Cancro al seno maschile. Una carezza può salvarti.

Se ne parliamo impariamo a conoscerlo. Se lo conosciamo lo possiamo prevenire. Se lo ignoriamo può sopraffarci.

In questo post parlo di cancro al seno.

Ho deciso di iniziare citando una frase tratta dal film Spider-man del 2002 di Sam Raimi.: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”.

I poteri a cui si riferisce lo zio Ben non afferiscono a quelli acquisiti da Peter Parker dopo essere stato morso da un ragno ma a quelli che tutti noi abbiamo. Parlava più in generale dei poteri che spesso ci dimentichiamo di avere. La vita stessa è già di per sé un grande potere al cui interno sono contenuti altri poteri che maturano nel corso della nostra esistenza.

In questi giorni pensavo a ciò che mi è capitato e a quello che ho scritto in merito al cancro al seno, all’intervento a cui sono stato sottoposto, alla chemio, a tutto quello che è accaduto nell’arco di pochi mesi. Pensavo a ciò che si è innescato in me ma anche a quello che di riflesso è avvenuto nelle persone che hanno condiviso con me questa esperienza. E’ stato, ed è tutt’ora, un evento che ha avuto la forza di generare “cose”.

Ho ritrovato tanti amici che mi hanno manifestando il loro affetto. Mi hanno scritto persone che non conoscevo, ringraziandomi per ciò che ho scritto e mostrato attraverso il post: La mia storia parla di cancro al seno maschile. Ho compreso che stavo generando qualcosa di importante, scaturito da “grandi poteri”:

  • la conoscenza o consapevolezza di un male che mi ha toccato, che mi ha colpito personalmente e dal quale ho tratto un’esperienza e…
  • la necessità di raccontare o di comunicare questa esperienza attraverso il mio blog.

La comunicazione è uno dei poteri più grandi che l’uomo possiede.

Ci viene facile raccontare la nostra esperienza dopo aver visto un film, essere stati in un ristorante, aver fatto una vacanza, etc. Ci entusiasmiamo nel raccontare ciò che ci è capitato, anche se non è stato il massimo. Anzi, se l’esperienza è stata negativa facciamo del nostro meglio, o del nostro peggio, per dissuadere il nostro interlocutore dal fare la nostra stessa scelta: “pessimo ristorante”, oppure “un film così brutto non lo avevo mai visto, non andare a vederlo”…

Il male è brutto, certo, ma è anche un’esperienza importante che se metabolizzata e condivisa può essere motivo di accrescimento umano e culturale. Offre la possibilità di conoscere qualcosa che può essere evitato o curato, può dare conforto a chi vive già un’esperienza simile, può sensibilizzare l’opinione pubblica su un argomento di cui si parla poco, come in questo caso, può mitigare paure e far crollare dei tabù. Quindi, perché non condividerla?

Ecco il perché ho deciso di parlare del cancro al seno.

Avere “grandi poteri, implica grandi responsabilità” e come uomo ho deciso di mettere la mia esperienza, “i miei poteri”, a disposizione degli altri. Credo che sia giusto far sapere che “il cancro al seno non è solo roba da femmine” ma è un problema che può manifestarsi anche nell’uomo, anche se con minor frequenza rispetto alle donne.

Desidero fortemente che si faccia informazione su questo argomento; che se ne parli attraverso ogni mezzo. Mi piacerebbe che questa “campagna sul cancro al seno” potesse diventare motivo di coesione e condivisione di un problema che evidentemente non fa distinzione dei sessi (se non per differenza di percentuali). Sarebbe molto più bello non doverne parlare affatto ma poiché esiste ritengo sia corretto e sensato cominciare a parlarne in modo trasversale.

Vorrei parlare di prevenzione iniziando proprio da quelle meravigliose, forti e allo stesso tempo sensibili donne che di frequente sono costrette a fare i conti con questo problema. Da quelle donne che fin dall’età dello sviluppo imparano ad effettuare l’autopalpazione, spesso attraverso l’insegnamento ricevuto dalle mamme o dalle nonne. Mi rivolgo a voi donne che avete acquisito consapevolezza, alimentata da una comunicazione sul tema sempre più diffusa e attraverso programmi di prevenzione specifici promossi dal Sistema Sanitario Nazionale. Prendete la mano dei vostri uomini e insegnategli ad effettuare l’autopalpazione oppure adoperatevi, come ha fatto la mia meravigliosa moglie, nell’accarezzare i pettorali del vostro partner, anche con l’intento di fare prevenzione.

Le carezze sono una cosa meravigliosa, sono uno dei gesti più semplici ma anche tra i più belli che possiamo scambiarci per manifestare il nostro affetto. Spesso accarezziamo di più un cane o un gatto rispetto ad un marito o ad una moglie. “Va bene tutto” ma, forse, donare qualche carezza in più al proprio partner, fatta con consapevolezza, con attenzione, col voler trasmettere amore attraverso un gesto, volto anche alla prevenzione, credo sia FONDAMENTALE e NECESSARIO!

Stessa cosa per chi è single. Il gesto dell’autopalpazione è di per sé una carezza che esprime amore per se stessi e quindi anche per le persone care che ci circondano. Se ci vogliamo bene, vogliamo bene anche agli altri.

Quanto è diffuso il cancro al seno maschile?

I dati che ho trovato in rete non sono molto aggiornati. Il dato più recente e ufficiale che sono riuscito a reperire si riferisce ai casi di decesso per cancro al seno nella popolazione maschile registrati nel 2014 . Il documento è redatto da AIOM Associazione Italiana di Oncologia Medica e da AIRTUM Associazione Italiana Registro Tumori, edito da Il pensiero Scientifico Editore. Nel volume I NUMERI DEL CANCRO IN ITALIA 2017, a pagina 25, è riportata la “TABELLA 8. Numero di decessi per causa e per sesso osservati in Italia durante l’anno 2014. ISTAT 2014.”. Il dato fa riflettere, in generale, perché si parla cause di mortalità legate al cancro e, solo per cancro al seno, riferite a 129 uomini e 12.201 donne.

Non si tratta di fare una gara sui numeri, non ci sono premi, si parla di vite.

Non guardiamo solo il numero riportato in tabella ma riflettiamo sul fatto che dietro ad ogni singola unità corrisponde la morte di una persona. La mia riflessione non vuole distogliere l’attenzione sul problema del cancro al seno femminile o delle malattie neoplastiche più in generale ma ritengo si debba parlare di più del cancro al seno e del fatto che è una malattia che può manifestarsi anche nell’uomo; tutto qui. Non mi pare trascurabile il fatto che 129 uomini siano morti nel 2014 di cancro al seno. Perchè? Conoscevano questo problema? Lo hanno saputo troppo tardi? Credo nel siano tutte domande legittime e comunque resta il fatto che, come me, tanti altri uomini non sono a conoscenza di questo fatto.

Quali sono i fattori di rischio?

Senza salire in cattedra o pretendere di indossare immeritatamente il camice bianco, riporto alcune informazioni dalla rete e quelle ottenute attraverso la mia breve ma significativa esperienza che mi ha visto confrontare con medici ed esperti del settore. Sintetizzo dei concetti per darvi modo di avere dei punti di partenza da approfondire col vostro medico:

  • età: dopo i 60 anni aumenta il rischio, anche se l’età sembra abbassarsi (io sono un sempio)
  • peso: sovrappeso e obesità aumentano il rischio
  • fumo e alcool (si parla di abuso di entrambe le assunzioni) sono indubbiamente fattori di rischio
  • ereditarietà: fattore genetico. Nei casi di cancro al seno maschile una gran parte di questi è di origine genetica. Sono da ricercare le mutazioni nei geni BRCA2 e BRCA1. Quindi se avete avuto nonne o mamme a cui è stato diagnosticato un tumore al seno, soprattutto in giovane età, può essere consigliabile e utile effettuare un test genetico. Basta un prelievo del sangue e tanta pazienza per attendere l’esito dell’esame.
  • fattori ambientali: non mi soffermo su questi. Ci vorrebbe un post a parte. Interessano tutte le malattie oncologiche, non solo il cancro al seno.
  • trattamenti medici: radioterapia

A tal proposito riporto un link al sito dell’AIRC Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, in cui si parla del cancro al seno nell’uomo.

Cosa cercare per prevenire

Sicuramente l’autopalpazione, a prescindere, è il metodo più semplice e immediato per monitorare il proprio pettorale, e non solo, per rilevare eventuali anomalie. Qui voglio esortare gli uomini a non fare “come facciamo di solito”… Non soprassediamo, non freghiamoci di eventuali evidenze che a nostro dire riteniamo del tutto trascurabili. Lasciate che sia un medico a valutare se lo sono o meno.

Dall’autopalpazione si passa ad una semplice ecografia, da effettuare come controllo di routine ma a maggior ragione se attraverso la palpazione del pettorale emergono noduli o zone più dense, in particolar modo se presenti nell’area intorno al capezzolo. A questo punto il medico indicherà il percorso più opportuno da seguire. Nel mio caso, dall’ecografia sono passato all’ago aspirato per prelevare materiale biologico da esaminare. Questo perché è evidente che c’era già qualcosa da prelevare.

Altro segnale di possibile rischio è la ginecomastia (seno pronunciato, assimilabile, per forma a quello delle donne). Di solito è frequente vederlo negli uomini anziani per via dell’aumento del peso e del processo di aromatasi che si manifesta col passare degli anni. Riscontrarlo in età giovanile può essere un indicatore di rischio da tenere sotto controllo anche se la ginecomastia è associabile a manifestazioni neoplastiche benigne. Comunque, vale la pena farsi controllare.

A questo, come parlano le immagini e per promuovere la prevenzione ho deciso nuovamente di espormi in prima persona; questa volta insieme alla mia stupenda moglie Antonella. Ringrazio Francesco Bolognini, Studio Fotografico Bolognini di Prato, per aver cristallizzato in uno scatto questo momento che riassume ciò che è accaduto ad agosto 2017 quando Antonella, con la sua carezza, scoprì il nodulo che poi si è rivelato essere un carcinoma duttale infiltrante alla mammella. Con questa immagine desidero promuovere la palpazione o all’autopalpazione a scopo preventivo:

Permettetemi di ringraziare la redazione de IL TIRRENO e in particolar modo la giornalista Maria Lardara che si è occupata del mio caso, con estrema delicatezza e professionalità, rilanciando la mia testimonianza a beneficio dei lettori del noto quotidiano.

Grazie anche a te che mi hai letto fin qui.

W la vita!

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La mia storia parla di cancro al seno maschile

Voglio raccontarvi una storia con l’intento di offrirvi elementi validi su cui riflettere e, se possibile, aiutare qualcuno di voi.

La mia storia parla di cancro al seno. Sono un uomo di 48 anni, sono stato operato di cancro al seno e adesso sto facendo chemioterapia.

Prima di addentrarmi nelle pieghe di questa vicenda ho deciso di iniziare il mio racconto mitigando subito il tenore generale dell’argomento. Per farlo, prendo in prestito un frammento da una scena tratta dal celebre film con Roberto Benigni: “Berlinguer ti voglio bene”.

Si parla, GIUSTAMENTE, di cancro al seno femminile, di prevenzione, di diagnosi precoce ma, sinceramente, avevate mai sentito parlare di cancro al seno maschile? Fatta eccezione per chi come me lo ha subito?

“O ì maschio?”

Questa battuta, in estrema sintesi e con meravigliosa ironia, riassume la domanda fondamentale che mi accompagna da mesi: perché a me? Perché a un uomo che ha sempre curato la propria alimentazione, che è sempre stato attento al proprio peso corporeo, che frequenta palestre da oltre 35 anni, che è stato istruttore di bodybuilding e fitness che ha una vita sana, senza vizi: mai fumato, non beve alcool, etc… gli è stato diagnosticato un carcinoma duttale infiltrante alla mammella?

