Gravity di Alfonso Cuarón. Il nuovo modo di raccontare lo Spazio

Gravity di Alfonso Cuarón segna un nuovo modo di fare cinema. Qualcosa del genere avvenne nel 1999 con il primo Matrix dei fratelli Wachowski e la tecnica di ripresa “bullet time” da loro perfezionata e resa celebre.

Gravity non è un film di fantascienza se per fantascienza si intendono quei film che parlano di invasioni aliene, mostri spaziali, astronavi provenienti da un lontano futuro o roba simile. Gravity è un film drammatico che parla di una missione spaziale terrestre, della NASA, durante la quale si verificano una serie di sfortunati eventi che determinano il fallimento del sistema satellitare mondiale e la distruzione di tutti gli avamposti terrestri in orbita. In modo piuttosto sintetico e approssimativo, senza far troppo danno con gli spoiler, questo è Gravity.

Gli gli spettatori più avvezzi a certi tecnicismi noteranno che il film “è portatore sano” di errori che nella realtà delle missioni spaziali sarebbero considerati come “eventi non plausibili”.  Il regista si è preso qualche libertà per rendere tutto più fluido e cinematograficamente funzionale e questo gli è concesso ampiamente poiché il risultato finale complessivo del suo lavoro è decisamente coinvolgente e innovativo.

Il film è uscito in versione 2D e 3D ma nella zona dove abito, Prato e zone limitrofe, non ho trovato una sola sala che proiettasse il film in 2D, peccato; lo avrei preferito in una versione 2K invece che stereoscopica.

Il 3D oltre ad essere una tecnologia che ritengo ancora ad uno stadio d’indefinita evoluzione, penalizza le immagini tendendo a ridurne notevolmente la luminosità e i contrasti, a fronte di una notevole desaturazione dei colori. Il 3D lo trovo stancante ed è, per certi versi, un espediente tecnico che trovo troppo “commerciale” e che spesso penalizza l’alto livello dei contenuti visivi. La ricerca di soluzioni estetiche atte ad aumentare la percezione del 3D, rende tutto stucchevole e, contrariamente a quanto si pensi, anche molto finto. Riassumendo, per mio gusto, il 3D lo trovo vincente nei film per bambini o per i teenager in generale in cerca di esperienze ludico ricreative, non in un film pensato per appassionare un pubblico più adulto.

Alfonso Cuarón at the 2005 San Sebastian Inter...
Alfonso Cuarón at the 2005 San Sebastian International Film Festival. (Photo credit: Wikipedia)

Cuarón cade vittima della sua stessa scelta. Più volte mostra piccoli oggetti, come le penne a sfera o le lacrime della Bullock, in lento movimento verso l’osservatore. Dopo qualche scena nella quale sono presenti questi elementi ho percepito la sensazione di trovarmi all’interno di un’attrazione di un parco di divertimenti, dove oggi si arriva ad ostentare il 4D e addirittura la 5D experience. L’attenzione per la storia viene meno nel tentativo di inseguire l’oggetto che si muove sullo schermo. Una sorta di ipnotico balletto che fa precipitare lo spettatore in un inesorabile ritorno alla realtà penalizzandone il continuum emotivo.

Lasciando perdere il 3D mi soffermo brevemente su alcuni aspetti che ho citato all’inizio del mio post. Uno in particolare, legato alla descrizione della vita nello spazio, se pur in un contesto di evidente situazione di estrema emergenza e soprattutto di fiction. Mi rivolgo a coloro che non hanno mai seguito le missioni della NASA in streaming video o che non hanno avuto l’occasione di vedere dei documentari sull’argomento. Un astronauta indossa la propria tuta spaziale, fatta su misura, non ne prende altre a caso. Per indossarla, ma anche per toglierla, occorrono diverse ore e non può fare questa operazione da solo. Da qui si evince che Cuarón non avrebbe potuto, per ovvi motivi, allungare il film di diverse ore solo per vedere indossare una tuta dalla Dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock); operazione comunque impossibile da fare in solitaria ma che grazie alle meraviglie del cinema diventa pure plausibile.

