Distanziamento sociale

Se distanziamento sociale fosse una frase studiata a tavolino, per sintetizzare un’indicazione o un’imposizione da parte delle autorità nazionali, la riterrei un “progetto di comunicazione” con delle ripercussioni in termini psicologici e sociali piuttosto rilevanti.

Parliamo dell’IO da salvaguardare, grazie all’allontanamento dell’altro, non solo in termini di distanza metrica tra soggetto A e soggetto B ma anche in termini di presa di distanza dai rapporti sociali, che si hanno o che si potrebbero instaurare con gli altri. Lo stillicidio con cui questa affermazione viene continuamente ripetuta, oramai anche involontariamente e senza riflettere sul reale significato, ha metabolizzato la figura dell’altro come qualcosa di pericoloso da cui prendere le dovute distanze: da prima un metro, poi un metro e mezzo, poi un metro e ottanta… Ecco che mi allontano da te, e sempre di più, come persona, parente, amico, partner, come altro essere umano “con cui non voglio più avere nulla a che fare”. L’altro è il pericolo, l’altro è il portatore di male, del virus e pertanto devo distanziarmi, allontanarmi e non curarmi della sua sorte.

Se prima del Covid-19 ci “preoccupavamo” del fatto che l’era digitale e dei social media ci avesse interconnessi ma allo stesso tempo resi distanti l’uno dall’altro, col distanziamento sociale, e grazie ad una manciata di decreti, si apre un nuovo scenario, quello della paura e della diffidenza nei confronti del prossimo. Sconfiggere un “male oscuro” attraverso l’allontanamento sociale, l’isolamento, la modifica delle nostre abitudini, porterà veramente ad esaurire il Coronavirus o porterà solo a distanziarci da tutto ciò che è sociale, quindi ad esaurire solo il concetto stesso di umanità?

Per dare un’idea di ciò che implica il termine “sociale” vi invito a consultare il noto vocabolario Treccani.

Siamo d’accordo che questo virus abbia sconvolto tutto e tutti ma cerchiamo di riconquistare, facendo attenzione e i giusti passi, la nostra “normalità”. Anche questa è una parola tanto abusata ma è intrinsecamente portatrice di una condizione di equilibrio personale che nessuna task force di sedicenti esperti potrà mai capire, e tanto meno valutare, nell’ambito della stesura dei protocolli di sicurezza.

Oltre a questo, tutto il mondo del terzo settore si basa sul sociale.

Se continuiamo a distanziarci socialmente ci troveremo a non poter più sostenere le centinaia di migliaia di associazioni di volontario, ONLUS, oggi Odv (Organizzazioni di volontariato), che si sostengono grazie ai volontari e ai contributi volontari. Associazioni che sono impegnate in attività per il sociale, nella tutela sociale, e che ogni giorno erogano servizi che vanno a sopperire a quelle carenze che lo Stato non riesce a colmare o alle quali non lo riesce a dare tutte le risposte necessarie. Se facciamo nostro il concetto di “distanza o distanziamento sociale” prenderemo le distanze anche dall’associazionismo e dal volontariato, oltre che dal nostro prossimo, più in generale.

Distanziamento sociale non parla di virus ma parla di persone.

E’ un termine che chiude ad ogni rapporto anche per il fatto che è coadiuvato da tutta una serie di ulteriori dispositivi che non migliorano di certo questa aura di negatività, come: la mascherina che mette il bavaglio alla bocca e annulla ogni espressione facciale dagli occhi in giù, o il disinfettante per le mani che ad ogni azione compiuta dal proprio arto fa eseguire il coreografato, catartico rituale che richiama scenari alla Ponzio Pilato.

Vogliamo aggiungere anche cosa si è riusciti a fare col termine: tamponare?

Fino a solo qualche mese fa era una parola relegata al codice della strada o materia per assicuratori mentre adesso questo termine è entrato negli ospedali tra chi deve proteggere e curare la salute dei pazienti: “I medici ci tamponano” o “Voglio essere tamponato”. Vorrei vedere i CID.

Comunque, meglio un tampone oggi che un Coronavirus domani.