Beh… i perché arriveranno. Intanto vi racconto la mia storia.

La scoperta:

Agosto 2017. Siamo alla vigilia della partenza per le nostre vacanze al mare. La sera prima, in cucina, davanti alla tv, poco dopo aver finito di cenare, mia moglie Antonella si avvicina e come spesso accade mi accarezza, mi abbraccia e mi massaggia stando in piedi alle mie spalle. Durante questo tenero e affettuoso momento la mano di mia moglie si sofferma a lungo nella zona inferiore dell’areola del mio capezzolo sinistro. Poco dopo mi fa presente che stava sentendo qualcosa che non le piaceva. Prende la mia mano e mi indica con la sua il punto dove toccarmi. Sento un piccolo rigonfiamento, abbastanza consistente. Non ci avevo mai fatto caso. “Per me non è nulla”, le dico subito in modo piuttosto diretto e forse anche un po’ brusco. Lei insiste: “A me non piace e domani vai a farti un’ecografia”. Con l’immagine del mare negli occhi le dico: “Sieee! Domattina si va a Follonica, casomai quando si torna dal mare mi farò fare l’ecografia”. Lei in modo perentorio mi dice: “NO! Domattina ci vai e di corsa!”.

Il percorso di accertamento:

Beh… a parte il siparietto di coppia alla “Sandra e Raimondo”, il risultato è stato che prima di andare a Follonica sono passato da un centro medico diagnostico per farmi fare l’ecografia.

Per darvi elementi utili per prevenire e giocare d’anticipo nei confronti di un problema come questo, voglio riportarvi integralmente il referto del 17.08.2017 eseguito a Prato:

"La tumefazione a sede mammaria sinistra è sostenuta da una nodularità solida e disomogenea di 15x12x8mm con margini netti e priva di significativa vascolarizzazione. Il reperto non univoca interpretazione ecografica necessita di approfondimento con agobiopsia: cisti sebacea? Lesione benigna? Altro? Niente di rilevo a destra. Non linfoadenopatie ascellari bilaterali".

In pratica, qualcosa c’era: non era ben definito cosa fosse e occorreva approfondire l’indagine attraverso agobiopsia (detta anche: ago aspirato).

Va beh… ora pensiamo al mare e al rientro andremo dal nostro medico curante per parlare con lui di questa cosa.

NOTA*: Da adesso in poi dovrei citare il nome di alcune persone, medici professionisti. Trattandosi di post pubblico, ho chiesto l’autorizzazione ai diretti interessati prima di pubblicare in chiaro il nome di ciascuno. Pertanto, in corrispondenza dei nomi, in attesa di  ricevere l’approvazione, troverete l’acronimo (r.a.d.i.*) Richiesta Autorizzazione al Diretto Interessato per la pubblicazione del nome.

I primi di settembre ci siamo recati dal nostro medico curante, Dott. (r.a.d.i.*), persona meravigliosa, medico ineccepibile. Preso atto dell’esito dell’ecografia mi indica di rivolgermi al Centro di Prevenzione Oncologica Eliana Martini di Prato per sottopormi ad ulteriori accertamenti.

Fissato l’appuntamento vengo ricevuto dal Dott. (r.a.d.i.*) altro medico a cui devo molto. Nel suo ambulatorio mi sottopone ad ago aspirato e il campione prelevato viene inviato al laboratorio per effettuare le analisi.

Dopo circa un mese e mezzo vengo convocato nuovamente presso l’ambulatorio del Dott. (r.a.d.i.*) per presentarmi l’esito degli esami.

Questo è il risultato:

"C4 sospetto. Cellule duttali con anisocariosi sullo sfondo di sangue. Si consigliano ulteriori indagini. (AE1/AE3+,CD45-)."

Ciò che deve risaltare all’occhio è la parte in grassetto che si riferisce ad una scala di classificazione internazionale alla quale i patologi fanno riferimento:

  • C1 quadro citologico non sufficiente per definire la diagnosi
  • C2 quadro citologico normale
  • C3 quadro citologico dubbio, verosimilmente benigno
  • C4 quadro citologico dubbio, verosimilmente maligno
  • C5 quadro citologico sicuramente maligno.

Di fatto, come mi spiegò perfettamente il Dott. (r.a.d.i.*), con questo tipo di risultato è estremamente indicato l’approccio chirurgico, quindi la rimozione del nodulo e la relativa analisi istologica più approfondita.

So che in questo momento ti stai chiedendo come mai dall’esame con ago aspirato non sia emersa una diagnosi più precisa. La risposta che posso darti è che il campione prelevato, tramite questa tecnica, non è sufficiente a stabilire con certezza “con chi abbiamo a che fare”. Per dare “un nome, un’identità precisa” a questo elemento oscuro, l’unico modo per farlo è rimuoverlo chirurgicamente e analizzarlo in toto. L’esame con ago aspirato ci propone la classificazione di cui sopra che di per sé configura o meno un certo approccio da seguire per approfondire l’analisi.

Beh… a questo punto, cominciano le prime preoccupazioni.

Il Dott. (r.a.d.i.*) mi spiegò le fasi dell’intervento:

  1. rimozione chirurgica del nodulo
  2. esame di laboratorio intraoperatorio

Da qui si dividono le strade a seconda dell’esito ottenuto:

  1. non è maligno, quindi l’intervento si conclude e si procede alla fase di dimissione ospedaliera nell’ambito della stessa giornata.
  2. è maligno, quindi si procede all’asportazione del capezzolo (quindi ciò che nell’uomo resta della ghiandola mammaria) e alla rimozione del “linfonodo sentinella“.

In breve, dopo quell’incontro col Dott. (r.a.d.i.*), se pur caratterizzato dalla completa disponibilità, pazienza e competenza del professionista, ne uscii piuttosto provato e preoccupato, oltre ad essere, de facto, già inserito in un protocollo di preospedalizzazione che mi avrebbe portato ad affrontare l’intervento chirurgico.

L’intervento:

5 dicembre 2017, dopo aver svolto, nei giorni precedenti, l’iter di preospedalizzazione che prevede le analisi del sangue e la linfoscintigrafia per la ricerca del linfonodo sentinella, la mattina alle 7:00 vengo convocato presso l’ospedale Santo Stefano di Prato per sottopormi ad intervento chirurgico.

Intorno alle 10.30 vengo condotto in sala operatoria. Non ricordo i volti delle persone che ho incrociato tra medici e paramedici; non avevo gli occhiali e senza non vedo nulla. In pratica mi affidavo alle voci e a qualche sagoma sfocata che si inseriva nel mio campo visivo.

Tra queste presenze che si alternavano intorno a me ho incrociato quella dell’anestesista, che con toni molto pacati e rassicuranti mi propose di affrontare la questione nel seguente modo:

Effettuare un’anestesia locale, anziché totale, rimuovere il nodulo e procedere ad immediato esame istologico intraoperatorio. In caso di esito negativo, grazie alla sola anestesia locale e a pochi punti, sarei potuto tornare a casa dopo poche ore. Nel caso in cui l’esito fosse stato positivo, avrebbe successivamente effettuato l’anestesia totale per consentire al chirurgo di proseguire l’intervento…

Come mio solito, nonostante non beva alcolici, mi gioco l’opzione del “bicchiere mezzo pieno” e decido per l’approccio indicato dall’anestesista, confidando in un esito favorevole (non posso dire positivo perché nel caso specifico avrebbe configurato una situazione sfavorevole).

Beh… non entro in ulteriori dettagli sull’intervento chirurgico, almeno in questo post. Vi basti sapere che mi sono svegliato dopo qualche ora con il drenaggio e qualche parte di me è finita in un qualche laboratorio di analisi. Sono uscito dall’ospedale di Prato dopo due giorni di ricovero.

Oramai era chiaro: cancro al seno… Francamente ignoravo, fino ad oggi, che potesse capitare anche agli uomini.

La consapevolezza:

Nelle settimane successive all’intervento ho incontrato più volte il Dott. (r.a.d.i.*) per sottopormi alle medicazioni post operatorie. Durante i momenti di attesa nella sala d’aspetto del Centro Eliana Martini, ho visto tante pazienti, donne che erano lì per il mio stesso problema. Donne che avevano già fatto un intervento o che stavano per affrontare per la prima volta il loro calvario. Qualcuna di loro anche per la seconda volta. Ascolti, sei lì, in attesa, senti i commenti e le confidenze che queste donne si scambiano. In qualcuna avverti rassegnazione, in altre la più completa serenità intesa come “accettazione del problema”. In altre preoccupazione mista a paura.

Francamente io ancora non riuscivo a capire perché mi trovavo lì. Perché stava accadendo a me e che ci facevo in mezzo a tutte quelle donne.

Col passare dei giorni, durante le sessioni di medicazione, oltre ad incrociare lo sguardo con molte “compagne di viaggio”, ho visto due ragazzi. Uno piuttosto giovane, credo che non avesse più di 25 anni. L’altro poco più grande. Due uomini… tre con me. Non potevano essere lì per altri motivi se non per un problema del tutto simile al mio.

In uno di quegli appuntamenti approfittai per girare al Dott. (r.a.d.i.*) la domanda che mi assillava da tempo. Quella riassunta in modo ironico nel video che ho inserito in apertura all’interno di questo post. Ovviamente non nel medesimo modo con cui si rivolge l’attore al pubblico in sala e agli ospiti che assistono al famigerato dibattito del film “Berlinguer ti voglio bene”. Fui piuttosto chiaro e diretto: “Dottore… perché è capitato a me, uomo?” La risposta fu altrettanto diretta: “Saldarelli, ogni anno a Prato operiamo 400 pazienti di cui circa il 2% sono uomini. Questa percentuale corrisponde, grossomodo, a 7 pazienti di sesso maschile. Saldarelli, le quest’anno è il settimo!”. La mia risposta del tutto spontanea non tardò ad arrivare, anche se avevo raggiunto una buona dose di consapevolezza, presa di coscienza e una certa dose di rassegnazione. Non riuscii a trattenermi e mi permisi di esclamare al medico: “Che culo… ho rispettato tutte le statistiche!”.

E’ vero anche che i dati in possesso, fino a quel momento, ci dicevano solo che avevamo avuto a che fare con un cancro al seno, che era maligno e che andava tolto, come era stato fatto. L’esame istologico completo, derivante dall’analisi del campione biologico prelevato in fase intraoperatoria, non era ancora disponibile.

Di più, al momento, non era possibile sapere.

Dopo la rimozione delle bende cercai di cominciare a prendere confidenza con quella parte del mio corpo. Se pur mutata in modo meno radicale come spesso, purtroppo, capita a donne operate di cancro al seno, era comunque diversa. Restava il fatto che dovevo prendere coscienza di questa nuova situazione: niente capezzolo sinistro e al suo posto avevo una bella cicatrice ma soprattutto: ero stato operato di cancro al seno.

Continuavo a pormi i perché, a cercare risposte in rete, a capire se stesse accadendo veramente o se fosse una sorta di visione di un clone di me stesso proveniente da una vita parallela. Insomma… mi mancavano diversi punti di appoggio, dei riferimenti a cui aggrapparmi per accettare questa “anomalia” che era avvenuta nel mio corpo.

Possibili cause

Inizi a pensare che il lavoro possa essere una delle cause a cui aggrapparti. Svolgo l’attività di grafico e da circa 30 anni lavoro a stretto contatto con modem, poi router, poi router wifi, diversi computer, telefoni cellulari, tablet, monitor di grosse dimensioni, prima a tubo catodico e poi a lcd, led, etc… Diciamo che le fonti elettromagnetiche non mi mancano.

