative dominanti presenti nella scena, senza dover intervenire pesantemente in post-produzione per ricreare artificialmente gli effetti d’illuminazione necessari a rendere la scena verosimile.

L'interno del cubo di LED utilizzato per girare alcune scene in Gravity

L’interno del cubo di LED utilizzato per girare alcune scene in Gravity

Il film è stato girato interamente in 2D e poi elaborato in post produzione in 3D dalla Framestore con il partner tecnico Prime Focus. La scelta tecnica ha permesso alla produzione di utilizzare cineprese 2D digitali, di dimensioni contenute, e di controllare selettivamente gli effetti 3D in una fase successiva, gestendo elementi virtuali fluttuanti ed incrementando le fughe prospettiche riprese con lenti grandangolari, sia sui set reali e sia su quelli digitali.

Il film elabora un nuovo linguaggio che fino ad ora era stato lasciato all’immaginazione dello spettatore o affidato a rapide e più improvvisate interpretazioni della vita nello spazio, realizzate con metodiche più tradizionali che tenevano meno conto delle leggi della fisica, per ovvi limiti tecnici.

Grazie al realismo ottenuto nelle scene, Cuarón riesce ad inchiodare lo spettatore sulla propria poltrona trascinandolo in un continuo alternarsi tra sgomento e gioia, disperazione e forza d’animo.

Le scene lunghe, ricche di dettagli e pathos, caratterizzano da sempre il lavoro di questo regista che in questo suo Gravity mette a dura prova le capacità tecniche dei suoi collaboratori arrivando ad impegnarli fin dal 2010 nella fase di pre-produzione e poi realizzazione di questo incredibile e originale film che arriva a regalare immagini mai viste prima al cinema.

Ottime le riprese in spazio aperto che conducono lentamente verso i volti degli astronauti fino ad oltrepassare la barriera del casco e a proporre l’inquadratura in soggettiva, ulteriormente enfatizzata dal suono del respiro degli astronauti offrendo allo spettatore la percezione di essere, “lui”, nello spazio.

Incredibili le scene in cui sono presenti esplosioni e urti con e tra i detriti dei vari satelliti e stazioni orbitali. Ogni elemento è artefice e vittima dei medesimi rottami che ad ogni giro d’orbita attorno al nostro pianeta tornano a collidere con i già danneggiati e costosissimi avamposti spaziali, producendo altri rottami che andranno ad incrementare la massa di detriti che tornerà a infliggere ulteriori danni ai passaggi successivi. Il lavoro sulle textures, sui solidi e i vari elementi particellari inseriti nella scena, curati dai maestri degli effetti visivi, ha richiesto migliaia d’ore di rendering per ottenere il realismo richiesto da Cuarón. La stessa Terra è stata elaborata tenendo presente la sua rotazione, quindi non imponendo allo spettatore una visione geostazionaria in cui sviluppare la storia ma seguendo le orbite e quindi le varie porzioni del nostro pianeta che variano col variare della rotazione terrestre. Immagini satellitari e tanto lavoro di texture hanno permesso di gestire la rotazione del nostro pianeta in modo completo, a vantaggio della sensazione di realismo che tende ad aumentare nel corso delle varie sequenze.

Gravity è una sorta di compendio sulle nuove tecniche e sui nuovi linguaggi per “raccontare lo spazio e la vita dell’uomo in assenza di gravità”. Da oggi, nulla sarà come prima nell’immaginario della fantascienza a vantaggio di film sempre più coinvolgenti e realistici. Come fece Stanley Kubrick col suo 2001 Odissea nello spazio, grazie alle le sue incredibili intuizioni, trovate estetiche e tecniche, sancì l’inizio di una nuova era del cinema della fantascienza, celebrata e omaggiata oggi con Gravity anche dallo stesso Cuaron. In seguito fu la volta di George Lucas con Star Wars, di Ridley Scott con Blade Runner e dei fratelli Wachowski  con Matrix.  Ognuno affrontò qualcosa che i loro predecessori ebbero il coraggio di cambiare e che a loro volta furono in grado di rielaborare, creando qualcosa di nuovo capace di lasciare un segno.

