Distanziamento sociale

Se distanziamento sociale fosse una frase studiata a tavolino, per sintetizzare un’indicazione o un’imposizione da parte delle autorità nazionali, la riterrei un “progetto di comunicazione” con delle ripercussioni in termini psicologici e sociali piuttosto rilevanti.

Parliamo dell’IO da salvaguardare, grazie all’allontanamento dell’altro, non solo in termini di distanza metrica tra soggetto A e soggetto B ma anche in termini di presa di distanza dai rapporti sociali, che si hanno o che si potrebbero instaurare con gli altri. Lo stillicidio con cui questa affermazione viene continuamente ripetuta, oramai anche involontariamente e senza riflettere sul reale significato, ha metabolizzato la figura dell’altro come qualcosa di pericoloso da cui prendere le dovute distanze: da prima un metro, poi un metro e mezzo, poi un metro e ottanta… Ecco che mi allontano da te, e sempre di più, come persona, parente, amico, partner, come altro essere umano “con cui non voglio più avere nulla a che fare”. L’altro è il pericolo, l’altro è il portatore di male, del virus e pertanto devo distanziarmi, allontanarmi e non curarmi della sua sorte.

Se prima del Covid-19 ci “preoccupavamo” del fatto che l’era digitale e dei social media ci avesse interconnessi ma allo stesso tempo resi distanti l’uno dall’altro, col distanziamento sociale, e grazie ad una manciata di decreti, si apre un nuovo scenario, quello della paura e della diffidenza nei confronti del prossimo. Sconfiggere un “male oscuro” attraverso l’allontanamento sociale, l’isolamento, la modifica delle nostre abitudini, porterà veramente ad esaurire il Coronavirus o porterà solo a distanziarci da tutto ciò che è sociale, quindi ad esaurire solo il concetto stesso di umanità?

Per dare un’idea di ciò che implica il termine “sociale” vi invito a consultare il noto vocabolario Treccani.

Siamo d’accordo che questo virus abbia sconvolto tutto e tutti ma cerchiamo di riconquistare, facendo attenzione e i giusti passi, la nostra “normalità”. Anche questa è una parola tanto abusata ma è intrinsecamente portatrice di una condizione di equilibrio personale che nessuna task force di sedicenti esperti potrà mai capire, e tanto meno valutare, nell’ambito della stesura dei protocolli di sicurezza.

Oltre a questo, tutto il mondo del terzo settore si basa sul sociale.

Se continuiamo a distanziarci socialmente ci troveremo a non poter più sostenere le centinaia di migliaia di associazioni di volontario, ONLUS, oggi Odv (Organizzazioni di volontariato), che si sostengono grazie ai volontari e ai contributi volontari. Associazioni che sono impegnate in attività per il sociale, nella tutela sociale, e che ogni giorno erogano servizi che vanno a sopperire a quelle carenze che lo Stato non riesce a colmare o alle quali non lo riesce a dare tutte le risposte necessarie. Se facciamo nostro il concetto di “distanza o distanziamento sociale” prenderemo le distanze anche dall’associazionismo e dal volontariato, oltre che dal nostro prossimo, più in generale.

Distanziamento sociale non parla di virus ma parla di persone.

E’ un termine che chiude ad ogni rapporto anche per il fatto che è coadiuvato da tutta una serie di ulteriori dispositivi che non migliorano di certo questa aura di negatività, come: la mascherina che mette il bavaglio alla bocca e annulla ogni espressione facciale dagli occhi in giù, o il disinfettante per le mani che ad ogni azione compiuta dal proprio arto fa eseguire il coreografato, catartico rituale che richiama scenari alla Ponzio Pilato.

Vogliamo aggiungere anche cosa si è riusciti a fare col termine: tamponare?

Fino a solo qualche mese fa era una parola relegata al codice della strada o materia per assicuratori mentre adesso questo termine è entrato negli ospedali tra chi deve proteggere e curare la salute dei pazienti: “I medici ci tamponano” o “Voglio essere tamponato”. Vorrei vedere i CID.

Comunque, meglio un tampone oggi che un Coronavirus domani.