Poi cominci a pensare all’alimentazione. Sono stato un bodybuilder natural e nei tempi in cui gareggiavo consumavo secchi e secchi di proteine in polvere, di aminoacidi, di integratori alimentari e nei periodi di gara mangiavo anche 3kg di petto di pollo al giorno. All’epoca non si parlava nemmeno di allevamenti intensivi e di animali che sopravvivono in promiscuità solo grazie all’uso di antibiotici. Si faceva e basta.

Pensi che nella zona dove abiti, a pochi chilometri in linea d’aria da casa tua, si trovava l’Inceneritore di Baciacavallo (c’è ancora ma non è più in uso, vedi anche questo link) e che anni addietro è stato oggetto di animate discussioni in quanto additato come possibile responsabile di inquinamento e in particolare di emissioni di diossine nell’aria.

Pensi ai deodoranti. Anche questo argomento fino a qualche anno fa era del tutto trascurato. Oggi un buon prodotto deodorante si distingue anche dalla dicitura riportata sulla confezione: “Senza alcool e senza alluminio”. Vai a sapere tu, spruzzando o cospargendo con gli stick sulle ascelle cosa è stato causato negli anni, cosa ha assorbito il corpo.

Pensi anche allei possibili cause genetiche; dopotutto né i genitori né il DNA possono essere scelti prima della nascita. Pare che una buona percentuale di tumori al seno nell’uomo possa essere di origine ereditaria. Nella mia famiglia ci sono stati casi di tumori.

Pensi… pensi… qualsiasi risposta ti venga in mente non sarà mai la risposta giusta.

Mentre ti fai mentalmente del male, cominci a capire che “capita”. Leggi in rete che il cancro al seno nell’uomo è sì raro ma si verifica e i dati che ho letto mostrano una casistica in aumento e un abbassamento dell’età in cui si manifesta.

Il cancro, in generale, può venire e purtroppo, volenti o nolenti, quando si manifesta dobbiamo affrontarlo. Non c’è da vergognarsi di nulla anche se capita ad un uomo a cui viene alla mammella. Non c’è da sentirsi “eroi coraggiosi” nell’affrontarlo. Si metabolizza “la cosa” e si affronta; ognuno a proprio modo e ognuno con i propri tempi ma una strada si trova e si inizia a percorrerla.

Le risposte dell’esame istologico:

Dopo circa un mese e mezzo dall’intervento chirurgico, arriva il tanto atteso esame istologico con la relativa relazione del GOM (Gruppo Oncologico Multidisciplinare). Sono dati tecnici ma in parte comprensibili ai più e comunque utili a chi è più preparato in ambito medico:

"Referto istologico E/225/2017 del 5/12/2017 relativo ad esame estemporaneo del nodulo: carcinoma duttale infiltrante scarsamente differenziato nella sezione esaminata.

Referto istologico I/21625/2017 del 10/1/2018: Carcinoma duttale infiltrante (N.O.S= della mammella sinistra scarsamente differenziato (diametro massimo: 1.7cm) (G3 Bloom-Richardson). Non si evidenziano emboli neoplastici negli spazi linfovascolari peritumorali. Micrometastasi in 1/3 linfonodi sentinella esaminati con metodica Osna (620 copie CK19). Nessuna documentabile proliferazione neoplastica nel parenchima contiguo, nella cute e nel capezzolo. pT1c (1.7cm); G3; pN1ml-sn; Mx; LV0. ER 90%; PgR 40%; ki67 35%, c-erB-2 equivoco, score 2. Dish in corso.

Discussione multidisciplinare del 10/1/2018: indicazione chemioterapia adiuvante +/- Trastuzuab in base all'esito della dish seguito da ormonoterapia (...) Da inviare a valutazione genetica."

In sostanza, il mio cancro aveva un nome e un cognome, una dimensione, un profilo e soprattutto, da quello che mi veniva presentato, sarei dovuto ricorrere al trattamento chemioterapico a scopo preventivo. Il cancro era stato rimosso ma se pur remota vi era la possibilità che alcune cellule cancerogene potessero migrare altrove. Ecco perché ricorrere al trattamento chemioterapico.

La chemio:

Non volevo accettare questa cosa. Non ne volevo assolutamente sapere. Dopotutto mi sentivo bene, stavo bene e volevo continuare a star bene.

Nella mia mente avevo un’immagine: quella dei malati oncologici sotto trattamento chemioterapico. Persone provate, bianche, senza capelli. Fisici mortificati dalla chimica che ciecamente pervade tutto l’organismo in “cerca” delle cellule tumorali, con l’obiettivo di fermarle, regredirle o annientarle. In tutto questo processo mentale mi vedevo completamente debilitato, abbrutito, già minato nella mia virilità in quanto affetto da tumore al seno… non si può nemmeno classificare “tumore al pettorale”, per conferirgli quantomeno una connotazione più maschile… “Seno”… altra parola che echeggia nella mia mente preceduta da “carcinoma duttale infiltrante al…”. Frase che mi accompagnava tutte le sere prima di addormentarmi e che trovavo ad attendermi tutte le mattine al mio risveglio.

Ora avevo a che fare anche col termine: “chemioterapia”; ecco il nuovo tormentone mentale.

Ricevuta questa ennesima doccia gelata decisi di “guardarmi attorno”, di confrontarmi con altri medici ma anche di consultarmi con parenti e conoscenti. Ognuno, purtroppo, in quasi tutte le famiglie, ha una storia di tumori da raccontare. Pare la piaga di questa società, una silente epidemia che si è diffusa ovunque. Nel confrontarmi con le persone salta fuori la solita frase: “anche io… oppure: ho un amico/parente/conoscente che è stato operato e che ha dovuto fare la chemioterapia”….

Ti trovi in un attimo ad essere protagonista e spettatore di una situazione drammatica, dilagante e diffusa.

Mi presi qualche giorno di tempo per riflettere anche se il tempo che avevo a disposizione per decidere non era molto. Non puoi rimandare ad oltranza una scelta del genere. Il trattamento chemioterapico deve cominciare entro un paio di mesi dall’intervento chirurgico. Mi trovavo già alla fine di gennaio. Il 5 febbraio sarebbero trascorsi i due mesi dall’intervento. Avvertivo la pressione ed ero nel pieno della fase di elaborazione di un pensiero preciso ma ancora non lo avevo maturato. Da una parte ero scettico sull’efficacia del trattamento e certo, a mio giudizio, degli effetti collaterali che avrei subito. Dall’altra pensavo al poco tempo che mi restava per prendere la decisione e ai rischi possibili a cui mi sarei esposto nel caso in cui avessi deciso di non fare la chemio. Dall’altra ancora “ascoltavo il mio corpo” che di fatto stava bene.

Perché avrei dovuto fare ‘sta roba?

Il mio corpo come un tempio

I giorni passavano. Mi sentivo alle strette. Mi continuavo a confrontare con varie persone, anche medici ovviamente, nel tentativo di approfondire l’argomento, per capire. Ho sempre considerato il mio corpo come un tempio inviolabile. Ne ho sempre avuto cura.

Fino a qualche anno fa soffrivo di forti riniti allergiche stagionali; evitavo di prendere cortisone limitandomi, solo in casi estremi, ad assumere antistaminici. Se non ho febbre alta non prendo mai farmaci e in tal caso si parla al massimo di una Tachipirina. Non uso nulla al di fuori di integratori alimentari naturali e una sana alimentazione. In effetti, circa sette anni fa, solo modificando l’alimentazione ho risolto problemi di allergie stagionali e altri problemi di natura allergica che si presentavano dopo l’assunzione di alcuni alimenti.

Insomma, “non prendo nemmeno le Zigulì” e qui mi si propone di bombardarmi con farmaci chemioterapici? Oltretutto, approfondendo la questione, compresi che insieme al farmaco chemioterapico avrei dovuto assumere: cortisone, un secondo farmaco, detto “intelligente”, e poi proseguire con la terapia ormonale per 5 anni!

Già, nel sentir parlare di “farmaco intelligente” mi venivano in mente le immagini televisive della Guerra del Golfo e i bombardamenti su Baghdad con missili Tomahawk. Missili definiti intelligenti e che contribuirono ad uccidere civili inermi. L’associazione del farmaco con “intelligente” mi suonava come “bellicosa” e un ossimoro del tipo “intelligentemente stupido”.

Insomma… No! No s’ha da fare.

La decisione

Durante questo pellegrinaggio di consultazioni varie e a vario titolo, passando da tutte le possibili scuole di pensiero e i protocolli ufficiali, mi imbattei nel proverbiale incontro con l’oncologa di riferimento che mi avrebbe poi seguito durante tutto il trattamento chemioterapico. Fu un incontro programmato, tra quelli inseriti nel protocollo del GOM per accompagnarmi verso la terapia. Incontrai così la Dott.ssa (r.a.d.i*). Un lungo incontro, quasi due ore, “durante il quale penso di averle fatto perdere qualche anno di vita”. Le ho rivoltato addosso “il sacco” di domande e di dubbi che avevo in serbo. Ero un fiume in piena, coadiuvato dalla onnipresente meravigliosa moglie che mi ha seguito in tutte le fasi, fin dalla prima sua “intuizione” che oggi posso tranquillamente definire: “salva vita”.

Insomma, uscito dall’incontro con l’oncologa avevo dissipato quasi tutti i dubbi. Diciamo che ero moderatamente soddisfatto anche se in parte ero anche turbato per via dei farmaci che mi erano stati consegnati, a titolo preventivo, per contrastare gli eventuali effetti collaterali dovuti alla chemioterapia.

Farmaci che mi sono stati consegnati qualche giorno prima di cominciare la chemioterapia. Utili per contrastare l’insorgenza di eventuali effetti collaterali

La notte porta consiglio… o molti dubbi…

La mattina alle 4 mi svegliai, scosso dai pensieri. I dubbi erano tornati a dominare la mia mente. Il mio fisico.. la palestra… non potrò fare questo, quello… i capelli… come faccio col lavoro… i clienti.. insomma, ero punto e a capo e non volevo saperne di fare la chemio.

“Starò alla sorte”, dicevo tra me.

Dopo essermi più volte girato nel letto decisi di alzarmi per scrivere una email alla Dottoressa (r.a.d.i.*) la quale, molto disponibile, mi aveva lasciato il suo indirizzo email insieme al suo numero di cellulare. Ovviamente alle 5 del mattino non potevo chiamarla altrimenti mi avrebbe mandato alla neuro, altro che a fare la chemio. Le scrissi una lunga mail. Ci misi dentro tutto… Verso le 8.30 le mandai un SMS per avvertirla che gliela avevo inviata. Nel primo pomeriggio mi contattò telefonicamente.

Più di mezz’ora di telefonata durante la quale sentii la forte presenza del medico oncologo professionista ma avvertii anche e soprattutto una forte componente umana, quella che riuscì a far cadere le ultime barriere di riluttanza nei confronti della chemio.

Eravamo già a martedì pomeriggio; il venerdì avrei iniziato la prima chemio.

Oggi sono alla quinta chemioterapia. Il ciclo ne prevede 12 in tutto. Per adesso non ho dovuto usare farmaci per contrastare effetti collaterali poiché non ho avuto alcun problema di sorta se non limitatamente a qualche giornata pessima dal punto di vista della stanchezza e della concentrazione.

Mi era stato annunciato che avrei perso i capelli. Per evitare di assistere impotente a questo repentino evento ho deciso di radermi barba e capelli. Ho notato, per adesso, che la crescita in generale della peluria è rallentata ma non ho riscontrato una vera e propria perdita di capelli, almeno fino ad ora. Come “vantaggio” mi faccio la barba meno frequentemente.