I prossimi registi che vorranno trattare l’argomento spazio, dovranno fare i conti anche con il maestro Alfonso Cuarón.

Crediti:

Approfondimenti:

Effetti visivi – Studi che hanno collaborato con la Framestone:

…e tutto questo per presentare una nuova serie di processori per PC

Se siete tra coloro che andando al cinema si meravigliano ancora del livello raggiunto dagli effetti speciali impiegati in alcuni film, vedendo questo video di presentazione dei prodotti AMD, leader nella produzione di processori e schede madri per computer, rimarrete senza fiato.

amdStiamo parlando di un colosso mondiale nella produzione di componenti base per i PC. Di fatto la AMD non è una società che realizza film o lavora direttamente nel cinema ma di sicuro la fa da padrona nel settore delle consolle di gioco più famose al mondo fornendo per queste processori appositamente progettati (vedi PS4 e Xbox One).

Per la promozione dei nuovi processori per PC APU A-Series ha deciso di affidarsi ad un “corto” digitale attribuendo ai propri prodotti un’immagine di estrema sicurezza e affidabilità attraverso una chiave visiva che cavalca cinema e videogames.

Un spot dal titolo “be invincible” che attraverso una metafora in chiave fantascientifica pone i processori AMD trionfatori di una dura battaglia fatta di giochi, musica, video, e applicazioni in genere, “nemici” che mettono a dura prova ogni processore per PC. Lo spot punta a iconizzare e a rendere più “tangibili” le azioni compiute dalla nuova serie di processori AMD  offrendo al consumatore finale un’esperienza visiva molto coinvolgente.

Be invincible è uno spot che fa leva sui consumatori avvezzi al mondo dei videogames e della fantascienza in generale sfruttando in modo intelligente tutti i richiami iconografici offerti da questi settori, tra cui, i più evidenti: Halo, Star Wars e Tron.

La comunicazione si completa attraverso un pay-off che ne rafforza ulteriormente il messaggio Made for combat. Ready for war (Creati per combattere. Pronti alla guerra). Efficace e forte. Per i miei gusti è eccessivamente “guerrafondaio” ma perfettamente in linea col messaggio sviluppato nel corto promozionale. Grande operazione di marketing, ottima resa visiva.

Link di approfondimento:

  • Sito AMD nel quale sono presentate le schede A-Series APUs
  • Quotidiano NET articolo sull’accordo Microsoft / AMD per la fornitura di processori destinati alla XBox One

Tutti i marchi citati in questo articolo appartengono ai legittimi proprietari.

Oblivion. E’ lo stato in cui si trova lo spettatore nel vedere il film di Joseph Kosinski

Tom Cruise veste i panni di Jack Harper, un tecnico riparatore di droni che svolge la sua mansione sul pianeta Terra, oramai devastato da molti decenni una catastrofe nucleare causata da un conflitto bellico tra terrestri e una razza aliena di invasori.

Locandina OBLIVION

Locandina OBLIVION

La trama del film è reperibile sul web, quindi non mi addentro nel merito. Ciò che desidero riportare in questo post è il mio senso di compiacimento per un verso e quello di delusione dall’altro che ho provato nel vedere questo film.

Cominciamo dalla prima condizione:

Il compiacimento.

L’ho provato apprezzando il lavoro meticoloso e direi quasi maniacale svolto dai designer e creativi. Mi riferisco in particolar modo a tre elementi fondamentali che oltretutto ritengo siano quelli che fanno di questa pellicola un prodotto accettabile. Accettabile e non eccelso perché poi subentra la seconda condizione che è appunto la delusione, legata alla sceneggiatura del film che tende a riportare il livello di Oblivion, a mio giudizio, su una condizione di “accettabile”.

