Metodo a mano supina

“Il metodo che andrò a descrivervi è il frutto del lungo processo evolutivo della razza umana ed è oggi motivo d’interesse e studio per gli antropologi di molte facoltà universitarie tra le più famose al mondo”.

Ci sono tracce di questo metodo anche in alcune pitture ancestrali ritrovate in remote regioni del nostro pianeta e che, recentemente, hanno dato adito a numerose supposizioni e teorie che collocano il passaggio dell’homo erectus in homo sapiens proprio nel punto esatto in cui si ha documentazione dell’applicazione di questo metodo per la prima volta.

Si pensa che sia il frutto di numerosi tentativi, non del tutto casuali, derivanti da lunghe elaborazioni che hanno portato a sviluppare nell’homo erectus una particolare astuzia e maestria nell’applicare la metodica detta “della mano supina”. Da qui, come è noto, deriva il termine di sapiens (supino = supinus = sapiens).

Evoluzione umana

E’ oramai risaputo che l’uomo, nel suo lunghissimo processo evolutivo, abbia sviluppato particolari doti propriocettive attraverso le quali ha acquisito una coordinazione perfetta del proprio corpo in relazione ai movimenti che compie nello spazio. Fin dalla nascita il piccolo homo sapiens si agita, scalcia, muove braccia e gambe cercando di dare un senso ai propri movimenti. Col tempo arriva ad ottimizzare le proprie fatiche adoperandosi affinché i gesti siano sempre più specifici e finalizzati ad un determinato scopo.

Il metodo della mano supina è uno di questi, forse il più interessante, sempre sotto il profilo evolutivo antropologico. L’homo sapiens capì, dopo infiniti tentativi e numerosi incidenti che videro scomparire intere tribù impegnate nel tentativo di migliorare le precedenti metodiche, che doveva affrontare la questione in modo diverso.

Fino all’homo erectus la flessione dell’avambraccio verso l’omero e il progressivo adattamento delle articolazioni delle dita, in virtù di una funzione specifica, determinò la riuscita del metodo a mano prona. Funzionava benissimo ma non si rivelò completamente soddisfacente in alcuni ambiti più specifici.

A seguito delle campagne di caccia nella savana, dei lunghi periodi di siccità alternati a quelli di intese piogge, l’homo erectus sentì la necessità di adoperarsi per far affluire più aria attraverso le proprie cavità nasali. Questo alternarsi del clima, dell’umidità e della concentrazione delle polveri, determinò la necessità di mantenere le vie per l’approvvigionamento dell’aria sempre efficienti. Avambraccio e articolazione del polso flesse, dito indice alzato (da qui il nome di homo erectus) e ripetute, intense, brevi, cicliche flessioni ed estensioni delle falangi e falangine grazie alle quali viene prodotto un moto corretto alle falangette all’interno delle froge, produssero risultati decisamente soddisfacenti.

Questo però non decretò il successo totale della suddetta tecnica che oltretutto accese faide tra tribù nel tentativo di sostenere, ognuna, numerose varianti del metodo.

Solo con l’avvento del metodo a mano supina l’uomo riuscì veramente ad evolversi producendo dei risultati incredibili e fino a quel momento mai immaginati. Alcune tribù, che fino a quel momento si erano rifiutate di accettare qualsiasi cambiamento, si videro costrette ad ammettere che il nuovo metodo era impagabile e questo cambiamento e motivazione che vide l’homo erectus coalizzarsi tra tribù per un preciso scopo, decretò, secondo convenzione scientifica, l’effettiva fase evolutiva in sapiens.

In pratica la metodica a mano supina, nella prima fase, è del tutto simile a quella a mano prona ma è evidente che l’effetto finale sulla rimozione dei residui intranasali è tale che la tecnica merita di essere descritta nel dettaglio.

Superata la prima fase della flessione dell’avambraccio, seguita della flessione del polso a mano prona, prima di avvicinarsi all’obiettivo deve essere praticata una rotazione del polso di 180° affinché il dorso della mano sia rivolto verso il volto dell’operatore. Un leggero allontanamento del gomito dal busto può agevolare la procedura offrendo un certo vantaggio e comodità di esecuzione. A questo punto interviene un’ulteriore flessione del polso che permette di avvicinare il dito indice, come nel caso della metodica a mano prona, ma che in questo caso comincia a disporsi in modo tale da creare una sorta di uncino naturale. E’ molto importante che nella prima fase di avvicinamento del dito al naso, tale uncino non sia eccessivamente aguzzo ma deve consentire un’introduzione agevole della falangetta nella narice presso la quale deve essere effettuato l’intervento.