Stefano Saldarelli, foto di Francesco Bolognini, Prato

Avrò modo, in post successivi, di entrare in dettagli su ciò che è l’esperienza chemioterapica, per me.

Sto attendendo anche l’esito del test genetico che attualmente è in corso e che dovrebbe offrire dati ulteriori per stabilire le possibili cause. La risposta non arriva in tempi rapidi: si parla di 3/4 mesi dal prelievo del sangue e pertanto, prima di maggio/giugno non saprò nulla.

Desidero raccontarvi questa esperienza affinché tutte queste parole possano servire a qualcuno per prendere una decisione, per entrare nella sfera della consapevolezza e soprattutto della prevenzione. E’ chiaro che l’uomo può avere il cancro al seno non capita solo a Stefano Saldarelli (e qui potete trascendere a gesti tribali, ancestrali).

Se non era per mia moglie, col cavolo che me ne sarei accorto e chissà adesso che sorte mi sarebbe toccata.

Invito tutti gli uomini a dare inizio ad un’autopalpazione, “un po’ diversa da quella a cui siamo abituati: un po’ più su”.

E’ arrivato il momento di toccarsi i PETTORALI in cerca di noduli, protuberanze, di qualsiasi elemento anomalo. Fatelo da voi o fatevelo fare dalle vostre partner, sicuramente più avvezze a questo genere di tecnica preventiva. Fatevelo reciprocamente. Potrebbe essere un bel gioco che potrebbe salvare la vita ad entrambi.

Ho deciso di avviare una campagna di sensibilizzazione sul problema del cancro al seno maschile. Se fino a qualche mese fa non pensavo nemmeno che potesse verificarsi su un uomo, al pari del cancro alla prostata per una donna, oggi ne sono pienamente consapevole e mio malgrado anche paziente.

Come grafico creativo e persona direttamente coinvolta in questo “episodio della vita”, grazie alla preziosa collaborazione del mio amico e grande professionista Francesco Bolognini www.fotobolognini.it ho deciso di espormi e di mettermi “a nudo” attraverso questa immagine che apre di fatto la mia campagna di sensibilizzazione su questo tema.

Spero solo che possa porre l’attenzione su un problema che di fatto “NON E’ SOLO ROBA DA FEMMINE… FAI PREVENZIONE” anche tu.

Alla prossima e… W la vita!

“Assistenza clienti”

Un giorno l’uomo si rivolse a da Dio per prepararsi al suo trapasso.

L’uomo si raccolse in silenzio, aprì il suo cuore e la sua mente e pensò alle seguenti parole: “Dio, mi conosci, sento che sta arrivando il mio momento, puoi dirmi come posso prepararmi?”.

foglie d’autunno – foto di Stefano Saldarelli

Dopo qualche secondo di silenzio, una voce femminile provocò nell’uomo stupore e attenzione: “Salve! Per trasparenza la informiamo che potrebbe essere contattata da un’operatore fuori dall’Italia e che la sua richiesta, per motivi di trasparenza, potrebbe essere registrata”.

Qualche altro attimo di silenzio, un fruscio di fondo e poi… arrivò all’orecchio dell’uomo una musica celestiale, interrotta solo dopo pochi istanti dalla solita voce che nel frattempo aveva cambiato leggermente il tono rendendosi più formale e distaccata: “Seleziona il tuo Dio dopo il segnale acustico”…. “Beeep!”, “Se vuoi selezionare il DIO dei Cristiani pensa alla croce cristiana. Se vuoi selezionare Allah pensa alla Mecca. Se vuoi selezionare Buddha pensa al Nirvana, se vuoi selezionare…”

Dopo un’ora che l’uomo ascoltava l’elenco, decise di pensare al simbolo della sua religione, concentrandosi ancora più intensamente anche per cercare di non sentire la voce che imperterrita continuava ad elencare i nomi delle varie divinità e dei relativi simboli associati ad ognuna.

La voce si interruppe e dopo altri fruscii tornò a sentire la musica di sottofondo che ad un certo punto lasciò bruscamente spazio ad una nuova voce: “le risponde l’operatore Cloud11 da fuori Italia”. Altro fruscio, voci in lontananza sovrapposte e poi una nuova voce, non proprio chiara ma udibile: “Salve uomo! Sono Cloud11 e la informo che questa conversazione verrà registrata. Quale è il motivo della sua chiamata?”.

L’uomo un po’ frastornato e intimidito, cercò di mantenere la propria concentrazione per non perdere il collegamento con questa presenza.

“Buonasera Cloud11, grazie per avermi risposto”, prese fiato, il cuore gli batteva forte. “Mi sono concentrato per entrare in contatto col mio Dio per sapere quale fosse la procedura per prepararmi… Ho una certa età e vorrei essere pronto per quando arriverà il mio momento”.

Dall’altra parte la voce di Cloud11 rispose nel seguente modo: “Cortesemente, mi dia il suo codice utente, almeno verifico la sua situazione”.

L’uomo, perplesso, chiese quale fosse questo codice, non sapeva di averne uno, come era anche consapevole che nel corso della sua vita gliene avevano affibbiati diversi, a cominciare dalla data di nascita passando al codice fiscale e fino a tutti i codici utente che aveva ricevuto in seguito ad attivazione di servizi, carte, documenti, contratti e utenze varie. Non sapeva a quale pensare e non sapeva che ne servisse uno per parlare col suo Dio.

“Mi scusi Cloud11″, di quale codice parla?”

“Quello che può trovare in alto a sinistra dei suoi pensieri rivolti a Dio”. Di solito è vicino alla frase, non so come fare, aiutami tu o di fianco a ti prego Dio“.

L’uomo rifletté su quelle parole e decise di comunicare a Cloud11 quello che riteneva fosse il suo codice utente: “sonoiltuoumileservitore”, seguito da nome e cognome.

“Perfetto”, rispose Cloud11. “Vedo che qui ha fatto più volte richiesta di cambiare Dio e vedo anche una richiesta di cessazione di fede per passare ad ateismo, poi revocata. Hummm… aspetti un attimo. Mi attende in linea un momento che verifico col mio referente?”.

L’uomo restò in attesa, ripensò a tutti i momenti della sua vita in cui si raccomandò a Dio e in cui pensò che forse Dio fosse solo un’invenzione dell’uomo. Pensò anche che forse non avrebbe dovuto dubitare dell’esistenza di Dio ma che probabilmente aveva scelto o gli era stato assegnato un Dio che non era quello più adatto alle sue necessità.

L’uomo pensò che forse il passaggio ad un altro Dio sarebbe stato sicuramente più conveniente ma che non agì mai in tal senso per via del cosiddetto “timore di Dio”.

Cloud11 tornò a farsi sentire: “grazie per la sua attesa, molto gentile. Allora, ho parlato col mio referente e mi ha detto che è tutto regolare fino alla richiesta di passaggio ad un nuovo Dio. Non avendo formalizzato la richiesta, di fatto non ha specificato con quale Dio voleva andare, ma avendola comunque inoltrata, non le è stato assegnato un nuovo Dio ed è rimasto in una fase intermedia che però non le permette di contattare il suo Dio precedente”.

L’uomo non sapeva cosa dire. Cercò di pronunciare qualche parola, pur sapendo che era tutto nella sua mente e che avrebbe dovuto solo pensare, per comunicare.

“Mi scusi Cloud11, ho sempre cercato di mantenere il mio Dio. Questo fino alla morte di mia moglie. In quel periodo non avevo più fede perchè Dio mi portò via l’amore della mia vita. Da allora ho passato momenti di sconforto, di disperazione, paura, solitudine e non ho più pregato perchè ritenevo Dio il responsabile della mia perdita. Ma comunque… oggi sono qui per cercare di capire come posso fare per prepararmi al mio trapasso e, finalmente, poter congiungermi nuovamente con mia moglie”.

“Bene uomo! Vedo che qui abbiamo un altro problema. Lei sta dicendo che crede nell’aldilà, altrimenti non avrebbe parlato di ricongiungimento con sua moglie. Questo implica che il Dio che ha selezionato all’inizio della sua chiamata non sia quello più idoneo”.

“Ma come?!”, esclamò l’uomo con un tono di rabbia misto a disperazione.

“Io… io vorrei parlare solo con Dio. Sono un uomo vecchio, solo, i miei anni di vita sono oramai trascorsi e vorrei avere qualche parola di conforto dal mio Dio”.

Cloud11: “Comprendo uomo. La metto un attimo in attesa, mi scusi”.

Tornò a farsi sentire la musica che però adesso aveva un altro “sapore”. Sembrava più metallica, gracchiante, lontana. Non aveva più nulla di celestiale.

Dopo tre passaggi della stessa traccia musicale, che si ripeteva ogni minuto circa, Cloud11 tornò a farsi sentire: “Grazie uomo per aver atteso e per la sua pazienza. Le sto mandando un messaggio attraverso il quale potrà ricontattarci qualora ce ne fosse bisogno”.

“Ma come?!” esclamò nuovamente l’uomo. “Non siamo arrivati a nulla. Non ha risolto il mio problema”.

Cloud11: “Mi spiace uomo, ha sbagliato a rivolgersi a noi, deve chiamare l’assistenza dell’anima e concentrarsi su – recesso anticipato -. Grazie per averci contattato. A breve riceverà un messaggio col quale potrà esprimere la sua opinione in merito al nostro servizio. Potrà indicare da 0 a 10 dove 10 è il punteggio massimo. Grazie e buona giornata”.

Il segnale con Cloud11 si interruppe e l’uomo rimase all’interno di in un vuoto assordante, quasi chiuso dentro una bolla, svuotato, privo di qualsiasi idea e di pensiero.

Passarono alcuni minuti e l’uomo cominciò a riorganizzare la sua mente. Poi guardò verso l’alto e improvvisamente sentì una nuova voce: “Salve uomo. Ha mai pensato di cambiare Dio? Lo sa che nella prossima settimana un nostro incaricato potrebbe venire a trovarla? E’ proprio nella sua zona. Se mi procura tutte le sue preghiere, raccomandazioni inoltrate fino ad oggi al suo Dio, potremmo confrontarle con quelle che gestisce il nostro. In questo modo potrà vedere che convenienza avrà nell’aderire alla nostra proposta: pensi… per gli utenti come lei che hanno la sua età, abbiamo riservato un pacchetto che include tutto: un Dio che ascolta, con canale riservato per qualsiasi richiesta e/o miracolo; un referente tecnico per la gestione delle imprecazioni e… forniamo un kit, che le arriverà comodamente a casa sua, che include tutto il necessario per effettuare un trapasso nel migliore dei modi. Se però decide di aderire alla nost…”.

Il segnale si interruppe. L’uomo cercò di concentrarsi per riprendere il collegamento ma tutto fu inutile. Non seppe mai come prepararsi per il suo trapasso ma comprese che qualsiasi cosa facesse sarebbe stata una grossa perdita di tempo.

Decise di non attendere ma di affrontare ciò che gli restava da vivere pensando che forse, un giorno, una giustizia divina avrebbe accompagnato il suo percorso verso l’aldilà, dandogli ragione per i torti subiti e forse, offrendogli una mano per comprendere i propri errori.

L’uomo capì e non attese più. Decise che ogni cambiamento avrebbe comportato delle conseguenze e che comunque, la vita, deve essere vissuta anche quando l’età offre tutti i presupposti per pensare prevalentemente al cosiddetto trapasso.