Procediamo per gradi. Torniamo a parlare del compiacimento. Devo rafforzare questo termine usandone uno più forte per tentare di trasferirvi la sensazione che ho provato nel vedere le soluzioni estetiche adottate in Oblivion. Devo quindi dire che ho goduto nel poter apprezzare il design della navetta da trasporto e ricognizione “bubbleship” utilizzata da Tom Cruise e nel vedere tutti i dettagli stilistici e tecnici che la caratterizzano.

Ho goduto nel momento in cui mi sono lasciato trascinare dalle inquadrature che si insinuavano in ogni angolo dell’abitazione del capitano Jack Harper e della sua compagna Victoria (Andrea Riseborough) potendo apprezzarne non solo l’architettura dell’edificio ma anche tutti gli elementi di interior design.

Ho goduto nel poter vedere il lavoro prodotto dal costume designer, in particolare in merito alla realizzazione delle varie tute e vari indumenti indossati dagli attori.

Devo riconoscere che la scelta del bianco che prevale sui vari oggetti presenti nella scena, conferisce un senso di estrema pulizia e minimalismo. Il bianco rafforza l’esperienza visiva offrendo allo spettatore la sensazione di estrema funzionalità e di assoluta efficienza di ogni manufatto su cui è presente questo colore. Inoltre, il bianco, si lega al colore delle navette spaziali della NASA e da cui tutti i registi di fantascienza si sono ispirati per realizzare i propri caccia stellari, incrociatori, navette da trasporto, ecc.. Diciamo pure che il bianco è il colore che più si associa allo spazio, assieme al suo esatto opposto che è il nero che ne rappresenta la dimensione, l’oscurità e l’ignoto.

Oblivion - BubbleShip

Oblivion – BubbleShip

Il primo a subire il fascino minimal del bianco è la “bubbleship”, la navetta o astronave utilizzata da Tom Cruise per spostarsi velocemente nei cieli del desolato pianeta Terra. Il lavoro dei designer (Daniel Simon)e degli esperti in computer grafica è stato davvero meticoloso. Ogni dettaglio dell’astronave raggiunge livelli di perfezione assoluti allontanando lo spettatore dalla sensazione di artificioso o irreale. Potrei arrivare a dire che la bubbleship sia la coprotagonista del film. E’ presente in moltissime scene e viene inquadrata in ogni dettaglio, sia internamente e sia esternamente. Non solo, l’attenzione dei creativi scende in questioni più vicine alla fisica arrivando a simulare diverse condizioni di volo determinate dalla massa e dalla propulsione del veicolo, dalla sua velocità e dall’altitudine in relazione con le condizioni atmosferiche e con gli elementi circostanti che interferiscono (droni in primis).

Oblivion - motocicletta

Oblivion – motocicletta

Meno curata è la motocicletta impiegata per gli spostamenti a terra attraverso le lande desertiche del nostro pianeta apparentemente morente. E’ una moto che ricorda quelle utilizzate in film “post apocalittici” a basso budget dove per dare un “senso di futuro” ad un design contemporaneo, lo si trasforma applicandovi elementi in plastica del tutto inutili e poco credibili ma dal sapore, evidentemente per qualcuno, dal sapore fantascientifico. Se da un lato troviamo una bubbleship perfetta in ogni dettaglio, dall’altra abbiamo una motocicletta che a parer mio è stata un po’ trascurata nel suo design e sopravvalutata in prestazioni rendendola piuttosto ridicola e non credibile. Faccio riferimento al suo utilizzo come argano di traino e al suo display di controllo che è disallineato come design da tutto il resto.

Oblivion - Drone

Oblivion – Drone

Altra cosa piuttosto scontata è il design dei droni. Soluzione estetica e funzionalità ampiamente viste in Matrix, StarWars, Terminator e, nel sempre onnipresente citato, omaggiato, celebrato, “2001 Odissea nello spazio” da cui ogni regista prende in prestito un “pezzo”. In questo caso l’inquietante occhio scrutatore di Hall 9000 che rivediamo su ogni drone di Oblivion e sul nucleo centrale dell’astronave aliena.

