1° di aprile. INPS e i suoi pesci

E’ chiaro, la situazione non è facile per nessuno. Stiamo vivendo, tutti, un momento difficile, strano, inaspettato. Gli scenari si stanno ridefinendo, le abitudini cambiano e…

…se il buon giorno si vede dal mattino, non so cosa aspettarmi dalla mia richiesta all’INPS per l’indennità Covid-19 D.L. 18 del 17/03/2020.

Oggi, primo di aprile, giornata quantomai azzeccata sotto il profilo della “credibilità normativa”, si sono aperte “le danze” sul sito INPS per le partite IVA aventi diritto all’indennizzo di 600 Euro per il mancato o calo di fatturato dovuto all’emergenza COVID-19.

Mi aspettavo rallentamenti sui server dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale ma non mi sarei mai immaginato di assistere ad ogni sorta di delirio informatico.

Cominciamo col digitare http://www.inps.it

Non si apre, risulta irraggiungibile. Vediamo le possibili risposte che otteniamo dalla nostra banalissima richiesta di accesso al sito:

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Ti armi della famosa “santa pazienza” e prosegui fiducioso e consapevole che prima o poi “otterrai udienza”; in effetti, pensandoci bene, forse col Santo Padre sarebbe più semplice.

Il prima o poi arriva, eccola, è lei… Ma quanto è bella, eh?

Procedi inserendo le tue credenziali di accesso al portale per iniziare questa nuova esperienza. Nella vita non si può mai dire di aver visto o fatto di tutto fin quando non ti avventuri sul sito INPS.

Ecco la nuova esaltante risposta dal server. Puoi scegliere tra le due versioni, entrambe di gran moda in questa stagione: con o senza logo INPS. Quest’ultima versione è quella più minimalista che va per la maggiore:

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Va beh… facciamo qualche balzo in avanti con la storia. Ammettiamo che con una ventina di tentativi (…) riesci ad accedere.

Questo perché cliccando un po’ ovunque, dato che tutto pare cristallizzato nel tempo, dopo un po’, ammettiamolo, stufato, tenti la strada della “Roulette”, puntando tutto su qualsiasi link presente nella pagina.

Ammettiamo, come nel mio caso, che si apra quella sorta di Wizard nel quale dovrai inserire un po’ di dati personali.

Anche questa cosa mi fa “sorridere”. No, non parlo dell’uso degli asterischi che meriterebbe solo quello un post.

Mi riferisco al fatto che: se sono un contribuente INPS, oramai da circa sei lustri, mi chiedi un login per accedere al portale INPS e poi mi chiedi numero di telefono, la mia “Categoria di Identità” Ago, sì come quello del pagliaio, proprio lui, e il “Tipo di Qualifica”, DILLO che lo fai apposta, dai. Perché mi devi chiedere i dati se sai tutto di me?!

Finestra INPS per la richiesta indennizzo

Dai… ci siamo quasi.

Dopo circa quaranta minuti, da quando ho iniziato la procedura, sono arrivato alla pagina conclusiva, una sorta di Santo Graal che milioni di contribuenti in questo momento stanno cercando di conquistare; Indiana Jones durò meno fatica nel cercare il famoso calice.

Ecco la schermata riepilogativa:

INPS – schermata riepilogativa

Finalmente, ci siamo… dopo aver cliccato su CONFERMA potrò esultare, non prima di aver indossato una corona di alloro ed essermi avvolto con vello d’oro, per curare ogni ferita che m è stata inferta nel corso di questa battaglia.

Adesso, con estrema delicatezza, tipo Tom Cruse in Mission Impossibile, mi accingerò a cliccare sull’ultimo tasto. Quell’invitante, ambito, CONFERMA.

Che faccio? Clicco?

Ho cliccato… fiuuuu! Sono emozionato e stanco allo stesso momento, dopotutto non esco di casa da giorni, queste emozioni potrebbero essere fatali.

Arriverà una ricevuta? Un messaggio esplicito, una email di conferma, una missiva, un messo comunale, un ufficiale giudiziario, la guardia di finanza, un vassallo, valvassore, valvassino, qualcuno o qualcosa mi dirà se è andato tutto a buon fine?

INPS – risposta

Il nulla più assoluto. Un rigoroso bianco, gelido e lapidario. Un nulla totale che nulla dice e tutto fa sperare.

Che fare?

Attendo. Sì, dai, mi pare la scelta migliore. Attendo. Nel frattempo faccio altro, non so, riordino la mia scrivania poi posso spazzare, svuoto anche il cestino della carta, dai. Ma sì. Quasi, quasi imbianco. La pagina mi ha indotto a livello subliminale a imbiancare l’ufficio…

Caspita. Non succede nulla.

Sudore freddo, aggiorno la pagina o torno indietro?

Torno indietro… ecco la risposta

INPS – risposta presentazione domanda

OK, non volevo “fregare nessuno”; non era mia intenzione presentare una seconda domanda.

OK, meglio di nulla. Almeno questa conferma l’ho ricevuta. Intanto me la stampo e l’archivio, non si sa mai.

Nel frattempo, mentre vivevo questa esperienza “Ai confini della realtà”, mi tenevo in contatto WhatsApp col mio commercialista.

Dietro suo consiglio provo ad accedere alla “Cassetta Postale”, dove si presume sarebbe potuta finire una qualche ricevuta della mia Domanda.

Cerco, non trovo il link. Il sito INPS è lentissimo, ogni scelta fatta porta ad un’attesa snervante che se non è seguita dalla risposta che si vorrebbe ottenere diventa solo uno stillicidio.

Ad un certo punto l’INPS mi cambia nome, adesso, per lui, sono il Sig. IGNAZIO MINERVINI

 

sciorinandomi tutta la storia previdenziale di un altro contribuente.

OK, calma, no so cosa è successo. Forse il COVID-19 è entrato nei server INPS…

Aggiorno nuovamente la pagina e…

…adesso l’INPS mi dà un bel Benvenuto Sig. LUCIANO VANGONE.

Prontamente, ricevo dal mio commercialista la segnalazione di questo articolo da Repubblica:

Bonus 600 euro Inps, oggi il via alle domande. Il sito va in tilt, “scambi di persona” tra gli utenti

“Mi consolo”… come si dice: “Mal comune mezzo gaudio”. Se non fosse tragico ci sarebbe da ridere se non fosse che oggi è il 1° di aprile e questo pesce… “puzza”.

 


Aggiornamento del 2 aprile 2020, ore 10:40

 

Vi ricordate della “famosa conferma di ricezione della mia domanda” che non ho mai ricevuto? Quella che nel famoso “paese civile” uno si aspetta che arrivi per email?

Qualsiasi e-commerce, anche il più scarso, al termine di un acquisto ti invia una o più di una email per dirti che l’acquisto è andato a buon fine, riepilogandoti tutti i dati dell’ordine.

Qualsiasi servizio online, al termine della procedura effettuata, ti invia una email di conferma che è stata presa in carico, beh… l’INPS non fa di questo e pertanto, stamani, nel tentativo di andare a pescare sul portale dell’istituto di Previdenza Sociale un qualche documento che attestasse la presa in carico della mia richiesta, dopo aver effettuato il login, ho ricevuto questo buongiorno:

Schermata INPS – 02.04.2020

Quindi…

non solo i server INPS non riescono a gestire un carico di accessi che peraltro non è nemmeno anomalo, anzi, del tutto prevedibile visto che “hai invitato tu” a connettersi col tuo portale milioni di utenti a partire dal 1 aprile;

non solo non hai dei sistemi di sicurezza tali da evitare che i dati degli utenti finiscano nelle mani di chiunque;

non solo non mandi una ricevuta per email, dopo aver pure richiesto l’indirizzo e-mail del contribuente nella schermata di apertura che introduce alla compilazione della domanda per il contributo;

non solo millanti scuse per l’inefficienza del servizio additando la colpa ad un attacco hacker, senza avere l’umiltà di ammettere che anche in tempi “normali” il sito INPS presenta sempre dei problemi, figuriamoci adesso;

ti permetti di “aprire il sito web al Cittadino” soltanto dalle 16:00 alle 23:59?