L’uomo visse ancora per molti altri anni da quella singolare conversazione. Non sentì più nessuna voce, solo perché decise di non rispondere alle numerose chiamate che quotidianamente continuavano ad arrivargli. Ascoltò il suo cuore e trovò le risposte che cercava nel suo dIO.


Nota per il lettore:

Abbi pazienza. Questo racconto è scaturito nella mia mente dopo l’incontro al CORECOM per un contenzioso con Vodafone. Avrei voluto risolvere il problema dal conciliatore della regione Toscana. Purtroppo non è andata come speravo e il “giramento di zibidei” che si è innescato, ho cercato di canalizzarlo nella scrittura, una delle cose che mi piace fare e che mi da’ soddisfazione; quantomeno mi scarica dalle tensioni negative. Detto questo… grazie per avermi letto fin qui. Spero di non aver offeso nessuno. Cerco solo di usare l’ironia in tutte le cose che faccio e di vedere il bicchiere mezzo pieno anche quando, talvolta, non c’è modo di vedere neppure il bicchiere. Comunque sia, la vita è bella! 🙂

 

Droni marini e droni terrestri… Uffa!

Continuo a leggere o sentire indicare, “qualunque cosa” abbia un microchip e che si muove autonomamente, con i termini: DRONE MARINO o DRONE TERRESTRE.

Allora… NON esistono DRONI MARINI o DRONI TERRESTRI.

Eventualmente esistono: rover, robot, veicoli autonomi, USV: Unmanned Surface Vehicle, UTV: Unmanned Transport Vehicle, UUV: Unmanned Underwater Vehicles…

I DRONI volano e basta.

Se hanno microchip sono macchine volanti, quindi APR o UAS, UAV, DRONI, etc. Se non hanno microchip probabilmente sono insetti, più precisamente ci si riferisce al maschio dell’ape.

Pertanto, se senti qualcuno che dice: “drone marino” o “drone terrestre” dagli del “rinDRONATO” e spiegagli la differenza.

Non a caso sul mio blog DRONEVOLUTION ho realizzato un’apposita rubrica che si intitola “DRONI ma non proprio“, per raccogliere alcuni articoli, scritti da giornalisti, che indicano come DRONI della roba che fa di tutto meno che volare.

ape drone

“Campagna di promozione per la cultura in un settore emergente che ha infinitamente bisogno di informazioni chiare e certe.”

Grazie!

VLT o non VLT? Questo è il dilemma!

VLT: acronimo di Video Lottery Terminal o più comunemente detta, sala da gioco o “delle macchinette ruba soldi”.

Nonostante il titolo del post, non parlerò di gioco d’azzardo pur tenendo ad esprimere la mia contrarietà in merito a questa pratica e pur rispettando chi è avvezzo a questo genere di attività, sempre che lo faccia per propria scelta, con consapevolezza, con moderazione e senza coinvolgere il patrimonio familiare. Non aggiungo altro altrimenti scadiamo nella polemica e potremmo parlare per mesi sull’argomento “gioco d’azzardo” e Sale VLT. Ciò che invece voglio trattare nel mio articolo è una vicenda legata ad una sala VLT in particolare, sorta poco distante da casa mia.

Scandaloso? Normale?

Non sono qui per lamentarmi della presenza di questo esercizio; Prato oramai è piena di questi luoghi. Mi chiedo solo se sia normale dare i permessi per aprirle e poi, dopo qualche mese, si revochino perchè “ci si accorge” che questa sala dista a meno di 500mt da una scuola materna, quindi considerata “area sensibile”.

Non voglio sapere chi ha dato il primo permesso e chi lo ha revocato successivamente. Resta il fatto che mi pare si stia perdendo il senso della ragione e della misura.

Un imprenditore resta tale sia se vende mandarini al mercato sia se apre una Sala VLT. Ogni imprenditore investe un capitale con un preciso obiettivo sperando di recuperarlo e di poter trarre dalla propria attività un utile d’impresa. Semplice e lecito fino a quando si rispettano le regole.

Ma se ti chiedo il permesso per aprire un esercizio commerciale, mi autorizzi ad aprirlo, lo apro, assumo personale, investo capitali e solo dopo qualche mese me lo fai chiudere perchè ritieni che lì non poteva sorgere, permettimi di “dissentire un po’”…

Mi riferisco in particolar alla Sala VLT di Via Galileo Ferraris a Prato.

La scuola c’era anche prima dell’apertura della sala gioco in questione e chi ha dato tutti i pareri positivi alla sua apertura credo che dovrebbe assumersi qualche responsabilità ma, poichè questo accade di rado nel nostro Paese, voglio farvela più semplice…

Se di scuola primaria si parla, o materna, dato che sono piuttosto vicine l’una all’altra, come può sussistere un problema di convivenza e vicinanza tra sala VLT e bambini ospitati nelle scuole se l’accesso ad una sala VLT è vietato ai minori di 18 anni? Potrei capire se la sala in questione fosse stata aperta vicino ad un’istituto superiore con una popolazione di studenti prossima o con più di 18 anni, ma qui?

Ripeto, non sono contento per la presenza di questo “coso” oscuro, oltretutto dotato di vetri satinati che impediscono di vedere all’interno del locale, lasciando immaginare che vi si svolga  “qualsiasi attività”. Sono solo perplesso su come si agisca in modo così compartimentale, a scatole chiuse, senza concertare la gestione dei permessi o dei divieti e su come certe regole vengano applicate, a posteriori, sulla base di criteri piuttosto discutibili.

Perdonate l’ironia, ma… se vogliamo parlare di “preservare la salute e l’incolumità” dei bambini, ritengo che faccia “più danni” la pasticceria che è a qualche decina di metri dalla scuola, aperta a tutti e senza divieto alcuno, piuttosto che una Sala VLT il cui accesso è consentito solo ai maggiorenni oltretutto dotata di vetri oscurati, quindi non si vede neppure ciò che si svolge al suo interno. Cosa opposta per la pasticceria che giustamente mette in mostra la propria merce a beneficio degli occhi degli avventori più golosi.

La cronaca ci riporta risultati allarmanti in merito all’obesità infantile, ergo, bisognerebbe educare i propri figli a mangiare sano e a tenersi lontani dagli zuccheri semplici, dalle merendine, succhi di frutta e… perdonatemi, probabilmente anche dalle pasticcerie. Luoghi in cui, comunque, possono entrare e acquistare in un attimo zuccheri e grassi saturi.

Non ho trovato in rete alcun dato che riguarda il coinvolgimento, tantomeno patologico, di minorenni in età da scuola primaria, affetti da ludopatia indotta dalla presenza di sale VLT. Non ci sono perchè è impossibile. Non possono entrarvi; punto e basta.

Morale della “favola”.

Meno moralismi e più pragmatismo. Non si vuole il gioco? Si abolisce, mi pare semplice. Lo si tollera perchè lo Stato incamera denaro? Allora che sia chiaro il regolamento a tutti, a partire dal primo funzionario della filiera che deve valutare le autorizzazioni per l’apertura di un esercizio fino all’ultimo che viene a controllare se gli estintori sono in regola.

La storia come andrà a finire?

Che come sempre l’imprenditore ci rimetterà un sacco di soldi; i ludopati migreranno altrove alimentando comunque la loro dipendenza, data la prossimità tra una sala VLT e l’altra e i bambini… i bambini non si accorgeranno di nulla, con o senza la sala VLT. L’importante è far vedere che si agisce nel nome della legge, più o meno conosciuta e applicata anche a posteriori e che la morale buonista prevalga sul buon senso.

Approfondimenti e crediti:

 

Sci e roba sospesa

Pare che il binomio “SCI e riprese aeree” abbia qualche difficoltà a trovare un equilibrio.

Poco più di un anno fa, durante i mondiali di sci a Madonna di Campiglio, si verificò uno degli incidenti più singolari e discussi degli ultimi anni, almeno in ambito sportivo. Un drone, col quale venivano effettuate delle video riprese aeree, cade rovinosamente a terra sfiorando per soli 3 centesimi di secondo lo sciatore Marcel Hirscher nel corso della sua manche. Una vera “tragedia mancata” ma di sicuro un buon motivo per dibattere in merito all’uso dei droni in ambito sportivo.

“Apriti cielo”, fu proprio il caso di dirlo. Di questo fatto se ne è parlato per giorni. Il pericolo, la sicurezza, chi avesse o meno autorizzato tale attività specializzata, con l’aggravante che era svolta di notte, etc. Un gran polverone che finì col portare la federazione di Sci, la FIS, a dichiarare che in futuro non si sarebbe più avvalsa di droni per effettuare riprese televisive, almeno “fino a quando non potesse essere garantito un funzionamento completamente sicuro”. Vedi notizia

Bene… si torna alle spidercam, quelle videocamere montate su carrelli che corrono lungo cavi sospesi sopra gli impianti sportivi, ampiamente utilizzate nel calcio ma anche durante gli eventi di particolare rilevanza e interesse per offrire immagini aeree a bassa quota.

Sicuri che in questo modo non si sarebbero più verificati incidenti, nel corso delle Olimpiadi di Rio 2016 una spidercam installata presso il Parco Olimpico, cade al suolo a causa della rottura di alcuni cavi che la sostenevano. Esito rovinoso per la spidercam, per l’emittente televisiva che gestisce le riprese video dei giochi olimpici (OBS – Olympic Broadcasting Services) e soprattutto per il danno provocato ad alcune persone che si trovavano sotto la perpendicolare di questo dispositivo di ripresa. Tutto viene rapidamente ridimensionato per non dare troppa eco alla notizia in favore della sempre magica atmosfera dei giochi olimpici. Vedi notizia

Ma torniamo allo sci col quale ho aperto questo post.

Notizia di oggi: a Saint Moriz, nel corso dell’ennesimo mondiale di sci, una spidercam cade al suolo a causa di un cavo tranciato da – pare una barzelletta – dal passaggio della pattuglia acrobatica svizzera. Vedi notizia

Ora mi chiedo… Vogliamo vietare il vietabile in nome della sicurezza o cominciamo ad utilizzare la testa? Che sicurezza sia ma, in questo caso, o la spidercam era stata montata ad un’altezza tale da diventare un pericolo per gli stessi aerei della pattuglia acrobatica svizzera o quest’ultimi volavano un “tantino” basso, tanto da creare un problema di turbolenze nei confronti della stabilità e della relativa sicurezza di questa camera su cavi.

Allora, sono i droni un pericolo? Le spidercam? Gli aerei? Missili, satelliti? O vogliamo tornare un attimo con “i piedi per terra”, concertare le iniziative, mettere a conoscenza tutte le parti interessate su ciò che è in corso e, soprattutto, utilizzare procedure condivise, sicure e testate?

Gli incidenti capitano ma spesso sono causati da incompetenze, negligenze e disattenzioni. Non è tanto il mezzo il pericolo ma quanto chi lo governa che spesso non è attento e sufficientemente competente.

Vogliamo parlarne?

Approfondimenti e crediti:

Ci stiamo complicando la vita

Vado in edicola per acquistare una rivista e…

Mannaggia, mi rendo conto che il numero che cerco non c’è più e che in distribuzione c’è già quello successivo. Va beh… chiedo all’edicolante se è possibile ordinare l’arretrato.

In effetti avrei potuto richiedere la copia ma solo ad una condizione, così è emerso nel corso della breve ma illuminante conversazione che ho tenuto con l’esperto del settore:

comunicandogli il codice a barre presente sul numero della rivista che desideravo acquistare.

E’ un po’ come accade quando vai in banca a chiedere un prestito: te lo danno se hai soldi o beni per garantirlo. Se avevo soldi non sarei venuto in banca a chiederti un prestito, giusto?

Stessa cosa.