A questo punto sarà cura dell’operatore trovare il giusto ritmo e pressione tali da permettere alla falangetta di rimuovere con estrema cura ogni residuo fino a quel momento non intercettato con la precedente e oramai vetusta tecnica a mano prona.

Il processo evolutivo dell’uomo, ci ha portati a risultati incredibili in ogni settore. Scienza, tecnologia, medicina, arti, ecc. Resta però in uso e immutato il metodo a mano supina che ha fatto proseliti in tutto il mondo. Attualmente vengono tenuti corsi di formazione lungo le principali reti stradali. Presso gli incroci, in prossimità degli impianti semaforici, esperti adepti di questo metodo offrono lezioni gratuite addirittura direttamente dalla propria auto, offrendo agli astanti spiegazioni dettagliate coadiuvate da esempi visivi. Gli esperti di questa tecnica possono permettersi di passare dalla metodica a mano prona a quella a mano supina in un batter d’occhio eseguendo vere e proprie performance dal vivo.

Gli accademici stanno ancora studiando alcuni aspetti della metodica che differiscono a seconda dell’età dell’operatore che la esegue. I bambini, ad esempio, sono soliti cimentarsi in una fase ulteriore che si differisce da quella degli adulti per alcuni dettagli piuttosto importanti. Probabilmente è un gesto ancestrale che deriva da bisogni primari legati alla scarsità di cibo a cui l’homo sapiens doveva fare i conti. Difatti, i più piccoli, manifestano una particolare predilezione a cibarsi col material ricavato attraverso la messa in atto di entrambe le metodiche sopra descritte. Gesti istintivi, primordiali, forse rituali antichi. Quest’ultima teoria però è stata scartata dal Ph. Roger Fake del Department of Anthropology, Massachusetts, USA. Il professore sostiene che ogni rituale, in quanto tale, sancisce la fine e un inizio di fasi distinte e contigue. Ad esempio dall’età di fanciullo a quella adulta, attraverso prove di forza, caccia, ecc. Tutte esperienze che si traducono in pochi attimi, ore, al massimo qualche giorno. Invece è comprovato che tale usanza nei bambini è protratta per diversi anni inducendo a pensare che sia effettivamente più un bisogno ancestrale da soddisfare che deve essere perpetuato fino ad una certa età.

Ciò che non si spiega, almeno fino ad oggi, è perché tali costumi siano in uso di frequente e in ogni luogo, anche fuori dai veicoli a motore. Alcuni studi su persone osservate per alcuni mesi, prese a campione in ogni parte del mondo, hanno rivelato l’evidente esigenza di applicare il metodo a mano supina anche in ambienti diversi da quelli sopra citati. Autobus, ascensori, cinema e in coda presso banche e uffici.

Il Ph Robert Fake ha annunciato che il suo dipartimento approfondirà ulteriormente questo fenomeno sottoponendo alcuni volontari a ipnosi regressiva cercando di comprendere se questo bisogno ancestrale sia l’anello di congiunzione tra l’uomo e la scimmia.

Vi terremo informati sugli sviluppi di questa interessantissima ricerca scientifica.

Ringraziamenti:

Ringrazio vivamente quel signore che ho visto in auto, ad un semaforo mentre mi trovato a Empoli, per avermi ispirato a scrivere questo racconto. Lascio perdere ulteriori dettagli facilmente intuibili…

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Arriva il momento in cui devi affrontare quell’inquietante presenza

Ti capita di riflettere sulle “domande della vita”. Ti capita di soffermarti su quali potrebbero essere “le risposte”. Talvolta ti confronti con altri per capire se anche le persone che conosci si pongono le medesime domande e, se sì, se si danno le stesse risposte. Sempre che le risposte ci siano o per le quali, molte volte, possiamo trovare soddisfazione solo attraverso un generoso atto di fede.

Poi ti capita di trovarti in un particolare periodo della tua vita che ciclicamente si ripresenta. Devo dire ogni anno, ad ogni inverno per lo più. Non ci fai caso fino a quando non torna a manifestarsi. Non hai strumenti per difenderti, non riesci a evitarla perché ha il potere di cancellare dalla tua mente il ricordo della sua esistenza e del suo modo di agire. Ti sorprende sempre creando disagio e inquietudine. Ogni volta si palesa con tutto il suo fastidio, avvolgendo lentamente le tue braccia lasciando l’inconfondibile segno del suo passaggio.