Ma chi c’è dietro al sito dell’INPS? Un Ragionier Fantozzi che manda avanti tutta la baracca?

Foto da #techetechete – RAI – “Fantozzi subisce ancora” – 1983


Sapevo che questo post sarebbe diventata una “Cronaca in diretta” di un lungo, tedioso, avvilente cammino.

Aggiornamento del 02.04.2020 ore 17:33

Dai, diciamolo. Da parte mia ce la sto mettendo tutta. Non si può certo dire che non ci stia provando ma INPS è contro di me…come sempre d’altronde. Quando mai INPS è stata al mio fianco? Non polemizzo, constato: ho avuto un cancro e avendo fatto a suo tempo quella malaugurata scelta di essere un imprenditore, libero professionista, INPS non mi ha riconosciuto la malattia. Facevo la chemioterapia il venerdì pomeriggio perché nel caso mi fossi sentito male avrei avuto sabato e domenica per stare a casa a riposo. QUESTO E’ IL SISTEMA DI PREVIDENZA SOCIALE, nonostante tutti i versamenti previdenziali fatti da me come da ogni contribuente, lavoratore.

Detto ciò, ripeto, CONSTATO e andiamo avanti…

Una volta CONSTATATO non mi resta che proporvi l’ennesima immagine che palesa l’ulteriore beffa. Mi sono collegato nuovamente al sito INPS, ovviamente dopo le 16:00 – sai com’è, il Ragionier Fantozzi era in pausa postprandiale e non poteva pedalare per mantenere il sito online – ed ecco il risultato ottenuto:

Sito INPS – 02.04.2020 ore 17:33

Amici che seguite questo blog, leggendo quanto ho riportato, con tanto di screenshot, non vi viene un po’ la nausea?

Ci metto tutti i bicchieri mezzi pieni che volete. Vi propongo anche un servizio da 12 + altri 12 in omaggio, già tutti mezzi pieni ma… qui non ci siamo proprio.

E tutto questo per avere, forse, una ricevuta che mi permetta di sapere se il Rag. Fantozzi dell’INPS ha ricevuto la mia richiesta di indennizzo da 600 Euro. Cosa evitabile se mi fosse arrivata per email. E pensate, si parla sempre e solo di una ricevuta. Immaginatevi quando parleremo dei bonifici che non sappiamo ancora se e quando arriveranno.

Mi pare che dall’epoca di Fantozzi sia cambiato ben poco, anzi. Chi mai potrà dare una risposta a questo caso disperato? Forse il Direttore Totale Dott. Ing. Gran Mascalzon. di Gran Croc. Visconte Cobram o la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare? Non lo so ma la situazione è comunque “tragicamente fantozziana” e aggiungo…

…”Il sito dell’INPS è una cagata pazzesca”.

 

Beni di prima necessità. Le leggi, il buon senso, la logica e il COVID-19

Diario di bordo. Data terrestre: 16 marzo 2020.

Tra le notizie che leggo stamani mi è capitata questa…

Coronavirus, nei supermercati vietato l’acquisto di quaderni, pennarelli e biancheria: “Non sono beni di prima necessità” da la Repubblica, edizione di Milano

Foto Fb/Daniela Salvetti dall’articolo su “la Repubblica” edizione di Milano

Non fermatevi al titolo, leggete tutto l’articolo, prendete fiato, contate fino a dieci e poi esprimete un vostro giudizio, se volete.

Il mio pensiero, dopo aver contato ben oltre il dieci, parte da un ragionamento semplice.

Quella scatola di pennarelli o l’album con i fogli per disegnare oppure quel paio di mutande che qualcuno “non considera beni di prima necessità”, lo fa secondo un proprio giudizio o sulla base di un ragionamento oggettivo?

In questo momento, nelle case degli italiani e non solo in quelle, ci sono milioni di bambini reclusi tra le quattro mura da circa dieci giorni, in una condizione di perenne “crisi da inattività”. Non vanno a scuola, non fanno sport, non escono a giocare con gli amici, “NON” in generale.

La condizione che stiamo vivendo mal si confà ad un adulto, figuriamoci per un bambino/adolescente che è privato di ogni sorta di sfogo. Restano le consolle, i videogiochi in generale, gli smartphone, computer, tablet e TV. Tutte cose utili, necessarie ma anche lontane da quelle cose e azioni che ti permettono di essere creativo, efficiente e forse anche bambino.

Tornando a quei pennarelli, vogliamo ritenerli un bene di “non primaria necessità” in un contesto come quello in cui ci troviamo forzatamente a vivere? Non vogliamo fare in modo che la creatività dei ragazzi possa essere manifestata liberamente anche attraverso l’uso del pennarello, dei colori, delle matite, degli acquerelli, etc?

Consideriamo anche l’aspetto psicologico: un bambino dovrà pur sfogarsi, esprimere le proprie emozioni anche attraverso il disegno.

Un insegnante che adesso deve inventarsi nuovi approcci didattici, tutti da remoto, volete che non impieghi anche il disegno per dare vita ad un progetto scolastico, ora più che mai importante e necessario per condividere e raccontare?

Ma poi… se quei pennarelli servissero ad un commerciante di cinquant’anni che in questo momento è costretto a scrivere ed affiggere un cartello col quale comunicare che è chiuso, è da considerarsi una “non necessità”?

Se quei pennarelli servissero per scrivere su dei camici bianchi il proprio nome, magari quello di un infermiere che lavora in un ospedale? Se quei pennarelli servissero per scrivere su delle etichette che poi andranno apposte su delle fiale contenenti campioni di sangue che dovranno andare in un laboratorio? Se quei pennarelli servissero per…

Tutto serve, nella misura in cui mi dici che puoi tenere aperto un tabaccaio, perché evidentemente il fumo in questo momento lo ritieni una cosa necessaria o addirittura per taluni indispensabile.

Serve nella misura in cui posso sentirmi ancora libero di comprare dei pennarelli o delle mutande perché magari ne ho bisogno o più semplicemente perché mi voglio sentire bene con me stesso e perché voglio acquistarli.

Serve ed è necessario perché nonostante le emergenze, le disposizioni, le leggi, i decreti e nel rispetto dei lavoratori, se prendo una scatola di pennarelli o di mutande, non credo che cambi molto la questione o non è di certo questo il tipo di acquisto che potrà fare la differenza in termini di rispetto e/o di sicurezza per i lavoratori o che sia l’elemento determinante che causa l’allungamento delle file di attesa al supermercato.

Semmai, la differenza, la potrebbe fare il potenziamento dell’infrastruttura tecnologica della grande distribuzione, Esselunga in particolare che ha il proprio e-commerce “al collasso”. Comprensibile, tutto si è palesato “in un quarto d’ora” ma è anche vero che il problema non può essere il pennarello quando io non posso ordinare online perché si interrompe il pagamento, con tanto di pagina con errore del server, o perché la data di consegna più vicina per avere la spesa a casa è solo tra dieci giorni. Dico Esselunga ma è l’unica che, bene o male, ha una piattaforma e-commerce con consegna a domicilio capillare, almeno su una parte del territorio ma Conad, Coop, Carrefour, PAM, Auchan o i discount come Lidl, Penny e gli altri marchi famosi che fanno? Chiedo a questi di comunicare, di “strillare” i servizi che hanno approntato in questo momento di crisi per offrire soluzioni tese a limitare le code presso i punti vendita, ad attivarsi con spesa a domicilio o col ritiro sul punto vendita tramite acquisto online (quindi niente code), etc… Uffici marketing, fateci sapere!