Dovrei avere una copia della rivista che desidero acquistare, annotarmi il codice a barre stampato in copertina e comunicarlo all’edicolante. Solo in questo modo si avvierebbe la procedura di riordino del periodico tramite l’edicola ma… se avessi quel codice avrei anche la rivista e cosa mi importerebbe di ordinarla all’edicolante?

codice-a-barreE’ incredibile come si riesca a complicare la vita delle persone in nome dello “sviluppo tecnologico” o del “progresso”; soprattutto come conseguenza del non saper ottimizzare i processi tecnologici a vantaggio dell’utenza. Se investi in tecnologia per migliorare i tuoi processi di produzione fai in modo che il miglioramento ti garantisca vantaggi su tutta la linea oppure non abbandonare le “vecchie” procedure.

Permettimi di comunicare con “te” attraverso un linguaggio più immediato, di facile comprensione e soprattutto: CONSOLIDATO. La rivista riporta un numero progressivo e un anno di pubblicazione. Se comunico all’edicolante il nome della testata, quello della casa editrice, il numero della rivista e l’anno, (come si faceva un tempo), non sarebbe più che sufficiente?

E lascia il tuo bel codice a barre ad uso e consumo degli addetti ai lavori (casa editrice – distribuzione – edicolanti).

Capisco che tu abbia le tue procedure a barre, quadretti o righine ma non potendo, io utente, accedere ad un database con l’elenco di tutti i codici di tutte le riviste di tutte le case editrici e recuperare il codice del numero della rivista che voglio acquistare, come pensi che possa fare per ordinarti questa copia arretrata?

Non resta che andare sul sito web della casa editrice e ordinare la rivista online dovendo pagare anche i costi di spedizione. Magari mi stampo pure la rivista on-demand, che dici?

E’ un brutto segno o comunque un ulteriore segnale che i tempi stanno inesorabilmente mutando. Demandiamo tutto alla tecnologia, venendo meno il rapporto umano e fiduciario che, in questo caso, si veniva a creare e consolidava negli anni tra cliente ed edicolante. E’ chiaro che il segnale è: “caro edicolante, o ti evolvi o soccombi”.

Droni e trapani sono solo tools per il lavoro

Ci siamo sbagliati? Non è come avevamo pensato? Il boom dei droni c’è stato, lo stiamo vivendo o deve ancora manifestarsi?

Toc! Toc! Qualcuno sa che fine hanno fatto i droni? 

Sono ovunque ma in nessun posto in particolare. Se ne continua a parlare ma in pochi li utilizzano; lasciando perdere i balocchi acquistabili nella grande distribuzione.

mini-droneNon parlo dei “dronelli” quasi “usa e getta” che riempiono gli scaffali dei negozi o le vetrine online dei siti web specializzati. Quelli destinati a finire in un cassetto o un ripostiglio dopo qualche “dronellata”. Lasciamo perdere quelli nati per farsi le selfie, che poi non puoi utilizzarli ovunque come vogliono farci credere. Lasciamo perdere anche tutti quelli che vengono acquistati all’estero, magari attraverso siti web che hanno la propria sede nei paradisi fiscali e quindi si permettono di vendere senza far pagare l’iva, o giù di lì. Lasciamo perdere, quindi, le migliaia di unità importate senza lasciar traccia, se non su qualche carta prepagata.

…e adesso di cosa parliamo?

Dove sono finiti quei droni che avrebbero dovuto rivoluzionare il modo di lavorare, di pensare al trasporto delle merci, alla sicurezza, al controllo del nostro territorio, etc? Parliamo quindi di quei droni che rientrano nella categoria degli APR o SAPR; quegli aeromobili a pilotaggio remoto, detti ad uso professionale, relegati ad effettuare operazioni specializzate e pilotati da personale qualificato che ha conseguito l’attestazione di PILOTA DI APR?

Parliamo quindi anche dei Piloti; quei pochi, irriducibili, coraggiosi, meravigliosi, affascinanti, forse anche un po’ “temerari delle macchine volanti”. Quelle persone che si creano il proprio futuro e che ragionano con lungimiranza, intercettando tendenze e opportunità, magari ricavandone un reddito…

Reddito e Profitto… termini quantomai abusati in questo settore.

Riavvolgiamo il nastro un attimo per capire meglio cosa sta accadendo in Italia in questo momento per uscire dalla fantascienza e immergerci in uno scenario più realistico, sicuramente meno affascinante ma forse più obiettivo e plausibile. Diciamo che con questo articolo il mio intento è demolire per ricostruire! E come dicono a Livorno… BOIA DE’!

Allora… nel “lontano” aprile 2014 entrò in vigore il Regolamento dei Mezzi Aerei a Pilotaggio Remoto, redatto da ENAC. Sì, lo so, molti di voi sanno già tutto; è la solita storia, le regole, gli abusivi… chissene…

No, non è la solita storia. Non voglio puntare il dito su nessuno. Non ho da “ridire qualcosa su ENAC” (anche perchè non so se mi basterebbero i Gb messi a disposizione da WordPress per potermi sfogare), ma voglio solo “tornare con i piedi per terra” e osservare il cosiddetto settore dei droni professionali da un altro punto di vista. Non quello che ci viene raccontato dei media, immerso in uno scenario fatto di “lustrini e pailettes”, nella migliore delle ipotesi, o adducibile ad appartenenti al sedicente califfato, nella peggiore, ma mettendomi più semplicemente e realisticamente dalla parte di chi deve confrontarsi quotidianamente col mondo del lavoro.

Quindi, dicevo… entrato in vigore il sopra citato regolamento, in Italia, ciò che era già una professione per qualcuno o una grande passione per altri e una possibile opportunità di lavoro per altri ancora, subì inevitabilmente una drastica “mutazione” o un “momentaneo arresto”. E’ un dato oggettivo: prima si volava, quasi a prescindere, dopo il 30 aprile 2014, chi credeva e crede tutt’ora che un Paese civile sia tale anche perchè si rispettano le regole, ha dovuto rivedere un po’ i propri piani, soprattutto quelli di volo. Diciamo che dalla logica del “fare” si è passati a quella del “si potrà fare?”, derivata soprattutto dalle continue modifiche al regolamento italiano che non permettono un reale sviluppo del settore.

Ma dicevo, bando alle polemiche e via alle riflessioni. Non rivanghiamo il passato e vediamo, oggi, cosa ci propone lo scenario italiano dei droni.

Organizzazioni di addestramento.

Detto così ha qualcosa di marziale, ma a parte la definizione di estrazione militare questo termine indica le scuole che formano i Piloti di APR all’uso dell’aeromobile e alla conoscenza delle regole necessarie per volare in sicurezza.

Erano più di 100, non ne restò nessuna, riapparvero in 7 e adesso sono qualche decina. Mah!

Non si è capito bene, o lo si è capito benissimo, lascio a voi la riflessione in merito, ma di fatto fino a un annetto fa c’erano più di 100 scuole che formavano con una certa regolarità i Piloti di APR, ci stavamo abituando ed erano diventate un punto di riferimento; poi, Ctrl+Alt+Canc e il sistema è stato riavviato. Fine delle scuole, tutti a casa, annessi e connessi (compreso personale, dipendenti, etc…) e dopo un lungo silenzio si è ripartiti con queste Organizzazioni di Addestramento. Almeno fino alla prossima puntata.

Incredibilmente, non so se è per una coincidenza ma le modifiche al regolamento dei mezzi aerei a pilotaggio remoto sono caratterizzate da una puntualità che ha dell’imbarazzante e che condiziona in modo significativo “la stagione lavorativa”. Quando si vola prevalentemente con i droni? In inverno sotto l’acqua? Con la neve? Se non ti chiami Croce Rossa Italiana o Vigili del Fuoco sarà difficile avere la necessità di volare con condizioni meteo non proprio invitanti. Questo anche perchè il payload del drone lavorerà al meglio se il tempo è favorevole, la visibilità è buona e il pilota non congela o non si inzuppa d’acqua. Insomma, si vola prevalentemente in primavera, estate e una parte dell’autunno (dipende dalle zone), diciamo che sono le stagioni più consone all’utilizzo degli APR eeeeeeeZac! esce il regolamento il 30 Aprile 2014, a primavera. Escono le bozze per le modifiche a luglio dell’anno dopo. Avrebbero dovuto rinascere le scuole, come la Fenice, dopo la loro chiusura, sempre ad aprile/maggio del 2016 ma fino a settembre non se ne è saputo nulla, quindi anche tutta la stagione 2016 è saltata, almeno per chi voleva diventare Pilota di APR.

Ma No dai, gli emendamenti seguono la tendenza moda autunno – inverno. E’ vero, dimenticavo… Dicembre 2015 e dicembre 2016…

Per non pensare male mi attendo verso aprile l’ennesima “circolarona” che rivoluzionerà ancora una volta questo “settore”. Ah! Dici che ci sarà? Quale? EASA? Il regolamento europeo? Si parla di una bozza del regolamento Europeo sui Droni entro Marzo 2017, quindi tenetevi pronti. Per come la vedo io il regolamento europeo entrerà in vigore, i paesi membri dovranno recepirlo, si elaboreranno le dovute modifiche / integrazioni ai regolamenti interni ad ogni paese e ci ritroveremo magicamente verso ottobre/novembre del 2017 a ipotizzare i nuovi scenari futuri o futuristici per il “sedicente settore” (non a caso questo termine abusatissimo va a braccetto col califfato). Nel frattempo, a giugno, scadranno gli attestati di Pilota di APR che avevano come termine ultimo il 31 dicembre 2016. In tutto questo trambusto avremo una categoria di droni “borderline” che per l’Italia è quella sotto i 300gr mentre per l’Europa e l’EASA, è quella sotto i 250gr. Categoria che “fa gola” a chi si occupa di journalism o giornalismo (ma fa più figo chiamarlo journalism) ma anche di monitoraggio e rilievi (video e foto) di strutture urbane all’interno delle cosiddette aree critiche. Insomma, se prima chi “non voleva troppi problemi” si dotava di un drone sotto i 300gr, quello che ironicamente ho sempre definito come “le tre fette di prosciutto con quattro eliche”, adesso dovrà vedersela con due fette e mezzo e quattro eliche purché siano rese inoffensive; forse grazie a qualche midolla di pane da utilizzare come para eliche, purché sia senza glutine.

OK, bel guazzabuglio di informazioni ma, a te che stai leggendo che te ne viene? Anche nulla, fino ad ora. Diciamo che questa analisi molto approssimativa, sommaria, estremamente superficiale si pone come “sintesi o chiacchiera da bar” rispetto ad una più ampia e seria analisi che dovrebbe essere condotta da eruditi addetti ai lavori in merito a questi argomenti. “Quindi è molto più interessante la mia, no?”

Ma torniamo a parlare di chi deve lavorare.

E’ questo il nodo cruciale del problema. Fino ad oggi chi voleva utilizzare un drone partiva dall’idea del drone, dal fascino che suscita questo oggetto volante, dall’immaginario che evoca l’appellativo di PILOTA e tutto ciò che ne deriva. Un’aura di magnificenza che ha saputo richiamare scenari alla TOP GUN o, se paragonata a qualcosa di reale e più nostrale, alle Frecce Tricolore. Poi, dopo tutta questa emanazione di ferormoni si torna alla lucidità e con freddezza ci si pone la classica domanda:

Col drone che ci faccio?

E’ qui che molti si sono resi conto per la prima volta che questo incredibile oggetto, ipertecnologico, che vola pure e che fa ZZZZzzzzz come un drone – che poi è il maschio dell’ape – che si chiama proprio drone, doveva servire a qualcosa, oltre che a volare e a consumare un sacco di energia.