Come piace fare a me, sono andato a scavare un po’ sul web per trovare delle informazioni su Gravity, per saziare la mia curiosità e parlare di grafica, fotografia, cinema e tutto quello che si nasconde dietro l’obiettivo della macchina.

Il film si svolge prevalentemente nello spazio, fatta eccezione per alcune brevi sequenze finali. Uno dei punti più importanti da affrontare in un contesto narrativo caratterizzato dalla totale assenza di gravità è quello di fare in modo che lo spettatore non avverta che gli attori sono appesi a fili, magari costretti a evoluzioni circensi nel tentativo di creare l’illusione di essere nello spazio, pur trovandosi all’interno di un set cinematografico.

Cuarón ci è riuscito benissimo avvalendosi di diverse tecniche miscelate tra loro.

Gli effetti visivi del film sono stati curati dalla Framestore con la preziosa supervisione di Tim Webber che dal 1988 collabora con questa società che si è specializzata nello sviluppo di telecamere virtuali, offrendo soluzioni tecniche innovative impiegate in vari film e spot pubblicitari di grande successo.

Le soluzioni tecniche:

Come rendere credibile in un film l’assenza di gravità? Come poter girare lunghe sequenze senza dare l’impressione che George Clooney, che interpreta l’astronauta Matt Kowalsky e Sandra Bullock nei panni della Dottoressa Ryan Stone, siano appesi a dei fili e vittime degli inevitabili effetti della gravità terrestre se appesi a testa in giù o con il viso rivolto verso il pavimento?

Domande a cui Framestore e il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki hanno dovuto dare delle risposte trovandosi ad affrontare una sfida senza precedenti, risolta magnificamente grazie all’esperienza, all’ingegno e alla tecnologia.

Le telecamere utilizzate per girare il film sono state montate su braccia meccaniche robotizzate, simili a quelle utilizzate in alcuni ambiti industriali, soprattutto in campo automobilistico. Il sistema, IRIS e SCOUT fornito della Bot & Dolly, composto da software e hardware, hanno permesso di controllare l’esatta posizione delle camere, permettendo di ottenere movimenti pre-programmati straordinariamente fluidi e dinamici attorno ai soggetti.

Questo sistema ha permesso agli attori di mantenere una posizione semi sdraiata, concentrandosi sui movimenti delle articolazioni e sulle espressioni del viso, senza mostrare sforzi in volto causati dalla rotazione del corpo rispetto alla normale gravità terrestre.

In alcune scene sono stati utilizzati modelli virtuali dei volti degli attori inseriti in post produzione sui corpi digitali degli astronauti generati in computer grafica. Questo video mostra alcuni test realizzati per elaborare il Facial Performance Capture

Per rendere tutto più credibile il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki ha dovuto studiare un metodo per ottenere una corretta illuminazione degli attori, in un contesto ricreato digitalmente che solitamente non è percepibile mentre vengono girate le scene. E’ stato realizzato un set a forma di cubo, interamente rivestito con pannelli luminosi a led, su cui sono state inviate le immagini degli ambienti in cui gli attori si dovevano cimentare. Praticamente è stata realizzata la versione cubica di un video wall che di solito siamo abituati a vedere nei concerti o grandi eventi, di lato e/o sullo sfondo del palco. Questo espediente ha offerto due interessanti vantaggi. Il primo, permettere agli attori di rendersi effettivamente conto di ciò che avviene nella scena e di interagire con gli elementi in essa contenuti. Le dinamiche della scena avvengono in tempo reale, nello stesso istante in cui gli attori recitano con tutti i vantaggi immaginabili che un attore può ottenere da questo espediente. Il secondo, è poter illuminare in modo naturale e corretto gli attori ricevendo sul loro corpo sia le luci dirette sia quelle riflesse e relative dominanti presenti nella scena, senza dover intervenire pesantemente in post-produzione per ricreare artificialmente gli effetti d’illuminazione necessari a rendere la scena verosimile.