Detto ciò… Sai come andrà a finire questa storia?

Che il cartolaio che vende quei pennarelli chiuderà definitivamente, perché lui non può tenere aperto, non può per legge, senza sé e senza ma. La grande distribuzione “fatica ma festeggia” perché in questo periodo, per loro, è sempre vigilia di Natale, con o senza quei pennarelli. Chi emergerà sopra a tutti è “l’inossidabile schiacciasassi” chiamata AMAZON che non solo ti permette di acquistare da casa pennarelli, matite, album, mutante, rastrelli, sexy toys, cacciaviti, prodotti tecnologici, libri e qualsiasi altra cosa ma ti dà musica e film gratis (se sei abbonato a Prime), compresi i cartoni animati per i bambini.

Questa esperienza col COVID-19, in termini economici, decreterà molti perdenti e due grandi vincitori: la grande distribuzione da una parte e i big delle vendite online dall’altra, Amazon in testa a tutti.

Morale di questa storia dobbiamo ricorrere, come sempre e come è giusto che sia, all’intelligenza, alla lungimiranza e alla resilienza.

E’ presto per trarre tutte le conclusioni del caso ma sono sicuro che la prima lezione che l’Italia ha ricevuto da questa esperienza è che è rimasta indietro con la propria infrastruttura tecnologica, col tele lavoro (o smart working), l’e-commerce e l’approccio individuale (leggi cultura) all’uso consapevole della rete, oltre al mero uso dei social network. Per non parlare poi della copertura della fibra a livello nazionale.

Non che tutto debba essere rivoluzionato o trasformato “in un nanosecondo”.

I negozi continueranno ad esserci e mi auguro che possano aprirne altri, anche e soprattutto di piccoli dove trovare o rinnovare il rapporto umano, la cortesia e la consulenza all’acquisto (fattori primari per tenere in vita un esercizio commerciale fisico che si vede portare via il terreno sotto ai piedi dalla concorrenza online).

Ciò che però non dobbiamo perdere di vista è l’opportunità che abbiamo davanti a noi.

Adesso è il momento ideale per ampliare il proprio business sul web. Quella concorrenza online di cui parlavamo prima potreste essere voi. Se Amazon può essere visto come “il male assoluto”, per lo meno da una gran parte dei commercianti che conosco, dall’altra è una grande occasione per ampliare la clientela e fare affari in rete. Vedetela come una complementarietà alla vostra attività e non come un limite. Dopotutto, o fai questo o cosa fare in tempi di crisi o di limitazioni alla propria libertà? Si accettano proposte, si apre il dibattito.

Dimenticavo… Avete preso fiato, avete contato fino a dieci?

Bene… adesso, se volete, esprimete la vostra opinione su quei pennarelli e su quelle mutante che… secondo qualcuno, non sono necessari. “Invito i mutandifici a farsi sentire” 🙂

Grazie!

A tutto GAS. Aiutiamoci a fare acquisti in modo intelligente

Al tempo del Corona Virus accade che… ti tocca uscire per fare la spesa e ti rendi conto che inevitabilmente ti trovi al supermercato nel bel mezzo di un ASSEMBRAMENTO.

Dopotutto dobbiamo mangiare.

Sto cercando di attrezzarmi con integratori e tanta buona volontà ma qualcosa si deve pur mettere in pancia. Ecco che sorge il problema: “Dove vado ad approvvigionarmi? A che ore mi conviene andare? Chi sarà aperto?”

Tutte domande lecite e che in queste ore ci stiamo ponendo un po’ tutti. Qualcuno non se le pone affatto e si butta all’avventura tentando la carta della “botta di cu..”. Purtroppo, vuoi che siamo nel 2020, anno bisestile, vuoi che ci stiamo confrontando con qualcosa che nemmeno i Maya avevano presagito, ritengo che le azioni che in questo momento dovremmo compiere debbano essere mutuate attraverso un sano raziocinio coadiuvato da qualche “piano B”.

Ricordiamoci che esistono anche i piccoli o i medi negozi che vendo generi alimentari, non c’è solo la grande distribuzione.

Da qualche mese abito a Seano, nel comune di Carmignano. Bellissimo posto, sito tra colline, vigneti e tanta natura ma… all’interno del Comune – caratterizzato da un insieme di frazioni collegate da strade di campagna – se vuoi fare “la spesa”, intesa come carrellata di roba di ogni genere, devi andare alla Coop. Nulla in contrario verso la Coop o nei confronti della grande distribuzione in generale. Il problema è che in questo momento tutti si recano principalmente, per comodità o per mancanza apparente di alternative, presso questi “parallelepipedi dispensatori di cibarie”.

Ora… so per certo che a Carmignano, come in molti altri piccoli comuni ma anche nel quartiere della vostra città, esistono negozi di generi alimentari, regolarmente aperti sulla base del Decreto Governativo, per offrire alla popolazione la possibilità di effettuare la spesa. Il problema è trovarli, se non sei autoctono e, anche se lo sei, prima di uscire avresti bisogno di sapere se quel determinato negozio è aperto, se è fornito e se devi fare la coda come in tempo di guerra… o come adesso…

Diamoci una mano e cerchiamo di essere più efficienti e solidali gli uni con gli altri.

Primo consiglio:

Negozianti, fate sapere che ci siete.

Organizzatevi, postate sulle pagine e gruppi Facebook il nome della vostra attività, cosa vendete, l’indirizzo e l’orario di apertura del vostro negozio. Indicate anche le fasce orarie in cui siete meno frequentati.

Su Facebook esistono gruppi caratterizzati dal sano campanilismo locale, come quelli che prendono il nome: “Sei di NomeLuogo, se…”. All’interno di questi gruppi potete postare la vostra scheda di presentazione; ripeto, bastano due righe, un link a GoogleMap ma anche no, non importa. Può essere molto utile a tutti anche a chi opera nella protezione civile, nelle emergenze o a chi in questo momento è costretto comunque a lavorare e a spostarsi fuori comune. Se veniamo informati sui negozi aperti possiamo recarci a colpo sicuro “ed evitare di vagare ed essere arrestati per vagabondaggio, prima ancora di essere multati perché trovati a giro”.

Altro consiglio…

Torniamo ad organizzare i GAS: Gruppi di Acquisto Solidale.

Uno o due persone vanno a fare la spesa per 10 o 20 persone e poi si divide l’importo e la spesa. Si raccolgono gli ordini tramite pagine dedicate, aperte appositamente su Facebook, organizzate per condomini (amministratori di condominio, è il momento per fare qualcosa di veramente utile che vi permette di non essere infamati. Agevolate questo processo), per quartieri, contrade o nuclei familiari estesi… Si fa una bella lista; si raccolgono i soldi o lo si fa dopo con scontrino alla mano (dipende dai rapporti che uno ha con il prossimo). A turno, o chi può per motivi di disponibilità, capienza dell’auto, ecc., ci si reca a fare la spesa per sé e anche per gli altri.

Pensate anche agli anziani che vivono da soli.

E’ comunque inutile spostarsi in 10 per fare 10 spese con 10 auto in 10 persone in fila prima durante e dopo gli acquisti al supermercato. Tanto vale organizzarci e mandare “un temerario” ad affrontare l’arena per approvvigionare tutti.

Non occorre entrare a stretto contatto con le persone. Mascherina, guanti e via. La spesa si lascia fuori dalla porta e i soldi si prendono con i guanti. Agli anziani si chiede di lasciare la lista della spesa insieme ai soldi, fuori dalla porta o nella cassetta postale di chi avrà l’incarico di fare la spesa.

“Che fatica… vi do dei consigli ma poi dovete usare un po’ la testa e organizzarvi”…

In questo modo potremmo evitare di affollare i negozi e al contempo evitare di trovarci in un ASSEMBRAMENTO.