Oblivion - SkyHome

Oblivion – SkyHome

Torniamo velocemente alle cose che mi hanno compiaciuto. Parliamo di architettura e design di interni. La SkyHome di Jack Harper è qualcosa di pazzesco sotto ogni punto di vista. Se vogliamo essere critici possiamo soffermarci sulla struttura che la mantiene al di sopra delle nuvole. Struttura esilissima che francamente conferisce un senso di estrema fragilità e di poca credibilità in termini di efficienza statica. Lasciando perdere questo elemento, spingiamoci verso l’alto, appunto sopra le nuvole, dove si erge l’abitazione dei due controllori di droni che vivono la loro vita apparentemente felice e perfetta. Il design dell’edificio è sicuramente un omaggio, o ne trae ispirazione, alla celebre Fallingwater o “casa sulla cascata” ad opera dell’architetto statunitense Lloyd Wright.

Oblivion - SkyHome e BubbleShip

Oblivion – SkyHome e BubbleShip

Il concept di questa abitazione è basato sulla totale efficienza e il massimo comfort. Non ci sono elementi di disturbo. Le lunghe linee da cui si generano le consolle, i mobili e pensili, sono interrotte solo da elementi curvi che ne deviano la direzione col preciso scopo di offrire la sensazione di trovarci in uno spazio ben concepito, pensato per abitarvi comodamente e lavorarvi efficientemente all’interno di grandi ambienti luminosi e puliti.

Oblivion - sistema di controllo touch screen

Oblivion – sistema di controllo touch screen

Le interfacce software presenti nella sala di controllo di volo, ad uso di Victoria, compagna e assistente di volo di Harper, si “spalmano” su un lungo sistema di monitor a touch screen. Le mansioni svolte da Victoria sono plausibili e riescono a soddisfare qualsiasi utilizzatore di tecnologie evolute, offrendo una carrellata di funzioni e interazioni del tutto credibili. Molto interessante è il “drag and drop” estremamente potenziato e resto efficiente dal sistema operativo in uso, grazie al quale lo spettatore più attento può seguire una serie di azioni che permettono la gestione delle comunicazioni tra la Terra e il centro di controllo nello spazio, l’attivazioni di droni e di seguire e intervenire sulle dinamiche della bubbleship; tutto attraverso il trascinamento di icone da un punto all’altro dello schermo mostrando, in tempo reale, la relativa condizione di ogni sistema.

I costumi.

Oblivion - costume di Jack Harper

Oblivion – costume di Jack Harper

Minimal e funzionali, in  linea con gli elementi architettonici della Skyhouse. Questo vale sia per la tuta di volo di Harper e sia per l’abbigliamento elegante ma formale di Victoria che contribuisce a conferirle un aspetto algido ma anche sexy. Stando sola a casa a seguire le operazioni svolte da Jack Harper attraverso la sua postazione di controllo, il look di Victoria è a totale beneficio dello spettatore che la può ammirare in tutta la sua eleganza e perfezione nell’ambito dello svolgimento delle sue mansioni quotidiane. La tuta di Harper è perfetta. Giacchetto e pantalone bianchi, lievemente usurati a testimoniare un utilizzo frequente, conferendo al personaggio che la indossa carattere e una certa operatività sul campo. Non male anche l’uso delle patch in rilievo poste sul pettorale di Harper che indicano il numero della squadra a cui appartiene.

Adesso mi tocca parlare dei punti dolenti del film. Ecco che arriva il mio senso di delusione che mi appresto a motivarvi.

La delusione

Joseph Kosinski

Joseph Kosinski, che ha diretto nel 2010 “Tron Legacy”, deve avere qualche “sassolino nella scarpa” nei confronti di Duncan Jones, regista del film Moon, del 2009. Se non lo avete ancora fatto vi invito a vedere Moon. E’ un film di fantascienza interessante, ben scritto e altrettanto ben girato. Kosinski deve averlo visto, probabilmente gli è anche piaciuto ma poi deve esserne rimasto turbato a tal punto da esserne plagiato, almeno per buona parte di Oblivion.