Oltre a tutto questo, come se il virus da solo non bastasse, siamo stati travolti da una pletora di parole in lingua inglese che nemmeno i nostri politici riescono a pronunciare correttamente, figuriamoci la gran parte delle persone che non sono avvezze alle lingue straniere; comunque, siamo in Italia e sarebbe bello usare l’italiano. Ma semmai la pronuncia può essere solo un esercizio di ascolto, quindi migliorabile col passare del tempo, è la comprensione del significato di ogni parola straniera che talvolta, per chi non la capisce, può recare disagio e un’ulteriore distanza sociale. Ecco qualche esempio a cui ho affiancato il significato in italiano:

  • lockdown: isolamento, blocco, chiusura, confinamento
  • task force: unità di pronto intervento o unità operativa
  • smart working: con estrema semplificazione è quello che fino a qualche tempo fa chiamavamo telelavoro. In realtà è un’insieme di metodi, un modello organizzativo che consente alle aziende di gestire il lavoro a distanza tramite connessioni remote.
  • mainstream: è la corrente principale di opinione. Nel caso del COVID-19 “il pensiero collettivo” che genera opinione, scaturito dai media e dalla politica e poi amplificato dai social network.
  • recovery fund: termine che riguarda l’economia. E’ un fondo per la ripresa economica dei vari paesi europei colpiti dal Coronavirus.
  • trend: andamento, tendenza, in riferimento al Covid-19 si è sentito spesso ogni qual volta sono stati dati numeri e percentuali sui contagiati, malati e decessi.
  • cluster: elementi e/o oggetti legati tra loro. Nella popolazione si individuano cluster (elementi in comune) che permettono di studiare l’andamento della diffusione dell’infezione da Coronavirus.
  • clinical trial: studio clinico
  • pool: un ristretto gruppo. Spesso dopo pool si aggiunge “di specialisti”.

Ebbene, quale frase avrebbero potuto usare gli esperti del settore per evitare di abusare di distanziamento sociale?

Nel mio mondo, quello della comunicazione visiva, esiste un termine che mi ha sempre affascinato fin da ragazzo quando cominciavo ad avvicinarmi al mestiere di grafico: “margine di rispetto“. Indica uno spazio da lasciare attorno ad un elemento grafico, di solito attorno ad un logo ma non solo, affinché possa essere percepito nel modo migliore. Per fare in modo che “non sia affogato” da altri elementi grafici, quindi possa risaltare ed essere incorniciato da uno spazio adeguato. Quando viene realizzato un logo si definisce questa area facendo degli esempi all’interno di un documento, una linea guida all’uso corretto del logo che viene poi data al cliente.

Ho sempre apprezzato questo termine perché effettivamente indica una forma altruistica di distanza. Il concetto stesso di rispetto è positivo.

Visto che all’inizio di questo post vi ho invitati a verificare sul vocabolario Treccani i significati della parola sociale, adesso vi invito a fare la stessa cosa con la parola rispetto.

Ecco, nell’essere propositivi, invito tutti a sostituire “distanziamento sociale” con “margine di rispetto“, o “distanza di rispetto” intesa, in epoca di Coronavirus, come la giusta distanza da mantenere come forma di rispetto nei confronti del prossimo. E’ implicito che tale forma sia legata alla remota possibilità che sia io il potenziale untore e non l’altro. Si ribalta tutto riguardo alla percezione che si ha dell’altro, non è a priori un pericolo ma mi tengo a distanza da lui perché ne ho rispetto.

Chi usa le parole, talvolta solo perché deve dire qualcosa, utilizza rispetto solo quando deve indicare a noi cittadini di mantenere il “rispetto delle misure di contenimento“. Un’indicazione che potrebbe essere data ad un detenuto e non ad un libero cittadino.

Le parole hanno un significato e un peso. Le parole fanno parte del nostro essere, ci permettono di distinguerci e di comunicare. Le parole trasferiscono idee, concetti, emozioni. Le parole sono importanti e l’uso improprio o l’abuso può nuocere gravemente alla salute.

Vedete come cambiano le cose? Talvolta basta davvero poco per fare la differenza, basta volerlo e pensare al prossimo con rispetto.

 


Crediti:

 

10 cose che abbiamo capito in emergenza COVID-19

Stiamo affrontando un periodo anomalo, del tutto inaspettato, almeno per noi umani non appartenenti a certe caste. Siamo nel bel mezzo di una crisi globale. Lavoro, salute, benessere, abitudini, vacanze, viaggi, sport… tutto ha subito un drastico arresto, mutando nella forma e nella sostanza.

Ciò che ha alimentato il clima di incertezza è stato, ed è, il continuo martellamento mediatico che parallelamente al danno del COVID-19 ha innescato il disagio sociale in cui viviamo.