Non solo… consiglio ai negozianti di organizzarsi con le consegne a domicilio, per chi può ovviamente. Stesso metodo: nessun contatto fisico o di prossimità ma tutto deve essere gestito alla dovuta distanza.

Agli esercenti più avvezzi all’uso delle tecnologie, se non lo avete ancora fatto vi consiglio di dotarvi di un conto PayPal Business e di un POS tipo SumUp per consentire pagamenti con carte elettroniche. Questo vi permette di ampliare il vostro business e di agevolarvi nei pagamenti con consegne a domicilio. E’ fattibile e senza dover spendere chissà quali cifre. La rete è piena di risorse da utilizzare per permettere a tutti di gestire da casa un ordine e ad un commerciante di elaborarlo; non occorre costruire piattaforme di e-commerce, almeno non adesso.

Potete anche attivare un servizio online (basta una posta elettronica dedicata e una pagina Facebook per mostrare la disponibilità dei vostri prodotti) per prenotare la spesa. Si paga online (con PayPal, PostePay, etc), si fissa l’orario per il ritiro e si passa a prenderla al volo direttamente in negozio. “Tipo rapina: uno aspetta in auto e l’altro scende e prende il malloppo”.

In questo modo si evita la fila e il contatto con gli altri.

Ci troviamo in un momento storico che necessità prima di tutto una buona terapia: apertura mentale, disponibilità ad apprendere nuovi metodi (o a riscoprirne qualcuno), un po’ d’ingegno e comprensione verso le reali esigenze delle persone. Cambiano i consumi, facciamo prevalentemente acquisti di beni di primissima necessità. Allora, agevoliamo questo processo affinché questo momento di difficoltà sia meno pesante e sfruttiamolo in modo positivo per avviare un processo di miglioramento, in generale.

Buona spesa, buona vita, a tutto GAS!

Se ti è piaciuto questo articolo ti invito a leggere: CTRL+ALT+CANC RIAVVIAMO IL SISTEMA

Ctrl+Alt+Canc Riavviamo il sistema

Capita che i computer rallentino, che le applicazioni si chiudano improvvisamente o che si blocchino. Capita che sul bel mezzo di una lavoro ti venga in mente che non hai salvato e ciò accade quando tutto, improvvisamente e inesorabilmente, si è già piantato. Capita…

Allora cosa fai?

Beh, di solito, per chi usa Windows, sei costretto ad un bel Ctrl+Alt+Canc, potendo poi optare per aprire “Gestione attività” e poi “Termina Attività” o scegliere se cliccare su “Arresta” o “Riavvia il sistema”.

Ho preso in prestito questa analogia dal mondo informatico per sintetizzare ciò che in questo momento siamo chiamati a fare, in queste ore, in Italia.

In quell’Italia ricca di storia, di arte, di letteratura, di poeti e di musicisti. Quell’Italia che ci dona prodotti agroalimentari unici e meravigliosi. Quell’Italia che ha da offrirci luoghi suggestivi che meritano mille vite per essere visitati tutti e più volte…

Oggi, quell’Italia, è stata messa in una fase di lento riavvio del sistema. Non è quel riavvio che puoi fare agendo sui tre tasti sopra citati e poi decidere in pochi istanti quale percorso compiere per uscire dalle impasse. E’ un riavvio lungo, caratterizzato da incertezze e da errori di sistema a cascata. E’ un momento in cui le nostre certezze vacillano, anche quelle che diamo per scontate come il gesto naturale e affettuoso di dare un abbraccio al proprio partner, al figlio, ad un parente o ad un amico.

Siamo sul chi va là ma anche sul: “cosa devo fare?”

Le imprese guardano alle scadenze fiscali, agli stipendi, ai leasing, mutui e fornitori da pagare.

Le famiglie guardano i propri cari con angoscia e timore di poter nuocere a qualcuno, inconsapevolmente e inaspettatamente. Guardano al lavoro che è in pericolo, allo stipendio che forse potrebbe non arrivare se la ditta non riprende a lavorare.

Questo virus è là fuori, da tempo. Gira indisturbato nell’attesa di infettare un nuovo ospite. Non lo vedi ma c’è. Non lo senti ma avverti chiaramente la sua presenza. Te la fanno sentire.

Quindi che fare?

Beh… non entro in questioni che riguardano la politica o il Governo della nazione e quindi se sei qui per sapere se voglio sfanculare il Governo o elogiarlo, questo post non fa per te. Diversamente, se vogliamo riflettere e trovare il lato positivo di questo momento, ti invito a proseguire questa lettura.

Nonostante i divieti, le zone rosse allargate oramai a tutta la nazione, la percezione di un pericolo per qualcosa che non si può contrastare direttamente ma solo evitando gli altri, isolandoci e avendo attenzione alla propria igiene personale, nonostante tutto, possiamo e dobbiamo trovare o ritrovare quella che oramai definisco “la dimensione perduta”.

Quante volte ti sei detto, più di ogni altra cosa: “Non ho tempo per…” o “Se avessi tempo farei…”?

Ecco, lasciando perdere l’andare a sciare, al teatro, al cinema, al ristorante, in palestra… ci sono innumerevoli cose che potresti fare in questo momento e che hai sempre rimandato.

Una a caso, lanciata là?

Bricolage in casa, perché no? Adesso se hai più tempo è il momento giusto per cambiare qualche tenda, verniciare una stanza o una porta, sistemare quel battiscopa scollato che da tempo ti dava nell’occhio. Puoi dedicarti al giardinaggio…

Puoi cominciare a scrivere quel libro che da tanto tempo hai in mente e che senti di dover scrivere ma ancora non lo hai fatto. Adesso è il momento.

Ma non solo… puoi ritrovare te stesso/a attraverso la riflessione, la meditazione.

Siamo stati e siamo tutt’ora subissati da informazioni provenienti da ogni canale e mezzo. Non abbiamo nemmeno il tempo per processare tutte le parole che ci giungono e che si riversano come tsunami nelle nostre menti creando scompiglio, paura, panico, e tutte quelle sensazioni che conosci bene e che stai vivendo.

E’ arrivato il momento di riavviare il sistema.

La mente è satura, siamo stanchi e provati. Adesso siamo forzatamente messi in stand-by e se vogliamo vivere e continuare a farlo dobbiamo mettere in campo l’arma della resilienza. Essere reattivi ad ogni cambiamento riuscendo a cambiare atteggiamento verso se stessi e verso gli altri, in condizioni avverse o estreme, come quella in cui ci troviamo. La resilienza ci permette di evolverci, di rafforzarci e di portarci ad un livello di maggiore consapevolezza verso noi stessi.

Se posso darti un consiglio, limita l’esposizione ai media dedicando poco tempo al giorno all’ascolto della TV ma anche alla fruizione dei canali social. Datti un tempo e rispettalo e poi dedicati a riflettere, a capire, a elaborare un tuo pensiero in merito a ciò che ha sentito cercando di filtrare le ridondanze, ciò che viene ripetuto in continuazione e soprattutto il modo con cui viene detto, spesso i media esasperano i concetti rendendoli sempre più ansiogeni ad ogni lancio di notizia.

Il resto della giornata, se sei “agli arresti domiciliari” come molti di noi, prova a dedicarlo a te.

Nessuno ti vieta di uscire, ad esempio, basta che non frequenti luoghi ove si configura un assembramento di persone… Su questa definizione vorrei spenderci qualche parola ma rischierei di spenderne più di una, dato che l’assembramento non definisce un numero esatto di persone ma più una situazione che si viene a creare e il modo con cui si è venuta a creare. Va beh… qui, qualche giurista potrà esserci più utile nel darci una definizione più chiara di questo concetto ma purtroppo il virus, del giurista, e dell’assembramento, ha un interesse pari a quello che ha per un idraulico o per un pompiere purché possa infettare tutti ben bene.