Alcuni dettagli che mi portano ad invocare il plagio…

1) All’inizio di Oblivion, dopo le prime scene girate in una NewYork dei nostri giorni, ci troviamo sulla Terra nel 2049 dove possiamo osservare, in cielo, il nostro satellite semi distrutto i cui frammenti, più o meno grandi, fluttuano in orbita. Ho interpretato questa scelta come un chiaro: “No, questo film non c’entra nulla con Moon, infatti distruggo subito la Luna”. Quasi a voler mettere subito i puntini sulle “i”.

2) Il punto 1 non avrebbe alcun senso se non vi trovaste a leggere un punto 2 e i successivi. Jack Harper è un clone e lui non lo sa. Non solo, come lui ce ne sono altri, probabilmente a migliaia. Stessa cosa per Moon. L’attore Sam Rockwell interpreta un operatore addetto ad un impianto minerario. n clone al servizio di una compagnia che lo ha duplicato in migliaia di copie. Tutto questo per assicurare una produzione efficiente e nessuna perdita in vite umane.

3) in Oblivion sono state collocate negli oceani delle piattaforme per l’estrazione dell’acqua per poi trasformarla in energia. Non mi dilungo in spiegazioni ulteriori, vi basti pensare che queste “idrovore” trovano in Moon qualcosa di molto simile dedito alla raccolta di “polvere lunare” dalla quale estrarre, invece dell’acqua, dell’Elio 3, elemento essenziale per la produzione di energia sulla Terra.

4) In Oblivion il comandante Jack Harper si accorge di avere un clone vedendo se stesso svolgere il proprio lavoro in una particolare condizione e circostanza, del tutto imprevista dalla compagnia (ed evidentemente dal clone stesso). In Moon, stessa cosa.

5) In Oblivion Jack Harper e Victoria sono in procinto di lasciare il pianeta Terra per congiungersi agli umani sopravvissuti rifugiati sulla luna di Titano. Durante il film, i messaggi provenienti dalla stazione di controllo missione a cui fanno capo i due protagonisti, confermano a più riprese la condizione di imminente partenza creando un senso di attesa e uno scopo preciso per cui la missione vale la pena condurre al meglio, fino alla fine. In Moon stessa cosa. La compagnia mineraria rassicura costantemente Sam Bell (il protagonista del film) sul fatto che a breve finirà la sua missione e che tornerà sulla Terra. In entrambi i casi tali affermazioni sono solo delle bugie ripetute come una sorta di mantra.

Insomma, Moon si svolge sulla Luna e Oblivion in gran parte sulla Terra ma gli elementi in comune sono parecchi.

Non finisce qui. Lasciamo perdere Moon e dirottiamo l’attenzione sulla seconda parte della sceneggiatura di Oblivion. Diciamo da quando si comincia a capire che Tom Cruise ha un suo bel clone e probabilmente molti altri come lui.

Il regista a questo punto decide di percorrere la traccia di Matrix con un leader stile Morpheus, in chiave Morgan Freeman, alla guida di un gruppo di malconci umani che vagano nelle lande desolate della Terra spacciandosi per alieni. Anche qui non mi dilungo in ulteriori dettagli. Diciamo che l’allegra compagnia di terrestri, anche se mal concepita e stravista in decine di film, è nulla a confronto se paragonata all’inefficienza e idiozia della razza aliena che orbita intorno alla Terra.

Joseph Kosinski si perde in dettagli fantastici offrendo allo spettatore un piano sequenza meraviglioso del comandante Harper all’interno della sua astronave Odyssey, durante la scena in cui prende coscienza di ciò che gli è accaduto una sessantina di anni prima. All’interno di questa nave, simile per alcuni aspetti ad uno Space Shuttle, Tom Cruise fluttua in assenza di gravità tra un ambiente e l’altro nel tentativo di sganciare alcuni moduli che suo malgrado dovrà abbandonare nello spazio. Gli interni della nave sono meravigliosi e ogni dettaglio non è lasciato assolutamente al caso. Si legge infatti, nei titoli di coda, che il regista si è avvalso, non a caso, della consulenza di astronauti NASA rendendo tutto molto realistico e convincente.