Oltre a tutto questo, come se il virus da solo non bastasse, siamo stati travolti da una pletora di parole in lingua inglese che nemmeno i nostri politici riescono a pronunciare correttamente, figuriamoci la gran parte delle persone che non sono avvezze alle lingue straniere; comunque, siamo in Italia e sarebbe bello usare l’italiano. Ma semmai la pronuncia può essere solo un esercizio di ascolto, quindi migliorabile col passare del tempo, è la comprensione del significato di ogni parola straniera che talvolta, per chi non la capisce, può recare disagio e un’ulteriore distanza sociale. Ecco qualche esempio a cui ho affiancato il significato in italiano:

  • lockdown: isolamento, blocco, chiusura, confinamento
  • task force: unità di pronto intervento o unità operativa
  • smart working: con estrema semplificazione è quello che fino a qualche tempo fa chiamavamo telelavoro. In realtà è un’insieme di metodi, un modello organizzativo che consente alle aziende di gestire il lavoro a distanza tramite connessioni remote.
  • mainstream: è la corrente principale di opinione. Nel caso del COVID-19 “il pensiero collettivo” che genera opinione, scaturito dai media e dalla politica e poi amplificato dai social network.
  • recovery fund: termine che riguarda l’economia. E’ un fondo per la ripresa economica dei vari paesi europei colpiti dal Coronavirus.
  • trend: andamento, tendenza, in riferimento al Covid-19 si è sentito spesso ogni qual volta sono stati dati numeri e percentuali sui contagiati, malati e decessi.
  • cluster: elementi e/o oggetti legati tra loro. Nella popolazione si individuano cluster (elementi in comune) che permettono di studiare l’andamento della diffusione dell’infezione da Coronavirus.
  • clinical trial: studio clinico
  • pool: un ristretto gruppo. Spesso dopo pool si aggiunge “di specialisti”.

Ebbene, quale frase avrebbero potuto usare gli esperti del settore per evitare di abusare di distanziamento sociale?

Nel mio mondo, quello della comunicazione visiva, esiste un termine che mi ha sempre affascinato fin da ragazzo quando cominciavo ad avvicinarmi al mestiere di grafico: “margine di rispetto“. Indica uno spazio da lasciare attorno ad un elemento grafico, di solito attorno ad un logo ma non solo, affinché possa essere percepito nel modo migliore. Per fare in modo che “non sia affogato” da altri elementi grafici, quindi possa risaltare ed essere incorniciato da uno spazio adeguato. Quando viene realizzato un logo si definisce questa area facendo degli esempi all’interno di un documento, una linea guida all’uso corretto del logo che viene poi data al cliente.

Ho sempre apprezzato questo termine perché effettivamente indica una forma altruistica di distanza. Il concetto stesso di rispetto è positivo.

Visto che all’inizio di questo post vi ho invitati a verificare sul vocabolario Treccani i significati della parola sociale, adesso vi invito a fare la stessa cosa con la parola rispetto.

Ecco, nell’essere propositivi, invito tutti a sostituire “distanziamento sociale” con “margine di rispetto“, o “distanza di rispetto” intesa, in epoca di Coronavirus, come la giusta distanza da mantenere come forma di rispetto nei confronti del prossimo. E’ implicito che tale forma sia legata alla remota possibilità che sia io il potenziale untore e non l’altro. Si ribalta tutto riguardo alla percezione che si ha dell’altro, non è a priori un pericolo ma mi tengo a distanza da lui perché ne ho rispetto.

Chi usa le parole, talvolta solo perché deve dire qualcosa, utilizza rispetto solo quando deve indicare a noi cittadini di mantenere il “rispetto delle misure di contenimento“. Un’indicazione che potrebbe essere data ad un detenuto e non ad un libero cittadino.

Le parole hanno un significato e un peso. Le parole fanno parte del nostro essere, ci permettono di distinguerci e di comunicare. Le parole trasferiscono idee, concetti, emozioni. Le parole sono importanti e l’uso improprio o l’abuso può nuocere gravemente alla salute.

Vedete come cambiano le cose? Talvolta basta davvero poco per fare la differenza, basta volerlo e pensare al prossimo con rispetto.

 


Crediti:

 

Pittarello Rosso diventa Pittarosso… Sie!

Mi sono immaginato una sala riunioni all’interno di un’agenzia di comunicazione. Quegli ambienti luminosi, grandi, dove sono riuniti creativi, tecnici, agenti e… lei… la testimonial alla quale viene illustrata l’idea per realizzare la il nuovo spot per Pittarosso.

Consulente dell’agenzia:  Buongiorno carissima Simona! (loro sono entranti, salutano chiunque come se fosse un parente o un amico).

Ventura: Buongiorno.

Consulente dell’agenzia:  Mettiti comoda. Gradisci un coffee, uno snack, un orange juice (per loro tutto deve avere un sapore watsamericankansansiti)

Ventura: No, grazie. Il mio agente mi ha parlato del progetto Pittarello (lei molto diretta e pratica)

Consulente dell’agenzia:  No, non Pittarello, Simona. Pi-tta-ro-sso. Vedi… si tratta di un cambiamento radicale del brand, per essere più trend, e colpire il target.

…un attimo di silenzio

Ventura: OK, va bene… Ma questo… Pitta… Rosso?

Consulente dell’agenzia:  Rosso, sì, Pittarosso, Simona.

Ventura: Si, Pittarosso. Cosa dovrei fare nello spot che avete in mente?