Puoi imparare dalla rete.

Sì “internet non è tutto da buttare”. Ci sono migliaia, forse milioni di tutorial che ti permettono di imparare a fare praticamente tutto. Non è detto che tu impari o che tu sia portato ad imparare una determinata cosa ma stai pur certo  che qualsiasi cosa tu voglia imparare, trovi di sicuro un tutorial che fa al caso tuo.

A tal proposito ti invito a leggere il mio post “ESSERE O NON ESSERE CREATIVI. COME STIMOLARE LE IDEE E IL PROCESSO CREATIVO.

Mi capita di guardare tutorial per fare cose che non mi interessa imparare ma li guardo solo con l’intento di scoprire qualcosa di nuovo, di capirla e dire: “Caspita, c’è qualcuno che la sa fare, la fa bene e la insegna agli altri”. Esistono tutorial che ti incantano e se vuoi ti aprono a nuovi mondi, sconosciuti e affascinanti.

Puoi imparare una nuova lingua, sempre attraverso la rete e a costo zero. Puoi imparare a cucinare; non importa diventare i Bastianich della situazione ma magari impari a fare qualcosa in più di un uovo al tegamino – anche se parrebbe cosa semplice farlo ma in realtà ho scoperto che c’è un mondo anche dietro alla preparazione dell’uovo al tegamino – o puoi perfezionare o trovare una ricetta alternativa a ciò che fai da tempo e che vorresti migliorare. Puoi fare TU un tutorial e scoprire delle capacità che pensavi di non avere, delle competenze che hai acquisito e che non hai mai avuto il tempo né modo di trasferire ad altri. Magari sei un artigiano che sa fare delle cose meravigliose, adesso è il momento per mostrare al mondo come le fai.

Puoi dedicarti ad aree di ricerca e di sviluppo per migliorare la tua attività. Puoi investire in formazione, migliorare il tuo sito web, trovare nuovi fornitori e clienti o rivedere i rapporti commerciali con gli spedizionieri.

E’ il momento di fare, anche se apparentemente potrebbe sembrare il momento dell’immobilismo.

Sei in quell’attimo in cui “stavi facendo tutto”. Tutto ti pareva che dipendesse da te e che nessuno avrebbe mai potuto fare se non tu. E’ il momento in cui il mondo aveva bisogno di te e, per l’appunto, tutto si è bloccato e adesso “non puoi fare nulla”.

Mannaggia…

E’ qui, per caso, per sfiga, per volere di qualche divinità, che dovevamo arrivare. Di avvertimenti ne avevamo ricevuti tanti, da anni, da sempre. Ognuno poi ha ricevuto i propri, quelli più diretti, ad personam, magari attraverso qualche problema di lavoro, di salute, lutti, etc…. ma non sono bastati, doveva arrivare il COVID-19. OK, questa volta ha bloccato tutti. Adesso è il momento del Ctrl+Alt+Canc e di scegliere di riavviare il sistema.

Libera la menteNon guardare al problema ma guarda all’opportunità che ti si presenta proprio grazie a questo problema.

Prendi quella pennellessa e tinteggia quella stanza. Impugna quella penna e scrivi il primo capitolo di quel libro. Premi play su quel tutorial e impara o guarda soltanto, magari come costruire un tavolo con la resina epossidica.

Leggi, approfittane. Hai quel tomo che ti aspetta da mesi, forse anni, riposto nella libreria di casa. Sfoglialo, guardalo, rivoltalo, apprezzane la consistenza, l’odore e la sensazione che ti dà la carta al tatto e poi… comincia a leggerlo, magari ti piacerà o forse no, ora potrai saperlo.

Gioca! Impara un gioco; gioca con i tuoi figli. Gioca col LEGO o fai modellismo, apre la mente e rilassa.

Ascolta la musica e scopri nuovi generi.

Apri un blog, ci sono mille modi per farlo, impara. Rinnova il sito della tua azienda per renderlo più fruibile. Libera la memoria del tuo computer, del tuo smartphone, della tua testa…

Prendi fiato e ripensa a te stesso. Stai con chi hai accanto e ascolta i suoi pensieri. Stai da solo e ascolta i tuoi desideri.

Ora puoi, approfittane.

 

8 marzo

E’ un giorno importante. Voglio celebrarlo dedicando questo racconto che scrissi circa un anno fa pensando alle tante donne che ho conosciuto durante il periodo della chemioterapia. 

Voglio dedicare questo racconto a tutte le donne e in particolare a quelle che si sono sottoposte o dovranno affrontare una mastectomia.


C’è chi le chiama puppe, bocce, tette, ciocce, zinne e se le son grandi anche giberne, tettone, meloni o bombe. Tonde e a pera, ritte all’insù o flosce che pare le si siano sgonfiate. Le danno a coppie, paiono un vole’ sta’ da sole. Da piccine le sono du’ bottoncini ma col passare del tempo e le crescono, forse. C’è ancora qualcuna che ancora aspetta dopo tant’anni ma finora unn’e successo nulla. Quando invece le sono grosse le sono scomode da portare perché le si movono da tutte le parti e con i reggiseni e le si strizzano tutte che paiono scoppià. 

Agli omini fanno girà i’ capo. Da bambini perché con le tette e ci mangiano e da grandi perché con le puppe e ci gioano. Le vengono strapazzate, ciancicate, strizzate, schiaffeggiate, palpate e ciucciate ma le un dicon nulla, e si fanno fare di tutto; le stanno bone. 

Alcune mie amiche le ci infilano in mezzo ogni cosa: fazzoletti, bigliettini, sòrdi e aggeggi vari. Alle volte se un le stanno attente e ci perdono dentro pure le chiavi di casa. 

I’ marito d’una mi’ amica e le usa come cuscino, come c’affonda i’ viso e s’addormenta. Pare un pupo a vederlo, almeno fino a quando un si desta e comincia a giocarci. Alla mi’ amica e gli fa piacere sentirsi coccolata ma la un disgarba nemmeno essere anche un po’ strapazzata da ì su’ omo, anche perché e sa che i’ su’ marito l’ama, e gli garba tutto di lei, pure le tettone che la si ritrova. Comunque e son bellini quei due. Lei fa la sofistica, pare se la voglia tirà. Lui le more dietro e spesso l’ho visto perdersi ni’ su scollo, ampio e provocante. E le parla ma mica la guarda negl’occhi. Finisce sempre lì, i’ su sguardo. Come son buffi. Però e si voglion bene.

E conosco un’artra coppia di amici dove lei, poerina, e l’ha du’ fichi secchi. Sai di quelli secchi, secchi che paiono un voler raccontare nulla? L’ha sempre avuto quer problema e ora che la c’ha quarant’anni un credere che le migliorino. Tutto sommato va bene così. Lui un si lamenta, almeno da quel che lei la mi racconta. Comunque unn’ha un reggiseno ma un reggi capezzolo; secondo me e c’ha meno della prima, la va in retromarcia! 

Ieri e m’ha chiamato un’amica che un sentivo da un po’ di tempo e la m’ha detto che i’ su’ fidanzato l’è sempre arrapato e un sa come fare per carmarlo. L’è un continuo ciancicargli le ciocce. “Belle le mì bocce”, e gli fa a lei appena rientra a casa da i’ lavoro e via di palpate che pare l’impasti la farina per fa’ i ravioli per 10 persone. Poerina la mia amica, l’è tutto un farsi strapazzà nel tentativo di carmallo ma un c’è verso, la continua a piglia’ palpate sulle ciocce come se un ci fosse un domani. E le ho detto di mettergli un po’ di bromuro ni’ brodo ma poi la mi dice che gli vo’ bene a i’ su’ omo e che in fondo l’è contenta che le su’ poppe e gli garbino. Comunque e so’ davvero bellini quei due.