Poi…

Poi accade qualcosa. “Joseph Kosinski probabilmente assegna la realizzazione della scena finale del film ad uno stagista o è vittima di un crollo psicologico, non lo so; qualcosa deve essergli accaduto”.

Per tutto il film siamo stati testimoni di una strategia premeditata, pianificata in ogni dettaglio, che ha visto gli alieni, nonostante la loro apparente disfatta, sterminare gran parte dell’umanità, trascinando la Terra nella desolazione. Abbiamo visto tecnologie pazzesche e sistemi di difesa avanzatissimi largamente impiegati da tutti i droni presenti nel film. Sistemi che riescono a rivelare scie di DNA di un individuo riuscendo a tracciarne la traiettoria su cui si è spostato. Tecnologie in grado di scansionare sotto la superficie terrestre, di riconoscere gli individui con sistemi di riconoscimento facciale, ecc.

Tutto ciò accade sulla Terra, figuratevi poi cosa potrebbe accadere sulla nave madre nello spazio. ALmeno questo è quello che si chiede lo spettatore.

Ecco… qui casca tutto.

Harper imbottisce la sua navetta di esplosivo, trasporta un umano all’interno di un’apposita capsula palesando all’entità aliena che si tratta di una donna terrestre che è riuscito a catturare. In realtà si tratta di un uomo, di colore (Morgan Freeman) che è si è sostituito alla donna per compiere il gesto estremo insieme a Jack Harper. L’astronave aliena apre il suo boccaporto all’arrivo della bubbleship lasciando passare il comandante Harper e il suo contenuto. L’astronave riesce ad attraversare vari ambienti della nave madre tra cui uno pieno di droni.  Solo il tono della voce del comandante Harper insospettisce, ma non troppo, l’entità aliena che si limita a chiedere al clone quali fossero le sua intenzioni. Harper rassicura la “voce” la quale gli permette di proseguire il suo viaggio all’interno della nave madre. Interni che oltretutto, annoiano mortalmente riportando alla memoria la parodia di Mel Brooks “Balle spaziali” dove si prendeva in giro Guerre Stellari e l’eccessiva lunghezza degli incrociatori imperiali.

Addirittura in una delle sale in cui transita la bubbleship ci troviamo nella fotocopia della sala in cui Neo e migliaia di umani, in Matrix, sono mantenuti in vita grazie ad un efficientissimo sistema di tecnologie sviluppato dalle “macchine”.

Insomma, gli alieni non si accorgono di nulla a tal punto che il regista, visto che ha osato fin qui, si permette di insultarci consentendo al comandante Harper di adagiare la sua bubbleship a pochi metri dal nucleo centrale del sistema alieno. Di scendere dal velivolo, di sganciare la capsula con l’umano al suo interno, di aprirla, di scambiare due chiacchiere con Morgan Freeman e di schiacciare il pulsante per detonare ogni cosa. Tutto sotto gli occhi “vigili” del nucleo centrale alieno che, ovviamente, viene distrutto e con esso tutta la tecnologia aliena presente nello spazio e sulla Terra.

Oblivion è in realtà lo stato in cui si trova lo spettatore nel vedere questo film, fatta eccezione per pochi attimi di lucidità del regista che ci permettono di apprezzare alcune scelte (scenografie, effetti visivi, fotografia, costumi, musica). Sicuramente chi è appassionato di fantascienza dovrà fare i conti con tutta una serie di richiami ai vari film di questo genere che hanno preceduto Oblivion. Chi non lo particolarmente dovrà comunque rassegnarsi a godere principalmente dell’aspetto visivo che è comunque insufficiente per coprire le scelte maldestre che hanno portato il regista a chiudere il film in questo modo.

Peccato, un’occasione mancata!

Video degli M83 con Susanne Sundfør

 

Crediti e link di approfondimento:

Foto tratte dal film di proprietà della UNIVERSAL PICTURE.

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