Consulente dell’agenzia:  Certo Simona (sfoggiandole un centinaio di denti), sono qui apposta per illustrarti questo meraviglioso progetto. Come tutti sanno, soprattutto i tuoi fans, sei una persona dinamica piuttosto che solare piuttosto che allegra piuttosto che capace di attirare le masse (loro amano usare i “piuttosto che” ovunque. Si nutrono di piuttosto che elargiti a vanvera nell’etere).

Ventura: Si, grazie, ma…

Consulente dell’agenzia:  Arrivo al dunque non ti preoccupare… Parlavo di masse. Abbiamo pensato di mettere al centro dello spot “TE”. Il mondo Pittarosso che ruota attorno a Simona. Pensa ad una piazza di una città, un sacco di ballerini attorno che incorniciano ed esaltano la tua silhouette, effetti speciali, musica, riprese da ogni parte e angolazione e la Ventura che canta e balla. Non è bellissimo?

Ventura: Canto e ballo? (un tantino perplessa)

Consulente dell’agenzia:  Sì certo, sappiamo tutti quanto sei poliedrica piuttosto che camaleontica piuttosto che multiforme piuttosto che… insomma.. In forma! (e sorride). Ci mettiamo un bel sound con uno swing che ritma lo spot e scandisce il jingle. E non solo, proprio grazie agli effetti speciali, durante lo svolgimento della coreografia, l’inquadratura si soffermerà sulla tua intera figura vestita tutta di bianco e magicamente, proprio mentre pronuncerai “Ve lo dice la Simona in Rosso”, il vestito bianco diventerà improvvisamente rosso.

Ventura: Ho capito ma, siete sicuri che poi lo farete diventare rosso? Mica per nulla… La frase può risultare un po’ ambigua se il vestito non si colora. Poi occhio da dove cominciate a colorarlo.

Consulente dell’agenzia: Ma certo Simona, scherziamo? I nostri tecnici, grafici, illustratori, sono persone competentissime. Sappiamo bene che la frase pronunziata senza dare un seguito tangibile, visibile, ad un qualche segno di  rosso potrebbe dare adito a fraintendimenti. Hem… mi scusi… pensava a qualcosa in particolare? (non aveva capito nulla)

Ventura: Bè, via… “Ve lo dice la Simona in rosso” è quasi un’affermazione da farsi durante il ciclo (lei non ha remore, va al sodo), per questo le dicevo anche (lei da del lei) che dovreste stare attenti anche da quale punto del vestito deciderete di cominciare a colorarlo di rosso.

Consulente dell’agenzia:  Ma che simpatica, che simpatica la Simona! Il ciclo… ciclo… clo…lo…ooooo….. (per qualche istante lo abbiamo perso)

Ventura: Ma poi… perché tutto questo rosso?

Consulente dell’agenzia:  Simona, come ti dicevamo, è una questione di brand, di branding. Abbiamo l’esigenza di affermare il nuovo marchio e per questo tutto lo spot deve richiamare il colore rosso e il passaggio dal nome Pittarello Rosso a Pittarosso. No lo trovi semplicemente geniale?

Ventura: Sì, sì, per carità. Lo trovo bello, anche per tutta la questione degli effetti speciali. Per il ballo e il canto cosa dovrò fare?

Consulente dell’agenzia: Ma figurati Simona. Con le tue capacità… su via… ti sembrerà un gioco da ragazzi. Qualche breve strofa un paio di passi e il resto lo fa la magia della fiction. Montaggio veloce, sovrimpressioni di effetti, ballerini… Un vero spettacolo. Pittarosso!

Ventura: Sì, ho capito, Pittarosso, Pittarosso… Va bene… Quando si comincia?

Consulente dell’agenzia: Eccola la Simona che tutti conosciamo. Pratica, decisa, forte, così ci piaci. Cominciamo subito! Ecco il testo della canzone: “Pi tta rosso – Pi tta rosso – Scarpe a più non posso – Ve lo dice la Simona in rosso – Pi tta rosso – Pittarello Rosso diventa Pi tta rosso”. Queste sono le scarpe rosse che calzerai durante le riprese, come vedi sono rosse, e questo è il vestito bianco, come vedi è bianco. Come ti dicevo diventerà tutto rosso, proprio come le tue scarpe.

Ventura: O via… ma mi dovete dare il doppio del compenso stabilito.

Consulente dell’agenzia:  Ma Simonaaaa… Come facciamo. Il budget, abbiamo un plafond di spese stabilito dal cliente, un range… Ci costringi a fare dei tagli…

Ecco lo spot, dopo quei tagli….

pittarello

NB: Ogni riferimento ai fatti descritti è frutto di opera di fantasia. Con questo post non desidero offendere nessuno. Eventualmente ciò fosse accaduto mi scuso e… ve lo dice Stefano in jeans. 🙂