Un paio di giorni fa ho incontrato un’artra amica che è ritornata dalle vacanze. Mi raccontava che al mare era tutto un guardarle le zinne. E l’ha belle, un c’è che dì. Du’ belle bocce da quarta abbondante, sode, ritte e uguali, uguali. L’ha quarantasett’anni ma unn’ha una smagliatura né un difetto, eppure un fa nemmeno palestra e la mangia ogni cosa. “Beata te”, le dico sempre, “o come tu fai?”. Lei la mi risponde: “Nulla, e l’è un dono di natura”. Poi la mi raccontò che i’ bagnino della spiaggia l’era sempre a guardalla. Una sera, quella furbona, la s’attardò sulla spiaggia per far girare un po’ la testa a quel poveromo. Lui a una certa e le si avvicinò con la scusa di chiudere l’ombrellone. Lei, come la lo vide e la si mise in posa per mostragli meglio tutto l’armamentario. Ovvio che quel poeretto e ci cascò, davanti a tutto quel ben di Dio. Lei un mosse un dito e dopo aver fatto un paio di respironi per gonfiare i’ du’ promontori e l’ha prese i’ pareo, la si coprì e l’andò via senza dir nulla. Quel salame di’ bagnino e mi sa che l’è ancora lì attaccato a quell’ombrellone. Poerino.

Domani e vado a trovare la mia amica che ha avuto un bambino da una settimana. Ancora un l’ho visto, chissà come l’è. Vedrai che tette e gli saranno venute. Prima di’ bambino e le aveva normali, anche belline; una volta la fece la prova del calice di spumante per vedere se le stavano dentro. La mi disse che l’entravano benino, benino ma che le sarebbe garbato avelle un po’ più grosse. Ora tu vedrai che con i’ bambino che deve allattà come le saranno diventate. Che sarà contenta? No… del bambino di sicuro, e dicevo delle tette. Spero un le facciano troppo male. 

C’era una mia amica che durante l’allattamento un gli veniva i’ latte, o almeno unn’era abbastanza per quel ciccione dì su’ bambino. O come l’era. Grosso, con du’ pentole che parevano scoppiare. Lui e tirava, tirava e tirava quei capezzoli, un faceva altro. Lei, poerina, e la faceva i’ che potea. L’ha provato di tutto, pure il tiralatte ma la mi disse: “Mai più mai poi, un mi garba e mi fa male; mi si sono arrossati tutti i capezzoli e mi bruciano”. Poerina.

La mi’ dirimpettaia e l’ha quasi settant’anni. L’artro giorno la incontrai sul pianerottolo e la mi si mise a raccontà un monte di cose di quando l’era giovane. E mi diceva che gli omini e le correvano dietro e che ora a vedessi allo specchio, guardando le su’ tette, la sembravano du’ sacchetti della Coppe; sai di quelli della frutta e verdura già usati? “O Franca”, le dissi, “o vedrai che i’ tempo e passa per tutti; lamentati! Guarda come tu sei bellina anche alla tua età. Sì, e t’avrai le tette un po’ sgonfie ma tanto ora a che le ti servono?” E lei la mi rispose: “Le servono, le servono, almeno per ricordarsi dei tempi andati mentre a guardalle ora e le sono loro andate”. “Un fare la sciocca e tu sei sempre belloccia dai. Se tu volessi t’avresti sempre un monte di pretendenti. O quell’omo che tu incontrasti la scorsa estate e che ti faceva i’ filo?”. “Siee”, la mi risposte, “Artro che filo, e voleva ma la mì pensione. E mi girava intorno, mi portò a cena fori e mi fece di regalo du’ aggeggi ma poi quando e capii che l’era un poco di bono e cominciai a fare i’ giro largo per unn’incontrallo”. “Dai, dai Franchina, lascia perdere, e tu fai sempre la tu’ bella figura, dai”. La mi sorrise e con una smorfietta la mi salutò come se la fosse tornata ragazzina, si girò e tornò dentro casa. Come l’è bellina la Franchina.

Al liceo e c’aveo un’amica che poi l’ha preso una strada poco bona, almeno così e mi raccontavano alcuni compagni che ho rincontrato nì corso dì tempo. L’ho rivista qualche giorno fa. O adesso un fa la escort?! Si dai, quelle che le vanno con gli omini a pagamento e che le si fanno pagare un sacco di sordi. Era tanto che un la vedevo. Lì per lì un ci feci tanto caso, ero alla fermata di’ tramme. La mi s‘avvicinò sfoderando ì su’ bel sorriso. L’era con un vestito che le sarà costato un occhio della testa. E ci scambiammo qualche parola poi arrivò i’ tramme e montammo insieme per andare in centro. Quando e si scese la m’invitò a prendere un caffè. O che voi, l’era sempre un’ex compagna di scola e oltretutto un c’avevo mica nulla da ridire su di lei. E decisi di andare a prendere quel caffè. Poi tra una parola e l’artra, rientrando nello spirito di quegl’anni delle superiori, e c’intrattenemmo a chiacchiere per più d’un’ora. A un certo punto la mi raccontò anche le cose più intime, come se la volesse vantarsi per come la sapeva movessi a letto o per come la sapeva fa’ perde la testa agli omini. La mi raccontava che un su’ cliente la voleva vedere tutte le settimane, sempre alla stessa ora. Un facevano mica tanto eh? A lui e gli bastava vedella gnuda a toccassì le puppe. E la mi diceva che la stava anche un’ora a cianciarsi quelle ciocce. Tant’è che una vorta e gli disse: “O nini, se continuo dell’artro e le mi si consumano, e mi tocca farti pagà un’extra per il chilometraggio illimitato”. Lui e si mise a ridere, ma a ridere che e ruzzolò da i’ letto picchiando una craniata sul comodino. Allora giù a ridere anche lei. La rise talmente tanto che le venne pure i’ singhiozzo. Insomma, più che un appuntamento sexy e fu una comica. La ringraziai per la chiacchierata e ci salutammo perchè e dovevo andare via; un poteo mica passa’ tutto i’ giorno a parla’ di tette e di avventure erotiche?

Oggi ho rivisto quell’amica che la s’è operata di cancro ai seno. Poerina, e le hanno tolto ogni cosa. Adesso un ce l’ha più appaiate ma una l’è sparita. Mi ripetea questa cosa mentre la piangea. E cercavo di farla ragiona’ per trovare i’ modo di consolalla. Un ce la facevo a vedella così. Eravamo a sedere accanto e ci facevamo forza a vicenda ma poi l’è scoppiata a piangere e a singhiozzà così forte che l’ha tirato pure i’ tubo. Ho pigiato subito i’ pursante per chiamare l’infermiera per farle controlla’ se un si fosse spostato quell’ago. L’arrivò subito, l’è brava davvero. Quasi ogni volta che veniamo a fa’ la chemio e ce la troviamo, pare che ci si dia appuntamento. Guardò bene i’ tubo e vedendo che unn’era successo nulla e l’ha tranquillizzata toccandole una spalla, poi a vedella piangere le ha chiesto se volea parlare. “No, unn’importa, un tu ci po’ fa’ nulla”, le rispose “E pensavo alla mi poppa che unn’ho più.” L’infermiera l’accarezzò sulla guancia con il dorso della su’ mano, come se la fosse stata la su figliola, poi le sorrise e le disse: “Un tu c’avrai più una mammella ma resti sempre tu, quella meravigliosa persona che sei e che continuerai ad essere”. Poi con i’ dito della su’ mano le tirò su il mento e aggiunse: “E poi le tette e le si rifanno, pure meglio di come l’erano!”.

La mia amica la guardò, le sorrise e poi guardando me cominciò a ridere. Io la guardai e le dissi: “O che tu ridi adesso?”. Lei la mi rispose: “Nulla, e mi immaginavo te con la protesi ai seno, sai bellino tu saresti?”