Passati gli entusiasmi delle prime “dronate” ludico ricreative al limite dell’illecito forse sì o forse no (dipende se lo usi per lavoro o per gioco ma se lo usi per gioco con l’intento poi di lavorarci o ci giochi dopo il lavoro o …. lasciamo fare), dal mero TOOL si passa alla PROFESSIONE.

E’ un po’ come comprare un trapano, le punte, il carica batterie o le prolunghe, dischi per smerigliare, guanti, etc. e poi non si è né muratori, né carpentieri, bricoman, idraulici, aggiustatutto e, oltretutto, non si sa nemmeno cosa farci se non praticare qualche buco qua e là.

Ecco che da qui parte la mission.

Ho il drone, ho finalmente preso anche l’attestato di PILOTA DI APR e ora che professione mi invento? Escludendo da questo ragionamento i veri professionisti come i geologi, ingegneri, agronomi, veri fotografi, archeologi etc. che hanno finalmente capito che il drone è un ottimo tool per il proprio lavoro, ancora tanti si improvvisano dronisti senza sapere “cosa faranno da grandi”. E’ un po’ come definirsi “trapanatisti” o “scartatori” o “pennellanti”… va beh, lasciamo perdere tutti i commenti che possono derivare da queste definizioni.

drill-drone

A distanza di qualche anno da quando ho cominciato ad occuparmi di droni, mi rendo sempre più conto che presi dalla novità, dalla voglia di fare, dalla necessità di reinventarsi, abbiamo attribuito al drone un’eccessivo ruolo e un’altrettanta importanza nell’ambito della nostra vita e del nostro lavoro.

Se da una parte le regole ci insegnano qualcosa, una per tutte che il drone è potenzialmente un oggetto pericoloso che può cadere o entrare in collisione con un altro aeromobile e far danno, dall’altra non ci insegnano nulla in merito al suo uso nei vari ambiti professionali.

Il PILOTA DI APR ha un drone, che risente di un’obsolescenza tecnologica che si palpa mente si fa il corso. In pratica ti compri il drone, ti iscrivi al corso e quando sei pilota di APR il drone è già vetusto, e pensa: di media un corso dura solo due o tre weekend. Nel frattempo non si è capito ancora cosa ci si può fare e dove si può volare.

Non solo, compro tutti gli accessori perchè potrebbero servirmi. Quindi acquisto 28 batterie, 150 eliche, una decina di gilet ad alta visibilità (qui mi tiro la mazzata sui piedi da solo) e borse su borse. Tutto all’insegna dell’essere “professional”, “advanced”, “plus” e chi più ne ha più ne metta. Poi mi ricambiano le regole, oggi piove, domani nevica, fa freddo, dopodomani dovrò pur cercarmi un cliente per fare queste benedette foto all’agriturismo che tutti adesso fanno e soprattutto senza essere Piloti di APR, e… l’importante è essere convinti.

Quindi, ribadisco, a parte quei professionisti che prima sono tali e poi si sono accorti dell’utilità del drone, per tutti gli altri consiglio vivamente di:

Pensare al drone come ad un trapano.

E’ un tool per svolgere il proprio lavoro, punto e basta. Quindi, prima di tutto, che lavoro fai? Cosa devi fare col drone? e soprattutto, sai quali mercati aggredire per proporre il tuo / tuoi servizi?

Ho conosciuto persone che sono diventate Pilota di APR, hanno svolto una cifra mostruosa di ore di test col proprio drone, hanno apportato migliorie, modificato qualcosa e poi, non hanno ancora un cliente perchè “devono migliorarsi” o “hanno paura di sbagliare” o peggio ancora “non sanno a chi rivolgersi”.

Ridondare

quando hai pensato al drone come ad un trapano ti renderai conto di quanto possa essere utile ma ti accorgerai anche che dovrai ridondarlo. Se lavori non puoi permetterti di avere un solo trapano. Se non funziona? Se ti si rompe mentre fai il foro e ne devi fare altri 100 nella stessa giornata? Insomma, quando pensi al drone pensa al plurale, quindi ai droni e alle possibili conseguenze che potrebbero derivare dal non poter disporre del tuo drone durante un servizio pianificato da tempo e che non è possibile rimandare. Quindi dovrai possedere almeno una mini flotta di due droni con relativi payload.

Pilota full-time?

Tornando al nostro bel trapano, quante volte pensi di usarlo in una normale attività di carpenteria o se fai l’arredatore, il muratore, l’elettricista, etc? Alcune volte lo userai per diverse volte al giorno e altre anche nulla. Ecco… stessa cosa col drone. Devi pensare di inserire il drone nella tua attività o in quella che andrai a fare e non creare un’attività tutta incentrata solo e soltanto sul drone. Ripeto, è come se ti presentassi da un cliente per dire che hai il trapano e che fai dei bellissimi fori ma vorrai pur dare un servizio più completo e in grado di produrre un guadagno per la tua attività? Quindi… SI’ per pilotare un drone ad uso professionale devi seguire l’iter che ENAC richiede ma devi pensare che non puoi aspettare clienti tutto il giorno solo per far volare il tuo drone; a meno che tu non riesca a farti pagare per un solo volo diverse migliaia di euro.

Il mercato dei droni sei tu e non quello che “strombazzano” le riviste

Pensa che il mercato dei droni sei tu. Che vuol dire mercato? Rifletti su quali sono le tue competenze o quali potresti acquisire facendo dei corsi professionali e/o di specializzazione. Nel frattempo analizza il bacino d’utenza a cui puoi proporre determinati servizi. Fai un sondaggio e prendi contatti con le realtà che operano negli ambiti lavorativi di cui vuoi occuparti.

Non tutti possono fare gli operatori per la RAI, Mediaset o SKY e non tutti possono andare a lavorare a Melaverde o a fare le riprese col drone per Don Matteo. Dovrai pur capire che se vuoi usare il drone, ad esempio, in agricoltura, dovrai parlare la lingua degli agronomi, degli agricoltori, dei florovivaisti e probabilmente delle varie ConfQualcosa. Quindi, al di là di ciò che le riviste patinate “strillano”, il vero mercato dei droni NON E’ ANCORA DECOLLATO, fatta eccezione per alcuni ambiti particolari e altamente specialistici, quindi non è un mercato ma una nicchia di mercato. Inoltre, quando ci sarà il vero mercato dei droni, quello dei grandi numeri – attenzione a quello che ti dico – probabilmente tu non ne farai parte! I grandi numeri sono appannaggio delle grandi realtà. I grandi numeri sono fatti anche da tanti piccoli numeri ma sempre riconducibili e rappresentati da delle egide, delle associazioni, delle imprese, delle corporazioni, delle organizzazioni, delle industrie, delle major. Quindi, se di MERCATO DEI DRONI si vuol parlare, devi puntare in alto, alle grandi compagnie che “un domani” dovranno avvalersi di piloti di APR, sempre che poi non sia tutto demandato o demandabile a sistemi completamente autonomi.

Ecco che urge farsi il proprio mercato o mini mercato. Se non c’è domanda a cui offrire il proprio servizio, fai in modo che questa domanda scaturisca. Come?

Facendo cultura e promuovendo progetti attraverso sinergie

Caspita! Hai un amico professionista che potrebbe avvalersi dei tuoi servizi? Parlo dell’amico ingegnere o anche dell’antennista, dell’amministratore di condominio, del manutentore, di quello che installa pannelli fotovoltaici e termici, quello che ha le mucche in Maremma o quell’altro che ha una risaia nel Vercellese. Yes!! Lui/loro sono quelli a cui dovrai rivolgerti.

E’ tutto nuovo, tutto da disegnare.

Fai ricerca, sviluppa una soluzione e quindi un servizio allineato alle reali esigenze di chi opera in quel settore. Fai una chiacchierata con quell’amico che ha le mucche in Maremma. Cerca di capire cosa potrebbe essergli utile per il proprio lavoro. Magari, solo parlando e capendo come si sviluppa la sua attività, cercando di capire quali sono le sue problematiche, potresti individuare una soluzione al problema che, guarda tu che botta di cul…, potresti risolvere grazie al fatto che hai un drone o che potresti averlo. Ci pensi? Attacchi al drone un naso elettronico e sniffi le emanazioni di metano prodotte del letame delle mucche e ne determini la concentrazione dei vari elementi e quindi anche lo stato di salute della Carolina o il potenziale calorico ottenibile attraverso l’uso di quel gas in un contesto di produzione di energia (centrali a a biogas).

agricoltura-precisione-precision-farming-drone

Magari quel progetto non lo farai mai con quel tuo amico maremmano ma lui potrebbe farti conoscere un veterinario che a sua volta potrebbe manifestarti alcune considerazioni proprio sul tema del letame e della concentrazione di alcuni elementi chimici piuttosto di altri in relazione allo stato di salute delle mucche, dell’alimentazione, etc.

Magari quel veterinario ti farà conoscere un agronomo che ti parlerà di foraggio, di terreno coltivato, di allevamenti grass fed e ti parlerà di un progetto a cui pensava, finanziabile attraverso fondi europei ma che per intercettarli occorre costituire una start’up… Tutto questo utilizzando anche un drone che ancora NON hai comprato ma che potrai acquistare e finanziare con i suddetti fondi ma soprattutto avendo la consapevolezza di ciò che ti potrà servire per il tuo lavoro. Saprai che quel drone dovrà trasportare alcuni sensori, lo dovrà fare per un tot di tempo al giorno o alla settimana o magari solo una volta al mese e che lo dovrà fare per 10 minuti o per 1 ora o per tutta la giornata. Apri il web, cerchi tutti i riferimenti del caso, (case history) e ti studi la materia.

A proposito, ti ricordo che DRONEVOLUTION Blog è nato anche per assolvere a questo compito; provalo: digita per esempio AGRICOLTURA DI PRECISIONE sul motore di ricerca e vedrai quante risposte otterrai.

Torniamo alle mucche.

Allora… prendi il tuo amico maremmano, il suo veterinario e l’agronomo, ti metti con loro attorno ad un tavolo e cominci a tessere le basi per la tua start’up o per una collaborazione tra aziende e/o professionisti.

Potevo farti anche l’esempio dell’amico nella risaia nel vercellese ma per puro spirito campanilistico ho preferito fare quello dell’amico maremmano.

Tutto questo per dirti che non occorre che il veterinario o l’agronomo diventino dei PILOTI DI APR; il loro mestiere è un altro e fare il PILOTA non gli converrebbe o non gli interesserebbe ma a te forse SI’. L’esempio, sempre da bar, vuol farti capire che alle volte le opportunità sono attorno a noi e nemmeno ce ne accorgiamo. Da un incontro, da una conversazione puoi sviluppare un progetto dal quale far partire il TUO MERCATO DEI DRONI.

Dici che non posso paragonare il drone ad un trapano perchè per pilotare un drone occorrono autorizzazioni e un corso presso un’organizzazione di addestramento riconosciuta da ENAC mentre per utilizzare un trapano non occorre nulla?

“Probabilmente i governi e gli enti che legiferano in materia di armi non se ne sono ancora resi conto. Avevano in mano un’opportunità incredibile che si sono lasciati scappare. Sai quanti porto d’armi per trapani hanno perso?”

drill-time

 

Comunque, senza divagare troppo, ribadisco l’importanza della formazione, delle regole e della sicurezza ma sono anche un sostenitore della libera iniziativa, della voglia di fare e di promuovere idee, cosa che si è un po’ persa nella nostra bella Italia da un po’ di tempo a questa parte.

Droni made in Italy o Cina?