Da fine gennaio ad oggi abbiamo subito una metamorfosi globale, e poi individuale, che ci ha portati alla perdita dei riferimenti che ci permettevano di sentirci, prima di tutto, persone libere; anche se il concetto di libertà dovrebbe essere rivisto sulla base delle imposizioni che comunque siamo chiamati ad accettare e rispettare in quanto cittadini del mondo.

Chiusa la premessa, vado ad elencarvi le dieci cose che abbiamo capito in emergenza COVID-19. Forse non le condividerete ma fin quando almeno un pensiero potrà essere liberamente espresso, potrò aver speranza e fiducia che l’umanità non avrà perso ogni diritto e forma di libertà.

  • 1 – La speranza ha preso il posto della certezza. Ci alziamo al mattino sperando che sia l’ultimo giorno di “esilio”. Speriamo che la lista dei deceduti sia più corta rispetto a quella del giorno precedente. Speriamo che il lavoro possa riprendere. Speriamo di poter uscire di casa senza aver paura di commettere un reato. Speriamo di poter programmare un viaggio. Speriamo di tornare ad abbracciare amici, parenti, le persone care e, sperando, andiamo a letto con i medesimi pensieri e propositi per il giorno dopo. Oltretutto abbiamo anche un ministro della salute che si chiama Speranza, vogliamo parlare di certezze?
  • 2 – La spettacolarizzazione ha preso il posto del rigore. Il COVID-19 è diventato un talk show trasmesso in streaming perpetuo. Da mesi non si parla d’altro e soprattutto lo si fa, spesso, nei modi meno opportuni, per non dire morbosi. L’informazione è diventata una piccola parte rispetto alla spettacolarizzazione della notizia stessa.
    Christof, interpretato da Ed Harris in The Truman Show – foto da La scimmia pensa

    Un’intervista diventa un momento di teatro intriso di buonismo alternato da cinismo dove chi tiene il microfono incalza sui morti, si insinua tra i reparti degli ospedali, cerca il medico o l’infermiere stremato per costruirci attorno “la storia”, “il caso”, con la speranza che quel servizio diventi “il caso” perché l’intervistato crolla in diretta. Se poi non crolla, per stanchezza o per virus, gli si toglie il microfono per passare ad altro, l’importante è che il dramma, la tensione e la paura aleggino e si amplifichino ad ogni collegamento. L’importante è parlare di COVID-19, di quanto siamo bravi a stare a casa o di quanto siamo menefreghisti perché siamo ancora in troppi a giro per le città.

  • 3 – La distopia ha preso il posto dell’utopia. Gli scenari post bellici, apocalittici, fantascientifici a cui siamo stati abituati dalla letteratura, dal teatro e dal cinema si sono trasformati nella realtà, in una sorta di incubo che viene vissuto in una fase limbica. Siamo tutti coinvolti, ne capiamo la gravità ma per adesso, eccezion fatta per chi è in ospedale, viviamo questa situazione in modo quasi onirico. Sappiamo ma non vediamo. La viviamo ma non la percepiamo come potrebbe essere vissuto, per esempio, un evento bellico. I nostri sogni, se pur talvolta utopistici, sono mutati radicalmente in una realtà intrisa di edulcorata distopia. Vediamo il sole ma non lo possiamo prendere; fuori c’è la primavera ma dobbiamo relegarla in un cantuccio aggrappandoci ad una sorta di balzo temporale che ci permetta di arrivare il prima possibile a quell’estate che i media e i sedicenti esperti ci indicano come la stagione della “decontaminazione”. Il caldo rallenterà il virus e allora potremmo timidamente uscire di casa e forse tentare di tornare a vivere, forse, anche se già si parla che non sarà proprio così.
  • 4 – I decreti hanno preso il posto della cartomanzia. A suon di decreti si è fatto e detto di tutto a tal punto che per frequenza di pubblicazione, spesso anche per la complessità, suscettibilità di interpretazione e per la contraddizione tra loro si è arrivati a scommettere sul contenuto dei successivi e a ironizzare. Siamo bravissimi a fare decreti e ancora di più a farli in modo tale da dare spazio a numerose interpretazioni. Sostengo da sempre che l’interpretazione dovrebbero essere appannaggio degli attori e non lasciata alla coscienza del cittadino che deve tentare di districarsi tra lungaggini inutili, frasi contorte e testi scritti col proposito di sollevare da tutte le responsabilità chi li ha redatti ma capaci comunque di incastrare a vita chi li ha “mal interpretati”. La cartomanzia è diventata una scienza esatta a confronto. Una regola, una legge dovrebbero essere chiare e comprensibili a tutti. Col semaforo rosso non si passa; fine della discussione. Se scrivi che è possibile circolare “in prossimità della propria abitazione”, fai un danno! Definisci il concetto di prossimità. Per me essere in prossimità della mia abitazione potrebbe voler dire arrivare fino a Grosseto, rispetto a me che abito a Prato, se paragono un mio possibile raggio di spostamento fino a Skarsvåg kirke; che ne so, magari sono solito recarmici per rapporti di lavoro.
  • 5 – Che si fa presto a legiferare di non andare a lavorare se si continua a prendere lo stipendio di sempre. Tu non lavorare, stai a casa perché insieme ce la faremo. Se tutti stiamo a casa ce la faremo… faremo… ce… e noi come mangiamo se stiamo a casa mentre tu che mi dici di non lavorare continui a prendere lo stipendio di sempre?
    1984, romanzo di George Orwell, pubblicato nel 1949 – foto da Wikipedia