L'interno del cubo di LED utilizzato per girare alcune scene in Gravity
L’interno del cubo di LED utilizzato per girare alcune scene in Gravity

Il film è stato girato interamente in 2D e poi elaborato in post produzione in 3D dalla Framestore con il partner tecnico Prime Focus. La scelta tecnica ha permesso alla produzione di utilizzare cineprese 2D digitali, di dimensioni contenute, e di controllare selettivamente gli effetti 3D in una fase successiva, gestendo elementi virtuali fluttuanti ed incrementando le fughe prospettiche riprese con lenti grandangolari, sia sui set reali e sia su quelli digitali.

Il film elabora un nuovo linguaggio che fino ad ora era stato lasciato all’immaginazione dello spettatore o affidato a rapide e più improvvisate interpretazioni della vita nello spazio, realizzate con metodiche più tradizionali che tenevano meno conto delle leggi della fisica, per ovvi limiti tecnici.

Grazie al realismo ottenuto nelle scene, Cuarón riesce ad inchiodare lo spettatore sulla propria poltrona trascinandolo in un continuo alternarsi tra sgomento e gioia, disperazione e forza d’animo.

Le scene lunghe, ricche di dettagli e pathos, caratterizzano da sempre il lavoro di questo regista che in questo suo Gravity mette a dura prova le capacità tecniche dei suoi collaboratori arrivando ad impegnarli fin dal 2010 nella fase di pre-produzione e poi realizzazione di questo incredibile e originale film che arriva a regalare immagini mai viste prima al cinema.

Ottime le riprese in spazio aperto che conducono lentamente verso i volti degli astronauti fino ad oltrepassare la barriera del casco e a proporre l’inquadratura in soggettiva, ulteriormente enfatizzata dal suono del respiro degli astronauti offrendo allo spettatore la percezione di essere, “lui”, nello spazio.

Incredibili le scene in cui sono presenti esplosioni e urti con e tra i detriti dei vari satelliti e stazioni orbitali. Ogni elemento è artefice e vittima dei medesimi rottami che ad ogni giro d’orbita attorno al nostro pianeta tornano a collidere con i già danneggiati e costosissimi avamposti spaziali, producendo altri rottami che andranno ad incrementare la massa di detriti che tornerà a infliggere ulteriori danni ai passaggi successivi. Il lavoro sulle textures, sui solidi e i vari elementi particellari inseriti nella scena, curati dai maestri degli effetti visivi, ha richiesto migliaia d’ore di rendering per ottenere il realismo richiesto da Cuarón. La stessa Terra è stata elaborata tenendo presente la sua rotazione, quindi non imponendo allo spettatore una visione geostazionaria in cui sviluppare la storia ma seguendo le orbite e quindi le varie porzioni del nostro pianeta che variano col variare della rotazione terrestre. Immagini satellitari e tanto lavoro di texture hanno permesso di gestire la rotazione del nostro pianeta in modo completo, a vantaggio della sensazione di realismo che tende ad aumentare nel corso delle varie sequenze.

Gravity è una sorta di compendio sulle nuove tecniche e sui nuovi linguaggi per “raccontare lo spazio e la vita dell’uomo in assenza di gravità”. Da oggi, nulla sarà come prima nell’immaginario della fantascienza a vantaggio di film sempre più coinvolgenti e realistici. Come fece Stanley Kubrick col suo 2001 Odissea nello spazio, grazie alle le sue incredibili intuizioni, trovate estetiche e tecniche, sancì l’inizio di una nuova era del cinema della fantascienza, celebrata e omaggiata oggi con Gravity anche dallo stesso Cuaron. In seguito fu la volta di George Lucas con Star Wars, di Ridley Scott con Blade Runner e dei fratelli Wachowski  con Matrix.  Ognuno affrontò qualcosa che i loro predecessori ebbero il coraggio di cambiare e che a loro volta furono in grado di rielaborare, creando qualcosa di nuovo capace di lasciare un segno.

I prossimi registi che vorranno trattare l’argomento spazio, dovranno fare i conti anche con il maestro Alfonso Cuarón.

Crediti:

Approfondimenti:

Effetti visivi – Studi che hanno collaborato con la Framestone:

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4 thoughts on “Gravity di Alfonso Cuarón. Il nuovo modo di raccontare lo Spazio

  1. Ares 4 novembre 2013 / 21:51

    Gran bel post, e con un sacco di note interessanti!

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