Quando te ne accorgi oramai è troppo tardi e lei ti ha già arrecato fastidio, ricordandoti per pochi istanti, prima di sparire, che anche questa volta è riuscita a sorprenderti, a coglierti impreparato, a dimostrarti che lei è più furba di te.

Ogni volta pensi che sarà l’ultima, che riuscirai ad evitare che si ripresenti. Dopotutto ti senti più furbo di lei ma… no, non ce la fai. Non ricordi, dimentichi, e lei inevitabilmente torna.

Scream Cropped
Scream Cropped (Photo credit: Wikipedia)

Torna ogni volta che ti lavi il viso, i denti o che ti fai la barba. Ti accorgi per un istante che anche questa volta è arrivata. Provi a rimboccarti le maniche ma oramai è tardi. Lei è lì, discende dalle tue mani bagnate, complici dell’inganno. Proprio loro che hanno portato l’acqua al volto per detergere la tua pelle ma che subdolamente hanno anche consegnato la nemica in seno al tuo senno. Parte dalle mani e lentamente si fa strada, giù, sempre più giù. Ti divora e ti lascia attonito bagnandoti gli avambracci, impregnando le maniche delle maglie e delle camicie, per arrivare laggiù fino ai gomiti dove hai maldestramente cercato di salvare l’insalvabile, quel volgolo informe di tessuto raccolto frettolosamente partendo dai polsi che giace inerme e completamente bagnato per colpa di quella stramaledettissima GOCCIA D’ACQUA!

Ora lo sai, ricordati della GOCCIA!

The winner is…

Ma vincitore di che?

Capisco quando uno partecipa a una dichiarata competizione nella quale è prevista una classifica e/o un punteggio di merito per l’esito di una prestazione, per il compimento di un gesto atletico o di una performance. Lasciando perdere lo sport e pochi altri ambiti è possibile che là fuori, in ogni dove, ci siano solo “primi” e mai secondi o terzi “classificati”?

Capita spesso di sentire “Primi sui motori di ricerca”, oppure, “Il blogger numero 1”, “Numeri uno in…” o ancora, “La prima azienda…” , “Il prodotto numero 1”, ecc.

La cosa che mi fa più sorridere è la propensione ad autocelebrarsi. Tutto ruota attorno a un podio virtuale il cui titolo, ovviamente sempre iridato, viene comunque concesso.  Ma poi, chi te lo ha dato quel titolo?

Già mi fa strano sentire a gennaio che certi prodotti sono stati decretati “Prodotto n.1 dell’anno” in riferimento all’anno appena iniziato. E’ come se a scuola i professori dicessero chi è promosso o chi è rimandato tra ottobre e novembre. Comunque, a parte “certi titoli” che sicuramente vengono assegnati palesemente da giurie qualificate, dico… è mai possibile che nel mondo ci siano solo tanti numeri 1? Ma il numero 2 o il numero 3 dove sono?

number one
number one

Per carità, se si è davvero il numero 1 in qualche campo non metto in dubbio che questo sia motivo di vanto e anche di una certa ostentazione. Dico solo che mi piacerebbe conoscere quei numeri 2 e 3. Giusto per sentire dalla loro voce cosa provano, cosa hanno fatto per cercare di arrivare “al top”, pur non riuscendoci.

DOVE SONO I NUMERI 2 E 3″?

Personalmente ho deciso che voglio essere il quinto. Si, mi piace come numero e poi essere il quinto è più rilassante, comporta meno stress.

Pensa al primo che deve stare tutto il giorno a compiacersi, deve faticare per restare al centro dell’attenzione, per far pesare il suo primato e per mantenerlo.

Pensa al secondo e al terzo che sono sul podio ma non sul gradino più alto. Per la serie “Per un punto Martin perse la cappa”, o per due nel caso del terzo. Uno guarda a sinistra, l’altro guarda a destra ed entrambi non capiscono perché proprio “lui”, pensando che quel titolo gli  sarebbe spettato, indubbiamente.

Il quarto? Il quarto è solo un frustrato. E’ lì, guarda da vicino il podio ma non arriva nemmeno a toccarlo. Sa che poteva farcela e che probabilmente si sarebbe accontentato di un terzo posto, invece no è solo quarto. Appena fuori dal podio ma lontanissimo dalla gloria e dai riflettori.

Il quinto invece è là, tranquillo. Ha partecipato ma non è tra i primi. Sa che può continuare a migliorarsi, sa che non ha il fiato sul collo da parte di nessuno perché non essendo il primo non deve rispondere alla pressione del mondo. Il podio è lontano e non lo turba più di tanto. Il quinto vive la sua vita da quinto, consapevole, capace di potersi guardare intorno, di poter osservare gli altri, di confrontarsi, conoscere, scoprire, apprendere, migliorarsi e crescere.