A quel punto la mia amica, l’infermiera ed io incrociammo gli sguardi e ci mettemmo a ridere tutti e tre come dei pazzi. Se fosse passato il capo reparto e c’avrebbe internati tutti. Dopotutto essere un omo operato di cancro al seno fa strano ma e c’ha pure i’ su’ pregi. E conosco più donne adesso che quando l’ero giovane e soprattutto le conosco meglio di quanto avrei potuto conoscerle a quel tempo. Ora parlo con le donne di tette, di zinne, di capezzoli e di seni come unn’avrei potuto fare a vent’anni. Ora e parlo con le donne e loro mi raccontano le loro cose, come non avrebbero fatto mai quando avevo vent’anni. Ora vedo le donne come non avrei mai potuto vedere a vent’anni e ciò che vedo è che sono meravigliose… 

…con o senza le tette.


 

Questo racconto è stato pubblicato in una versione ridotta e modificata, nell’antologia delle opere presentate al concorso letterario nazionale “Donna sopra le Righe 2019” edito da Edizioni Argonautiche. www.iosempredonna.it

 

 

C’era una volta il Corona Virus

Arrivò da un Paese lontano, lontano per creare scompiglio e tanto baccano…

Eppure mi pare davvero una favola, forse a tratti inquietante, come ogni favola che si rispetti.

Non so ancora quale sia il finale, non è stato ancora scritto o non ci è stato raccontato, “ma è già un successo di pubblico a livello planetario”.

Abbiamo sentito ogni cosa su questo virus.

Ho fatto la collezione di affermazioni più o meno deliranti su come è nato e come si è diffuso; sull’emivita del virus che variava ad ogni telegiornale andando da un massimo di undici giorni, sugli oggetti toccati da persone infette, ad un minimo di pochi minuti; sulla ricerca del “paziente zero”; sulle scuole, musei, teatri e pure stazioni ferroviarie chiuse; sul coinvolgimento dell’esercito per gestire l’emergenza; sulle zone rosse…

Si è detto che è un virus altamente contagioso, pareva quasi che solo a pensarci ci si poteva infettare, poi ci è stato riferito che è difficilissimo da prendere declassandolo a “poco più di un’influenza stagionale”additando quest’ultima come responsabile di molti più morti (allora sì che stiamo tranquilli).

Ci hanno consigliato di usare la mascherina protettiva, sì quella che adesso costa come un foulard di una nota griffe di alta moda e che pareva fosse la panacea di tutti i mali mentre adesso, si sente dire, che serva solo se sei già infetto ad evitare di contagiare gli altri ma… se sei infetto, e non lo sai, evidentemente non la indosserai e se sai di esserlo, molto probabilmente, sei in ospedale o a casa in quarantena, quindi vedo poco utile l’impiego di questo dispositivo se non a farti notare dalla massa impaurita come il possibile untore.

Dimenticavo alcune raccomandazioni fondamentali: “Non toccatevi occhi, bocca e naso con le mani“, come se l’atto di toccarsi possa essere compiuto anche tramite proboscide, eventualità che in tal caso concordo che richiederebbe una puntualizzazione sull’uso dell’arto di cui sopra.

Comunque, non voglio aggiungermi alla lunga lista dei sedicenti esperti anche perché non sono un virologo, tantomeno un esperto virologo e nemmeno un opinionista o un giornalista.

Il giornalista… “figura mitologica”. Si narra che scriva articoli documentandosi, verificando le fonti, intervistando, facendo inchieste, agendo in prima linea e soprattutto seguendo un codice deontologico. Non generalizziamo, qualche bravo giornalista c’è ma resta una voce fuori dal coro e, come tale, “stona”. Viene messo da parte o invitato a “non limitarsi a riportare LA notizia reale perché non farebbe notizia”.

Oggi, in un mondo sempre più connesso, dove la notizia deve essere diffusa rapidamente – pena essere superati dalla concorrenza e non chiudere contratti con gli sponsor – è indispensabile scriverla ancora prima che la notizia sia tale e quindi ancor prima che l’evento di cui si parla sia accaduto.

Oggi la stampa si occupa di futuro, un po’ come faceva Tom Cruise in Minority Report. Attraverso un complesso sistema riusciva a prevedere gli omicidi e a fermare gli assassini prima che questi commettessero l’atto criminale.

Oggi la notizia deve essere sensazionale, deve rompere ogni indugio. I titoli devono essere dirompenti, parossistici, altrimenti non è notizia e soprattutto non vendi i giornali o non inchiodi il pubblico davanti allo schermo della televisione. I talk e gli speciali in tv non fanno che trattare l’argomento Corona Virus. Se ne straparla cercando di portare tutto sul piano del catastrofismo. Si intervista chiunque pur di catturare l’attenzione dello spettatore ma soprattutto per prendere del tempo durante il quale “sperare” che nel corso della diretta qualcuno cada a terra stecchito, magari accadrà pure, per stanchezza, o stroncato da un infarto per via delle lunghissime dirette, non certo per il virus; ma vuoi mettere riuscire a trasformare quella diretta in una cronaca in diretta?

Il brodo è sempre più annacquato e la notizia cresce, cresce, cresce e poi, ad un certo punto, tutto si sgonfia.

Da qualche ora pare che il Corona Virus non sia più così letale.

“Chi muore lo fa perché non aveva più voglia di campare. L’influenza stagionale fa più danni della grandine ed è tutta colpa dei cambiamenti climatici. Greta lo diceva ma voi non avete ascoltato le sue parole e adesso dovete farvi la coda ai supermercati per comprarvi 70kg di pasta – che si mangeranno le farfalle o le locuste, meglio quest’ultime, ai fini della notizia sensazionalistica – pur sapendo che l’indomani potrete trovarne altri 70kg, al solito supermercato perché di fatto non siamo, fortunatamente, né in guerra né in carestia”.

Detto ciò… se vogliamo davvero capire cosa accade ai giorni del Corona Virus, basta girare per le città e avere a che fare con le realtà lavorative colpite da questa piaga, questa peste o malattia dilagante che si chiama sciacallaggio mediatico, amplificato dai social network.

“Sto leggendo cose che voi giornalisti non avreste mai dovuto scrivere”, parafrasando parte di una celebre frase tratta dal film Blade Runner.

Sabato scorso, verso l’ora di pranzo, mi trovavo al centro commerciale I GIGLI a Campi Bisenzio (FI). Ripeto, sabato, giornata tipica per fare compre e altrettanto tipica per restare imbottigliati nelle code alle casse o in fila ai parcheggi di qualsiasi centro commerciale. Tutt’altro, c’erano pochissime persone e trovavi tutti i posti che volevi per lasciare l’auto.

A distanza di una settimana pensavo che le cose si sarebbero un po’ calmate o almeno che fossero rientrate in una sorta di “normalità”.Ieri sera, VENERDI, quindi serata di weekend, nuova giratina a I Gigli. Mi aspettavo di trovare un turbinio di persone e il solito clima da fine settimana. Invece… pareva un film di Romero dove i pochi sopravvissuti si guardavano l’un l’altro impauriti nell’attesa dell’arrivo degli zombie; nel nostro caso, almeno tra gli esercenti, il pensiero che ho interpretato era: “Siamo a fine mese e da almeno 15 giorni non battiamo chiodo… Affitto, tasse, stipendi…chi li paga?”. Questo era lo zombie che vagava tra le corti del noto centro commerciale.

Mia moglie ed io abbiamo cenato a “I Banchi”, l’area dedicata alla gastronomia, sita al secondo piano de I Gigli. E’ un luogo carino, a noi piace perché sviluppato con in format in stile “mercato” dove trovi varie specialità, per lo più preparate sul momento, che puoi acquistare e mangiare sul posto. Beh… Vorrei postare qualche foto e un breve video girato sul momento, VENERDI 28 febbraio, intorno alle venti per mostrarvi la situazione assurda che si è palesata ai nostri occhi. Evito di postare questi file perché potrei essere, io, denunciato per aver pubblicato foto non autorizzate dalla direzione del centro commerciale… Vi invito a credermi sulla parola, o meglio, vi esorto a non credermi e a tornare a frequentare I Gigli come tutti gli altri negozi della vostra città.