    Avessi visto qualche politico dimezzarsi lo stipendio… tranne qualcuno che lo fa da sempre ma come si sa, questo non fa notizia. L’importante è far vedere che si fa, muovendo cose, facendo decreti, collegamenti Facebook con dirette che paiono proclami di epoca fascista diffusi dall’Istituto Luce… Ops! Non si può dire, allora cito Orwell e il “Grande Fratello” di “1984”, anche se mi viene in mente un altisonante: “Armiamoci e partite”, non so perché. Comunque. Noi dobbiamo restare a casa e, aggiungo il carico, veniamo subissati da spot per donare, se vogliamo (non sia mai che ce lo impongano) alla Protezione Civile. Giusto, per carità, un po’ meno se si pensa a quanti tagli alla sanità sono stati fatti negli ultimi anni. E comunque #insiemecelafaremo perché fa trend, fa social, fa condivisione e allora…

  • 6 – Abbiamo fatto spazio al buonismo e assopito il cinismo. Di cui comunque l’umanità è sempre gravida ma, adesso, siamo tutti belli coesi, pronti ad aiutarci e a scaricare tutte le nostre frustrazioni contro “gli altri”; mi sembra di vivere in LOST (cit. per gli ex appassionati della serie). L’importante è avere sempre pronto un hashtag efficace che permetta di sentirti parte di un’idea, non la tua ma quella sviscerata da qualche consulente marketing e fatta passare come genialata di qualcuno che è bravo, che è buono e che vuol salvare il pianeta, senza pensare che l’hashtag di per sé ha una forma che dovrebbe far riflettere “#”, quattro sbarre che ti imprigionano, non a caso si chiama anche cancelletto… Ora non sei più incazzato col vicino, con l’amministratore del condominio, col datore di lavoro, con la moglie o il marito – questi in particolare è meglio di no, visto il momento di prolungata e forzata convivenza -. Adesso ce l’abbiamo con “quelli” oltre confine. Partiamo da lontano, dalla Cina, per poi rivedere anche la nostra posizione nei confronti dei cinesi ma solo perché ci hanno mandato degli aiuti. Ora sono visti come alleati e amici. Allora non avendo più la Cina con cui incazzarci, perché “tutto è partito da lì”, dobbiamo coalizzarci contro “i vicini più vicini” come la Germania.
    OktoberFest – foto da Wikipedia

    Sì, la Germania è il nostro nemico, oltretutto gli abbiamo abbonato un sacco di debiti di guerra quindi sono irriconoscenti, brutti, tedeschi e per molti sono sempre nazisti… ma… ecco che la Germania pubblica sul BILD una sorta di lettera d’amore nei confronti dell’Italia e allora non possiamo essere più arrabbiati con loro. Via, tutto sommato sono vicini di casa, non sono poi così male, fanno delle belle auto e poi tra pochi mesi c’è l’OktoberFest… Allora visto che “gli altri” sono troppi e non possiamo arrabbiarci con tutti, sfoghiamoci in altro modo… attraverso le catene di Sant’Antonio e, via, tutti buoni, tutti solidali, tutti rompi coglioni con queste robe assurde che girano per settimane e che poi tornano in auge a distanza di anni e, come se non bastasse, tutti a cantare sui balconi, poi a puntare lo smartphone verso l’alto – ad un giorno ed ora precisi, perché si possa illuminare l’Italia e vederla dal satellite (…) -, poi tutti a postare foto di “come eravamo”, per sentirsi più giovani, più belli e più appartenenti ad una “tribù” e speranzosi di ricevere più like possibili, magari da qualche ex mai conquistato all’epoca. Ed ecco che in un attimo Facebook si trasforma in un tristissimo album di foto vintage dai colori sbiaditi, nella migliore delle situazioni, altrimenti in bianco e nero. Allora cerchi qualcosa in TV e vedi i talk che insieme ai telegiornali, pur di non fare informazione, si contendono immagini inquietanti sul “raccontateci cosa state facendo a casa” che, francamente, non potrebbe fregar di meno a nessuno ma pur di essere visti si farebbe di tutto, compreso trasformare la propria famiglia abbrutita in un meraviglioso spot televisivo, come quelli, se non di più, dove ci sono “le famiglie felici delle colazioni”. L’importante è far vedere che siamo tutti uniti per poi essere pronti a condannare il vicino di casa se esce col proprio cane per fargli fare i bisogni o, se uno si azzarda ad uscire in tuta… non vorrai mica che si metta a fare jogging? Che incosciente!