Forse, ripensandoci, non voglio neppure essere un quinto e non voglio neppure “arrivare”. Voglio “andare” ed esserci. Voglio fare del mio meglio, cercare di imparare dai veri numeri 1 e non dai sedicenti tali. Voglio fare bene quello che so fare, forse imparando anche cose nuove che fino ad oggi non conoscevo, provando anche nuove sfide e strade diverse.

Tutto questo il primo non lo può fare. Lui no, è arrivato… Peccato per lui.

Dedicato a quei tanti, troppi, numeri 1. Nessuno è vincitore se non su se stesso, nell’essere eventualmente riuscito a migliorarsi ogni giorno e nel tenere a bada la propria arroganza e la presunzione.

…è domenica! Allora lasagne?

Un tempo si diceva e pareva che la famiglia italiana attendesse questo giorno con trepidazione per riunirsi a tavola e gustare le lasagne fatte dalla mamma.

Famiglia vintage
Famiglia vintage

Con questa immagine un po’ vintage e dai sapori che oramai si vedono, se non solo, soprattutto negli spot pubblicitari, vi auguro una buona domenica. Lasagna o non lasagna, vi invito a gustare e apprezzare ciò che avete in tavola e amare chi vi siede accanto.

Buona vita e buona domenica! 

Crediti:

Foto tratta dal sito 100 Miles

Essere felici

 “Cos’è la felicità?” Urca che domandona!!

Senza andare a pescare aforismi e citazioni di maestri Zen voglio condividere il mio pensiero in merito al suddetto, atavico quesito.

Per me la felicità non si baratta ma si trasmette attraverso gesti d’amore. Non ha una forma propria e non è fatta di materia e nonostante ciò la felicità è in grado di plasmare gli animi e di trasformare le persone.

La felicità non si compra ma si avverte. La felicità non si stappa, diversamente da quanto ci viene detto in uno spot di una nota bibita gassata.

La felicità non richiede investimenti di denaro ma il denaro può aiutare a raggiungere un determinato scopo, quindi, diciamoci la verità, almeno in alcuni casi il denaro può essere un valido aiuto per conquistare un po’ di felicità.

La percezione della felicità muta nel tempo di pari passo con lo sviluppo e la maturità dell’individuo. Ogni età ha un proprio livello e grado di percezione della felicità. Ergo, la felicità è soggettiva.

Immagine da Dreamstime 8519332
Felicità

La felicità ha la capacità di modellarsi e di insinuarsi nel cuore delle persone. Può essere presente in ognuno di noi, ogni giorno, in vari modi. E’ come cambiare l’ottica di una macchina fotografica reflex. Le cose intorno non cambiano ma innestando un obiettivo diverso muta drasticamente il modo di vederle e quindi la possibilità di apprezzarle. Se cambia il modo di vedere le cose della vita, la vita ci restituirà colori brillanti e un’alta definizione. Quindi la felicità è data da un atteggiamento mentale che deriva dall’ottimismo e l’ottimismo si alimenta di felicità. Occhio però a rimuovere il copri obiettivo altrimenti, per quanti sforzi facciate, per quanti obiettivi possiate provare, non riuscirete a vedere la felicità.

Essere felici oggi è quasi “un lusso”, se pensiamo a tutte le difficoltà e ai problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente. Ma anche in tempi difficili come questi possiamo essere felici. Intanto felici di essere vivi, questo è il primo grande motivo. Felici di poter interagire con gli altri. Felici di essere individui liberi. Felici di poter usare il nostro cervello, rimboccarci le maniche e trovare soluzioni. Felici di fare “piccole cose” attraverso continui gesti quotidiani come se dovessimo realizzare ogni giorno “cose grandiose”.

Credo sia estremamente importante prestare attenzione a ciò che ci circonda, alle persone che ci stanno vicine. E’ bello poter cogliere la felicità attraverso cose apparentemente piccole e insignificanti. Se ci appaiono così è solo perché corriamo troppo velocemente per coglierne il lato positivo e affascinante.

Fermati e ascolta, osserva, annusa, tocca e assaggia.

Vivi la vita attimo dopo attimo godendo di quello che hai e non correre per ottenere quello che non possiedi rinunciando al presente. Probabilmente la felicità è più vicina di quanto pensi. 

Ho finito la predica…

Ora vi pongo nuovamente la domanda: “Per voi, cos’è la felicità?”