La paura è comprensibile, soprattutto se fomentata da chi dovrebbe informare e non terrorizzare ma, il mondo va avanti e il coraggio, non l’incoscienza, deve prevalere sulla paura.Tornate a frequentare teatri, musei e cinema. Fate solo più attenzione a come vi muovete cercando di mantenere un livello di igiene personale (generale, non solo per le mani) adeguato ad un popolo cosiddetto civile e in perenne contatto con molti suoi simili.

Lancio un appello ai comici italiani… C’è bisogno urgente di voi, più dell’Amuchina.

La gente ha bisogno di ridere perché ha paura e la risata è il miglior vaccino contro la paura. Comici italiani, fatevi sentire attraverso i social e tornando nei teatri, soprattutto in quelli più piccoli che in questo momento stanno durando una fatica pazzesca per restare aperti.

Invito le persone di cultura a fare cultura a dispensare pensieri positivi ad elevare la paura allo stato di bellezza parlando di arte e di sentimenti positivi.

Dopotutto la storia insegna: dopo periodi bui ne seguono altri di luce.

Che la risata sia con noi… Che l’ironia sia nostra maestra di vita. Che la bellezza pervada i nostri cuori e le paure ci insegnino ad apprezzare ciò che abbiamo e ciò che siamo, con tutti i nostri pregi e limiti, da persone libere e capaci di intelletto…

Questo è il finale che vorrei leggere di: “C’era una volta il Corona Virus”…

C’erano una volta IL Maestro, IL Professore e per alcuni IL Mentore

Stamani in un post su Facebook ho trovato questa foto:

Immagine da Televideo – foto da Facebook

Ho letto i primi commenti che ne sono seguiti e poi ho fatto una riflessione che non pretende di essere unanimemente condivisa ma è scaturita in me, forse perché mutuata dal vivere da sempre a fianco di insegnanti. Mio padre è stato professore, prima al liceo e poi all’Accademia di belle Arti di Firenze; mia moglie è docente di sostegno alle scuole primarie e i suoi genitori, i miei suoceri, sono stati entrambi insegnanti alle scuole elementari; un tempo si chiamavano così.

Anche io sono stato uno studente e non ho fatto le scuole con Noè. Non sono coevo di Cicerone e non mi ritengo nemmeno uno che poteva essere considerato lo “studente modello”… eppure, in un batter di ciglia, mi accorgo che siamo passati da un estremo all’altro. Se ci penso ancora mi ricordo “le pacchine” che prendevo sulla nuca dai miei insegnanti.

Cos’è accaduto negli ultimi tre, forse quattro decenni?

Cos’ha permesso e imposto il ribaltamento di certe logiche e la tacita accettazione delle stesse? C’erano dei ruoli da rispettare ed esisteva un modo di rapportarsi che si radicava su un principio universalmente riconosciuto e riconducibile ad una sola parola: “educazione”. Questo accadeva una volta quando a scuola c’era una strana materia chiamata “educazione civica” e i genitori preparavano amorevolmente le merende ai propri figli oppure li sgridavano, li punivano e talvolta li prendevano a calci nel sedere se non si comportavano bene… Troppo?

Da un “posso”, “lei”, “scusi” o un sempre auspicato “grazie” si è passati al “tu”, “uff…”, “NO”, “vaffan”, “chissene”.

Immagine da: Pixabay

Non credo che “la colpa” di questo sia da ricercare nella scuola – o non solo nella scuola – ma nei comportamenti e nei modelli sociali imposti dai media, strumenti ad uso ed abuso di quel consumismo che punta, come obiettivo primario, alla mera speculazione a tutti i costi al cui fianco marcia una politica che tace o asseconda, pur di raccogliere consensi o evitare di generare dissensi.

A quante riforme della scuola abbiamo assistito in questi trent’anni?

Quante promesse, quanti obiettivi mancati…

In questo “downgrade” culturale si contrappone un “upgrade” silente e costante della burocrazia che va a carico degli insegnanti e che depaupera tempo ed energie all’insegnamento, quello vero.

Le conseguenze?

Gli insegnanti hanno sempre più limitazioni, paletti da scansare e responsabilità da sostenere. Aumenta lo stress generato dall’imposizione delle mansioni da svolgere extra insegnamento, ben lontane dalla mission di un’insegnante. Il tempo a disposizione per insegnare è poco, se paragonato al tempo che occorre per svolgere tutto il resto.

Immagine da Pixabay

Oltre a questo, capita anche di vedere genitori pronti a coalizzarsi quando c’è da puntare il dito contro un’insegnante. Nell’ottica di un contemporaneo “Panem et circenses”, arriva WhatsApp con i suoi gruppi. Lo strumento di “vita o di morte” attraverso il quale tutti possono giudicare, con semplicità, quasi per gioco, forse anche con cinico divertimento, quello che un tempo era la figura e il ruolo de IL Maestro, IL Professore e in alcuni casi anche di quello che per molti era considerato IL Mentore… mentre oggi è solo un mero “gladiatore ferito”, un’impiegato passacarte che al minimo errore (in generale) viene sottoposto al giudizio arbitrario delle masse e dei media, quelli di cui sopra, che sono alla continua ricerca di capri espiatori, utili ad alimentare un sistema che necessariamente deve produrre contenuti da dare in pasto ai consumatori, sempre più targettizzati, omologati, omogeneizzati… leggi pure: ignoranti e mossi da un pensiero collettivo.

Con questo non giustifico “atti di violenza”, o meglio: ABUSO DI MEZZI DI CORREZIONE, se tali possono essere definiti e giudicati (non da Whatsapp ma da un’eventuale inchiesta) ma l’esercizio della “denuncia facile”, pur di arrivare ad una “giustizia a tutti i costi”, deve finire, almeno nelle scuole. “Uno schiaffo” è un atto di basso livello che si palesa per molti motivi. Non si deve fare, non è ammissibile ma adesso mi chiedo cosa accadrà in quell’ìstituto o in quella famiglia. Quei genitori, pur certamente e comprensibilmente uniti nel sostenere il proprio figlio, utilizzeranno questa OPPORTUNITA’ per dare un insegnamento a quel ragazzo o si limiteranno a condannare l’insegnante instillando nel giovane la consapevolezza che quella persona ha solo sbagliato e che lui, il proprio figlio, aveva solo ragione e quindi è una vittima e che questo è il significato di giustizia? Se ciò accadesse quel ragazzo tornerebbe a scuola, forte di questo successo, supportato da una giustizia che lo legittima nell’adempiere al “proprio dovere di studente indisciplinato”.

L’insegnante verrà mandato alla graticola? Sospeso? Licenziato? Tutti pronti a puntare il dito?

Credo che abbiamo bisogno di un bel reset.

La scuola deve insegnare. La famiglia si deve affidare alla scuola e deve sostenerla. Lo stato DEVE sostenere la famiglia e la scuola. La società dovrebbe capire che quello schiaffo, se veramente è arrivato dopo l’ennesimo richiamo allo studente indisciplinato, è solo la risposta eccessiva di un insegnante esasperato all’ennesima eccessiva provocazione di uno studente indisciplinato. Dovrebbe essere una cosa da gestire internamente alla scuola, tra Dirigente scolastico (quello che un tempo si chiamava preside, il cambio di nome fa capire la direzione che abbiamo preso: azienda e non più scuola), insegnante e famiglia ma sicuramente non dovrebbe diventare un caso da inquirenti, almeno non questo.

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