  • 7 – Abbiamo capito che il capitalismo non teme i virus, anzi. Chiude tutto. Chiudono nazioni intere ma non chiudono le borse. I piccoli azionisti si prendono paura e svendono tutto. I falchi della finanza aspettano quei pulcini impauriti “per ripulire il ripulibile”, acquistando titoli su tutto e ovunque. Non mi meraviglierei che al termine di questo “film”, all’improvviso, ci ritrovassimo con aziende e servizi che erano italiani, in mano a stranieri; anche se il trailer di questo film è già stato visto numerose volte. “Dice che non si possono chiudere le borse”; è come dire che non si possono stampare banconote dal nulla… Secondo me basta carta, inchiostro e la Zecca di stato che decida di dare il via alle rotative o anche meno; adesso è tutto digitale, basta “schiacciare un pulsante” e si azzerano i debiti o si rifonde un patrimonio. Sono convenzioni e convinzioni che l’uomo si è imposto ma che evidentemente possono e devono essere riviste alla luce di eventi come questo.
  • 8 – Abbiamo compreso che i film sui virus restano film e che gli americani li sanno fare molto bene, i film… Come le guerre. Bravissimi al cinema, molto meno nella realtà anche perché per essere davvero bravi con le guerre dovrebbero essere capaci di non farle.
    Da ComingSoon.it – Virus Letale, film del 1995

    Di fatto anche con i virus Hollywood ci ha campato per generazioni spacciandoci intere pandemie come qualcosa di gestibile dal solito scienziato lungimirante ma incompreso che trova la cura e salva il mondo, tutto nel giro di un paio d’ore, tutto condito da stelle e strisce, sano patriottismo in antitesi col complotto dei cattivi di turno, russi o comunque basta che siano comunisti, che volevano tenere nascosto il virus pandemico e diffonderlo per il mondo. Ma guarda tu, che fantasie. Nella realtà, invece, il sistema sanitario americano, unito all’incapacità di visione, alla superbia e all’arroganza di chi è al comando, hanno innescato un’escalation di vittime che la metà sarebbe già stata inaccettabile. Ecco che gli USA, da potenza economica e militare, si ritrovano improvvisamente ad essere un coacervo di stati, lasciati ognuno all’iniziativa del proprio governatore (come vedi tutto il mondo è paese) ma tutti con la consapevolezza che se hai un’assicurazione puoi curarti, altrimenti muori. L’importante è che al “capo supremo” gli siano stati conferiti “pieni poteri”, come in guerra. Mah!