Pare che il mondo dei droni ruoti prevalentemente attorno a DJI. Per carità… ottimi prodotti, non c’è dubbio ma, vuoi lavorare in Italia? Vuoi sviluppare un business all’interno di un settore di nicchia altamente specializzato? Rivolgiti alle aziende italiane! Ci sono poche ma buonissime aziende che producono aeromobili a pilotaggio remoto studiati per assolvere a diversi compiti. Se vuoi sviluppare un business affidati a chi può ascoltarti, studiare la personalizzazione del drone e seguirti lungo tutto il tuo percorso di formazione e assistenza tecnica durante l’impiego del drone nell’ambito della tua attività.

Doppia F: Federazioni e Fiere

In varie occasioni ho detto e scritto che le varie federazioni/associazioni che rappresentano i Piloti di droni, dovrebbero essere loro stesse “portatrici sane di opportunità” per i propri associati. Creare incontro, stimolare la domanda, promuovere progetti, coinvolgere le associazioni professionali e quelle di categoria come le “ConfQualcosa” che accennavo sopra. I tavoli tecnici con ENAC sono importanti ma lo sono di più quelli con chi ha interesse ad utilizzare i droni nel proprio ambito lavorativo/professionale.

Stessa cosa per le fiere sui droni che fin dall’inizio hanno creduto in questo strumento di lavoro ma che fin dall’inizio hanno trovato difficoltà a ricondurre questo “oggetto” in un ambito più pratico e quotidiano. I primi progetti sui droni erano di derivazione militare o svolti in ambito di ricerca universitaria; roba da nerd o comunque poco apprezzabile o molto lontana da un impiego diffuso e dalle immediate ricadute. Oggi i tempi sono maturi. Non è più il caso di attendere che le regole cambino o che si “stabilizzino”; se attendiamo questo possiamo parcheggiare i nostri droni. Quindi, rilancio l’invito agli organizzatori delle fiere di settore per non fare solo “fiere di droni” (quindi di trapani) ma fiere di opportunità, invitando a partecipare attivamente amministratori di condominio, sindaci, assessori al turismo, allevatori, agronomi, fotografi, architetti, ingegneri, esperti nella sicurezza, impresari edili, trasportatori, etc. Promuovere progetti, invitare start’up, aziende, srl, reti di impresa che stanno svolgendo lavori o che sono in procinto di svolgerli. Molto si sta facendo in tal senso ma molto di più deve essere fatto.

E’ necessario essere camaleontici e cavalcare il cambiamento.

Essere mutevoli, reattivi, acquisendo nozioni, facendosi forti delle esperienze pregresse, delle regole che sono mutate, rimutate e che muteranno ulteriormente. L’importante è capire che questo drone è uno strumento che deve essere ben impiegato. O si capisce fin da subito come e dove impiegarlo o si è destinati all’oblio.

Finisci di comprare punte per il trapano! Stacca la prolunga, riponi i  tuoi tools e pensa a quale sarà il tuo prossimo obiettivo. Hai la fortuna incredibile che non esiste il settore dei droni ma c’è un mondo che ha bisogno di cose e di servizi. Se in questo contesto sei capace di inserire in modo puntuale, competente e soprattutto indispensabile il tuo drone, allora avrai le tue soddisfazioni.

Ah… dimenticavo, consegnare la pizza col drone o la posta o gli acquisti a domicilio, sono tutti bei progetti che rientrano in quella categoria di cose detta: “fare comunicazione”. Tu non sei Amazon, non sei Domino’s Pizza o Dpdgroup. Fatti il tuo progetto sulla base di reali esigenze che puoi intercettare sul territorio. Sviluppa il progetto coadiuvandoti di persone esperte negli ambiti dove andrai ad operare e sviluppa una soluzione. Poi penserai al resto.

W i trapani, W i droni e W chi ha voglia di fare!

Buon atterraggio!

Spot di Natale Carrefour. Ditemi che non è finito, vi prego!

E’ arrivato, l’ennesimo spot mieloso in chiave natalizia…

Da sempre la pubblicità fa leva sugli stereotipi legati alla cosiddetta “magia del Natale” per promuovere il consumo di prodotti ad hoc. Stereotipi che tra l’altro spesso nascono dal mondo della pubblicità; vedi per esempio CocaCola con il suo Babbo Natale che oggi è conosciuto in tutto il mondo come “IL” Babbo Natale per eccellenza.

Insomma, lo sappiamo e non ci stupisce più di tanto assistere in questo periodo dell’anno ad un teatrino più o meno visto e rivisto che propone ambienti innevati, musiche che richiamano atmosfere disneyane, neve, luci colorate, bambini, famiglie felici e… IL PRODOTTO: Panettoni, spumanti, bevande, offerte su ricariche telefoniche, etc.

Nulla di strano, tutto come da copione ma…

Eccolo, arriva quello spot che cerca, tenta, annaspa, richiama, evoca tutte le caratteristiche del perfetto spot natalizio ma… qualcosa non va. Parlo della pubblicità televisiva della Carrefour Italia che sta andando in onda in questi giorni.

Questa:

Orsetto di peluche in primo piano, musichetta da perfetta “magia di Natale” e voce di fanciullo. Mentre parla il bimbo si intravedono i suoi piedini scalzi che lo conducono all’albero di Natale presso il quale è seduto un grosso orso di peluche che qualche istante dopo verrà calorosamente abbracciato dal bambino.

Mentre si consuma questa liturgia, che fa venire il diabete da quanto è sdolcinata (ma può anche starci, dopotutto è Natale), ascoltiamo le parole del bimbo:

“Caro Babbo Natale… quest’anno vorrei tanto…un bambino con cui giocare…”

Poi… dopo questa agghiacciante affermazione arriva la pausa che probabilmente serve all’attonito spettatore per riprendersi un attimo. Cerca di capire se ha udito bene; magari la parola non era BAMBINO ma TRENINO: “VORREI TANTO UN TRENINO CON CUI GIOCARE”. Il tempo non è sufficiente per elaborare ulteriori considerazioni. Ecco che arriva subito una seconda voce. Questa volta è di un uomo, calda. Proferisce le seguenti parole:

“A Natale esaudiamo i desideri di tutti. Negli ipermercati Carrefour spendi e riprendi il 50% sui giocattoli.”

Ma come?!?! Vi prego! Ditemi che questo spot non è stato finito o che è solo il primo una serie in chiave natalizia firmata Carrefour. C’è un seguito, vero? C’è una spiegazione a questo dramma consumato tra le pareti domestiche?

Come si fa???? 

  1. Questo bambino non ha un amico? Che problemi ha? E’ stato sequestrato? Vive in una landa desolata? Non lo fanno uscire di casa? Non va a scuola?!?! I genitori sono dei serial killer? Dove vive ‘sto bimbo… TELEFONO AZZURROOOO!
  2. Chiede a Babbo Natale UN AMICO? E l’orso lo abbraccia pure perchè “capisce” che il bimbo “non sta tanto bene”.
  3. OK, ci avete sparato la bomba… nel resto dello spot come la rimediate? Con un bel “A NATALE ESAUDIAMO I DESIDERI DI TUTTI”??? Quindi, o Babbo Natale rapisce bambini e il 25 dicembre porta a questo disgraziato un’altra vittima inconsapevole di questa presunta tratta di bambini oppure Carrefour vende anche bambini nei propri impermercati, “programmati” per diventare amici del suddetto disperato.
  4. Se a Natale Carrefour esaudisce i desideri di tutti, temo che quest’anno avranno la fila fuori dagli ipermercati. Si troveranno alle casse persone che chiederanno un LAVORO, la CASA perchè TERREMOTATA, DENARO, SICUREZZA…

Ma un bel… “DA CARREFOUR UN BUON NATALE A TUTTI E IN PARTICOLARE AI BAMBINI. ACQUISTA (e non spendi) NEI NOSTRI IPERMERCATI E RIPRENDI IL 50% IN GIOCATTOLI.” Senza la voce del bimbo e con le stesse immagini e musica, non andava bene?

Uno spot di 15″ che fa rimpiangere questo:

Nel nome dell’arte fate vibrare le corde!

Venerdì 4 novembre 2016 – Girato durante lo spettacolo “Acquagranda” presso il teatro La Fenice di Venezia.

Questo video, che gira in rete da alcune ore, lo dedico a tutti coloro che lavorano nei teatri italiani con la speranza che sia il “segnale di un inizio”, che possa nascere presto qualcosa di importante, un nuovo periodo, un nuovo rinascimento.

Fino ad allora…

Invito queste stupende persone, non solo quelle che lavorano alla Fenice di Venezia ma tutte quelle che lavorano nei teatri d’Italia, a riflettete bene su chi le ha messe in questa situazione. Quando rinnoverete la tessera al vostro sindacato o quando andrete a votare, pensate a cosa state facendo.

Il cambiamento comincia da voi.

Portate l’arte nelle piazze e parlate alla gente di ciò che sta veramente accadendo nei teatri italiani. I media non si occupano dei vostri problemi perché sono veri problemi che possono destabilizzare certi poteri, gli stessi che mantengono certi giornali che a loro volta mantengono certi politici al governo. La politica, se non mutuata da figure di spessore, intelligenti, spinte da una visione lungimirante, e oserei dire, da una certa sensibilità, utilizza l’arte e la cultura come mezzi di potere per gestire i propri interessi, a danno di chi lavora nei musei e nei teatri italiani e a danno della stessa cultura.

Fino ad ora sindacati e partiti hanno perpetrato la politica del “divide et ‘impera” creando divisioni interne tra musicisti e maestranze, tra tecnici e maschere, etc. come se il teatro potesse andare avanti solo con qualcuno in particolare o come se i problemi dell’uno non fossero gli stessi dell’altro o come se i DIRITTI dei lavoratori – di tutti – non fossero tali a prescindere.

Il teatro è come un motore alimentato da tante anime pulsanti che lavorano all’unisono e che a loro volta si nutrono d’arte. Il teatro è una macchina complessa che non funziona se manca un pezzo. Mille sigle sindacali e mille fazioni non portano altro che a rafforzare il potere di chi divide, di chi “impera”.

Unitevi in nome dell’arte e se non lo volete fare in nome dell’arte fatelo almeno per tutelare il vostro posto di lavoro.

Fate sentire la vostra voce dal nord al sud d’Italia. Mi permetto di dare un suggerimento:

Organizzate uno spettacolo in 20 tappe, o meglio, in “20 atti”, quante sono le regioni d’italia, sviluppando un’opera corale che abbia come palcoscenico tutto il territorio nazionale. Potrebbero essere coinvolti anche i musei (luoghi d’arte e/ archeologici in generale), come location, all’interno o all’esterno dei quali sviluppare questo progetto. Un evento di protesta civile, direi di rinascita culturale, da trasmettere live sul web, realizzato senza appoggi da parte di egide sindacali o di partito. Non vi mancano i tecnici per realizzarlo; non vi mancano i musicisti, i maestri d’orchestra e i registi per dirigere e coordinare tutte le parti; non vi mancano costumisti e scenografi per abbellirlo. Create una pagina Facebook attraverso la quale lanciare il progetto, magari legata ad una piattaforma di Crowdfunding per finanziarne la promozione e la produzione. Sono sicuro che poi arriveranno anche le televisioni e i giornali per parlarne e rilanciare l’evento, quelli stranieri di sicuro.

Fate sentire la vostra voce, fate vibrare le corde, date voce all’arte e fate tacere i mestieranti della politica. Coinvolgete gli italiani in un progetto che li faccia sentire parte integrante del progetto stesso.

Vissi d’arte, vissi d’amore!

Crediti:

  • Teatro La Fenice – Venezia – ACQUAGRANDA
  • Il video postato è reperibile su Facebook, non ne conosco la fonte. Resto disponibile per inserire eventuali crediti, riferimenti, note d’autore.