  • 9 – In un mese non è possibile colmare un gap tecnologico di anni. Smart working, e-learning sono parole bellissime ma prive di significato in un’Italia che ha un’infrastruttura tecnologica troppo indietro per fare fronte alle esigenze di questo momento. Internet in molte aree è ancora una chimera ma si parla di 5G dividendo la nazione tra chi è contro e chi è favorevole. Persone che devono arrangiarsi per connettersi alla rete inventandosi soluzioni tra le più improbabili e disparate ma l’importante è dire che si fa “smart working”. E’ dagli anni ’80 che si parla di informatizzare la scuola. Quante parole spese. Adesso le scuole sono forzatamente chiuse e all’improvviso si chiede agli insegnanti e agli studenti di fare le lezioni da casa online. Così, dall’oggi al domani. Non esistono protocolli ufficiali e condivisi. Non esistono metodi didattici pensati per un e-learning diffuso e continuativo. Non esistono, o pochi, insegnanti preparati ad utilizzare al meglio le tecnologie ma in tutto questo si chiede di fare, a prescindere. Chi è avvezzo alle tecnologie può farcela, chi non ha mezzi e preparazione resta inevitabilmente indietro; insegnanti e allievi. Nel frattempo, la disabilità del singolo diventa un ulteriore handicap perché se sei autistico o ipovedente o sordo o se hai altre disabilità che, in condizioni “fuori dal virus” un insegnante di sostengo può gestire, adesso è l’insegnante di sostegno che dovrebbe avere un aiuto per poter aiutare chi ha bisogno. Un gesto, una carezza, un abbraccio, un sorriso, la vicinanza sono elementi fondamentali per instaurare un rapporto tra insegnante e alunno disabile, tutte cose che adesso non si possono fare. Ma adesso c’è l’e-learning e si risolve tutto. Intanto, molto probabilmente, l’anno scolastico andrà a ramengo e tutti passeranno con una sufficienza d’ufficio.
  • 10 – Stiamo tranquilli perché c’è la task force… ma che è la task force? C’è una task force per tutto. Per gestire l’emergenza, per gestire l’economia, per gestire chi gestisce l’emergenza e l’economia. C’è una task force per controllare anche le fake news, certo. L’importante poi è nominare una task force che controlli la task force che controlla le fake news altrimenti rischieremmo di essere sotto censura (…). Invece no perché tutte le emittenti televisive, quelle più grosse dai, e le testate giornalistiche di un certo spessore (…), fanno fronte comune contro le fake news, senza riflettere un nanosecondo sul fatto che in tema di COVID-19, da gennaio, fino ad un quarto d’ora fa, abbiamo sentito delle mega-castronerie spacciate per notizie, poi smentite e poi riconfermate, proprio da chi adesso sarà il controllore delle fake news. Guai a noi però ad esprimere pubblicamente su internet un parere, un’opinione e tanto meno a trattare un argomento che non sia pertinente con la propria preparazione culturale (leggi laurea) e/o attività professionale; non sia mai che possa essere tacciato come fake news e quindi l’autore incorrere in sanzioni; dopotutto basta pagare no? Come se un idraulico dovesse parlare solo di tubi perché se si mettesse a parlare di mattoni potrebbe essere additato come uno inaffidabile che diffonde fake news. Aggiungo anche che puoi filtrare dei contenuti se ti rivolgi a dei bambini ma dal momento che adesso la fascia protetta per i minori è andata a farsi benedire, visto che non si fa altro che parlare di morti e di pandemie dalla mattina alla sera, ritengo anche offensivo che mi si venga a dire che certe notizie me le devi filtrare tu, oltretutto perché evidentemente ritieni che io non sia capace di comprenderle e discernere tra vero o falso. Comunque… avremo sicuramente una task force che interverrà in nostro aiuto… “aiuto, c’è la task force!”

Siamo a dieci, mi fermo…

Vorrei e potrei continuare per non so quanto ma preferisco chiudere, cercando di lasciarvi con un messaggio positivo dopo tanta cruda verità, cinismo e q.b. di polemica.

Ho esagerato? Probabile, ma neanche più di tanto, dopotutto per chi si trova “agli arresti domiciliari” è ben poca cosa uno sfogo del genere.

Ho delle soluzioni alternative da proporre? Ne avrei ma non essendo un ministro né un membro di una task force non posso dispensare consigli o imporre veti o leggi.

La cosa che però mi sento di comunicare, a voi lettori del mio blog, è che tutto deve essere preso alle giuste dosi, a cominciare da questo blog ma anche e soprattutto i quotidiani, i telegiornali, i talk, internet e tutti i guru e sedicenti esperti in qualcosa.

The Blob – film del 1958 – da Wikipedia

In questo momento avrete i vostri pensieri, soprattutto se al vostro lavoro è stata messa una ganascia. Non crucciatevi più di tanto. Non scavate solchi nel vostro cervello per trovare soluzioni. Arriverà il tempo delle soluzioni, adesso è il tempo della consapevolezza, della metabolizzazione di questo blob che ci circonda. Tempo al tempo. Siate attenti osservatori e le idee arriveranno.

E’ comunque primavera, la Terra continua a ruotare intorno al sole e le margherite sono sbocciate. Aprite la finestra e respirate a pieni polmoni. Adesso non c’è nemmeno smog; “Greta Thunberg ha gufato e l’impensabile si è avverato”. Godetevi un po’ di raggi solari. Filtrate il filtrabile e che la quarantena possa portarvi consiglio…

 


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